Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione l’omelia pronunciata in occasione della Pentecoste dall’arcivescovo Carlo maria Viganò. Buona lettura.
Veni, Sancte Spiritus

Mons. Carlo Maria Viganò
Omelia nella Domenica di Pentecoste
Veni, Sancte Spíritus,
et emítte cǽlitus
lucis tuæ rádium.
Veni, pater páuperum,
veni, dator múnerum,
veni, lumen córdium.
Vieni, o Spirito Santo: manda dal cielo un raggio della Tua luce. Luce di Verità del Padre e del Figlio, fuoco della Carità che da Entrambi procede, fiamma di speranza nelle tribolazioni. Fa’ risplendere le Tue perfezioni celesti su questo povero mondo ribelle, su questa Tua Chiesa eclissata da falsi pastori e mercenari, sui fedeli e sui sacerdoti, su ogni anima che il Figlio eterno del Padre, con la Tua divina cooperazione, ha redento incarnandoSi e affrontando la Passione in riscatto delle nostre colpe. Rendi ancora la Tua Chiesa, oggi umiliata, Domina gentium: sfolgori la luce di Verità che Nostro Signore le ha ordinato di predicare; risuoni di nuovo la voce di santi Pastori, Dottori della Fede, nella trasmissione fedele dell’immutata dottrina.
Vieni, Luce dei cuori: illumina l’intelletto e infiamma il cuore di papa Leone, perché non sia più Simone, ma Pietro. Possa egli riconoscere e condannare gli errori e le deviazioni della chiesa conciliare e sinodale, riportando la Sposa dell’Agnello al suo ruolo di Madre e Maestra di tutti i popoli, unica Arca di salvezza, solo sicuro porto nella tempesta che infuria. Vieni, o Paraclito, e fa’ nuovamente risuonare dai nostri pulpiti ciò che Nostro Signore ci ha insegnato: Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo (Gv 17, 3).
Vieni e guida Leone nella restaurazione della Chiesa e del Papato, per poter così esercitare pienamente l’autorità che il Sommo ed Eterno Pontefice ha conferito a Pietro e ai suoi legittimi Successori. Ispira in lui la docilità ai Tuoi consigli, la determinazione nel custodire e confermare nell’unità dell’unica Fede Cattolica e Apostolica il Gregge del Signore, la fiducia nel Tuo infallibile aiuto per fronteggiare i nemici di Cristo non con forze umane, ma nell’umile sequela del Salvatore e nella conformità alla Sua divina Volontà.
Vieni, o Padre dei poveri: vieni a colmare con i Tuoi doni chi con umiltà si riconosce bisognoso di tutto, chi con realismo comprende che senza la Tua luce soprannaturale i nostri cuori vagano nelle tenebre.
Consolátor óptime,
dulcis hospes ánimæ,
dulce refrigérium.
In labóre réquies,
in æstu tempéries,
in fletu solácium.
Vieni, Consolatore: infondi pace nei Tuoi fedeli sconquassati nella tempesta che infuria, nei nostri cuori straziati dalla passione che il Corpo Mistico di Gesù Cristo, trascinato dinanzi ad un nuovo Sinedrio, affronta sulle orme del divin Maestro. Scendi, o Spirito, a dimorare nella nostra anima, rendendola degna abitazione della Santissima Trinità. Concedi una tregua al soffocante combattimento che i Tuoi servi quotidianamente affrontano nel dare testimonianza al Figlio, dal Quale con il Padre procedi.
Da’ riposo alle nostre fatiche, frescura nell’afa del deserto che attraversiamo verso la Patria celeste, sollievo nel pianto della tua Sposa umiliata da ministri indegni e da fedeli tiepidi.
Tu che vomiti dalla Tua bocca i mediocri (Ap 3, 16), compensa con la Tua Grazia le nostre infedeltà, le nostre debolezze, i nostri tentennamenti. Rendici coraggiosi soldati di Cristo, guida i Ministri della Tua Chiesa perché ci siano d’esempio e non di scandalo, e perché si lascino da Te guidare sulla via della salvezza eterna assieme al gregge che il Signore ha loro affidato.
