Giacomo Gambassi 

Il duro intervento di Leone XIV. «Il mio cuore sanguina per Ucraina, Medio Oriente e Gaza dove la situazione è disumana». Nuove armi? «I soldi ai mercanti di morte e non gli ospedali»

Papa Leone XIV in piazza San Pietro

Papa Leone XIV in piazza San Pietro – Reuters

Il «cuore» del Papa «sanguina pensando all’Ucraina, alla situazione tragica e disumana di Gaza, e al Medio Oriente devastato dal dilagare della guerra». Leone XIV torna a denunciare i drammi dei conflitti. Si affida a parole durissime che, però, accompagna a un richiamo: non basta «alzare la voce»; serve anche agire rimboccandosi «le maniche per essere costruttori di pace e favorire il dialogo». Il Papa parla di «veemenza diabolica mai vista prima» che «sembra abbattersi sui territori dell’Oriente cristiano». Si scaglia contro le cause «spurie» dei conflitti, «frutto di simulazioni emotive e di retorica» che occorre «smascherare con decisione» perché «la gente non può morire a causa di fake news»: in mente viene subito la propaganda di guerra legata alla guerra in Ucraina ma anche l’accusa all’Iran di costruire la bomba atomica che ha scatenato l’attacco di Israele e poi quello Usa ma che è stata smentita anche dall’Agenzia Onu per l’energia atomica incaricata di investigare sui siti di Teheran. Da qui l’invito papale a «valutare le cause di questi conflitti, a verificare quelle vere e a cercare di superarle».

Un intervento di «sdegno», quello del Papa, come lo stesso Leone XIV lo definisce, che ha davanti i partecipanti all’assemblea plenaria della Roaco, la Riunione delle opere per l’aiuto alle Chiese orientali che supporta le comunità ecclesiali nelle terre del “primo” cristianesimo. «È veramente triste – afferma il Papa – assistere oggi in tanti contesti all’imporsi della legge del più forte, in base alla quale si legittimano i propri interessi. È desolante vedere che la forza del diritto internazionale e del diritto umanitario non sembra più obbligare, sostituita dal presunto diritto di obbligare gli altri con la forza. Questo è indegno dell’uomo, è vergognoso per l’umanità e per i responsabili delle nazioni».

Poi le domande del Papa che sono un j’accuse: «Come si può credere, dopo secoli di storia, che le azioni belliche portino la pace e non si ritorcano contro chi le ha condotte? Come si può pensare di porre le basi del domani senza coesione, senza una visione d’insieme animata dal bene comune? Come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi anziché alimentare odio e vendetta?». Interrogativi che chiamano in causa quanti governano gli Stati che tengono alla fame i popoli, ma spendono risorse considerevoli negli armamenti; e anche gli stessi Paesi dell’Europa che hanno varato l’ingente e costosissimo piano di riarmo del continente. «La gente – sostiene Leone XIV – è sempre meno ignara della quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte e con le quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli già costruiti». Le sue parole si inseriscono sulla scia del magistero dei Papi che lo hanno preceduto: da Francesco che considerava la vendita delle armi «la peste più grande del mondo», a Paolo VI che nel suo intervento del 1965 all’Onu dichiarava: «Non si può amare con armi offensive in pugno». Leone XIV si rivolge ancora alla politica quando tiene a far sapere che c’è un «un modo di regnare diverso da quello di Erode e Pilato: uno, per paura di essere spodestato, aveva ammazzato i bambini, che oggi non cessano di essere dilaniati con le bombe; l’altro si è lavato le mani, come rischiamo di fare quotidianamente fino alle soglie dell’irreparabile». Quindi il richiamo al «dovere di rimanere onesti e trasparenti nel mare della corruzione» e a uscire «dalle logiche della divisione e della ritorsione».

Nel suo discorso il Papa chiede ai cristiani di essere artigiani di pace. Come? «Credo che anzitutto occorra veramente pregare. Sta a noi fare di ogni tragica notizia e immagine che ci colpisce un grido di intercessione a Dio». E poi «aiutare»: la solidarietà come risposta alle brutalità, lascia intendere Leone XIV. Ma, aggiunge, «c’è di più, e lo dico pensando specialmente all’Oriente cristiano: c’è la testimonianza. È la chiamata a rimanere fedeli a Gesù, senza impigliarsi nei tentacoli del potere. È imitare Cristo, che ha vinto il male amando dalla croce».

