Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, che ringraziamo di tutto cuore, offre alla vostra attenzione queste scoperte filologiche e letterarie. Buona lettura e condivisione.
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Per il mio lavoro di editor (e di scrittrice) tengo sempre a me vicina una vecchia “Grammatica italiana” (il titolo è proprio questo) che era mia già alle scuole medie e dalla quale non mi separo mai. E’ frusta, la copertina color celestino ha al centro un fiore d’un verdolino smorto, è smangiata agli angoli oramai scoloriti e i fogli un poco scompaginati si perdono se non li acchiappo per metterli in bell’ordine. Purtuttavia, vecchiotta come è (e lo sono io pure) mi è sempre di grande utilità, più di una spider e mi aiuta a raccapezzarmi rincorrendo il bell’italiano che cerco di salvare.
Ma non solo, perché questo prezioso libro di scuola – della scuola di una volta, eh… – mi ha anche offerto un prezioso regaletto quando ero ancora una ragazzina, indicandomi – anche se allora non lo sapevo e con una freccia azzurra – la via della verità che spesso si nasconde nelle parole. Un passo in giù, senza pagare il biglietto e vi racconto il busillis, partendo da una domanda.
Allora, ditemi, sapete perché cattivo vuol dire cattivo, cioè perché si dice cattiva una persona con il cuore di pietra? No?! Bene, ci vengono incontro, tra le pagine della mia grammatica antica, due belle madamine. la filologia e la semantica, che sono sorelle e si tengono per mano.
La prima, che racconta l’origine delle parole, dice: “Cattivo vien dal latino captivus e vuol significare prigioniero”; la seconda che spiega invece l’uso che della parola si è fatto, nel mutar dei tempi e delle cose, nei secoli, ragiona: “Nel Medio Evo l’uomo maligno era “captivus diaboli”, cioè prigioniero del diavolo e quindi dal cuore indurito, di pietra. Poi l’arcinemico, che sempre si nasconde per tentare le anime dei gonzi, ha fatto la sua magia e patapunfete il genitivo latino del suo orrido nome nella parola in volgare ha messo un mantellaccio nero ed è sparito nel cilindro del mago. E quindi – concludono le due di nuovo per mani – è rimasto solo cattivo e si è dimenticata la coda pelosa del maligno.
Ed ecco che la parola “cattivo” (ridandole il senso originario di prigioniero del diavolo) si fa vera, comprensibile e parla e urla il suo dolore a noi che sempre più spesso cadiamo nell’errore di usar parole astratte, senza sugo né sapore e di usarle a sproposito: condivisione, inclusione, percorso, discernimento. Quest’ultimo termine, ad esempio, lo usava Sant’Ignazio che insegnava ai suoi figli a capire se, durante gli esercizi spirituali, erano davanti a un angelo o a un angelo della luce. Era il discernimento degli spiriti…
Concludo, concludo, presentandovi un altro scrittore che ho amato e che è pressoché perduto nel tempo. E, guarda un poco, me lo ha fatto conoscere proprio il mio libro di grammatica che come esempio di bello scrivere, in poche paginette, me lo citava a esempio. Sì, una penna vibrante, viva, attenta all’unicità di ogni dettaglio. Una meraviglia. Il nome è noto a pochissimi. Ma è un peccato, davvero. Presto il nome, il nome. Bene, si tratta di Guelfo Civinini, vissuto a cavallo dei due secoli scorsi e autore di tanti libri, racconti, memoir.