O lux beatíssima,
reple cordis íntima
tuórum fidélium.
Sine tuo númine,
nihil est in hómine
nihil est innóxium.
Tu che sei luce purissima che conduce alla gloria del Cielo, colma i cuori dei Tuoi fedeli, perché riconosciamo che senza di Te, senza la Tua protezione, non siamo nulla, e nulla in noi è senza colpa. Nelle prove presenti, nell’incalzare dell’assedio di un mondo nemico del Vero e del Bene, rinnova in noi e in tutto il corpo ecclesiale la certezza della vittoria finale e la consapevolezza che la croce che Nostro Signore ci ha assegnato può essere portata solo con il Tuo soccorso, solo con la Tua Grazia.
Lava quod est sórdidum,
riga quod est áridum,
sana quod est sáucium.
Flecte quod est rígidum,
fove quod est frígidum,
rege quod est dévium.
Lava le colpe di cui si macchiano i Pastori della Tua Chiesa; irriga le sue arse zolle con l’acqua rigeneratrice della Tua Grazia e con lo zelo di santi predicatori del Vangelo; guarisci le ferite sanguinanti che la affliggono per l’infedeltà della sua Gerarchia e delle sue membra. Piega, o Spirito Paraclito, la durezza delle nostre cervici, troppo spesso inclini al compromesso; riscalda i nostri cuori induriti dal gelo dell’insensibilità e dell’egoismo; dà sostegno alle nostre debolezze, ripristinando nella Grazia l’ordine divino che i nostri peccati hanno infranto.
Purifica il corpo ecclesiale, o Spirito Consolatore. Monda le sozzure che sfigurano il volto della Tua Sposa; estirpa gli errori e le deviazioni che ne vanificano la missione; restituiscile la triplice corona che le cinge il capo, lo scettro della sua missione apostolica, l’autorità e l’autorevolezza dei suoi Apostoli.
Da tuis fidélibus,
in te confidéntibus,
sacrum septenárium.
Da virtútis méritum,
da salútis éxitum,
da perénne gáudium. Amen.
Concedi ai tuoi fedeli, che ripongono in Te le proprie speranze, l’aiuto soprannaturale dei Tuoi Doni. Concedi il riconoscimento del merito per le nostre buone azioni, la grazia della salvezza eterna nell’abbandonare questa valle di lacrime, la gioia della beatitudine nella contemplazione della Santissima Trinità. E come dopo l’umiliazione e i tormenti della Passione il Salvatore vittorioso è risorto da morte, così la passio Ecclesiæ che la conduce verso il Calvario possa presto volgersi in trionfo e in gloria, mostrando nuovamente ai popoli il vero volto della Madre de’ Santi, immagine della Città superna.
Vieni, divino Consolatore: scendi sul Fonte nel quale le anime rinascono alla vita della Tua Grazia. Scendi sui tuoi Sacerdoti, e conferma con la Tua potenza ciò che la loro mano benedice; monda le anime che essi assolvono; accompagna nell’agone il morente che a Te si affida. Scendi sugli sposi cristiani, oggi esposti all’attacco feroce del nemico: ispira in essi la determinazione a proteggere e ad educare i loro figli nella Tua santa Legge. Scendi sui nostri altari, o Spirito Santificatore: scendi e rendi accetto alla Santissima Trinità il Santo Sacrificio offerto dai tuoi Ministri. Vieni e benedici l’offerta e l’espiazione che essi elevano alla Maestà divina per il Tuo popolo santo.
Vieni, o Spirito Santo: ricolma i cuori dei tuoi fedeli ed accendi in essi il fuoco della Tua Carità. Tu che sei Carità infinita che procede dal Padre e dal Figlio. A voi, individua Trinità, onore e gloria nei secoli dei secoli. E così sia.
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
8 Giugno MMXXV
Dominica Pentecostes
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47 commenti su “Veni, Sancte Spiritus. Guida Leone XIV nella Restaurazione della Chiesa. Mons. Carlo Maria Viganò.”
