Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione qualche spunto di riflessione sulla nostra capacità di dialogare. Buona lettura e meditazione.
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ABBIAMO CREDUTO D’INTENDERCI
NON CI SIAMO INTESI AFFATTO
Questa volta non la faccio troppo lunga e mi limito a “pennellare” la situazione planetaria impelagante.
Di recente, mi sono imbattuto nei due brani che seguono, e che, a mio avviso, ben si attagliano ai tempi attuali dilaniati da una confusione conflittuale, tanto dialettica quanto armata, che ha raggiunto punte di esaperazione più che preoccupanti, manco a dirlo anche nella Cristianità.
«Ma il guaio è che voi, caro mio, non saprete mai come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io, nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto».
Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila.
«Il legame che unisce il significante al significato è arbitrario, o ancora, poiché intendiamo con “segno” il totale risultante dall’associazione di un significante e un significato, possiamo dire più semplicemente: il segno linguistico è arbitrario».
Fernand de Saussure, Corso di linguistica generale.
Sintetizzando: le parole in quanto segni sono vuote e arbitrarie, quindi riempite di senso soggettivo. O forse dovremmo dire svuotate del loro senso proprio perché riempite di senso soggettivo? Ispido dilemma.
Gli è che una comunicazione univoca fra esseri umani è … regolarmente impossibile, o eccezionale a conferma della regola. «La stessa lingua e le stesse parole», i «segni», non favoriscono la convergenza delle singole soggettività bensì ne provocano la divergenza (proliferazione dei “punti di vista”). Così nel Cristianesimo: il medesimo Cristo, le medesime Sue parole, sono (da sempre) causa di divisione invece di unità; ma non nel senso da Lui indicato, bensì di divisione fra coloro che Lo seguono (o presumono di seguirLo). E così ecco il paradosso: i divisi fra loro predicano … l’«ut unum sint»! Divisione interna al “popolo eletto”, al “nuovo Israele”, secondo che dice Paolo dei cristiani: «E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio» (Gal 6,16): giudeo-cristianesimo duro a morire, offuscante, anzi annullante il Cristianesimo romano, quindi universale, che travalica le mille miglia la setta israelita minoritaria e tuttavia predominante grazie all’escogitazione della continuità fra Vecchio e Nuovo Testamento e con la punta di spada alla gola: leggere il Vecchio alla luce del Nuovo.
Gli è che ogni singolo soggetto è condizionato dalla combinazione delle in-formazioni accumulate attraverso gli anni e dalle esperienze di vita che sono andate costituendo la propria forma mentis, così definita succintamente dal Vocabolario Treccani:
«Struttura mentale, soprattutto con riguardo al modo di considerare e intendere la realtà, quale si determina nell’individuo, per indole e per educazione».
Qui la parola-segno decisiva è «STRUTTURA», da STRUERE, costruire, ammassare, per la quale vale la pena di entrare in dettaglio (traggo quanto segue da meritidiesserefelice.com, le maiuscole sono mie):
«Per forma mentis s’intende quella STRUTTUTA PROFONDA E COMPLESSA che sottostà alla mente umana. Questa è ciò che INFLUENZA la nostra percezione della realtà, le nostre scelte e le nostre reazioni ad eventi circostanti. La forma mentis, in sostanza, va a COINVOLGERE l’enorme vastità di sfumature del pensiero umano e dell’interazione con il mondo circostante. Ad ogni modo, la forma mentis non si limita soltanto alle apparenze. Questo termine COMPRENDE tutti quegli atteggiamenti sottostanti, pensieri impliciti e le reazioni istintive che una persona può avere in varie situazioni. È un termine che va oltre il solo concetto di “mindset” (insieme di convinzioni, valori, aspettative e atteggiamenti che guidano il comportamento e le scelte di una persona, ndc), includendo anche le STRUTTURE COGNITIVE PIÙ PROFONDE E COMPLESSE che GUIDANO il modo in cui percepiamo, elaboriamo e rispondiamo al mondo esterno».
