Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi sul tema pace, guerra, riarmo. Buona lettura e condivisione.
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Il primo è questo articolo di Avvenire, che riporta la severa denuncia di papa Leone XIV, un vero monito per il mondo.
Il Papa. «Guerre diaboliche scatenate da fake news. Il riarmo frutto della propaganda»
Giacomo Gambassi
Il duro intervento di Leone XIV. «Il mio cuore sanguina per Ucraina, Medio Oriente e Gaza dove la situazione è disumana». Nuove armi? «I soldi ai mercanti di morte e non gli ospedali»
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Papa Leone XIV in piazza San Pietro – Reuters
Il «cuore» del Papa «sanguina pensando all’Ucraina, alla situazione tragica e disumana di Gaza, e al Medio Oriente devastato dal dilagare della guerra». Leone XIV torna a denunciare i drammi dei conflitti. Si affida a parole durissime che, però, accompagna a un richiamo: non basta «alzare la voce»; serve anche agire rimboccandosi «le maniche per essere costruttori di pace e favorire il dialogo». Il Papa parla di «veemenza diabolica mai vista prima» che «sembra abbattersi sui territori dell’Oriente cristiano». Si scaglia contro le cause «spurie» dei conflitti, «frutto di simulazioni emotive e di retorica» che occorre «smascherare con decisione» perché «la gente non può morire a causa di fake news»: in mente viene subito la propaganda di guerra legata alla guerra in Ucraina ma anche l’accusa all’Iran di costruire la bomba atomica che ha scatenato l’attacco di Israele e poi quello Usa ma che è stata smentita anche dall’Agenzia Onu per l’energia atomica incaricata di investigare sui siti di Teheran. Da qui l’invito papale a «valutare le cause di questi conflitti, a verificare quelle vere e a cercare di superarle».
Un intervento di «sdegno», quello del Papa, come lo stesso Leone XIV lo definisce, che ha davanti i partecipanti all’assemblea plenaria della Roaco, la Riunione delle opere per l’aiuto alle Chiese orientali che supporta le comunità ecclesiali nelle terre del “primo” cristianesimo. «È veramente triste – afferma il Papa – assistere oggi in tanti contesti all’imporsi della legge del più forte, in base alla quale si legittimano i propri interessi. È desolante vedere che la forza del diritto internazionale e del diritto umanitario non sembra più obbligare, sostituita dal presunto diritto di obbligare gli altri con la forza. Questo è indegno dell’uomo, è vergognoso per l’umanità e per i responsabili delle nazioni».
Poi le domande del Papa che sono un j’accuse: «Come si può credere, dopo secoli di storia, che le azioni belliche portino la pace e non si ritorcano contro chi le ha condotte? Come si può pensare di porre le basi del domani senza coesione, senza una visione d’insieme animata dal bene comune? Come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi anziché alimentare odio e vendetta?». Interrogativi che chiamano in causa quanti governano gli Stati che tengono alla fame i popoli, ma spendono risorse considerevoli negli armamenti; e anche gli stessi Paesi dell’Europa che hanno varato l’ingente e costosissimo piano di riarmo del continente. «La gente – sostiene Leone XIV – è sempre meno ignara della quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte e con le quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli già costruiti». Le sue parole si inseriscono sulla scia del magistero dei Papi che lo hanno preceduto: da Francesco che considerava la vendita delle armi «la peste più grande del mondo», a Paolo VI che nel suo intervento del 1965 all’Onu dichiarava: «Non si può amare con armi offensive in pugno». Leone XIV si rivolge ancora alla politica quando tiene a far sapere che c’è un «un modo di regnare diverso da quello di Erode e Pilato: uno, per paura di essere spodestato, aveva ammazzato i bambini, che oggi non cessano di essere dilaniati con le bombe; l’altro si è lavato le mani, come rischiamo di fare quotidianamente fino alle soglie dell’irreparabile». Quindi il richiamo al «dovere di rimanere onesti e trasparenti nel mare della corruzione» e a uscire «dalle logiche della divisione e della ritorsione».
Nel suo discorso il Papa chiede ai cristiani di essere artigiani di pace. Come? «Credo che anzitutto occorra veramente pregare. Sta a noi fare di ogni tragica notizia e immagine che ci colpisce un grido di intercessione a Dio». E poi «aiutare»: la solidarietà come risposta alle brutalità, lascia intendere Leone XIV. Ma, aggiunge, «c’è di più, e lo dico pensando specialmente all’Oriente cristiano: c’è la testimonianza. È la chiamata a rimanere fedeli a Gesù, senza impigliarsi nei tentacoli del potere. È imitare Cristo, che ha vinto il male amando dalla croce».
