Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, abbiamo appena letto, e offriamo alla vostra attenzione, questo post di Lavinia Marchetti, a cui va il nostro grazie, su Facebook,. Buona lettura e diffusione.
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E SE A PAOLO MIELI BOMBARDASSIMO LA CASA, GLI UCCIDESSIMO QUALCHE PARENTE E LO MANDASSIMO AL 41 BIS, PER SEMPRE, SENZA AVER FATTO NULLA, TROVEREBBE LA SUA CELLA “UN’ISOLA ORDINATA”?
di Lavinia Marchetti
Luglio 2025. Paolo Mieli, una delle penne più celebrate del giornalismo moderato (non dimentichiamo mai che sono i moderati che fanno le guerre, tagliano la sanità, tolgono diritti sul lavoro, mandano la polizia a fare il lavoro sporco) italiano, non trova di meglio che chiamare “isola di ricostruzione ordinata” quella che il ministro israeliano della Difesa ha già nominato una “città umanitaria” da costruire sulle macerie di Rafah, in cui 600 mila palestinesi sfollati verrebbero reclusi per sempre. “Una volta dentro, non potranno più uscire”, ha dichiarato Israel Katz. Mieli annuisce, contempla, razionalizza, candidamente. In effetti potremmo provare a bombardare la casa di Mieli e poi metterlo in carcere al 41 bis, senza che abbia fatto nulla e vedere se la trova un’idea intelligente.
Lo fa a In Onda, su La7, mentre Giovanna Botteri lo fissa con occhi larghi, incapaci di contenere lo sgomento. Ma Mieli insiste, più lucido che mai nel suo freddo pragmatismo:
“Non potrebbero uscire perché tu devi fare un’isola di ricostruzione dove tutto è ordinato. Non si può ripetere il caos nella distribuzione degli aiuti. Forse è un’idea del piffero, ma alternative ne vedo poche”.
Un’“isola ordinata”. Il linguaggio dell’ordine che scavalca la giustizia. Il lessico del “realismo”, che in realtà è sempre il linguaggio della disciplina, del mondo concentrazionario, dell’autorità cieca che organizza la vita altrui senza mai dovervi partecipare.
Quando Marianna Aprile gli dice chiaramente che l’idea la inquieta perché somiglia a un campo di concentramento, Mieli si schermisce:
“Io colgo il primo cenno di una Gaza in cui si fa la pace, si inizia a ricostruire con la popolazione di Gaza che rimane dentro Gaza”.
Ma quale pace si fa dentro un recinto?
Quale ricostruzione si avvia su un popolo che è stato sfollato, affamato, braccato e ora viene nuovamente schedato, selezionato con “procedure di sicurezza” (ovvero controllo biometrico e selezione etnica), e poi chiuso a tempo indeterminato in un lembo bombardato?
Mieli non usa la parola “campo”, ma ne sposa l’intelaiatura.
L’internamento permanente viene nobilitato in “segnale”.
“Non ci vedo la creazione di un campo di concentramento”, ribadisce Mieli, “È la prima volta che si accenna a una ricostruzione di Gaza coi palestinesi presenti, sia pure solo a Rafah, sia pure solo con 600 mila”.
Sia pure. Solo. La semantica della tolleranza condizionata. Mieli non riesce nemmeno a nominare i numeri reali dello sterminio in corso. Per lui ciò che conta è che per la prima volta si immagina di lasciare 600 mila superstiti vivi in mezzo alle rovine, in modo “organizzato”. Una gabbia pianificata è preferibile, pare dirci, al caos della fame. È il trionfo della bio-politica più oscena: non garantire vita degna, ma “contenere la sopravvivenza”. Uno zoo.
Quando Aprile propone, come unica alternativa sensata, il reciproco riconoscimento del diritto all’esistenza e lo stop ai bombardamenti, Mieli scrolla le spalle:
“Smettere di bombardare è la precondizione. Però non è che tu smetti di bombardare e gli ostaggi israeliani rimangono là senza riconoscere il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele. Questo no”.
La logica è chiara: finché ci sono ostaggi, i palestinesi devono essere puniti collettivamente. Finché Hamas non si dissolve, 2 milioni di civili possono rimanere sotto embargo, recintati, affamati. Una logica criminale, che Telese (il che è tutto dire) contesta apertamente:
“I civili affamati, bombardati e colpiti dalle rappresaglie di Israele non hanno responsabilità della detenzione degli ostaggi”.
Ma Mieli rilancia il più abusato tra gli argomenti che la storia del giornalismo italiano ricorderà come vergognosi:
“Credo che Hamas sequestrasse il cibo che entrava attraverso i canali dell’Onu. Io penso che ci siano anche, a differenza forse vostra, dei difetti di Hamas”.
Ecco il punto. Quando le bombe piovono sulle tende degli sfollati, quando i bambini muoiono senza acqua e la fame è sistematica, l’analisi di Mieli non inizia dal potere distruttivo dell’esercito israeliano, ma dai “difetti” di Hamas. Un modo perverso di deviare ogni responsabilità, spostando la colpa sulla vittima. Si tratta della stessa logica che ha legittimato ogni crimine coloniale: “qualcosa avranno fatto” e se non lo hanno fatto comunque la loro esistenza è una minaccia e quindi vanno eliminato per il “bene” di tutti.
La verità è che Paolo Mieli, come una parte estesa dell’intellettualità italiana, ha ormai smarrito ogni parametro etico. Riesce a concepire come “soluzione” (finale?) un’enclave in cui esseri umani vengono trattenuti senza possibilità di uscita. Ha interiorizzato il panopticon di Bentham, e vi intravede, testualmente, “un inizio di pace” (sticazzi. Pure a auschwitz non ci si lamentava troppo). Un’idea del piffero? Sì. Ma non in quanto ingenua. Lo è perché criminale.
