Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, che ringraziamo di tutto cuore, offre alla vostra attenzione un piccolo feuilleton, di cui questo è l’inizio…La traduzione di un piccolo racconto di Frances Hodgson Burnett, l’autrice del classico di ogni tempo “Il giardino segreto”. Buona lettura e diffusione.
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Due giorni nella vita di Piccino
Se avesse vissuto fino a cent’anni, come Giuseppe, che era il trisnonno di Roberto, che si muoveva solo se aiutato, e sedeva al sole, giocando con pezzetti di spago – se avesse vissuto così a lungo non avrebbe mai e poi mai dimenticato quei due giorni strani e terribili.
Quando ne parlavo con i suoi compagni di gioco un poco più grandicelli di lui, specialmente con Carlo – che era pastore delle pecore, e non temeva un bel nulla, neppure di prendere in giro i “forestieri” – essi gli dicevano che era stato uno sciocco, un merlo, che se quella gente era pronta a dargli qualsiasi cosa, non poteva certo essere un gran male e che si poteva benissimo mandar giù il boccone amaro, se non fosse per l’acqua, quella sì una cosa tremenda…
E’ anche vero che, con gli anni, dopo la morte della madre e le seconde nozze del padre – la grossa Paula che s’accendeva di bile e lo picchiava – e quando doveva occuparsi di pecore e capre e restar lassù in collina tutto il santo giorno con la giacchetta sdrucita e poco da mangiare – perché Paula diceva che non si era guadagnato il sale e che lei aveva i suoi figli da sfamare – bè, allora gli veniva una gran nostalgia di tutto quel ben di Dio che non aveva voluto mangiare in quei due giorni tremendi e si domandava se avrebbe agito così anche nelle attuali, mutate circostanze. Ma questo accadeva solo quando era molto affamato e sferzava il maestrale e il Mediterraneo si colorava di grigio anziché di blu.
Era talmente piccolo quando tutto era accaduto! Non aveva ancora sei anni e quando un bambino ha meno di sei anni non si è ancora pronti ad affrontar la vita da soli; e anche un villanello italiano, che trascorre la sua vita tra pecore e asinelli, i quali formano, per dire così, il suo circolo domestico, è ancora in qualche misura una specie di bebè ed è meglio che una sorella, un fratello o la mamma gli tengano gli occhi addosso perché non finisca per farsi molto male. In più Piccino era stato considerato dalla sua famiglia come una sorta di capitale e aveva sempre gli occhi addosso, più degli altri.
Le cose stavano così. Piccino era carinissimo, meravigliosamente carino! I fratellini e le sorelline non erano certo delle beltà, ma lui, fin da primo giorno, era stato una vera bellezza e ogni giorno che passava lo rendeva ancora più bello. Quando era così piccolino da essere impacchettato come una palletta di panni, arrotolato in bendaggi piuttosto disgustosi, aveva già iniziato a mostrare che occhioni aveva, occhi grandi, scuri, immensi, con ciglia che parevano frange di velluto.
Quando iniziarono a crescergli i capelli, ecco che erano di seta deliziosa e arricciati in anelli sulla sua testolina rotonda. Le guance e il mento erano tondini, paffuti e teneri, e le fossette andavano a venivano al primo riso. Tutti lo guardavano, tutti lo lodavano. Un “Gesù bambino” lo chiamavano le paesane. Così erano solite sempre chiamare i bambini straordinariamente belli perché la loro idea di bellezza si fondava sulle figurine di cera, riccamente abbigliate, che vedevano in chiesa.
Ma più di tutti, erano i “forestieri” che lo ammiravano ed ecco il motivo del suo valore.
(continua)
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1 commento su “Due Giorni nella Vita di Piccino. Benedetta De Vito.”
Grazie Benedicta!♥️
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