Caro don P.P.,
allora cominciamo da Giobbe…
e prendiamo pure per reale tutto l’episodio- senza passare per il filtro della teologia —
Abbiamo un Dio che scommette con un’altro (non si sa se a Lui inferiore o gemello) sulla fedeltà a sé di Giobbe che Lui ha “creato” – da buon padre-. In pratica tratta Giobbe come un cane da corsa. Perchè? Per sfizio? Scarsetto- direi-, visto che tale divinità dovrebbe possedere il dono dell’Onniscienza, ma qui tale Onniscienza viene messa in “non cale” dal principio del “libero arbitrio”. D’altra parte non si può affermare- come fanno tanti- che Dio sia solamente un Osservatore esterno che dall’alto di una sua dimensione a-spaziale si limita ad assistere ad un appassionante spettacolo. Oh, No! Dio è anche, e soprattutto “creatore” e dovrebbe,-come dice lei- comportarsi con amore “paterno” nei riguardi della sua creatura. Però tutta questa premura, questa affettività- secondo lei- consiste nel “comparire” al punto di rottura di Giobbe, per evitare di esser costretto (Lui, obbligato a non sfigurare) a far fuori la sua- ormai ribelle- creatura. Ecco il miracolo: COMPARE!- dopo aver provvisto ad azzerare tutte le proteste della vittima che non ha mai saputo, come Lui, né creare il mare, né i mostri che lo abitano. In altre congiunture una situazione simile finì pure peggio: per es.: quando Semele pretese che Zeus le si presentasse nel suo autentico aspetto divino da cui la misera mortale rimase fulminata. Malignità: forse perchè era donna?… Se non sbaglio, Jeshua dichiarò ai suoi discepoli che gli Ebrei,-loro antenati- erano esseri dal cuore duro. Questa durezza io la ritrovo non solamente nella figura di quel Dio Padre, bensì anche in quella di Giobbe, quando, come premio della sua fedeltà, viene risarcito, oltre che con la salute, in beni “concreti”: boschi, seminati, greggi, figli- altri, diversi da quelli – innocentemente defunti di prima-, ma non importa-…
Una vicenda “dura” per un popolo di “dura cervice”.
D’altra parte, suppongo che ci sia stato un equivoco sul termine da me impiegato : “dolciastro, melassoso” a proposito della immagine- da lei scelta- di un Gesù, vicino al letto della vittima innocente che confonde le proprie lacrime con quelle del sofferente…per “incoraggiarlo”. Lei -probabilmente troppo giovane- non conoscerà una delle canzoni più commoventi di Giorgio Gaber: “L’ amico” (1971):
” Ma cosa fai, dai, non piangere, sei peggio di un bambino, Ma smettila, fissato…ma che ti metti in mente?, vedrai che starai bene….Vedrai, vedrai, andremo in giro insieme, e troveremo un bosco pieno di animali…” In luogo del bosco ( e della impossibile guarigione fisica), mettiamoci l’Eden e il Paradiso e…siamo a posto, devotamente inteneriti e in lacrime, come si conviene…
Caro don P.P., la capisco quando afferma che il Cristianesimo sembra nato appositamente per dare un senso al dolore; ma c’è riuscito veramente e senza “frange sentimentali” (cit. Momigliano)? A me-finora-sembra di no. E quella forma triadica di un Dio che è allo stesso tempo: Onnisciente, Giudice, Creatore ( senza contare la sua Onnipotenza) si può spiegare solo ricorrendo alla parola magica: “Mistero” che, per definizione, rimane qualcosa di inesplicabile. Stavolta- se lo permette- vorrei concludere con una frase di Borgès:
” La teologia è un ramo della letteratura fantastica”, ossia Speculazione + Immaginazione usate a scopo consolatorio ( un po’ come le fiabe che finiscono bene ).
Ed ora la saluto, con viva simpatia. Adriana.
e.c. “un altro”.
Cara Adriana,
Come già le ho detto altrove, Lei mi impegna a ricercare per comprendere pienamente i riferimenti alle persone del mondo della cultura o della mitologia che io non conosco o non ho approfondito nei miei studi. Ci sono momenti in cui il volto di Dio sembra quello di un antagonista o, peggio, di un osservatore freddo, distante, quasi crudele. Lo sa bene chi, come me, ha attraversato – non in teoria, ma nella carne – ore in cui il dolore sembra non avere scopo né redenzione. Tuttavia, mi permetta qualche rilievo.