Quel che è più agghiacciante, tuttavia, è che la sua logica sia condivisa. È la logica di chi vuole sedare le coscienze con formule asettiche: “ricostruzione”, “ordine”, “screening di sicurezza”. È il gergo della modernità disumana, che chiama “soluzione urbanistica” ciò che è segregazione, e “ordine” ciò che è terrore.
Questa non è Gaza. Questo è il lessico di una Shoah capovolta. E Mieli, testimone della storia del Novecento, dovrebbe essere il primo a capirlo.
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12 commenti su “Lavinia Marchetti Commenta Paolo Mieli, G4z4, e l’Isola Ordinata che Somiglia Tanto a un Lager.”
Temo che ai più sfugga il senso profetico di quel che accade.
Forse si è persa la capacità di interpretare il presente e pertanto “vedere” il futuro. Eppure è un dono ricevuto con il battesimo…
I segni sono innumerevoli: persecuzioni, guerre, omicidi, ruberie, inganno, mistificazione, falsità…
Questo mondo così com’è è destinato alla distruzione. Autodistruzione.
Se pare ancora stare in piedi è solo per i santi martiri che ancora lo abitano. Ma stanno finendo, li stanno “finendo” uno ad uno. Quando saranno meno di 10 – per parafrasare la Bibbia – vedremo….
Non è né pessimismo né catastrofismo né essere profeti di sventura: odio, morte e distruzione sono le vere divinità di questo mobdo. D’altronde, chi è il principe? Che dobbiamo aspettarci da chi vuole la guerra, lo sterminio, l’ingiustizia, e fa dell’arroganza e della prevaricazione una banfiera?
E’ sempre stato così, si. Ma prima era Tizio o Caio e potevano fare danni, anche tanti danni, ma solo qui o la. Oggi la scala è globale.
Vogliono guerra, morte, sterminio e distruzione.ve l’avranno.
Ma preferisco essere vittima che avere a che fare con loro anche per poco. Perché a me interessa non “domani” ma l’eternità. Che loro nemmeno sanno cosa sia, anche se credono d’essere immortali.
Il bene è detto male e il male detto bene. Il tempo è più che vicino: è questo.
Ricordatevi: non abbiamo a che fare con delinquenti, pazzi e assassini… No, abbiamo a che fare con persone malvagie. Abbiamo a che fare con il loro padrone.
Occorrerà vedere chi vincerà nel lungo termine e come sarà raccontato il tutto (con relativi antefatti, veri o presunti, che “giustificano” le varie azioni successive compiute).
Il generale americano Curtis Lemay, che nel marzo 1945 bombardò Tokyo confessò: “a 5000 piedi potevi sentire l’odore della carne bruciata. Se avessimo perso saremmo stati condannati come criminali di guerra.” Ma cosa rende un’azione non immorale se vinci e immorale se perdi?
Tornano in mente le parole di Andreotti
Il concetto era
Se lasci delle persone in una città chiusa in un campo di concentramento poi non ti aspettare che chi vive lì ti porti le rose…
Finché non si avrà il coraggio di sanzionare Israele e di rimetterlo in riga non ci sarà Pace per le altre popolazioni
Occasionalmente il nostro soffre di reflussi di onestà e/o esibizionismo di conoscenze precluse alla massa vaccina.
Fra tutte le ragioni possibili e immaginabili proprio quella; “prima gli anziani” in nazistese corretto si dice eutanasia.
https://www.youtube.com/watch?v=QZiq-ok9jA8
Per le cronache: dopo aver preso una pastiglia di Mentana si unì ai peana bergogliosi per i liquidi d’amore.
A proposito di storici e intelligenza in tempo reale, ricorsi e farse.
https://www.youtube.com/watch?v=lVN8J_T9DNc
Quant’è bella libertà
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser fesso, sia:
di quand’è tardi la piangerà.
egli è un kuzaro suprematista.il peggio del peggio
Grazie per questo articolo, analisi sopraffina, meglio che non definisca Mieli nazisionista altrimenti mi bannano, ah no, è la verità
Non conoscevo Lavinia, ma ha fatto una splendida analisi e il parallelo del titolo è evocativo, ma persone come Mieli considerano il non-occidente come popolo inferiore
Quante parole inutili: mieli (minuscolo) è semplicemente ebreo.
Non sono d’accordo. Ci sono molti ebrei coraggio, onesti e lucidi che combattono contro questa follia. Solo qualche nome: moni ovadia, max blumenthal, norman finkelstein, anna foa, voce ebraica per la pce, jewish voice for peace, le centinaia di firmatari di prese di posizione in Italia, Stati Uniti, gran Bretagna, e tutti quelli che in Israele si oppongono…per non parlare dei giornalisti di Haaretz.Ma ciascuno è responsabile davanti al suo dio, se ne ha uno, e alla sua coscienza di essere umano.
Quelli citati qui sopra semplicemente non seguono la religione ebraica. Se la seguissero, penserebbero che esiste una morale per chi appartiene a quella religione, e una morale differente per chi non la segue. I ragionamenti di Mieli seguono questo principio: chi non appartiene al club è di serie b e come tale va trattato.
È vero ma sono quattro gatti, il 99.9% tacciono, acconsentono e si prendono tutti i vantaggi del far parte di quella gang.
invece vanno analizzati, altro che inutile, questa gente va in TV e parla a milioni di persone.
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