Il Papa riflette su guerra e pace incontrando chi è legato alle Chiese d’Oriente. Esattamente come aveva fatto a pochi giorni dall’inizio del pontificato quando, durante il Giubileo delle Chiese orientali, aveva tenuto il suo discorso “programmatico” sulla pace annunciando il suo impegno personale a cercare soluzioni e la disponibilità della Santa Sede a essere crocevia per far incontrare i nemici. Stavolta Leone XIV ringrazia i cristiani d’Oriente per «la testimonianza» soprattutto «quando restate nelle vostre terre come discepoli di Cristo» nonostante le «miserie causate dalla guerra e dal terrorismo: penso al recente terribile attentato» nella chiesa greco-ortodossa di Sant’Elia a Damasco in Siria. Di nuovo sottolinea «la bellezza delle tradizioni orientali, di liturgie che lasciano abitare a Dio il tempo e lo spazio, di canti secolari intrisi di lode, gloria e mistero, che innalzano un’incessante richiesta di perdono per l’umanità». Ricorda i perseguitati a causa della fede, «figure che, spesso nel nascondimento, vanno ad aggiungersi alle grandi schiere dei martiri e dei santi dell’Oriente cristiano». E aggiunge: «Nella notte dei conflitti siete testimoni della luce». Poi cita una celebre intuizione di Giovanni Paolo II: quello di una Chiesa che «deve imparare di nuovo a respirare con i suoi due polmoni, quello orientale e quello occidentale». Per questo, conclude papa Leone, i cattolici orientali non vanno considerati «più cugini lontani che celebrano riti ignoti, ma fratelli e sorelle che, a motivo delle migrazioni forzate, ci vivono accanto» e mostrano il «senso del sacro» e «una fede cristallina».
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Il secondo è questo articolo dell’Osservatore Romano, sulla “guerra preventiva”, e la sua illiceità:
L’illiceità della guerra preventiva secondo la Chiesa cattolica

di Guglielmo Gallone
«Colpire per primo per evitare un ipotetico attacco del nemico non è eticamente accettabile»: con queste parole don Mauro Cozzoli, professore emerito di teologia morale presso la Pontificia Università Lateranense e consultore della Congregazione della Dottrina della Fede, spiega in un’intervista ai media vaticani la posizione della Chiesa cattolica sulla guerra preventiva. Un concetto dalle radici antiche, introdotto da Emmerich de Vattel nel trattato Le droit des gens (1758) in cui il concetto di “guerra giusta” viene sostituito con quello di guerra “per difesa”, divenuto centrale in occasione dell’attacco di Stati Uniti e di altri alleati all’Iraq del 2003.
Oltre vent’anni dopo, la cronaca internazionale rende ancora più attuale il concetto di guerra preventiva. Perdipiù, lo fa nel pieno di un profondo mutamento antropologico, sociale e geopolitico capace di stravolgere idee e convinzioni con cui le ultime generazioni sono cresciute. Oggi quel mondo non esiste più. Gli attori sono cambiati, dall’epoca delle grandi democrazie si è passati all’epoca delle grandi potenze, dove l’ordine internazionale dei singoli ha il sopravvento sul diritto internazionale e dove, dunque, la forza sembra spesso prevalere sul dialogo.
Il “Catechismo della Chiesa Cattolica” prevede la legittima difesa. Come si esprime a proposito del concetto di guerra preventiva? Cioè, di fronte a minacce imminenti ma non ancora attuate, uno Stato ha, secondo la Chiesa, il diritto morale di colpire per primo?
La Chiesa cattolica non fa alcun riferimento esplicito alla questione della guerra preventiva. D’altronde, è da poco che questo concetto è emerso. Tuttavia, possiamo derivare un insegnamento da altri argomenti come quello della legittima difesa, su cui la Chiesa si è espressa in maniera chiara. La legittima difesa è un principio di ragione, che la tradizione morale della Chiesa ha sempre insegnato. Mi riferisco qui a due documenti autorevoli della Chiesa di oggi. Il primo è Gaudium et spes, la Costituzione del Concilio Vaticano II sul mondo contemporaneo. Cito testualmente: «Fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa… una cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni. La potenza delle armi non rende legittimo ogni suo uso militare o politico». Il secondo testo è il Catechismo della Chiesa Cattolica, che ha delineato precisamente le condizioni di legittimità della difesa bellica. Tra queste, non c’è alcuno spazio per l’intervento preventivo. La violenza dell’aggressore dev’essere in atto, non in previsione. Nessuno vieta la possibilità di organizzare la difesa, di dotarsi di moderni e aggiornati sistemi difensivi. Tuttavia, colpire per primo per evitare un ipotetico attacco del nemico non è eticamente accettabile.
