Due Giorni nella Vita di Piccino. Decima Puntata. Benedetta De Vito.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, a cui va il nostro grazie di tutto cuore, offre alla vostra attenzione la nona puntata del fogliettone estivo su Piccino, che ha tradotto per Stilum. Le puntate precedenti le trovate: quiqui, e qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E anche qui. Buona lettura e condivisione.

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Decima Puntata

Era fin troppo abituato ad essere sudicio per anche solo pensare che potesse essere un problema, ecco perché non riuscì a spiegarsi il modo in cui Greggs lo sollevò per caricarlo a cassetta. Non si rese conto che Greggs avrebbe fatto lo stesso con un cagnetto sporco che sua signoria avesse raccolto per la via, ordinando di portarlo a casa.

Ma anche se non capiva bene che cosa pensavano di lui quei due illustri signori in livrea che sedevano vicini a lui, era ben consapevole che non stava affatto comodo e che i due non erano per nulla amichevoli. Il suo posticino lassù era a una vertiginosa altezza da terra e scendendo lungo la strada  sinuosa e in discesa sentiva molta paura soprattutto quando girarono su una curva a gomito. Facilissimo cadere giù e che paura al pensiero di attaccarsi a Greggs che si teneva lontano da lui con le molle.

Per raggiungere San Remo il viaggio era lungo lungo e a Piccino sembrò ancor più lungo. Per lui San Remo era un paese straniero avvolto nel sogno. Non ci era mai stato e ne aveva sentito parlare soltanto da Maria che ci era andata una volta in un carrozzino trainato da un asinello  e non aveva mai dimenticato l’emozione dell’avventura. Non vedeva l’ora di raccontare per l’ennesima volta le strade, le ville bianche, i negozi e i grandi hotel.

Piccino era così stanco che s’appisolò prima che la carrozza avesse percorso tutta la strada a ritroso, ma quando raggiunse la città lo svegliò il suono delle ruote e aprì i suoi begli occhi ancora pieni di sonno e il barbaglio delle luci lo abbacinò. Non erano granché come luci né così numerose ma a Piccino parvero abbaglianti e si sentì sconvolto da loro. Se ci fosse stata Maria accanto a lui si sarebbe stretto a lei e le avrebbe fatto un mucchio di domande su tutto, ma anche se fosse stato meno bebè e meno timido, si sarebbe ben guardato dal fare le stesse domande a Greggs, troppo inglese per rispondergli. Se gli italiani volevano parlare italiano tanto peggio per loro perché lui non avrebbe capito un’acca.

Piccino dunque fu portato in silenzio nelle stupefacenti strade di San Remo. Anche il gruppo di gitanti ora taceva dopo essere stato cullato per tutto il lungo tragitto tra boschi e filari di ulivi. Lady Aileen aveva persino cominciato a chiedersi se il suo piano l’avrebbe soddisfatta e divertita come aveva sperato. Anche Mr Gordon se lo domandava tra sé; l’altro signore in carrozza stava pensando alla Battaglia dei Fiori di Nizza, immaginando un nuovo schema floreale per la carrozza victoria di un’amica. L’unica persona che davvero pensava a Piccino era la ragazza che sedeva accanto a lady Aileen. Era una giovane intelligente e generosa; si domandava quanto gli sarebbe piaciuto il  cambio di vita e se aveva cominciato a sentire  già la nostalgia di casa.

La carrozza doveva salir su per una collina prima di raggiungere la villa di lady Aileen. Era una villa color di neve in alto in alto e aveva un giardino terrazzato che s’affacciava sul mare. Quando attraversarono le gran cancellate Piccino sentì che il suo cuoricino aveva preso a battere forte anche se non sapeva perché. C’erano grandi ombre di alberi, profumi di rosa, di fior d’arancio e d’elitropio. Sul terrazzo più alto s’ergeva la casa con un barbaglio di luce nel portico e bagliori sui vetri. Povero piccolo contadinello, come poteva non allarmarlo tutta quella maestà e quell’esagerato candore!

Ma una cosa lo fece sentire a casa. Oh, lo faceva stare tanto bene, davvero! Dietro il gran cancello udì un rumore famigliare. Era il forsennato guaire, il latrare eccitato, l’abbaiare di benvenuto di un povero cane esiliato in una cuccia ai confini del giardino, forse messo lì a far la guardia. Era tenuto alla catena , ma poiché era una creatura socievole, non gli piaceva stare tutto solo laggiù, senza potersi unire alla comitiva. Non aveva amici, non aveva compagni e non poteva né saltare di qua e di là né poggiar le zampe su vesti femminili o maschili lasciandovi affettuose orme fangose. Quindi non era felice e quando sentiva dei passi che s’avvicinavano tirava la catena e uggiolava e guaiva. Poiché le carrozze odoravano di casa quasi divenne pazzo di gioia e saltava e guaiva e faceva di tutto perché qualcuno gli desse retta. Era innamorato di lady Aileen che lo guardava a stento, ma una o due volte gli aveva detto: “Buono, bravo, bel cagnolino!”, mentre scivolava via chissà dove e una volta lo aveva guardato e gli aveva dato due colpetti affettuosi mentre lui si contorceva, elettrizzato fino al parossismo, ebbro di delizia.

Così avvenne che Piccino appena la carrozza passò la gran cancellata sentisse i guaiti del cane affamato d’amore, che parlava una lingua comune agli Italiani e agli Inglesi, ai contadini e ai nobili… I cani nelle catapecchie di Ceriani parlavano la stessa lingua del cane di lady Aileen e chiedevano una cosa solamente: che gli esseri umani li amassero e credessero al loro amore incondizionato. E Piccino, che era solamente un bellissimo bebè, capiva benissimo quella lingua e gli venne in mente la sua amica asina e si sentì non poi tanto lontano da casa, dalla stalla cadente e da Maria. Senza volerlo alzò nel buio il viso soffice, sporco e radioso verso Greggs.

“A chi il cane?”, chiese che vuol dire di chi è il cane.

“Ma che sta dicendo?”, disse Greggs al cocchiere.

“Deve avercela col cane”, rispose Hepburn. E continuò: “Ha detto qualcosa come “carney” e carney significa cane in italiano. Una lingua del diavolo da capire”.

E così non gli risposero e Piccino si rassegnò. Intanto la carrozza procedette lungo il viale d’entrata e si fermò davanti al portone. E l’uscio fu spalancato da una donna in divisa, rivelando un salone in splendore di luci, con quadri bellissimi e ornamenti e cose curiose appese sui muri e tappeti morbidi a terra e strane sedute e tanto mobilio che a Piccino parve la sala delle meraviglie.

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