Io, lo confesso, non ho letto tutti i suoi libri, perché nessuno li ha mai più pubblicati, ma ho letto qui e lì piccoli brani che mi hanno convinta ad alzare il telefono e chiamare il mio caro amico Giampiero Tarantelli dei Libri di ieri, che s’occupa appunto di libri antichi, vecchi, fuori catalogo e che nessuno vuole o che tutti cercano. Così mi sono prenotata, se li trova, i prossimi Civinini, saranno miei…
Mi ha preso in giro, bonario, Giampiero (che è buon amico di tanti anni e di avventure libresche) per i gusti particolari miei che oggigiorno appartengono a una strettissima minoranza e che lui ben conosce per avermi cercato e trovato i miei amori. Ma non mi importa di esser sola. Vorrei tanto leggere “Odor d’erbe buone”, “Pantaloni lunghi” (ricordate che ai nostri tempi si diventava uomini passando dai pantaloni corti ai lunghi..) e le storie africane e tutto quel che ha scritto Civinini (con quell’adorabile nome, tanto tosco, Guelfo, che porta).
Ho letto che Indro Montanelli ne era devoto cultore per esser stato il suo maestro al Corriere della Sera. perché Civinini fu anche giornalista e molto altro. Così, se mai Giampiero mi troverà, qualcosa, prometto di scriverne qui, tra noi pochi amici. Nel frattempo vi lascio con una foto di lui che mi piace assai per la risata spagnolesca che si intuisce e si vede e per il monocolo che tanto lo distingue dal mondo dei normali.

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6 commenti su “Cattivo: di Chi è “Captivus” un Cattivo? Scoperta Filologica…Benedetta De Vito.”
Il siciliano è la mia lingua madre, nonostante la mia lunga assenza dalla Sicilia, io penso in siciliano; che traduca dal latino di Seneca o dal latino di san Tommaso d’Aquino, io capisco in siciliano, siculo per l’esattezza, non sono sicano; il mio italiano parlato o scritto è una traduzione simultanea ma non dice del tutto il logos della mia lingua. È penoso leggere che non posso generalizzare, avvilente rispondere: cattivo/a si dice in tutta la Sicilia, da Pachino a Palermo.
Dal “Nuovo vocabolario siciliano-italiano” di
Antonino Traina (lessicografo, filologo e scrittore)
1868:
Cattivu. s. m. Uomo cui sia morta la moglie: vedovo; e cattiva, donna cui sia morto il marito: vedova. || Privo di libertà, catturato: captivo, schiavo (In entrambi i sensi dal Lat. captus: privo).
L’uso del termone risale al periodo normanno, originariamente applicato solo alle donne rimaste vedove cui era vietato apparire in pubblico.
Ps. Per dire di una persona cattiva, in siciliano diciamo: è tintu/a; sei cattivo/a = si tintu/tinta. Un proverbio dice: tintu cu mori, ca cu rresta si marita. L’aggettivo “cattivu/a” nella lingua siciliana ha solo il significato sopra riportato.
Beh! Scusi ma Lei l’ha girata di 180 gradi.
Nel suo primo intervento ha scritto che la vedova è definita («fino a qualche anno fa») “cattiva” – e che «la causa della perdita del marito, lasciandola nella maggior parte dei casi nella miseria più assoluta con figli da sfamare [era] la sua cattiveria» – mentre l’uomo cui era morta la moglie veniva chiamato semplicemente “vedovo”. E nell’intervento successivo Lei ha aggiunto che «quella “cattiva” veniva emarginata, e persino i figli erano considerati cattivi».
Quindi ricapitolando dai suoi primo e secondo intervento: gli uomini sono tutti “vedovi”; le donne, quelle nobili ecc. sono “vedove”, quelle del popolo sono “cattive”, con il significato sopra descritto, ed emarginata. Un’immagine perfetta di una mentalità di demonizzazione della donna che renderebbe euforiche le femministe più accese.
E, ripeto, non mi pare che questo non possa suscitare un giudizio negativo nei confronti di chi consideri in questo modo una donna rimasta vedova.