Il Papa riflette su guerra e pace incontrando chi è legato alle Chiese d’Oriente. Esattamente come aveva fatto a pochi giorni dall’inizio del pontificato quando, durante il Giubileo delle Chiese orientali, aveva tenuto il suo discorso “programmatico” sulla pace annunciando il suo impegno personale a cercare soluzioni e la disponibilità della Santa Sede a essere crocevia per far incontrare i nemici. Stavolta Leone XIV ringrazia i cristiani d’Oriente per «la testimonianza» soprattutto «quando restate nelle vostre terre come discepoli di Cristo» nonostante le «miserie causate dalla guerra e dal terrorismo: penso al recente terribile attentato» nella chiesa greco-ortodossa di Sant’Elia a Damasco in Siria. Di nuovo sottolinea «la bellezza delle tradizioni orientali, di liturgie che lasciano abitare a Dio il tempo e lo spazio, di canti secolari intrisi di lode, gloria e mistero, che innalzano un’incessante richiesta di perdono per l’umanità». Ricorda i perseguitati a causa della fede, «figure che, spesso nel nascondimento, vanno ad aggiungersi alle grandi schiere dei martiri e dei santi dell’Oriente cristiano». E aggiunge: «Nella notte dei conflitti siete testimoni della luce». Poi cita una celebre intuizione di Giovanni Paolo II: quello di una Chiesa che «deve imparare di nuovo a respirare con i suoi due polmoni, quello orientale e quello occidentale». Per questo, conclude papa Leone, i cattolici orientali non vanno considerati «più cugini lontani che celebrano riti ignoti, ma fratelli e sorelle che, a motivo delle migrazioni forzate, ci vivono accanto» e mostrano il «senso del sacro» e «una fede cristallina».

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Il secondo è questo articolo dell’Osservatore Romano, sulla “guerra preventiva”, e la sua illiceità:

L’illiceità della guerra preventiva secondo la Chiesa cattolica

Launch of military missiles (rocket artillery) at the firing field during military exercise

di Guglielmo Gallone

«Colpire per primo per evitare un ipotetico attacco del nemico non è eticamente accettabile»: con queste parole don Mauro Cozzoli, professore emerito di teologia morale presso la Pontificia Università Lateranense e consultore della Congregazione della Dottrina della Fede, spiega in un’intervista ai media vaticani la posizione della Chiesa cattolica sulla guerra preventiva. Un concetto dalle radici antiche, introdotto da Emmerich de Vattel nel trattato Le droit des gens (1758) in cui il concetto di “guerra giusta” viene sostituito con quello di guerra “per difesa”, divenuto centrale in occasione dell’attacco di Stati Uniti e di altri alleati all’Iraq del 2003.

Oltre vent’anni dopo, la cronaca internazionale rende ancora più attuale il concetto di guerra preventiva. Perdipiù, lo fa nel pieno di un profondo mutamento antropologico, sociale e geopolitico capace di stravolgere idee e convinzioni con cui le ultime generazioni sono cresciute. Oggi quel mondo non esiste più. Gli attori sono cambiati, dall’epoca delle grandi democrazie si è passati all’epoca delle grandi potenze, dove l’ordine internazionale dei singoli ha il sopravvento sul diritto internazionale e dove, dunque, la forza sembra spesso prevalere sul dialogo.

Il “Catechismo della Chiesa Cattolica” prevede la legittima difesa. Come si esprime a proposito del concetto di guerra preventiva? Cioè, di fronte a minacce imminenti ma non ancora attuate, uno Stato ha, secondo la Chiesa, il diritto morale di colpire per primo?

La Chiesa cattolica non fa alcun riferimento esplicito alla questione della guerra preventiva. D’altronde, è da poco che questo concetto è emerso. Tuttavia, possiamo derivare un insegnamento da altri argomenti come quello della legittima difesa, su cui la Chiesa si è espressa in maniera chiara. La legittima difesa è un principio di ragione, che la tradizione morale della Chiesa ha sempre insegnato. Mi riferisco qui a due documenti autorevoli della Chiesa di oggi. Il primo è Gaudium et spes, la Costituzione del Concilio Vaticano II sul mondo contemporaneo. Cito testualmente: «Fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa… una cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni. La potenza delle armi non rende legittimo ogni suo uso militare o politico». Il secondo testo è il Catechismo della Chiesa Cattolica, che ha delineato precisamente le condizioni di legittimità della difesa bellica. Tra queste, non c’è alcuno spazio per l’intervento preventivo. La violenza dell’aggressore dev’essere in atto, non in previsione. Nessuno vieta la possibilità di organizzare la difesa, di dotarsi di moderni e aggiornati sistemi difensivi. Tuttavia, colpire per primo per evitare un ipotetico attacco del nemico non è eticamente accettabile.

Dunque, entro quali limiti il catechismo contempla il ricorso alle armi?