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1. Il Dio di Giobbe non scommette per gioco.
Non si tratta di una “scommessa” tra due divinità alla pari, come se fossimo in una mitologia pagana. Satana, infatti, è interrogato e comandato da Dio.
Il libro di Giobbe è un testo sapienziale, non un resoconto cronachistico. In esso Satana non appare ancora come il Male assoluto, ma come l’“accusatore” celeste: una funzione, più che una persona, non ancora pienamente identificabile con la figura demoniaca rivelata nel Nuovo Testamento.
Il racconto non intende rappresentare un Dio sadico, bensì porre una domanda tanto scandalosa quanto essenziale: l’uomo può amare Dio senza alcun tornaconto?
Giobbe è l’uomo che, pur devastato, continua a gridare, a discutere, a cercare Dio – a non staccarsene mai. Proprio come chi ama e soffre.
Alla fine, Giobbe non riceve una spiegazione teorica, ma una Presenza. Il mistero non viene spiegato, ma abitato.
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2. Dio non è un chirurgo freddo: Egli soffre.
A differenza di Zeus – che fulmina –, il Dio cristiano si lascia crocifiggere. Lei nota giustamente l’eco tragica della comparsa di Dio nel turbine, ma dimentica (forse volutamente) che quel Dio, nel Figlio, ha scelto di assumere il posto di Giobbe. Il Crocifisso è il Giobbe innocente fino all’estremo. E lì non si tratta più di promesse di “boschi pieni di animali”, ma di una solidarietà assoluta che tocca l’abisso.
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3. I figli “nuovi” di Giobbe non sostituiscono quelli perduti.
Questo è forse uno dei passaggi più dolorosi. Ma il testo sacro non suggerisce che le nuove benedizioni siano un “risarcimento contabile”. L’intera visione veterotestamentaria andava purificata, e lo sarà nel Vangelo, dove si scopre che nessuna creatura è mai sacrificabile, e che ogni lacrima è raccolta nel cuore di Dio (cf. Sal 56,9). Cristo non consola con parole dolciastre, ma con la compagnia del Suo silenzio crocifisso: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”.
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4. “La teologia è una branca della letteratura fantastica” (Borgès):
Bellissima frase, ma insufficiente. Certamente la teologia è anche simbolica, narrativa, speculativa. Ma se fosse solo questo, non avrebbe prodotto santi, martiri, donne e uomini che hanno attraversato l’inferno tenendo lo sguardo fisso su una Presenza più reale del dolore stesso. Le fiabe consolano. Il Vangelo converte, spezza, salva. E la Croce – spiacente – non ha nulla di dolce.
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5. Sì, il Mistero rimane. Ma è un Mistero che ama.
Non è un comodo paravento per l’incomprensibile. È piuttosto la misura di un Altro che ci supera infinitamente ma ci cerca infinitamente. “Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). E come lo ha rivelato? Non scrivendo trattati, ma chinandosi sui malati, piangendo con Marta, morendo nudo su un legno.
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In fondo, Adriana, non c’è altra risposta che quella data da Giobbe: “Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5). E quando uno ha visto, non con gli occhi della logica, ma con quelli del cuore trafitto, allora anche il dolore – pur non spiegato – può essere trasfigurato.
Con simpatia altrettanto viva e sincera,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
ammiro il suo “Esprit de finesse” lessicale, di cui si serve (forse consapevolmente, forse inconsciamente) per trasformare -con benevoli eufemismi- azioni “predatorie”, in “buone azioni”. Scrive infatti: “l’intera visione dell’Antico Testamento andava purificata” ,(ammettendo, con ciò, che le versioni autentiche del medesimo- tradotte, tradite e rifatte-non corrispondono affatto ai testi originari). Come affermano i rabbini, si tratta di un furto vero e proprio- simile a quello di un ladro di gioielli che- impadronitosene, li affidi- in primis- ad esperti gioiellieri per farli ricomporre secondo il loro estro, o, quando ciò risulti troppo difficoltoso, venda ve al largo pubblico le pietre sciolte più appariscenti e redditizie.
