Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, ecco la seconda puntata del racconto “Due Giorni nella vita di Piccino” che Benedetta De Vito, a cui va il nostro grazie, traduce per voi dall’opera di Frances Hodgson Burnett, l’autrice del classico di ogni tempo “Il giardino segreto”. A questo collegamento la prima puntata. Buona lettura e diffusione.
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La sua famiglia viveva nei pressi di una piccola strana città alquanto vecchiotta, che si allungava dietro a uno dei luoghi più alla moda della Riviera italiana. Quella piccola strana città, relitto dei tempi che furono, era meta preferita dei ricchi stranieri che desideravano vederla. Rimaneva a due o tre ore di viaggio dal resort alla moda e quei tipi ricchi e allegri, che altro non facevano se non divertirsi, si organizzavano in gruppi per scarrozzarsi lungo la strada che saliva dalla costa tra filari di ulivi e s’immergeva nelle colline. Si portavano dietro i servitori e vagonate di cosine buone da mangiare che le persone di servizio avrebbero spacchettato e disteso su bianchi teli in un angolino erboso, al riparo del sole. Lì avrebbero mangiato e bevuto vino e riso e poi via a visitare la vecchia cittadina di Ceriani dove gli abitanti, le buffe casupole, tutto sembrava molto interessante.
Per i bambini di Ceriani e dei dintorni le escursioni dei villeggianti erano una festa deliziosa. Quando udivano approssimarsi una carrozza si riunivano in schiera e andavano a caccia del ritrovo. Una volta trovato, si mettevano seduti in file ordinate, vicini al punto giusto, e guardavano come se stessero al teatro, dopo aver pagato il biglietto. Erano tutti provetti campioni nell’arte di chiedere l’elemosina e sapevano che i “forestieri” portavano sempre un gruzzolo di spicci da dare o per buon cuore o per essere lasciati in pace. Sapevano anche che gli avanzi non venivano mai rimpacchettati se c’era qualcuno disposto a chiedere. Quindi se ne rimanevano lì, allegramente, osservavano il festino e chiacchieravano tra loro, mostrando i dentini bianchi in ampi sorrisetti, sicuri di poter presto mietere un bel bottino prima che le carrozze tornassero indietro fino a San Remo e ai tanti alberghi dai terrazzini bianchi.
Il mercato di Piccino si era rivelato durante una di queste gite. Quando era un bebè e sua sorella Maria, che era la sua piccola guardiana, se lo caricava in braccio o su una spalla, correndo dietro alla comitiva di bambini, per tema di restare indietro, si erano presto accorti che i “forestieri”, prima di ogn’altra cosa, guardavano la testolina scura del bambino e i suoi occhioni neri. Una volta scattata la malia di Piccino, ecco che sui bambini si riversavano meraviglie. Più torte, più panini e cosciotti di pollo e uccellini allo spiedo e quando Maria riceveva le monetine d’argento per conto di Piccino, si ritrovava persino dei franchi tra le mani perché era lei che s’occupava di Piccino. Quindi poi, per non far dispiacere agli altri bambini, piovevano “soldi” per tutti quanti e tornando a casa i piccolini si sentivano soddisfatti per il gran lavoro svolto. Un giorno sprecato, per loro, era correre dietro alle carrozze invano oppure teste scosse in segno di no al loro implorante “Uno soldino, bella signora, bella signora!”. Per Piccino, gli americani e gli inglesi che venivano a stare in Riviera lo facevano solamente per fare la carità o per essere gabbati e per vedersi sfilare i dindini da loro.
Maria era assai intelligente. Mica si era portata in collo per dodici anni i fratellini e le sorelline per niente! Aveva presto capito che cosa attirava denaro e prelibatezze. “E’ a Piccino che voglion dar tutto, ecco!”, disse. “Vedono i suoi occhi, lo vogliono guardare, vogliono toccargli le guance, veder le fossette quando ride. A me non mi guardano così e neppure a te Carmela.
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