La legittima difesa, per essere lecita, deve rispondere a quattro condizioni ben precise delineate dal Catechismo della Chiesa Cattolica. La prima: «che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo». Qui troviamo subito una delegittimazione diretta della guerra preventiva: si parla di «danno causato», dunque ci dev’essere un attacco «durevole, grave e certo» in atto, non in previsione. Seconda condizione: «che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci». Tradotto: la difesa non può essere la prima ratio. Terza condizione: «che ci siano fondate condizioni di successo», altrimenti si rischia di procurare ulteriori danni alla popolazione e al Paese. Su questa scia, la quarta condizione: «che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare». Da qui si può dedurre l’illiceità della guerra preventiva.

Al centro dei più importanti conflitti in corso c’è l’arma nucleare: la Chiesa comprende le logiche storiche e giuridiche del secondo dopoguerra che hanno consentito ad alcuni Paesi di dotarsi questo strumento di distruzione di massa? E perché altri Paesi, sentendosi minacciati, non dovrebbero dotarsene?

Perché l’escalation a cui si darebbe corso sarebbe inarrestabile. E si tratterebbe di un’escalation assai preoccupante per due motivi. Il primo: la guerra non sarebbe più combattuta con le armi cosiddette convenzionali, bensì con armi sempre più potenti. Poi, perché stiamo vedendo come i contrasti bellici si stanno trasferendo dai campi di battaglia agli agglomerati umani. Questo già avveniva con le armi convenzionali, figuriamoci con quelle atomiche o chimiche, dove si rischia di generare eccidi di popolazioni. «Il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione», dice il Catechismo della Chiesa Cattolica.

Nel mondo complesso in cui ci troviamo oggi si fa sempre più fatica a dialogare e a rinunciare ai propri interessi in vista di un bene comune. Quali alternative alla guerra contempla il realismo cristiano?

La Chiesa non ha alternative strategiche da suggerire. Questo spetta alla politica. Tuttavia, la Chiesa ha alternative valoriali e morali, che sono alla base e a monte delle alternative strategiche. Ne voglio richiamare due, dei due ultimi Sommi Pontefici: l’alternativa della fraternità universale, Fratelli tutti, Papa Francesco, e la «pace disarmata e disarmante», Papa Leone. Fratelli tutti non è uno slogan, è una coscienza morale alta da coltivare sempre, ancor più oggi nel mondo globalizzato. Ma quella globalità non è soltanto un dato sociologico, mediatico o economico. Deve diventare un compito da assumere. Ecco cosa significa essere “fratelli tutti”: generare in ognuno di noi una coscienza che revoca la logica del nemico, crea relazioni e incontri, favorendo il dialogo per risolvere i contrasti. Questa è l’alternativa, che però per essere realizzata ha bisogno a monte di contenuti valoriali ed etici capaci di annientare la logica dell’altro visto come nemico. Qui entra in gioco il dialogo, che è la via per la costruzione di una pace «disarmata e disarmante», come ci ha detto Papa Leone: una pace che in realtà investe in armamenti e fondata sugli equilibri degli armamenti, è una pace mascherata. Che non garantisce nulla.

Da sant’Agostino fino a san Tommaso, i capisaldi della teologia morale hanno dedicato la loro attenzione a questi argomenti. Lo stesso ha fatto la Chiesa con il Catechismo del 1992 ma anche con varie encicliche, tra cui spicca la “Pacem in terris”di Giovanni XXIII: qual è, secondo lei, il contributo più importante e perché?

Sono tutti importanti, ma io voglio evidenziarne un altro, ossia Gaudium et spes: una Chiesa, come leggiamo nelle parole iniziali del documento, «partecipe delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini d’oggi». Una Chiesa partecipe: ecco il principio d’incarnazione. E che, prosegue Gaudium et spes, «considerando l’orrore e l’atrocità della guerra enormemente accresciuti dal progresso delle armi scientifiche», esorta a «considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova, mens omnino nova»: con una mens radicalmente nuova. Questo significa che una cultura e una civiltà della pace, prima ancora che esplicitarsi in strategie di pace appaltate ai politici, deve maturare dentro le coscienze, deve diventare una cultura, una mens, una mentalità. È una maturazione fatta di princìpi e di valori come la dignità umana, la fraternità universale, il diritto e la giustizia che, se evangelizzati, annunciati e coltivati, suscitano pensieri e propositi di pace.

