Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, Americo Mascarucci, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su un’impresa editoriale di diversi anni fa, e che ebbe elementi di novità e freschezza. Buona lettura.
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Il giornalismo è stata sempre la mia grande passione e devo dire che questo amore in realtà non è stato per me casuale. Correva l’anno 1993, e per la prima volta presi in mano un giornale “diverso”, ovvero uno di quelli che mi apparivano controcorrente nel panorama di un’editoria sostanzialmente omologata ed egemonizzata dai grandi quotidiani appartenenti ai maggiori gruppi industriali e finanziari (Agnelli, De Benedetti, Berlusconi, Mediobanca, Cuccia).
Quel giornale si chiamava l’Indipendente ed era diretto da Vittorio Feltri. Era un giornale diverso, fatto sostanzialmente di opinioni collegate delle notizie, con pochissima cronaca e senza sport (che a me non interessava), un quotidiano che, unico in Italia, era schierato con la Lega di Umberto Bossi che tutti i media tradizionali descrivevano come un rozzo barbaro. Erano gli anni di Tangentopoli, degli arresti eccellenti, delle monetine, delle gogne mediatiche contro i potenti della politica, del “dagli al ladro”, in cui lo stato di diritto sembrava scardinato in favore di una repubblica giudiziaria dove a dominare era la figura del grande moralizzatore Antonio Di Pietro.
L’ Indipendente mi piaceva, perché sosteneva sostanzialmente che se tutti i partiti di governo erano zozzi, malfamati, corrotti, non era certo affidandosi alla sinistra, e a personaggi come Occhetto, D’Alema, Leoluca Orlando, Bertinotti, Cossutta, che si poteva pensare di salvare la dignità del Paese. Berlusconi non si era ancora palesato come politico e quindi trovai assolutamente giusto guardare verso quelle formazioni, come appunto la Lega, ma anche la destra missina, che in quel momento offrivano una concreta alternativa alla quasi scontata vittoria della sinistra.
E l’Indipendente di Feltri sostenne l’esigenza di uscire dallo schema tipico dell’ omologazione culturale e mediatica dell’ epoca, che descriveva Bossi come un personaggio pericoloso ed eversivo che voleva dividere l’Italia, e Fini un pericoloso fascista pronto a restaurare una dittatura a base di olio di ricino e manganello. E fu grazie anche all’ informazione anti conformista dell’Indipendente di Feltri, se a Milano il leghista Marco Formentini diventò sindaco sconfiggendo il sinistro Nando Dalla Chiesa e a Roma Fini riuscì ad andare al ballottaggio contro Rutelli e a fare uscire la destra missina dal ghetto dell’ antifascismo.
Poi arrivò Berlusconi che ebbe il grande merito di mettere insieme il campo alternativo alla sinistra e a sconfiggere la gioiosa macchina da guerra degli ex post comunisti. Berlusconi, cui non mancava il fiuto politico ed editoriale, rimasto orfano di Indro Montanelli che lasciò la direzione de “Il Giornale” proprio in disaccordo con la discesa in campo del presidente Fininvest, chiamò Feltri a sostituirlo convinto in questo dai numeri de L’Indipendente, quotidiano in costante ascesa che proprio il Vittorio nazionale aveva ereditato con modeste tirature e fatto crescere in qualità, numero di copie e soprattutto in capacità di fare opinione.
A mio giudizio Feltri sbagliò ad accettare la proposta di Berlusconi, perché si ritrovò, da battitore libero quale era, a diventare suo malgrado il direttore del giornale del leader di Forza Italia e quindi ad essere ritenuto poco indipendente nelle sue analisi politiche (anni dopo quando ha fondato Libero disse che finalmente avrebbe potuto parlare bene di Berlusconi senza essere accusato di stare nel suo libro paga).
Dopo l’addio di Feltri, ad assumere la guida de L’Indipendente fu la sua vice Pialuisa Bianco che decise di sostenere Forza Italia a scapito della Lega. Operazione senza dubbio azzeccata sul piano politico visto che Berlusconi era l’unico a poter guidare il centrodestra che né Bossi, né Fini per altro in forte competizione fra loro, avrebbero potuto condurre alla vittoria, ma ciò inevitabilmente comporto’ un calo di vendite e di lettori dal momento che si trovò ad essere una sorta di fotocopia de Il Giornale di Feltri, o de Il Tempo di Roma, nonostante continuassero ad essere pubblicati in prima pagina gli editoriali di Massimo Fini chiaramente filo leghisti e spesso apertamente critici con Berlusconi.
I lettori berlusconiani seguirono Feltri a Il Giornale, quelli della Lega non si ritrovarono più rappresentati dal quotidiano della Bianco, quelli di destra erano più legati al Tempo oltre che al quotidiano di partito “Il Secolo” e quindi per l’Indipendente iniziò un inevitabile declino. Smisi di acquistarlo quando a sostituire la Bianco fu chiamato ‘dentone” Funari, ottimo ed efficace conduttore televisivo ma privo di qualsiasi competenza nella direzione di quotidiani, che chiamò al sul fianco un giornalista di stampo “montanelliano” Luigi Bacialli, uno di quelli che avevano lasciato Il Giornale in polemica con Berlusconi.
Appariva evidente come l’Indipendente rischiasse di appiattirsi sul coro dei quotidiani antiberlusconiani già ampiamente nutrito, e ciò portò tanti lettori come me a dire addio per sempre al nostro giornale. Negli anni a seguire l’ottimo Daniele Vimercati, giornalista di talento purtroppo scomparso in giovane età per una grave malattia, tenterà di ridare vita all’ esperienza de L’Indipendente ma legandosi troppo alla Lega di Bossi nelle sue derive secessioniste e nel suo maldestro tentativo di aprirsi una strada alternativa tanto al centrodestra berlusconiano che al centrosinistra prodiano in favore di un terzo polo, circoscritto però elettoralmente al Nord.
Eppure nonostante tutto, io non ho mai dimenticato quel giornale con le pagine rilegate che potevi leggere senza il rischio che il vento ti facesse volare via le pagine, e se poi ho deciso di fare il giornalista fra mille difficoltà, problemi di ogni tipo, la contrarietà di mio padre e di quanti mi dicevano che i giornalisti muoiono tutti di fame e non hanno nessuna sicurezza economica, lo devo proprio a L’Indipendente che mi prese cuore e anima, mi appassionò e mi fece scoprire quanto fosse bello il mondo della comunicazione.
E se oggi guardando indietro forse non rifarei certe scelte politiche che abbracciai con l’ingenuità, la passione e la voglia di cambiare il mondo tipica dei ventenni che non avevano ancora internet e non conoscevano i social e si formavano ancora leggendo quotidiani, settimanali e mensili, tornerei certamente ad acquistare e ad appassionarmi alla grande avventura dell’Indipendente, un giornale diverso che faceva imbestialire i soloni della sinistra e dei salotti radicali chic.
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