Dunque, entro quali limiti il catechismo contempla il ricorso alle armi?
La legittima difesa, per essere lecita, deve rispondere a quattro condizioni ben precise delineate dal Catechismo della Chiesa Cattolica. La prima: «che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo». Qui troviamo subito una delegittimazione diretta della guerra preventiva: si parla di «danno causato», dunque ci dev’essere un attacco «durevole, grave e certo» in atto, non in previsione. Seconda condizione: «che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci». Tradotto: la difesa non può essere la prima ratio. Terza condizione: «che ci siano fondate condizioni di successo», altrimenti si rischia di procurare ulteriori danni alla popolazione e al Paese. Su questa scia, la quarta condizione: «che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare». Da qui si può dedurre l’illiceità della guerra preventiva.
Al centro dei più importanti conflitti in corso c’è l’arma nucleare: la Chiesa comprende le logiche storiche e giuridiche del secondo dopoguerra che hanno consentito ad alcuni Paesi di dotarsi questo strumento di distruzione di massa? E perché altri Paesi, sentendosi minacciati, non dovrebbero dotarsene?
Perché l’escalation a cui si darebbe corso sarebbe inarrestabile. E si tratterebbe di un’escalation assai preoccupante per due motivi. Il primo: la guerra non sarebbe più combattuta con le armi cosiddette convenzionali, bensì con armi sempre più potenti. Poi, perché stiamo vedendo come i contrasti bellici si stanno trasferendo dai campi di battaglia agli agglomerati umani. Questo già avveniva con le armi convenzionali, figuriamoci con quelle atomiche o chimiche, dove si rischia di generare eccidi di popolazioni. «Il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione», dice il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Nel mondo complesso in cui ci troviamo oggi si fa sempre più fatica a dialogare e a rinunciare ai propri interessi in vista di un bene comune. Quali alternative alla guerra contempla il realismo cristiano?
La Chiesa non ha alternative strategiche da suggerire. Questo spetta alla politica. Tuttavia, la Chiesa ha alternative valoriali e morali, che sono alla base e a monte delle alternative strategiche. Ne voglio richiamare due, dei due ultimi Sommi Pontefici: l’alternativa della fraternità universale, Fratelli tutti, Papa Francesco, e la «pace disarmata e disarmante», Papa Leone. Fratelli tutti non è uno slogan, è una coscienza morale alta da coltivare sempre, ancor più oggi nel mondo globalizzato. Ma quella globalità non è soltanto un dato sociologico, mediatico o economico. Deve diventare un compito da assumere. Ecco cosa significa essere “fratelli tutti”: generare in ognuno di noi una coscienza che revoca la logica del nemico, crea relazioni e incontri, favorendo il dialogo per risolvere i contrasti. Questa è l’alternativa, che però per essere realizzata ha bisogno a monte di contenuti valoriali ed etici capaci di annientare la logica dell’altro visto come nemico. Qui entra in gioco il dialogo, che è la via per la costruzione di una pace «disarmata e disarmante», come ci ha detto Papa Leone: una pace che in realtà investe in armamenti e fondata sugli equilibri degli armamenti, è una pace mascherata. Che non garantisce nulla.
Da sant’Agostino fino a san Tommaso, i capisaldi della teologia morale hanno dedicato la loro attenzione a questi argomenti. Lo stesso ha fatto la Chiesa con il Catechismo del 1992 ma anche con varie encicliche, tra cui spicca la “Pacem in terris”di Giovanni XXIII: qual è, secondo lei, il contributo più importante e perché?
Sono tutti importanti, ma io voglio evidenziarne un altro, ossia Gaudium et spes: una Chiesa, come leggiamo nelle parole iniziali del documento, «partecipe delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini d’oggi». Una Chiesa partecipe: ecco il principio d’incarnazione. E che, prosegue Gaudium et spes, «considerando l’orrore e l’atrocità della guerra enormemente accresciuti dal progresso delle armi scientifiche», esorta a «considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova, mens omnino nova»: con una mens radicalmente nuova. Questo significa che una cultura e una civiltà della pace, prima ancora che esplicitarsi in strategie di pace appaltate ai politici, deve maturare dentro le coscienze, deve diventare una cultura, una mens, una mentalità. È una maturazione fatta di princìpi e di valori come la dignità umana, la fraternità universale, il diritto e la giustizia che, se evangelizzati, annunciati e coltivati, suscitano pensieri e propositi di pace.
