Due Giorni nella Vita di Piccino. Ottava Puntata. Benedetta De Vito.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione l’ottava parte del fogliettone estivo, che ha tradotto per voi. Le puntate precedenti  le trovate: quiqui, e qui. E qui. E qui. E anche qui. Buona lettura e diffusione.

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Così aveva preso un villino bianco come la neve, alto sul mare,  con un giardino pieno di palmizi, aranci, esili bamboo tra il verde e il giallo. Aveva invitato i nuovi amici a cena e per il tè, aveva organizzato delle escursioni. Ciononostante s’annoiava spesso e voleva un nuovo giochino che la divertisse. Ecco perché quando Mr Gordon le aveva suggerito di comprarsi Piccino, aveva pensato che sì, poteva provarci. In fondo se avesse trovato una scimmiettina graziosa, un cagnolino terrier, un rarissimo pappagallino o un cacatua, avrebbe di certo provato a comparli e Piccino, con quel suo visino sporco e bellissimo, con quelle ciglia lunghe così non le sembrava poi tanto diverso da un cuccioletto. Certo, sarebbe costato di più perché, quando, una volta cresciuto, avesse smesso di divertirla, avrebbe dovuto occuparsi di lui, ma aveva un mucchio di soldi e qualcuno, non lei, se ne sarebbe occupato. Vederlo non era obbligatorio, lo avrebbe mandato a scuola, poteva diventare un servitore di serie a. Lady Eileen non si faceva turbare dalla sua coscienza e le responsabilità proprio non le prendeva in considerazione.

Così dopo la visita a Ceriani  e a quanto altro interessava, chiese a Mr Gordon di andar con lei alla casetta sgarrupata che Maria le aveva indicato come dimora di Piccino. Maria aveva ottenuto un ottimo raccolto. Tutti erano tornati pieni di cosine buone e la saccoccia di Piccino era piena di soldi.

“Seguirò il suo consiglio”, disse lady Aileen, mentre insieme scendevano lungo la strada.

“Cioè?, chiese Mr Gordon.

“Comprerò il bambino”.

“Oh – disse Mr Gordon – può sempre comperare ciò che le piace?

“Quasi sempre”, disse lady Aileen e corrugò appena la sua fronte bianca e bella: “Non ho il minimo dubbio di poter comprare questa cosa che mi ha innamorato”.

Avvenne che arrivò precisa, al momento giusto. Nell’avvicinarsi udirono urli e strepiti ancora più forti di quelli che aveva sentito Piccino al mattino.

Il fatto è che il vecchio Beppo si era pentito della sua mollezza ed era tornato per portarsi via l’asina. Non l’avrebbe lasciata un’altra notte. Voleva farla lavorare lui. Si era portato dietro il pezzo di corda e lo aveva già legato intorno alla graziosa testolina grigia mentre la madre di Piccino, Rita, piangeva, gesticolava, vomitava ogni sorta di maledizioni. I vicini erano tornati a simpatizzare con lei, a capire che cosa sarebbe accaduto e i bambini avevano cominciato a frignare e Annibale a bestemmiare e il baccano era così forte che se lady Aileen non fosse stata la persona fredda e determinata che era si sarebbe potuta preoccupare non poco.

Ma non era preoccupata, non aspettò che Mr Gordon le desse il via libera, ma marciò diritta nel bel mezzo dell’alterco.

“Che cosa succede? – chiese in italiano – che cos’è tutto questo rumoraccio?”.

Poi, quando si furono ripresi dalla vista della gran signora, una dei forestieri di certo, Rita e tutti i vicini cominciarono a spiegare le loro ragioni. Si misero a tessere le lodi dell’asinella e se la presero con Annibale e proclamarono Beppo un malfattore, senz’anima, un ladro della vedova e degli orfani.

“Oh magari fossero senza padre i miei figli. Un pigrone, un orrido bruto, che gli toglie il pane di bocca. A vendere l’unico amico che li aiuta, il somarello!”

Il vecchio Beppo sembrava spaventato e invigliacchito quando lady Aileen gli si rivolse mentre tentava di svicolare insieme alla sua nuova proprietà tenuta al laccio dalla corda.

“Rimanga lì, non si muova!”, gli disse.

“Illustrissima – farfugliò Beppo – un milione di scuse. Ma devo lavorare e l’asinello è mio. L’ho comperato, è il mio asino, illustrissima”.

Lady Aileen conosceva fin troppo bene l’Italia. Tirò fuori il portafoglio in modo che Beppo lo vedesse bene, prima di voltargli le spalle.

“Resti dove è – gli disse – avrò ben da dirle qualcosa più tardi”.

Poi si girò verso Rita.

“La smetta di fare tanto chiasso – le disse – le devo parlare”.

“Che cosa avrà mai da dire a me, una poveretta, l’illustre signora?”. Piangeva Rita: “Dobbiamo morire di fame, io, i miei figli, la morte di freddo e di fame ci attende per la via”.

“Nemmeno per sogno”, disse lady Aileen. “Io ricomprerò il vostro asino, vi darò cibo e legna per l’inverno, per più di un inverno, se mi darete ciò che voglio”.

Rita e i vicini, in coro, esclamarono: se le daremo ciò che vuole, l’illustre signora! Che cosa c’è da volere in una baracca e che cosa mai potremo rifiutarle noi poveracci?

Lady Aileen accennò a Piccino che si era messo vicino all’asinella, aveva due lacrimoni sulle ciglia mentre si stropicciava il naso.

“Voglio che mi prestiate il vostro bambino”, disse. “Voglio portarlo via con me, a casa mia, voglio tenerlo con me, starà molto meglio che qui”.

I vicini fecero una esclamazione tutti insieme. Rita rimase ferma con lo sguardo fisso per qualche istante.

“Piccino! – disse poi – volete prenderlo e renderlo figlio vostro?”. Girandosi dall’altra parte esclamò: “Madonnina mia, sono le ciglia!”

Lady Aileen scrollò le spalle leggermente. “Non posso renderlo mio figlio – disse – ma me ne occuperò. Vivrà con me, avrà da mangiare e da vestirsi e si divertirà”.

Maria strinse tra le mani un lembo del grembiule.

“Mamma – disse – sarà un “signorino”. Andrà a spasso nella carrozza dell’illustrissima. Sarà come un principino”.

“Come un principino, come il figlio di un re!”, gli fecero eco i vicini di casa. E tutti quanti guardarono Piccino, sporco come era, con aria solenne.

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