La forma mentis è quindi una STRUTTURA MASSICCIA che, alla lettera, occupa la Coscienza che in sé non ha forma e ne subisce la coercizione. Impossibile, senza un’accurata e coraggiosa introspezione, rendersi conto di come la forma-struttura mentale piloti, alla lettera, il pensare e l’agire. Sennonché la Coscienza è radicalmente prima di tutte le Scritture di tutte le religioni (come di tutte le teorie socio-economico-politiche): senza la Coscienza nessuna Scrittura avrebbe potuto essere ispirata, recepita e scritta, nessuna dottrina avrebbe potuto essere concepita, elaborata ed organizzata, nessuna forma mentis avrebbe potuto strutturarsi e limitare la Coscienza.
Di qui la problematicità della cosiddetta “formazione delle coscienze” che al fine si risolve in una cogenza delle medesime operata dai “formatori” a loro volta già “formati”. Nella trasmissione di forme cogenti la Coscienza, cioè la pura e libera identità vitale dell’essere umano, resta occultata, e la Contemplazione, cioè la pura attività extra-formale tendente verso l’Alto, impedita. Così l’ex-stasi, l’evasione dal sé compresso in una forma, resta una chimera.
Di conseguenza, a causa della varietà di forme mentis l’oggettività va a farsi benedire, anche perché la parola-segno “oggettivo” può far esplodere, tanto per cambiare, il contendere dei singoli soggetti ciascuno dei quali la «riempie del proprio senso», ossia secondo la propria struttura mentale.
Insomma, Pirandello ha messo il dito nella piaga!
Non potrei non concludere con la certezza che …
NON CI SIAMO INTESI AFFATTO.
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18 commenti su “Abbiamo Creduto Intenderci, non ci Siamo Intesi Affatto. Il Matto.”
Caro Matto,
mi permetta un mio commento alla luce della fede cattolica.
Lei mette il dito nella piaga: spesso crediamo di capirci, ma in realtà non ci intendiamo affatto. Le stesse parole, usate da persone diverse, finiscono per significare cose molto differenti, perché ciascuno le riempie del proprio vissuto, della propria forma mentis. È vero: la comunicazione umana è fragile, ambigua, soggettiva. E anche nel Cristianesimo, paradossalmente, si litiga proprio partendo dalle stesse Scritture, dalle stesse parole di Cristo.
Ma qui la fede cattolica offre una risposta forte: la Parola di Dio non è solo linguaggio, è Persona – è Cristo stesso. E se è vero che ogni parola può essere fraintesa, è altrettanto vero che lo Spirito Santo guida la Chiesa nella comprensione della Verità, nonostante le debolezze umane. L’unità non nasce dalla forza degli argomenti, ma dall’umiltà del cuore che si lascia formare e guidare.
Sì, abbiamo forme mentis diverse, coscienze ferite, e spesso, più che comunicare, ci scontriamo. Ma la fede non ci lascia in questo stallo. Ci ricorda che la coscienza non è sovrana assoluta, ma va formata alla luce della Rivelazione. È vero che essa è il santuario interiore dell’uomo, come dice il Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes, 16), e che Dio parla all’uomo nella sua coscienza; ma essa ha bisogno di essere illuminata dalla verità rivelata, perché è segnata dal peccato originale. Se la coscienza pretende di essere la sorgente della verità, scivola facilmente nell’autoreferenzialità. Non tutto ciò che “sentiamo vero” lo è davvero. L’oggettività non è irraggiungibile, se si accoglie con docilità la verità che viene da Dio.
In conclusione,
Lei ha ragione nel dire che spesso non ci si intende affatto. Ma la fede cristiana risponde: Dio ci ha parlato, e ci ha capiti. Anzi, ci ha amati, proprio nel nostro disordine comunicativo. E ci dona, nella Chiesa, un luogo dove le parole – pur deboli – possono tornare a essere segni affidabili del Vero.
L’ultima parola, per il cristiano, non è la confusione di Babele, ma la Pentecoste: là, pur parlando lingue diverse, possiamo capirci davvero, se lasciamo che sia lo Spirito a tradurre nei cuori ciò che da soli non riusciamo a esprimere con chiarezza.
«Li udiamo annunciare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio» (At 2,11).
Caro don P.P.,
nel nostro continuare a non intenderci, mi permetta di ribadire (come già scritto nell’articolo) che anche la fede nella Persona di Cristo non sfugge alla soggettività, e, come si dice, “contra factum non valet argomentum”, e i fatti – non le parole – parlano chiaro.