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C’è poi questo editoriale di Marco Travaglio su Infosannio:
Si vis bellum spara balle
L’unica cosa seria che dovrebbe fare la Nato, non da oggi ma da quando sparì il Patto di Varsavia, sarebbe sciogliersi per mancanza di nemici. Invece, da allora, se li inventa. Anzi li lascia inventare ai padroni Usa, che ogni due per tre sfornano un Impero del Male: l’Iran sciita, l’Iraq sunnita, l’Afghanistan dei talebani (che piacevano tanto quando combattevano i russi), l’Isis sunnita, di nuovo l’Iran sciita, gli alleati della Russia come la Serbia di Milosevic e la Libia di Gheddafi, poi direttamente la Russia. Ora però Trump s’è messo d’accordo con Putin, che gli ha dato una mano a placare l’ira degli ayatollah e a trasformare la guerra all’Iran in una sveltina di una notte, e può tornargli utile in Medio Oriente e con la Cina. Infatti, al vertice Nato dell’Aja, ha sbianchettato ogni accenno all’“aggressione russa in Ucraina”: è rimasta solo la “minaccia” di Mosca, senza precisare per chi e perché, e una postilla sulla Cina che era appena diventata buona contro i dazi trumpiani ed è tornata cattiva perché si papperà Taiwan d’intesa con Mosca (come se Xi avesse bisogno di Putin). Quindi spezzeremo le reni pure alla Cina, che però affaccia sul Pacifico mentre la Nato è l’alleanza del Nord Atlantico (ma questo Rutte&C. lo scopriranno solo se incontreranno un mappamondo).
Il bello è che, mentre sparisce l’ultimo nemico rimasto, la Nato approva un mostruoso piano di riarmo a carico dell’Europa, che non spendeva tanto dalla II guerra mondiale (il 5% del Pil, mentre gli Usa restano al 3). Per difendersi da chi, nessuno lo sa. Sempre dalla Russia, ripetono i trombettieri del riarmo, costretti a inventarsi una balla al giorno per farci digerire un salasso che avremmo rifiutato pure ai tempi della guerra fredda. Dicono che i russi le buscano in Ucraina, ma stanno per invadere Baltici, Finlandia, Polonia e Germania (come minimo); però si scordano di spiegare che cosa se ne farebbe Putin, perché mai dovrebbe attaccare gli amici dell’amico Trump e con quali forze respingerebbe i 32 eserciti Nato. Dicono che gli Usa si sono stufati di mantenere la nostra difesa, come se le loro basi in Europa fossero un favore a noi e non un interesse loro (infatti non han ritirato un marine, un missile, una testata nucleare). Dicono che il 5% non è poi così male perché non sono mica armi (infatti i produttori di carri armati, missili, bombe e bombardieri volano in Borsa), ma cybersicurezza e infrastrutture tipo Ponte sullo Stretto, utilissimo ai nostri soldati per fermare gl’invasori russi tra Scilla e Cariddi. In pratica il ragionier Ugo Rutte e gli altri lecca-Donald prima ci rapinano col riarmo, poi con calma decideranno a cosa serve. Ad aprile Trump disse: “C’è la fila per baciarmi il culo”. Parlava dell’Europa, alla memoria.
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E infine questo commento di Lavinia Marchetti:
CENTOMILA MILIONI IN ARMI MENTRE GLI OSPEDALI CROLLANO: COSÌ L’ITALIA SI DISFA DEL SUO STATO SOCIALE.
di Lavinia Marchetti
Immaginate di svegliarvi un mattino e scoprire che l’Italia, Paese noto per il suo debito pubblico, le sue ambulanze in ritardo, le scuole con i muri scrostati e le periferie abbandonate, ha deciso di investire oltre centomila milioni di euro in armi. Non in sanità. Non in istruzione. Non in ricerca o alloggi popolari. In armi. Questa non è una distopia da romanzo. È la realtà programmata. Il governo italiano ha firmato in sede NATO l’impegno ad aumentare progressivamente la spesa militare fino a raggiungere il cinque per cento del Prodotto Interno Lordo entro il duemilatrentacinque.