C’è poi questo editoriale di Marco Travaglio su Infosannio:

Si vis bellum spara balle

L’unica cosa seria che dovrebbe fare la Nato, non da oggi ma da quando sparì il Patto di Varsavia, sarebbe sciogliersi per mancanza di nemici. Invece, da allora, se li inventa. Anzi li lascia inventare ai padroni Usa, che ogni due per tre sfornano un Impero del Male: l’Iran sciita, l’Iraq sunnita, l’Afghanistan dei talebani (che piacevano tanto quando combattevano i russi), l’Isis sunnita, di nuovo l’Iran sciita, gli alleati della Russia come la Serbia di Milosevic e la Libia di Gheddafi, poi direttamente la Russia. Ora però Trump s’è messo d’accordo con Putin, che gli ha dato una mano a placare l’ira degli ayatollah e a trasformare la guerra all’Iran in una sveltina di una notte, e può tornargli utile in Medio Oriente e con la Cina. Infatti, al vertice Nato dell’Aja, ha sbianchettato ogni accenno all’“aggressione russa in Ucraina”: è rimasta solo la “minaccia” di Mosca, senza precisare per chi e perché, e una postilla sulla Cina che era appena diventata buona contro i dazi trumpiani ed è tornata cattiva perché si papperà Taiwan d’intesa con Mosca (come se Xi avesse bisogno di Putin). Quindi spezzeremo le reni pure alla Cina, che però affaccia sul Pacifico mentre la Nato è l’alleanza del Nord Atlantico (ma questo Rutte&C. lo scopriranno solo se incontreranno un mappamondo).

Il bello è che, mentre sparisce l’ultimo nemico rimasto, la Nato approva un mostruoso piano di riarmo a carico dell’Europa, che non spendeva tanto dalla II guerra mondiale (il 5% del Pil, mentre gli Usa restano al 3). Per difendersi da chi, nessuno lo sa. Sempre dalla Russia, ripetono i trombettieri del riarmo, costretti a inventarsi una balla al giorno per farci digerire un salasso che avremmo rifiutato pure ai tempi della guerra fredda. Dicono che i russi le buscano in Ucraina, ma stanno per invadere Baltici, Finlandia, Polonia e Germania (come minimo); però si scordano di spiegare che cosa se ne farebbe Putin, perché mai dovrebbe attaccare gli amici dell’amico Trump e con quali forze respingerebbe i 32 eserciti Nato. Dicono che gli Usa si sono stufati di mantenere la nostra difesa, come se le loro basi in Europa fossero un favore a noi e non un interesse loro (infatti non han ritirato un marine, un missile, una testata nucleare). Dicono che il 5% non è poi così male perché non sono mica armi (infatti i produttori di carri armati, missili, bombe e bombardieri volano in Borsa), ma cybersicurezza e infrastrutture tipo Ponte sullo Stretto, utilissimo ai nostri soldati per fermare gl’invasori russi tra Scilla e Cariddi. In pratica il ragionier Ugo Rutte e gli altri lecca-Donald prima ci rapinano col riarmo, poi con calma decideranno a cosa serve. Ad aprile Trump disse: “C’è la fila per baciarmi il culo”. Parlava dell’Europa, alla memoria.

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E infine questo commento di Lavinia Marchetti:

CENTOMILA MILIONI IN ARMI MENTRE GLI OSPEDALI CROLLANO: COSÌ L’ITALIA SI DISFA DEL SUO STATO SOCIALE.

di Lavinia Marchetti

Immaginate di svegliarvi un mattino e scoprire che l’Italia, Paese noto per il suo debito pubblico, le sue ambulanze in ritardo, le scuole con i muri scrostati e le periferie abbandonate, ha deciso di investire oltre centomila milioni di euro in armi. Non in sanità. Non in istruzione. Non in ricerca o alloggi popolari. In armi. Questa non è una distopia da romanzo. È la realtà programmata. Il governo italiano ha firmato in sede NATO l’impegno ad aumentare progressivamente la spesa militare fino a raggiungere il cinque per cento del Prodotto Interno Lordo entro il duemilatrentacinque.

I numeri, una volta spogliati dal tecnicismo, parlano la lingua della sottrazione. Dalla spesa attuale di circa quarantacinque miliardi annui si passerà a oltre centoquarantacinque miliardi. Ogni anno. Significa triplicare. Significa togliere ossigeno. Nell’arco del prossimo decennio, le stime parlano di un impegno complessivo vicino ai novecento sessanta miliardi. È una cifra che affonda nel corpo vivo del Paese. Parliamo di soldi che oggi servono per tenere in piedi ospedali, scuole, ferrovie, trasporto pubblico, sussidi di disoccupazione, RSA. Per rendere l’idea: la spesa sanitaria italiana nel duemilaventitré è stata di circa centosettantasei miliardi. La spesa per l’istruzione di circa settantanove. Con l’investimento militare previsto, potremmo finanziare due intere sanità nazionali oppure tutte le scuole d’Italia per due generazioni.