Lei afferma: “Dio ci ha parlato, e ci ha capiti”, ma i fatti (non le parole) dimostrano inequivocabilmente che, come minimo, siamo noi a non aver capito Dio poiché diamo sensi diversi e divergenti –soggettivi – a ciò che ha detto.
Lei riferisce di una Chiesa come di “un luogo dove le parole – pur deboli – possono tornare a essere segni affidabili del Vero”. Ma ciò è smentito dai fatti (non dalle parole).
Anche la sua, e lo dico con il massimo rispetto, è una forma mentis, quindi un limite che le impedisce di concepire diversamente. Beninteso, non v’è chi possa giudicarla negativamente, anche perché chi dovesse farlo, lo farebbe a partire dalla propria forma mentis, dal proprio limite, e nessun limite può presumere di tranciare giudizi su altri limiti.
Da ultimo, la prego di tenere presente che sono matto, e non per modo di dire.
Quindi con tutti i limiti e tutti gli straripamenti possibili.
Cordialmente.
Caro “Matto”,
la ringrazio per il suo intervento, che leggo sempre con attenzione, pur nel nostro ormai consolidato “non intenderci”.
Lei insiste sul fatto che anche la fede in Cristo sia soggettiva e che i fatti parlino chiaro: l’umanità, e perfino la Chiesa, è divisa, confusa, piena di interpretazioni discordanti. È vero. Ma è proprio qui che si misura la portata del dono divino: nonostante la nostra frammentazione soggettiva, Dio ha parlato — oggettivamente — in Cristo, e ci ha donato la Chiesa come strumento visibile di unità e custode della Verità, non come semplice contenitore di opinioni in concorrenza.
Lei dice che la mia è una forma mentis, e ha ragione: come ogni essere umano, anche io penso dentro una struttura. Ma la fede non è un’idea soggettiva su Dio: è una risposta libera a un’iniziativa oggettiva di Dio stesso, che ha parlato, ha agito, si è fatto carne, ed è entrato nella storia. I fatti, come lei giustamente invoca, sono il Vangelo, la Croce, la Risurrezione, la Chiesa che nonostante tutto esiste da duemila anni.
Lei sostiene che le parole non siano più segni affidabili del Vero. Ma se così fosse, non potremmo nemmeno parlare di “verità”, di “fede”, né scambiarci pensieri come quelli che lei stesso ha scritto con tanta finezza. La Parola, per quanto fragile, è il luogo in cui la Verità si fa strada — se ci apriamo a chi l’ha pronunciata per primo: Dio stesso.
Infine, accetto con simpatia il suo autodefinirsi “matto”. Ma le confido una cosa: la vera pazzia, per noi cristiani, è la Croce di Cristo, che agli occhi del mondo è stoltezza, ma per chi crede è potenza e sapienza di Dio (cf. 1Cor 1,18-25).
Se lei, da “matto”, riconosce di avere limiti e straripamenti, si trova esattamente nella condizione giusta per essere toccato dalla Grazia.
Con simpatia,
don Pietr Paolo
🙏
Ma ora prendiamoci una fraterna pausa 😇
” O beata solitudo, o sola beatitudo. ” ( S. Benedetto )
” Sii solo e sarai tutto tuo. ” ( Leonardo ).
” E’ impossibile accontentare tutto il mondo e il proprio Padre “, ( La Fontaine ).
L’eremitaggio! 😁
E allora? 😂
Se a te la tragedia del non intendersi, della conflittualità e dell’ammazzarsi fa ridere …
Ci … siamo intesi? Ma neanche per sogno!
Ciao!
N.B. Forse neanche a “ciao” diamo il medesimo senso.
Tutto quello che tu hai descritto scientificamente si denomina “Differenziale semantico”. La soluzione ci sarebbe ed è la comunicazione a due vie teorizzata da Norbert Wiener (il padre della Cibernetica) il quale premise al tutto questa affermazione: – Io non posso sapere che cosa ho detto finchè non so che cosa ha capito l’altro.
Un saluto dalle mie prigioni.
Mi sembra che l’affermazione di Wiener sia “sbarrata” da quella di Pirandello. Se A dà un senso a ciò che dice e B ne dà un altro a ciò che ascolta da A, mi pare difficile che A possa capire ciò che ha capito B.