I numeri, una volta spogliati dal tecnicismo, parlano la lingua della sottrazione. Dalla spesa attuale di circa quarantacinque miliardi annui si passerà a oltre centoquarantacinque miliardi. Ogni anno. Significa triplicare. Significa togliere ossigeno. Nell’arco del prossimo decennio, le stime parlano di un impegno complessivo vicino ai novecento sessanta miliardi. È una cifra che affonda nel corpo vivo del Paese. Parliamo di soldi che oggi servono per tenere in piedi ospedali, scuole, ferrovie, trasporto pubblico, sussidi di disoccupazione, RSA. Per rendere l’idea: la spesa sanitaria italiana nel duemilaventitré è stata di circa centosettantasei miliardi. La spesa per l’istruzione di circa settantanove. Con l’investimento militare previsto, potremmo finanziare due intere sanità nazionali oppure tutte le scuole d’Italia per due generazioni.
Il governo rassicura. Dice che è sostenibile. Dice che il welfare non verrà toccato. Ma chi ha visto almeno una legge di bilancio sa che questa narrazione è una favola. L’Italia ha un debito pubblico che ha superato i duemilacinquecento miliardi. Ha firmato patti europei che impongono tagli e vincoli. E allora se cento miliardi in più andranno in armi, da dove verranno? La risposta è semplice, seppure taciuta. Verranno dalle cure, dalle pensioni, dalle mense scolastiche, dalle case popolari. Verranno dalla vita quotidiana di chi non ha protezioni.
Lo ha detto anche il Fondo Monetario Internazionale. Lo ha detto l’Ufficio parlamentare di bilancio. Lo ha scritto nero su bianco l’Osservatorio Milex. Lo ha confermato Eurispes. Nessuno scenario di crescita economica realistica può giustificare queste spese senza tagli strutturali allo Stato sociale o senza un aumento imponente della pressione fiscale. Si stima che ogni famiglia italiana, mediamente, potrebbe trovarsi a versare oltre duemilaseicento euro in più all’anno per sostenere questa macchina militare. Non per un servizio. Non per un diritto. Per un arsenale.
Eppure la stampa tace. Anzi, accompagna. I talk show diventano fiere del consenso, in cui si esaltano le virtù patriottiche del riarmo e si zittiscono le voci contrarie. Gli editorialisti si fanno interpreti del verbo governativo. Si costruisce così una nuova normalità: la guerra permanente come progetto di civiltà, l’economia della paura come garanzia di futuro. I telegiornali parlano della difesa come se fosse sviluppo. Si evocano ritorni industriali, si millantano benefici per l’occupazione, si dimentica che gran parte di quelle armi verrà acquistata all’estero, soprattutto dagli Stati Uniti. I contratti sono già pronti. I missili sono già programmati. Le fabbriche di morte hanno già il logo inciso.
Nel frattempo, nei reparti di medicina interna manca il personale. Le liste d’attesa si allungano. I medici si licenziano. I bambini mangiano pasta in bianco perché le mense non hanno fondi. Gli insegnanti lavorano in classi sovraffollate con stipendi umilianti. Le periferie esplodono di rabbia e solitudine. Ma ciò che conta, sembra dirci il palinsesto quotidiano, è essere pronti a colpire. A difenderci da un nemico che cambia volto ogni mese, ma che giustifica tutto. E allora la paura diventa ragione. Il nemico giustifica il taglio. La sicurezza diventa fede.
In una democrazia sana, una scelta come questa avrebbe generato un dibattito profondo, acceso, doloroso. Avremmo avuto comitati, assemblee, docenti universitari convocati in Parlamento, scioperi degli studenti, mobilitazioni dei medici. Invece niente. O quasi. L’Italia ha firmato e si è voltata dall’altra parte. E chi dissente viene sbeffeggiato. Come se chiedere una sanità che cura, una scuola che istruisce, un futuro che non sa di piombo, fosse un capriccio da radical chic.
La verità, quella che non viene detta, è che stiamo assistendo a un passaggio epocale. La trasformazione di un Paese civile in un Paese militarizzato. La sostituzione della spesa pubblica con l’industria bellica. L’ingresso silenzioso in una logica da economia di guerra. E tutto questo senza nemmeno la decenza di un referendum, senza il coraggio di un confronto pubblico.
