Due Giorni nella Vita di Piccino. Terza Puntata, Benedetta De Vito.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito offre alla vostra attenzione la terza parte del piccolo racconto che sta traducendo per voi. La prima parte la trovate qui, e la seconda qui. Buona lettura e diffusione.

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Terza parte

Bello come era, tuttavia c’erano giorni in cui anche la più entusiasta delle signore non avrebbe osato prenderlo in braccio. A dirla tutta capitava di rado che si avesse il coraggio di andar oltre il semplice ammirare gli occhioni neri e tirare torte e “soldi”. Bastavano quei suoi occhioni a guadagnar torte e soldini, e più cresceva più guadagnava, al punto tale che non solo Maria e gli altri bambinetti, ma anche sua madre iniziò a considerarlo una fonte di reddito.

“Speriamo che crescendo impari anche a cantare – disse sua madre – pensa quanto metterebbe in tasca se andasse a cantar davanti agli alberghi e nei giardini delle ville. Tutti gli darebbero qualcosina. Son ben strani questi forestieri pronti a dar denaro a un bambino solo perché ha le ciglia lunghe. Ringraziando la Beata Vergine Maria, le ha davvero lunghe queste ciglia! A volte mi chiedo se non gli danno noia!”.

Sua madre era la più povera tra i poveri. Aveva sette figlioli e per casa una baracca e niente da vestire e da mangiare. Suo marito era un buono a nulla, che potendo non lavorava e che, se riusciva a raggranellare qualcosetta, se la spendeva subito per paura che gliela portassero via per stravaganze come cibo e fuoco. Se Piccino non fosse stato un contadinello italiano sarebbe morto di fame e di freddo prima che la sua avventura cominciasse; sì è che in Riviera il sole splende e l’aria e dolce e la gente par nata con una allegra spensieratezza nei riguardi delle spiacevolezze del mondo.

Piccino poi era felice come un coniglietto, come un giovane uccellino o un cerbiatto. Non appena le gambette lo avevano retto in piedi, eccolo correre di qua e di là, trascorrendo giorni beati. Giorni fatti di sole caldo, di erba profumata, di fiori che parevano salutarlo durante i suoi ruzzoli, le sue corse tra gli ulivi; un buon pane nero e fichi che divorava dopo averli tenuti in equilibrio sulla schiena. E poi giorni trascorsi con Maria che se lo portava dietro in posticini erbosi dove dei gran signori sedevano e mangiavano e che, alla fine della festa, gli regalavano dolcetti, ossetti di pollo e soldi, ripetendo all’infinito che era il più bel bambino del mondo, che aveva un paio di occhi bellissimi, e, oh, quelle ciglia!

“Guardate che ciglia che ha questo bambino!”, esclamavano, e guardate come sono spesse e lunghe!”.

A volte Piccino si stufava delle sue ciglia e si rannuvolava, ma poi, era abbastanza italiano per capire che qualcosa di buono ce l’avevano se portavano tanta grazia. Un giorno un uomo giunse da solo da Ceriani e persuase sua madre a farlo sedere su un sasso. Gli fece un ritratto e pagò parecchi franchi a sua madre che ne fu felicissima; ma Piccino non era stato contento; una pizza restarsene fermo per ore su un sasso.

Questo fatto accadde un anno prima dei due giorni terribili.

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