L’Odio Facile anti-Ebraico non è una Risposta. Ma lo Sdegno per l’Ennesimo Assassinio di un Pacifista?

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo commento di Lavinia Marchetti al deprecabile episodio di cui è stato vittima un turista francese ebreo in Italia. Non c’è dubbio che l’antiebraismo – dire antisemitismo, posto che palestinesi e gli arabi sono semiti quanto gli ebrei secondo me è non ha molto senso – non può essere una risposta a quanto sta avvenendo in Medio Oriente. Anche perché fortunatamente ci sono ebrei coraggiosi che vedono la perversità di quanto viene compiuto, lo denunciano; sono minoranza certo, ma una minoranza che non teme di esprimersi contro le regole tribali delle loro comunità. Ma ciò detto, mentre si stava svolgendo l’episodio a cui abbiamo accennato, in Cisgiordania un colono israeliano, già sanzionato dagli USA, e poi con Trump riabilitato, uccideva un attivista pacifista palestinese che stava, insieme ad altri, cercando di bloccare dei bulldozer israeliani che distruggevano proprietà palestinesi. Avete letto sui grandi giornali, Corriere, Repubblica, Stampa, Il Giornale, Libero e via via scendendo editoriali severi, articolesse definitive e perentorie contro la violenza illegale, quotidiana, continua dei coloni appoggiati e difesi nella loro opera contro ogni legge di pulizia etnica? E, continuando, avete letto sempre su quei giornali commenti sdegnati perché l’assassino, il cui crimine è documentato da un video, è stato messo agli arresti domiciliari, invece che in galera dalla magistratura israeliana? Se ci sono stati, me li sono persi. Ecco di questa legna – oltre che degli orrori quotidiani commessi a Gaza –  si alimentano le forme stupide e ingiuste dell’antiebraismo. Quelle che provocano l’indignazione a comando dei giornali pro e contro il regime Meloni, e che non trovano parole per condannare la violenza perpetua della “loro” parte. Buona lettura e meditazione.

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CONTRO L’ODIO FACILE. L’ANTISEMITISMO NON È UNA RISPOSTA AL GENOCIDIO
di Lavinia Marchetti
Oggi permettetemi una riflessione non facile, ci ho pensato molto prima di scriverla. Combattuta da mille pensieri in contrasto tra loro. Sono sicura che molti di voi, probabilmente, la penseranno diversamente, altri la penseranno come me. In ogni caso non sono qui per giudicare, ma per confrontarmi. Non pretendo né di avere ragione né torto, pongo un pensiero dialettico.
La kippah, come il velo. Diversi nei secoli, ma simili nel bersaglio. Ricordo bene le settimane dopo l’11 settembre, le urla per strada, gli sguardi di sospetto sulle donne musulmane che portavano l’hijab. Bastava un pezzo di stoffa, un simbolo sulla testa, per diventare minaccia, venivano chiamati tutti terroristi. Non importa che fossero quasi due miliardi i musulmani. Erano tutti terroristi e trattati come tali. Protestavo allora, protesto oggi. Allora come oggi infatti non sopporto il conformismo dell’odio travestito da reazione.
Succede così. In un giorno d’estate, in una stazione di servizio sull’autostrada Milano Laghi. Un padre e un figlio scendono le scale per cercare un bagno. Portano la kippah. Parlano francese. Sono ebrei.
Qualcuno urla “Palestina libera”. Poi le voci si accendono. “Assassini”, “tornate a casa vostra”. L’uomo filma, resiste, urla a sua volta. Quando esce dalla toilette, una ventina di persone lo aspetta. Chiedono che cancelli il video. Lui si rifiuta. Lo spintonano. Cade. Il figlio viene nascosto da una donna in un angolo. Una scena da branco.
Così che si finisce per assomigliare a ciò che si dice di voler combattere. Il razzismo, quando cambia direzione, non smette di essere razzismo. L’odio che colpisce chi ha un nome, un simbolo, un segno sulla testa, non conosce giustificazione. Nessuna. E non è relativismo, è memoria.
Capisco l’esasperazione. La sento anch’io, leggendo ogni giorno il negazionismo di certi commentatori, il cinismo di certi intellettuali, l’oscenità delle risposte istituzionali. Capisco il grido che sale davanti alla barbarie, ai corpi dei bambini scavati dalla fame, alla negazione sistematica del genocidio in atto. Capisco perfino l’istinto di farsi giustizia da soli, come un riflesso. Ma poi capisco anche che non ha senso. Non si ottiene niente così perpetriamo solo la disumanità che combattiamo. Ogni volta che si colpisce un ebreo perché ebreo, si compie un atto che non è solo vile. È un gesto idiota, funzionale all’ideologia sionista che pretende di rappresentarli tutti, di tenerli tutti sotto lo stesso ombrello, e poi di usarli come scudo.
Chi odia i singoli, chi si scaglia contro il passante, chi strattona un bambino perché ha il padre con la kippah, rafforza proprio quel progetto identitario che pretende che l’ebreo venga confuso con lo Stato, la Torah invocata per legittimare l’esclusione, la Shoah trasformata in lasciapassare per la violenza.
Esistono ebrei che lottano contro la violenza coloniale d’Israele. Non per forma. Non da ieri. Da decenni.
C’è il gruppo Breaking the Silence, fondato da ex soldati israeliani, che raccoglie testimonianze dirette sulle azioni dell’IDF nei territori occupati. Raccontano le umiliazioni, i rastrellamenti, le esecuzioni mascherate. Ne hanno parlato a scuola, nei kibbutz, nelle strade di Tel Aviv, pagando con l’isolamento e le minacce.
C’è Jewish Voice for Peace, che negli Stati Uniti porta avanti la campagna BDS e denuncia apertamente la complicità delle lobby ebraiche con la politica genocidaria di Netanyahu. Migliaia di ebrei americani marciano ogni settimana, si incatenano, vengono arrestati.
C’è Judith Butler, che ha scritto con coraggio: “Se Israele agisce in mio nome, io ho il dovere di disobbedire”.
C’è Ilan Pappé, storico israeliano, autore di The Ethnic Cleansing of Palestine (2006), che ha lasciato l’università di Haifa dopo aver denunciato l’espulsione pianificata di centinaia di migliaia di palestinesi nel 1948.
C’è Nurit Peled-Elhanan, docente all’Università Ebraica di Gerusalemme, figlia di un generale israeliano, che ha perso la figlia in un attentato palestinese e ha scelto di dedicare la vita a raccontare come nei libri scolastici israeliani si disumanizzano i palestinesi.
Queste voci esistono. Parlano da anni. Si lasciano dietro le molotov verbali di chi li accusa di tradimento e le carezze interessate degli antisemiti che li usano come alibi.
Ma anche noi, che lottiamo per la giustizia, abbiamo un obbligo. Non dobbiamo soltanto rifiutare l’antisemitismo. Dobbiamo smascherarlo quando si traveste da militanza. Dobbiamo proteggere chi, tra gli ebrei, prende la parola contro la guerra. Chi rischia. Chi viene espulso. Chi è minacciato.
L’oppressione non ha bisogno di altri oppressori. La giustizia non ha bisogno di semplificazioni. Ogni volta che si prende di mira un uomo perché ebreo, si allontana la liberazione palestinese. Si sporca. Si indebolisce. Si consegna al nemico, al sionismo, il suo governo, il suo popolo complice che ci vuole antisemiti per continuare a fare quello che fa: guerre e distruzione in tutto il medio oriente e un genocidio.

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