La vera domanda ormai non è piú cosa ci aspetta, ma cosa siamo diventati mentre fingevamo di non vedere. Un Paese che smette di curare le sue ferite sociali, che spegne le luci nelle scuole, che chiude gli occhi sui corpi fragili, per addestrarsi a un nemico costruito per legittimare la spesa. Una comunità che si lascia ipnotizzare da sigle, percentuali, trattati, senza più chiedersi dove finiscono quei numeri e chi li paga, in carne e ossa. Una democrazia che non sanguina, ma si addormenta. E nel sonno consegna la sua coscienza al calcolo.
C’è chi dice che non ci sono alternative. Che viviamo tempi eccezionali. Che bisogna adeguarsi. Cazzate! Chiediamoci: “chi” stabilisce la soglia dell’eccezione? Chi decide che l’unica strada è quella del riarmo? Forse siamo ancora in tempo per porre domande. Forse siamo ancora in tempo per dire no. Ogni scelta economica è una scelta morale. E la moralità di questa scelta, oggi, è semplicemente inaccettabile.
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8 commenti su “Il Papa: Guerre Diaboliche Nate da Fake News. Riarmo, Scelta di non Curare. Si Vis Bellum, Spara Balle.”
Merci pour cette élogieuse défense de notre cause, de notre foi et de notre raison.
Léon n’est qu’un miroir aux alouettes, un mirage dans l’immense désert de la grande apostasie, une illusion de l’ennemi.
“Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti”(Mt 24).
Per questi tempi e per quel che sta accadendo, sembra un discorso modesto e risicato. Niente di originale, niente di immerso nella Parola del Cristo, tanto che Prevost si deve appoggiare e fare riferimento alla grandezza morale dei veri papi, come G.P.II.
Cosicchè per il nuovo “papa” è stata una fake new quella che ha scatenato la guerra, quella dell’Iran, una diceria: l’idea di avere in arsernale “la bomba atomica ha scatenato l’attacco di Israele e poi quello Usa”. Pazzesco, non per la sciocchezza in sè ma per i fessi che se la bevono. Dunque Prevost fa finta di dimenticare che le guerre sono volute dalla elìte massonica, la stessa che ha imposto proprio lui a un miliardo di cattolici un antipapa al posto di uno vero. Non sono discorsi programmatici seguiti da azioni concrete ma frasi dette per fare GateKeeping, per dare dei contentini verbali a chi ascolta un’altra campana, quella di un tizio del Vaticano. Niente di interiormente sentito oltre la verità stantia di “tante armi e pochi ospedali”.
Dopo questo discorso da asilo e destinato a chi la massoneria ecclesiastica ritiene degli imbecilli. Ma noi siamo davvero imbecilli? Vi chiedo: in Prevost dove è la santità e la veemenza dei veri papi, dove è la denuncia di un Israele assassino? Dove sta il richiamo alla giustizia di Dio quando siamo quasi sull’orlo di una guerra mondiale? Ma su quale base, su quali meriti, ha potuto essere eletto dalla gran parte dei Cardinali, dove sono le sue doti nascoste che nessuno vede ma i cardinali a grande maggioranza per sceglierlo hanno visto e conoscono? Ma hanno eletto un papa o un rappresentate degli studenti del IV Ginnasio? Nessuno conosceva questo anonimo tizio americano, da quale buco della Curia è uscito?
Prevost, per sua stessa dichiarazione, dunque sarebbe il papa che vede il mondo spinto dalle fake news (proprio lui ne parla, ma dimentica le fake che ci hanno propinato su un conclave invalido e un papa fasullo…). È il papa delle belle parole …e i fatti? I fatti non sono però le chiacchiere di un falso pacifismo a imitazione sciatta di un generico desiderio di pace, sono solo parole rispetto persino a quella pace che l’Anticristo realizzerà realmente, nonostante il suo odio per Cristo. Non sono le parole trite e ritrite, banali persino per un politico da tribuna elettorale, ma sono i fatti, gli impegni intrapresi e infine i risultati che dimostrano che la Chiesa ha davvero un papa vero, che attira i cuori, che innamora i cristiani e riempie le chiese. Dove sono le giuste nomine di Prevost, le eliminazioni della gente immorale che infesta la Curia e la Chiesa? Il ripristino del Padre Nostro? Lo svelanento degli impegni con la dittatura cinese? La riapertura al Vetus Ordo? Niente, nessuna epurazione e le nomine sono di bergogliani che ha già fatto del male alla Chiesa.