Ora invece si deduce, dal suo ultimo intervento e con l’aiuto del vocabolario “Siciliano-Italiano”, che il termine veniva applicato anche all’uomo rimasto vedovo, e che non aveva alcuna connotazione negativa ma semplicemente il significato di “vedova/vedovo”. Niente di negativo, una particolarità nel dialetto siciliano che può sembrare strana ad un estraneo se non gli si spiega il significato, come ce ne sono molte in tutti i dialetti d’Italia. Che ci fosse qualche discriminazione ai tempi dei Normanni (XI-XIII secolo), lo era in un tempo ben lontano da quello di «qualche anno fa», e mi sembra che allora, e non solo in Sicilia, qualche discriminazione nei confronti delle donne, anche se non vedove, ci fosse. Lei stesso, poi, ha terminato dicendo che «L’aggettivo “cattivu/a” nella lingua siciliana ha solo il significato sopra riportato»(cioè, da quanto riportato nel vocabolario Siciliano-Italiano, di vedovo/vedova); mentre, «Per dire di una persona cattiva, in siciliano diciamo: è tintu/a»
In quanto a “generalizzare” (e qui esulo dall’argomento esposto), non discuto la sua opinione, la mia è che si tratta di un metodo da prendere molto “con le pinze”, soprattutto se comporta un giudizio negativo nei confronti di una comunità, che non raramente può assomigliare, se non ad una menzogna, quanto meno ad una “verità” incompleta. Per fare un esempio: lei avrebbe (o ha) piacere se – generalizzando – si dice che “i Siciliani son tutti mafiosi”? (e lo dicono eh? Lo dicono! soprattutto nel Nord).
Dimenticavo, non è superfluo aggiungere che non erano rari i casi in cui quella “cattiva” veniva emarginata, e persino i figli erano considerati cattivi. Questo accadeva in un paese cattolicissimo in cui non si contavano le processioni religiose, ne ho vivo il ricordo; certo, non mancava del tutto la pietà cristiana, tuttavia persino l’elemosina si faceva di nascosto alla “cattiva”, come fosse un peccato perdendo così la reputazione sociale.
Caro Angelo, curiosità moleste e malelingue c’erano anche allora, del resto il peccato originale non è nato oggi. Non credo però che per i poveri di quei luoghi le vedove ricche non fossero “cattive”, o almeno non potesse sorgere l’idea in alcuni/molti che: “in un modo o nell’altro -qui la fantasia può volare sovrana sulle vicende coniugali dei protagonisti- quella li’ gli ha scorciato la vita”.
Salve Benedetta, non so quanto può essere importante nella sua ricerca filologica e semantica venire a sapere che in Sicilia, fino a qualche anno fa, ora non so, “cattiva” era chiamata la donna rimasta vedova, l’uomo no, solo vedovo, la donna era “cattiva”. Lo ricordo bene. Cos’altro poteva essere la causa della perdita del marito, lasciandola nella maggior parte dei casi nella miseria più assoluta con figli da sfamare, se non la sua cattiveria? Captiva diaboli? “Cattive” non erano, però, le donne di un certo ceto alto, nobili o borghesi che fossero, quelle erano solo vedove.
Buona giornata
Ps. Le sue “due belle madamine”, mi hanno riportato agli anni in cui leggevo “Le nozze di Philologia e Mercurio” di Felice Marziano Capella, e così ho rivisto, figure eponime, Grammatica Retorica Dialettica Aritmetica Geometria Astronomia e Armonia.
Premetto che non sono Siciliano, ma mi dispiace davvero leggere cose che inevitabilmente portano a diffondere un giudizio negativo sull’intera popolazione siciliana, come se già giudizi, e soprattutto pregiudizi, negativi nei suoi confronti facciano difetto.
Può anche darsi che in una certa località ci sia l’usanza che lei ha riferito (ancora oggi a quanto pare, perchè «fino a qualche anno fa» non significa nel secolo scorso), Lei ha forse visitato tutte le nove province siciliane?
Mi piacerebbe sentire il parere della Signora MIMMA su questo argomento che, se non mi sbaglio, è una Siciliana di ferro…
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