Lei aggiunge che l’Entità che confabula con Dio a proposito della sorte di Giobbe ” non è -ancora- il diavolo” quale si delineerà nei Vangeli. Mi vuole, allora, cortesemente. spiegare chi è? Che ci sta a fare in intimo colloquio con Dio? O siamo, forse, in presenza di una scissione di personalità schizoide? Oppure, al contrario, di una rivendicazione esclusiva di “ogni” potere da parte di una divinità monoteistica , come troviamo in Is.. 45,7?
Questa sua affermazione indurrebbe a supporre, inoltre, che nei Vangeli sia facilmente riscontrabile la presenza di forme di Manicheismo non presenti nell’A.T.-
Lei aggiunge che non bisogna fermarsi ai nominalismi, specie quando il nome non indica null’altro che la “funzione” di una persona (o personaggio). Benissimo: infatti il “Nachash” dell’Eden indica alcune funzioni: quella di essere subdoli, astuti, ma anche intelligenti, sagaci, saggi. In pratica: quelle di un “onesto” Pubblico Ministero. Una curiosità, la prima e l’ultima lettera di tale nome configurano la parola aramaica UOMO… La medesima sorte tocca al nome dell’Arcangelo Gabriel, funzione dell’El ( cui Mons. Daniélou ha dedicato lunghi studi sulla identità tra la Colomba dello Spirito e Gabriele). El- assieme ad Elohim-…( che sta/stanno in alto, come Al e come Il) da noi viene tradotto con Dio; Elion ( che sta ad un piano o livello superiore rispetto al precedente ), viene tradotto con Altissimo. Yhwh viene tradotto ora con “Signore”, ora con “Eterno”. Le differenze concettuali che ne derivano sono macroscopiche.
Lei cita, inoltre, una pezzo di frase del Salmo 22,- quello riportato da Marco-. Uno dei Salmi più antichi… ma perchè mai c’è questo uso di non citarne ai fedeli nulla di più, di modo cheil significato possa apparire nella sua evidenza ed intenzionalità: “Mio Dio, (mia forza) perchè mi hai abbandonato? Lontano dalla mia salvezza la parola del mio grido. Mio Dio, grido di giorno e non rispondi, di notte e non c’è tregua per me!” Forse per non scandalizzare il pubblico? O per un residuo, oscuro timore dei Docetisti nei cui testi sembra che il corpo terreno di Jeshua si rivolga al proprio divino Pneuma che l’ha abbandonato alla sofferenza umana in solitudine? Non mi pare possibile…dopo tutto, quello dei docetisti è uno dei numerosi Cristianesimi ad aver perduto la guerra dopo numerosi successi giunti fino ai Bogomili.
Concludo rallegrandomi che le mie “perle” l’abbiano indotta a prender atto di un po’ di cultura non esclusivamente fideistica. Non si trattò di una fulminazione ostile, tanto è vero che Zeus si preoccupò della sorte del feto di Semele, salvandolo dalla morte e diventando il di lui Padre carnale e spirituale. Dioniso- Zagreo fu -per varie ragioni- il “concorrente” più titolato nei confronti di Jeshua. Nonno di Panopoli ne scrisse “Le Dionisiache” e- contemporaneamente , offerse al mondo la più bella delle traduzioni in versi del Vangelo di Giovanni. Invito caldamente uno spirito dotto come il suo ad informarsi approfonditamente su tale argomento.
Con i miei più cari saluti, Adriana.
e.c. le versioni “autentiche” dell’A.T. che ci propongono…
Per l’acidissima signora (?🥶) di tutti i popoli (? 🤡), che trancia giudizi a zampa sospinta, un proverbio romanesco mi pare molto appropriato:
“Se er vino nu lo reggi, l’uva magnatela a chicchi”.