Il governo rassicura. Dice che è sostenibile. Dice che il welfare non verrà toccato. Ma chi ha visto almeno una legge di bilancio sa che questa narrazione è una favola. L’Italia ha un debito pubblico che ha superato i duemilacinquecento miliardi. Ha firmato patti europei che impongono tagli e vincoli. E allora se cento miliardi in più andranno in armi, da dove verranno? La risposta è semplice, seppure taciuta. Verranno dalle cure, dalle pensioni, dalle mense scolastiche, dalle case popolari. Verranno dalla vita quotidiana di chi non ha protezioni.

Lo ha detto anche il Fondo Monetario Internazionale. Lo ha detto l’Ufficio parlamentare di bilancio. Lo ha scritto nero su bianco l’Osservatorio Milex. Lo ha confermato Eurispes. Nessuno scenario di crescita economica realistica può giustificare queste spese senza tagli strutturali allo Stato sociale o senza un aumento imponente della pressione fiscale. Si stima che ogni famiglia italiana, mediamente, potrebbe trovarsi a versare oltre duemilaseicento euro in più all’anno per sostenere questa macchina militare. Non per un servizio. Non per un diritto. Per un arsenale.

Eppure la stampa tace. Anzi, accompagna. I talk show diventano fiere del consenso, in cui si esaltano le virtù patriottiche del riarmo e si zittiscono le voci contrarie. Gli editorialisti si fanno interpreti del verbo governativo. Si costruisce così una nuova normalità: la guerra permanente come progetto di civiltà, l’economia della paura come garanzia di futuro. I telegiornali parlano della difesa come se fosse sviluppo. Si evocano ritorni industriali, si millantano benefici per l’occupazione, si dimentica che gran parte di quelle armi verrà acquistata all’estero, soprattutto dagli Stati Uniti. I contratti sono già pronti. I missili sono già programmati. Le fabbriche di morte hanno già il logo inciso.

Nel frattempo, nei reparti di medicina interna manca il personale. Le liste d’attesa si allungano. I medici si licenziano. I bambini mangiano pasta in bianco perché le mense non hanno fondi. Gli insegnanti lavorano in classi sovraffollate con stipendi umilianti. Le periferie esplodono di rabbia e solitudine. Ma ciò che conta, sembra dirci il palinsesto quotidiano, è essere pronti a colpire. A difenderci da un nemico che cambia volto ogni mese, ma che giustifica tutto. E allora la paura diventa ragione. Il nemico giustifica il taglio. La sicurezza diventa fede.

In una democrazia sana, una scelta come questa avrebbe generato un dibattito profondo, acceso, doloroso. Avremmo avuto comitati, assemblee, docenti universitari convocati in Parlamento, scioperi degli studenti, mobilitazioni dei medici. Invece niente. O quasi. L’Italia ha firmato e si è voltata dall’altra parte. E chi dissente viene sbeffeggiato. Come se chiedere una sanità che cura, una scuola che istruisce, un futuro che non sa di piombo, fosse un capriccio da radical chic.

La verità, quella che non viene detta, è che stiamo assistendo a un passaggio epocale. La trasformazione di un Paese civile in un Paese militarizzato. La sostituzione della spesa pubblica con l’industria bellica. L’ingresso silenzioso in una logica da economia di guerra. E tutto questo senza nemmeno la decenza di un referendum, senza il coraggio di un confronto pubblico.

La vera domanda ormai non è piú cosa ci aspetta, ma cosa siamo diventati mentre fingevamo di non vedere. Un Paese che smette di curare le sue ferite sociali, che spegne le luci nelle scuole, che chiude gli occhi sui corpi fragili, per addestrarsi a un nemico costruito per legittimare la spesa. Una comunità che si lascia ipnotizzare da sigle, percentuali, trattati, senza più chiedersi dove finiscono quei numeri e chi li paga, in carne e ossa. Una democrazia che non sanguina, ma si addormenta. E nel sonno consegna la sua coscienza al calcolo.

C’è chi dice che non ci sono alternative. Che viviamo tempi eccezionali. Che bisogna adeguarsi. Cazzate! Chiediamoci: “chi” stabilisce la soglia dell’eccezione? Chi decide che l’unica strada è quella del riarmo? Forse siamo ancora in tempo per porre domande. Forse siamo ancora in tempo per dire no. Ogni scelta economica è una scelta morale. E la moralità di questa scelta, oggi, è semplicemente inaccettabile.

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