Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, a cui va il nostro grazie di tutto cuore, offre alla vostra attenzione la nona puntata del fogliettone estivo su Piccino, che ha tradotto per Stilum. Le puntate precedenti le trovate: qui, qui, e qui. E qui. E qui. E qui. E anche qui. Buona lettura e condivisione.
§§§
Anche Rita lo guardò. Non era mai stata il tipo materno di persona e i bambini le aveva dato infiniti triboli e lavoro durissimo, sì, erano stati una prova e un peso. Le erano saltati addosso uno appresso all’altro, un’ingiustizia! Ogni nuova creatura un peso nuovo da portare e quando era nato Piccino le era parso un ciummo ancora maggiore di tutti gli altri.
Certo era stato un bene che le sue lunghe ciglia gli avessero fatto guadagnare da vivere così presto. Ora poteva salvare pane e asino per loro, un modo per scusarsi di essere venuto al mondo. Ma Rita non era il tipo da lasciarlo andare per niente.
“E’ bello come un angelo – disse – ha portato a casa la lira in quantità solo perché i forestieri lo ammiravano tanto. Ha le ciglia lunghe centimetri e quando sarà abbastanza grande per cantare…”
Lady Aileen si rivolse a Mr Gordon. “Le avevo detto che mi sarei comprata questa cosina che mi piace tanto”, disse.
A Rita disse: “Mi dica che cosa vuole. Le darò una cifra ragionevole. Ma non esageri, non le conviene. Lo voglio, ma non abbastanza da subire un furto”.
“Sarei una folle se provassi a tenerlo – disse Rita – se rimane, stasera non ci sarà niente da mangiare e nemmeno domani o dopodomani, a meno che non capiti un miracolo. L’illustre signora gli darà una bella casa, ricomprerà per noi l’asino e ci salverà dal morire di fame? Posso venire ogni tanto alla villa della signora a trovarlo?”
“Sì – disse Lady Aileen con fare pratico – e i miei servitori le daranno sempre qualcosa da mangiare e qualcosa da portare a casa. Potrà riprenderselo se lo vorrà”.
Disse quest’ultima cosa per due ragioni. La prima: sapeva che la madre non lo avrebbe voluto indietro perché sarebbe sempre stato una piccola risorsa. E secondo poi lei non era il tipo da affezionarsi e se la donna avesse iniziato a diventare noiosa, di certo non avrebbe sofferto a separarsi dal bambino. Lo voleva solamente per divertimento.
Come fu tutto quanto deciso Piccino non lo seppe mai. Mentre se ne rimaneva vicino all’asina, sua madre e i vicini, suo padre e Beppo e l’illustre signora, parlavano tutti insieme. Sapeva, certo, che parlavano di lui, perché udì più volte il suo nome, ma era troppo piccolo per ascoltare e per occuparsene.
Maria invece era tutta orecchie. Era eccitatissima e contentissima. Prima che l’affare fosse fatto scivolò verso Piccino e tentò di dargli delle spiegazioni.
“La signora ci ricomprerà l’asino – disse – di darà anche dei soldi, e tu andrai con lei a San Remo in carrozza. Vivrai nella sua magnifica villa, sarai un signorino e avrai tutto quel che desideri. Sarai vestito come il figlio di un re e avrai dei servi. Sarai ricco come i forestieri”.
Piccino, tutto timido, la guardò. Non era un dolce pupattolo da bomboniera, ma solo un animaletto delizioso e un’altra bocca da sfamare. Contava né più né meno come l’asino. Ma il lurido luogo dove mangiava e dormiva era casa sua, e lo faceva sentire strano tutto quanto pensare di girovagare per una casa sconosciuta.
Ma Maria era raggiante, sicura com’era della fortuna che aveva avuto e tutti, nel guardarlo, sentivano una strana eccitazione, e lui non voleva che l’asino fosse venduto ed era troppo piccolino per capire che non sarebbe potuto tornare quando voleva. E alla fine, quando tutto era stato deciso, si ritrovò al centro di una specie di processione trionfale che lo scortò alle carrozze. Sua madre, Maria e parecchi vicini lo accompagnarono lungo la strada e persino il vecchio Beppo seguiva a debita distanza, e l’asina, libera dal laccio, andava dietro al corteo, brucando ogni tanto un poco di verde erbetta.
Lady Aileen e Mr Gordon li avevano preceduti. Quando raggiunsero gli altri del gruppo, lady Aileen spiegò la bizzarria che aveva fatto e lo fece con la consueta freddezza che la caratterizzava.
“Ho comprato il bambino dalle lunghe ciglia – disse – e me lo porto dietro a San Remo, seduto a cassetta vicino al cocchiere. E’ troppo sporco per starci vicino finché non si fa il bagno”.
Nessuno aveva mai messo in discussione le sue decisioni e lei stessa non era abituata a farlo. Faceva semplicemente ciò che le girava e ogni decisione le pareva giusta. Non le importava un fico secco dell’opinione altrui, se la consideravano stravagante o meno. Affari loro, non suoi.
“Ha comperato Piccino!, esclamò uno degli amici. “Allora vuol dire che lo adotterà?”
“Non ho mai pensato in termini così seri – disse lady Aileen – me lo porto a casa e lo faccio lavare da cima a fondo. Una volta pulito, deciderò il da farsi. Ora mi interessa solamente vedere come sarà una volta ben lavato in un bel bagno caldo, ripassato con il borotalco alla violetta e con i capelli pettinati. Ecco tutto. Chissà che cosa penserà che gli sta capitando. Se ne occuperà Nicholson finché non troverò una nanny. Guardate, parenti e amici lo stanno scortando lungo la strada, già lo trattano con venerazione”.
Chiamò uno dei servitori.
“Greggs – disse – lei e Hepburn dovrete mettere il bimbo tra voi, a cassetta. Torna con noi a San Remo. Mi raccomando che non cada”.
Greggs andò dal cocchiere, con una strana espressione delle narici: “Abbiamo un bel mazzolino di narcisi da portarci dietro. Sua signoria dice che deve stare con noi alla guida”.
“Un bel tiro mancino per due come noi – disse il cocchiere – speriamo solo che non ci attacchi il tifo”.
Sotto questi auspici Piccino si imbarcò nella sua strana avventura.