@ don Pietro Paolo
Cito: “Sulla rinuncia di papa Benedetto, io stesso ho più volte espresso perplessità, dolore e interrogativi. Ma non credo che, in coscienza e alla luce del diritto canonico, si possa affermare con certezza che essa fu nulla. Posso però capire chi cerca in quella rinuncia l’origine della confusione successiva. Non lo escludo: ma una tale sentenza richiederebbe molto tempo per spiegarla.” (da un commento di don Pietro Paolo alla Petizione a Leone XIV per C. M. Viganò, 3 giugno 2025)
In italiano, la frase “non credo che… si possa affermare con certezza che essa [la rinuncia di Benedetto] fu nulla”, significa che si può affermare che essa fu nulla, ma senza averne la certezza. Poi però qui il don dichiara che “Papa Leone XIV è legittimamente Papa, come successore visibile di Pietro, eletto dal Collegio cardinalizio in un Conclave legittimo.” A quale dei due don Pietro Paolo dobbiamo dare credito?
Aggiungo: se c’è qualcuno che oltrepassa certi limiti, forse è perché è esasperato. Forse anni fa invece di usare il bastone con le persone che chiedevano di essere ascoltate, bisognava essere comprensivi; forse invece di negare l’evidenza, bisognava semplicemente ammettere che i dubbi ci sono. Allora le parole di chi dimostrava di essere un amico, oltre che un sacerdote, sarebbero state accettate, anche quando ti spiegavano che cosa fare e che cosa no in questa situazione; allora tante pecorelle non sarebbero state indotte a scappare dall’ovile.
@De Cuius,
lei ha citato una mia frase, ma ne ha completamente rovesciato il senso.
Quando scrivevo:
“Non credo che, in coscienza e alla luce del diritto canonico, si possa affermare con certezza che la rinuncia di Benedetto fu nulla”,
non stavo suggerendo un mio dubbio, come lei insinua con malizia, ma stavo precisamente negando la posizione di chi, come lei, pretende di affermare con certezza che quella rinuncia fu nulla.
I miei interrogativi, i dolori e le perplessità — che ho sempre espresso pubblicamente — non avevano nulla a che fare con la validità dell’atto, e sottolineo “validità “, che non ho mai messo in dubbio. Riguardavano, quasi presagendo, le conseguenze ecclesiali e pastorali che quella rinuncia poteva comportare — e, come abbiamo visto, ha comportato. Credo che ogni buon cattolico, di fronte alla rinuncia di un Papa, provi dolore, si interroghi sulle sue motivazioni e resti perplesso?
Il mio riferimento alla coscienza e al diritto canonico serviva a contrastare proprio quelli che, abusando del diritto, ne facevano una clava per proclamare vacanze di sede e antipapi a comando.
Lei legge al contrario ciò che è stato detto con chiarezza.
La frase:
“non si può affermare con certezza che la rinuncia fu nulla”
significa, in modo inequivocabile, che non è lecito – né giuridicamente né in coscienza – proclamare la nullità di quell’atto.
Non significa affatto, come lei arbitrariamente suggerisce, che si possa “forse” affermarlo, ma con qualche incertezza.
Significa l’esatto opposto:
che non è possibile né prudente né conforme al diritto canonico sostenerlo.
È un modo per escludere la pretesa certezza di chi, come lei, afferma apoditticamente che la rinuncia è invalida.
Non un invito a dubitare, ma un invito a tacere dove manca l’autorità per giudicare.
In altre parole: non è un’apertura. È una smentita.
Chi non lo capisce, forse ha problemi con il senso logico delle proposizioni – o forse lo capisce benissimo, ma lo manipola per comodità di retorica.
Quanto alla sua parentesi psicologistica sull’“esasperazione” e il “bastone” usato con chi chiedeva ascolto, le confesso che mi ha strappato un sorriso.
Cito:
“Forse anni fa, invece di usare il bastone, bisognava essere comprensivi… forse invece di negare l’evidenza, bisognava semplicemente ammettere che i dubbi ci sono…”
Forse, forse, forse… E magari pure “una carezza e un sorriso”, come in certi testi da oratorio anni ’70.
Peccato che la Chiesa non si governi coi forse, né si difenda con i sentimentalismi.