Allora non fatevi ingannare dalle parole: a parole e sorrisi tutti noi potremmo esser bravi pontefici, anzi dirne di migliori e più sentite! Quello che sembra strano, ma davvero incomprensibile, è come una modesta, infima e puerile “potenza di inganno” possa far breccia ed confondere cuori e intelletti di tanti uomini, servendosi di una propaganda stupida, banale e con parole senza seguito e senza substrato: senza fatti concludenti. Davvero cari amici: Satanasso possibile che vi freghi e vi vinca con uno squallido gioco con carte visibilmente truccate? E voi? Voi non vedete i segni sul dorso, non riconoscete i segni dei tempi così evidenti e così inequivocabili?
Perchè qui nessuno contraddice Matteo in epigrafe, perchè non parla delle grandi azioni di questo tizio americano? Le parole grazie no, quelle non valgono niente.
Merci pour cette élogieuse défense de notre cause, de notre foi et de notre raison.
Léon n’est qu’un miroir aux alouettes, un mirage dans l’immense désert de la grande apostasie, une illusion de l’ennemi.
…Sembra che io abbia qualcosa contro un falso papa che fa solo il suo mestiere con coerenza e fedeltà a Belzebul per ingannare e portare alla perdizione. Ma è molto di più: io angosciata vedo i miei fratelli perdere l’orientamento per “un mirage” e non vedere ciò chè è proprio lì, davanti ai loro occhi, il pericolo evidente che neanche subodorano e vivono indarno sulla Base di sentimenti, di senzazioni e dimenticano i fatti.
Grazie PÉPÉ.
signora (?.),
Lei apre il suo intervento citando il Vangelo: «Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti» (Mt 24). È vero: il Signore ci mette in guardia contro l’inganno. Ma proprio perché la menzogna può travestirsi da zelo, da discernimento o persino da “resistenza”, occorre verificare con prudenza, fede e intelligenza spirituale da dove venga ciò che si afferma, e a chi giova.
Lei insinua che l’attuale Pontefice, Leone XIV, sarebbe un “tizio americano uscito da un buco della Curia”, eletto da una presunta élite massonica per confondere i fedeli. Questa affermazione, oltre a essere irrispettosa e indegna del linguaggio cristiano, è priva di qualsiasi fondamento documentato, canonico o teologico. Nessuna prova seria è stata fornita per dimostrare l’illegittimità del conclave che lo ha eletto, né è mai stato smentito da alcuna autorità ecclesiale. La Chiesa non si regge su “impressioni”, ma su atti pubblici e visibili, come la validità del conclave sancita dall’accettazione universale del nuovo Papa da parte del Collegio cardinalizio e del popolo cristiano.
Lei chiede: “Su quali basi è stato eletto?”
La risposta è semplice e cattolica: perché i cardinali, assistiti dallo Spirito Santo, lo hanno scelto liberamente e validamente, e perché la Chiesa – una, santa, cattolica e apostolica – lo ha riconosciuto come Successore di Pietro. Questo è sufficiente, secondo il diritto e la fede. E la sua stessa obbedienza allo Spirito Santo dovrebbe condurre a fidarsi dell’azione della Provvidenza, anche quando i suoi strumenti non ci sono familiari.
Lei accusa il Papa di “non fare nulla”, di non epurare, di non parlare contro Israele, di non restituire il Vetus Ordo, di non agire con “veemenza”. Ma da quando la santità del Papa si misura dalla forza retorica o dalla quantità di riforme visibili in tempi brevi? Da quando la veemenza sarebbe segno di autenticità e non, talvolta, di durezza e superbia spirituale?
Le decisioni del Papa – anche se non sempre comprensibili a tutti – devono essere giudicate con equilibrio, non secondo le attese soggettive di chi vorrebbe veder puniti i “nemici” e premiati i “tradizionalisti”. Lo zelo senza carità, dice san Paolo, può diventare disordinato e pericoloso (cf. Rm 10,2).
Lei parla di “nomine sbagliate”, di “parole inutili”, di “assenza di fatti”. Ma l’opera di un Pontefice non è uno show da misurare in base alla soddisfazione immediata di una parte della Chiesa. È piuttosto un servizio alla comunione e alla fede, che richiede pazienza, prudenza, e spesso anche silenzio operoso. Gesù stesso fu accusato di “non fare abbastanza” dai suoi contemporanei. Eppure, fu proprio la sua mitezza a manifestare la verità (cf. Mt 11,29).
Lei insinua che “l’Anticristo farà più fatti del Papa”. Questo paragone è inquietante: non è dai “risultati visibili” che si misura la verità evangelica, ma dalla fedeltà alla Croce. Anche Satana, dice la Scrittura, può travestirsi da angelo di luce (cf. 2Cor 11,14). È pericoloso usare la parola “Anticristo” come strumento polemico, invece di concentrarsi sull’edificazione della Chiesa nella fede, nella speranza e nella carità.