Mi ha rattristato molto la notizia della tua reclusione in una RSA. Ma come funziona ‘sta roba? Sei stato costretto?
Un abbraccio.
Sono stato costretto? Purtroppo con mio grande dispiacere devo rispondere SI’ sono stato costretto e abbastanza brutalmente anche !
Non potendo entrare nel personale, non posso che immaginare. Quel “brutalmente”, poi, mi lascia interdetto. Per quel che serve, hai la mia sentita solidarietà.
“Sintetizzando: le parole in quanto segni sono vuote e arbitrarie, quindi riempite di senso soggettivo. O forse dovremmo dire svuotate del loro senso proprio perché riempite di senso soggettivo? Ispido dilemma.”
“Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” (L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 7). Matto, non è quanto meno strano che si vuole dimostrare l’insignificanza delle parole scrivendo saggi che sottindendono tacitamente di esserre oggettivamente compresi, dando un significato preciso, non ambiguo, oggettivo, alle parole e alla sintassi che le struttura? A me si. In altro modo: perché dovrei leggere Pirandello e de Saussurre, se mi stanno dicendo, e tu con loro, che non c’è niente da capire? Di norma, stando alle loro premesse, tu non dovresti capire un’acca di ciò che sto scrivendo, e, portando alle estreme conseguenze le stesse, nanch’io che sto scrivendo, e gli altri che leggeranno. Persino la tua risposta non avrebbe senso. Che me lo dici a fare? O meglio, che te lo dico a fare…
A mio parere, la spinosa questione fu risolta una volta per sempre nel quarto libro della Metafisica di Aristotele, il famoso libro Γ. Ecco perché nonostante tutto sto qui a scrivere, ad un matto poi, in attesa di una tua eventuale risposta alla quale tu darai, ne sono certo, un significato oggettivo, altrimenti che ci leggiamo a fare. Veritas est adaequatio rei et intellectus! Matto, ‘c’è un metodo nella tua follia’, ergo…
Ps. Spero non ti venga in testa d’intavolare un discorso sulla differenza tra linguaggio e meta linguaggio, non cambierebbe un accidente.
Angelo carissimo,
il tuo gradito intervento conferma che, come da conclusione del mio articolo … non ci siamo intesi, e non poteva essere che così.
La tua “certezza” del mio dare un senso oggettivo a ciò che ti sto rispondendo mi sorprende, visto che tutto l’articolo è improntato all’impossibilità d’intendersi e perciò, come ho scritto, l’oggettivo va a farsi benedire, ciò valendo anche per me.
Tanto per confermare l’incomunicabilità fra linguaggi – irrimediabilmente soggettivi – dico che “la differenza tra linguaggio e meta linguaggio” da te paventata non so minimamente cosa sia.
Tu evochi il famoso “veritas est adaequatio rei et intellectus”. Ma, tanto per NON intenderci: chi, fra gli umani, possiede un intelletto puro e perfettamente in grado di inquadrare sempre e comunque l’oggettivo? Dov’è, chi è questo dio che proietta la la luce della verità?
Tu scrivi: “A mio parere, la spinosa questione fu risolta etc. etc.”. Ti chiedo: il tuo parere è uno dei tanti soggettivi o è una “visione” oggettiva? Sei tu il dio di cui sopra?
Il bailamme che spazza il mondo e la Chiesa è un’illusione o una realtà di fatto? Dove stanno questi infallibili occhi di lince che vedono il vero?
Un cordiale saluto.
Caro Matto, siamo al “Dove vai? Porto pesci. – Che ore sono? È martedì”.
Un caro saluto
Esattamente!
La vedi l’eccezione? Ci siamo intesi su non intenderci! E non è un gioco di parole!
Però, permettimi di essere petulante: non hai risposto alla mia domanda: chi, fra gli umani, possiede un intelletto puro e perfettamente in grado di inquadrare sempre e comunque l’oggettivo?
Dai, rispondi, in fondo non intendersi ci preserva dal plagiarci a vicenda 😊
Come scrisse il cardinale Newman:”Prima brindo alla coscienza,poi al Papa!”
se i kurari,detti ebrei, sono popolo eletto.io sono sant’AMBROGIO.
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