Non si trattava di negare perplessità— che ho sempre riconosciuto — ma di non trasformarli in dogmi alternativi, né in pretesto per giustificare derive, scissioni e messianismi d’accatto.
E infine, no: non sono esasperato.
Non ho bisogno di urlare, di evocare “pecorelle scappate” o “amici incompresi” per dire ciò che penso.
Mi basta una frase chiara — che lei ha letto, ma travisato — per ribadire ciò che ho sempre sostenuto:
la rinuncia di Benedetto è valida.
E Papa Leone XIV è oggi il successore visibile di Pietro.
Il resto è dietrologia travestita da zelo.
Io non ho travisato niente; lei invece si comporta come quei personaggi che invece di ammettere di aver sbagliato, rivoltano abilmente la frittata dicendo di essere stati fraintesi o che gli altri non capiscono nulla. Non c’è nient’altro da aggiungere, neanche al suo sarcasmo fuori luogo sulla comprensione: evidentemente l'”accoglienza” si predica bene e si pratica male. Dodici anni non sono passati invano, per lei come per tanti altri suoi reverendi fratelli nel sacerdozio.
@ ADRY Cara amica e nemica, grazie per le precisazioni, specie per quella sul Manzoni. Nel rileggere la descrizione della peste e della carestia, straordinaria sotto ogni aspetto letterario, psicologico, cristiano (e profetico, su quello che presto succedera con gli ultimi tempi), pensavo a come sia stato scacciato dalla scuola Italiana dalla intellettualoide deriva delle sinistre in Italia e come adesso sia studiato non sui testi ma su riassunti. Manzoni è stato ucciso perchè parlava di dignità e moralità dell’uomo, non poteva essere più preso come riferimento in questo mondo ateo e materialista.
@ PEPÈ Amico francese, grazie!
Aver compreso la contingenza, come dici di NIPPO, non significa per lui fare delle scelte di vita conseguenziali. Lui sta a guardare e ride ironicamente sulle lotte giuste o sbagliate che siano, rimanendo spettatore senza cuore in una religione tutta sua, simil-gnostica, che lo perderà, tranne un intervento della Grazia.
@ FRITZ sono d’accordo al 100×100: non si può accettare un papa irregolare e star zitti. E chi sta sra zitto qui, forse un “monsignore”(??) anche se sembra che lo faccia con sapienza di dottrina, rivela la sua scelta comoda sullo status quo.
Che JMB sia stato un antipapa, almeno nelle sue espressioni eretiche fu la mia prima impressione, a ridosso del fatto di Pachamama. Mi allontanai dalle Messe cum Bergoglio perchè un papa dubbio non poteva permettere ulteriore “partecipazione” senza conoscere prima e bene la situazione. Non conoscevo affatto Cionci, don Minutella, la Acosta, la Meloni (USA), don Violi, Farè, Cornet (con due testi)… (solo i più importanti, ma ho omesso vv. pubblicazioni). Tutti poi sono stati da me letti e valutati, sia dal punto di vista giuridico sul quale ho basi indiscutibili, che dottrinale e del magistero, che occorre conoscere quando si hanno figli che vanno a dottrina da preti, ignoranti bene che vada.
Se, come ho più volte discusso e dimostrato negli anni su vari siti web, Bergoglio fu un impostore, Prevost anche lui è illegittimo e su questa verità dimostrata e comprovata, bisogna fondare la nostra vita e combattere per essa nel nostro ambito.
Chi ha lasciato la Chiesa? Non noi, ora definiti “benevacantisti”: di fatto Benedetto risulta l’ultimo vero papa, siamo dunque ancora in sede vacante.
