Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste scoperte e consigli di arricchimento letterario. Buona lettura e condivisione.
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Proprio all’entrata del paesino di San Teodoro di Oviddè c’è una viuzza, un segmentino appena di asfalto, intitolato a Salvatore Satta, scrittore sardo, anzi nuorese, di pregio, più o meno coevo di Grazia Deledda e io ci sono inciampata davanti, al vicoletto, qualche giorno fa proprio mentre rileggevo, centellinando le pagine come si fa con ciò che si ama, il suo splendido “Il giorno del giudizio” che è un capolavoro vero nelle storie che si intrecciano commoventi, ironiche, luminose.
Sono tanti, a spellar le pagine, gli aggettivi che potrei usare per descrivere la scrittura di Bobbore (cosi lo chiamavano in famiglia), ma no, io vi consiglio di leggerlo per perdervi, come faccio io, nella Nuoro che fu e che forse è ancora (un poco) , raccontata da Sebastiano Sanna senior e junior (nei quali si maschera l’autore) che sono i due protagonisti di un libro unico del Novecento. E ora, fermi lì, non ho finito perché un rigo giù dabbasso vi presento un altro scrittore sardo, orotellese, che è per me la sorpresa di giugno.
Dunque il suo nome è ancora e di nuovo Salvatore e in famiglia, per distinguerlo da tanti altri, veniva chiamato Bobboriccu: il cognome, che non vi dirà nulla (purtroppo), è Cambosu, ma a legger le linee del sangue si scopre che il nostro autore era il cugino primo della Deledda nonché figlioccio del padre di Bobboreddu, cioè Salvatore Satta. Oh Signore, Benedetta, con tutti questi Salvatori ci fai girare il capo, ma sì, in Sardegna si chiamano in tanti Salvatore e in Barbagia il nome si trasforma in Bobbore, Bobboreddu eccetera, in Gallura, invece, più semplicemente Tore.
Avanti. Dunque lo scorso giovedì, quando apre la biblioteca di Porto San Paolo, mentre chi m’ama acquistava il pecorino al mercatino, io ero lì a scegliere tra i tanti volumi nella sezione Sardegna. E pesco a caso, così, tra tanti, un volumetto intitolato semplicemente “Racconti” e pubblicato dalla Regione autonoma della Sardegna. Non leggo altro perché la quarta di copertina è bianca. Firmo il registro e via per la mia strada. Eccomi, al lieto pomeriggio, mentre il sole dardeggia, bevendo l’acqua che torno a dare ai miei pomodorini in crescita e mi immergo nella lettura.
Cambosu, vissuto ai primi del Novecento, ci regala un tesoretto sardo. Che stile, che penna, che splendido italiano. C’è tutta quanta la religiosità sarda in alcune storie che mi piacerebbe trascrivere qui sane per quanto sono amabili. “Cristo in Barbagia” ad esempio. Oppure “Il Natale in Sardegna”, dove le donne accogliendo con canti e gioia il Bambino, già piangono la sua dolorosa morte. Una corsa a Roma, alla Madonna del pellegrino del Caravaggio nella cappella Cavalletti della chiesa di Sant’Agostino. Lì pure, il Gesù Bambino, pare già avvolto dal sudario. Almeno così ci disse, e lo ricordo ancora con strazio, il monaco agostiniano che guidò la visita. Ma torniamo a Cambosu – del quale desidero leggere il capolavoro “Miele amaro” (e lo prenderò in biblioteca prossimamente) – nei suoi racconti, nei bozzetti, negli aneddoti, scrive piccoli grandi ricami in punta di penna, pennellate fresche, vive, che dipingono il mondo sardo, certo, ma che parlano a tutti.
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1 commento su “Uno Scrittore di Pregio, anzi Due. Scoperte Letterarie in Barbagia. Benedetta De Vito.”
Grazie Benedetta, ci fai scoprire pagine di letteratura davvero stimolanti.
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