Infine, Lei afferma che “nessuno contraddice Matteo 24” e che “le parole non valgono niente”. Ma proprio Cristo, in Matteo 24, non ha detto: guardate i risultati, ma: non lasciatevi ingannare. L’inganno oggi non è solo nella menzogna plateale, ma anche nella pretesa di essere “più cattolici del Papa”, nel denunciare senza amare, nel giudicare senza obbedire, nel dividere la Chiesa in buoni e cattivi secondo criteri ideologici.
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Chi crede davvero alla Chiesa “una, santa, cattolica e apostolica”, crede anche che non può essere distrutta da nessuna élite, e che Cristo non lascia mai il suo Corpo senza guida.
Siamo liberi di non comprendere o anche di non apprezzare alcuni atti pastorali. Ma non siamo liberi di distruggere la comunione ecclesiale con insulti, sospetti, e insinuazioni che generano solo paura e divisione.
«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Questo è il criterio.
Riporto una barzelletta da prete su Prevost:
“La risposta è semplice e cattolica: perché i cardinali, assistiti dallo Spirito Santo, lo hanno scelto liberamente e validamente”
Era la stessa riferita anche alla elezione di Bergoglio?
Certo che lo Spirito Santo è un po mattacchione o è solo uno scherzo da prete, don Pietro Paolo?
Caro Strozzapreti,
che lo Spirito Santo sia “mattacchione” lo pensano solo quelli che hanno trasformato la Chiesa in una fiction apocalittica di quart’ordine, con un Papa “falso”, un conclave “massonico” e — sorpresa — un “prete radiofonico” come unico depositario della verità cattolica.
La sua battuta sullo Spirito Santo è rivelatrice: non è umorismo, è disprezzo mascherato. Tipico di chi ha sostituito la successione apostolica con la successione delle dirette Facebook.
Lei sicuramente, alla scuola del suo guru, parla di cardinali “illegittimi”, papi “finti” e Chiesa “eclissata”, ma intanto si aggrappa ai sacramenti della stessa Chiesa che disprezza, recita rosari inventati da veggenti sconfessate, e si genuflette davanti a un pulpito abusivo. Coerenza da far tremare perfino Lutero… e almeno lui scriveva in latino.
Sappia che lo Spirito Santo non è né mattacchione né distratto. È Dio, Signore e Vivificatore, e ha più pazienza di quanta ne meritiamo — anche con chi lo bestemmia mentre si proclama difensore dell’ortodossia.
La Chiesa non è un club privato né una setta con microfono e incenso. È il Corpo di Cristo, con tutta la sua carne ferita, ma reale. E chi la lascia in nome della “vera fede” ha già scelto un’altra sposa.
Ride, Strozzapreti? Rida pure. Ma sappia che si può scherzare con tutto… tranne che con il fuoco dello Spirito.
A sentire lei con premeditazione e a scopo distruttivo il S.Spirito avrebbe eletto un massone che ha offeso il deposito della fede e intronizzato demoni. Dio non spinge veri Cardinali a nominare eretici, ma ficiamola tutta, l’elezione di Bergoglio e Prevost è vero, è stata voluta dallo Spirito del Male, quello che la gerarchia stessa segue in un antipapa che lo possiede.
“Aggrapparmi” a sacramenti vuoti oltre la bestemmia di un nome falso? No, perchè sono officiati in comunione con un anticristo sul trono di Pietro. Non mi inginocchio affatto davanti a lei, agli altri “pulpiti abusivi” e agli impostori, perchè questo gesto ingiusto offenderebbe Cristo che è bisognoso d’amore e non anche del mio tradimento. I Rosari che dico indegnamente non sono presi da “veggenti sconfessate” che non conosco, ma da tradizione antica, dolce e filiale: io li dono a Maria da peccatore smarrito, senza protezione e abbandonato da chi dovrebbe aiutarmi e mi fa perdere!
Lei non io, non ho lasciato la Chiesa ma sono rimasto solo quando lei e gli altri avete scelto il silenzio. Io e non lei, aspetto il vero papa che verrà e confido nella mia coscienza semplice, sincera ultima vera voce che mi parla di Dio e che mi spinge a resistere a lei, alla falsa Chiesa e in buona fede credo alla Salvezza che verrà, che mi consolerà e confonderà i suoi nemici.
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