Chi sta fuori? Tutti coloro -non in buona fede- che pur conoscendo la verità o volendo rifiutarsi di approfondire e conoscerla, riconoscono comunque Prevost come loro campione, senza alcun valore purtroppo. Quindi con tutte le loro benedizioni, le belle parole che puzzano di falsa santità i vari Pietri e Paoli e i loro lecchini, che si affacciano nella nostra vita e sul blog, altisonanti a volte nel loro magnanimo paternalismo, possono considerarsi traditori del buon Gesù, peggio di Giuda che ebbe schifo di se stesso e forse pure massoni, cioè dichiarati nel loro intimo Suoi nemici. Altrimenti come potrebbero crocifiggerLo acclamando un falso vicario? Per errore scusabile? Che vita interiore contorta portano avanti fra sorrisi e prediche in cui non credono ma assumono su di sè il sangue innocente dei fedeli, mentre la Verità piange dentro di loro… sì è vero, Caro FRITZ, loro tacciono ma noi non possiamo, per rispetto a questa Terra nostra, di noi uomini, santificata dal Sangue versato dall’Amore dimenticato.
@ GABRIELA DANIELI ora impegnata con l’Evangelium Vitae nella mano nella lotta solitaria contro la Eutanasia di Stato, di prossima promulgazione, alla faccia di tutti i movimenti pro-Vita che tacciono e di tutti i fasulli ToniBrandi, al pari del Pecorone messo al posto di Paglia.
Come mai, cara amica mi vedi assalita dai demoni dentro ai don pietri e non vieni a sconfessarli col Magistero? È tuo compito e tuo pane parlarci della tua materia, dell’anti-papato prevostiano. Spero che per errore tu non sia stata bannata su ciò che è caro a noi cattolici: il Magistero della Chiesa.
Cara la mia Domina,
essere di opinione diversa- e dimostrarne le ragioni non umorali- non fa dell’interlocutore un nemico. Inoltre…le assicuro che Manzoni ed i suoi “Promessi Sposi” non vennero affatto spregiati, né bannati dalla scuola finchè fu dominante il “pensiero” di Sinistra che, anzi- a cominciare da Gramsci- considerava tale autore l’unica “testa d’uovo” dell’opposizione con cui l’intellighenzia comunista doveva impegnarsi nel dibattito etico ed ideologico… La “trascuratezza”, semmai, proveniva dalla Chiesa… come oggi dall’impero della “cultura Woke”. Da ultimo…che c’entrano “I Promessi Sposi” con gli Inni Sacri, e, specialmente con “La Pentecoste”? Manzoni non fu un monolite e in queste opere, così come nelle Tragedie e negli scritti teorici sonda concetti profondi , ma anche fra loro diversificati.
Signora di tutti i Popoli,
non occorre molta perspicacia per comprendere che dietro il suo lungo e indignato monologo si cela più un tentativo di giustificare una deriva personale che una vera confessione di fede cattolica.
Lei ha parlato di Manzoni, di carestie, di Pachamama, di figli al catechismo, di Minutella ( penso di lei) ,Cornet, Cionci, Acosta, don Violi, Farè… ma ciò che non ha mai nominato – e che è l’assenza più tragica del suo discorso – è la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, visibile, sacramentale, fondata sul Pietro visibile, non sulle sensazioni personali né sulle elucubrazioni giuridico-dottrinali condotte nei blog.
La sua sembra una religione costruita su un’interpretazione privata del diritto canonico, su un culto per l’illegittimità altrui e su una cieca fiducia in guide auto-referenziate che si proclamano “resistenti”, ma che di fatto vivono separate dalla Chiesa.
Lei scrive: “Chi ha lasciato la Chiesa?”
Mi permetta di rispondere con chiarezza: chi non riconosce il Papa legittimo, chi rompe la comunione visibile con la Chiesa universale, chi fonda la propria “resistenza” su un’accusa di eresia mai riconosciuta né da un Concilio né dal Collegio episcopale, si è separato dalla Chiesa. Questo è scisma, anche se travestito da zelo.
Lei afferma che “non basta sapere di dottrina”. Concordo. Perché la dottrina, se non è vissuta nella comunione con il Papa e i vescovi uniti a lui, diventa un’arma per distruggere l’unità ecclesiale, non per custodirla.
Il suo disprezzo per chi “benedice nel nome di un antipapa” mostra fino a che punto abbia perso di vista il senso della communio ecclesiae. Le benedizioni non sono caramelle, come ha scritto con sarcasmo: sono segni sacramentali della grazia ecclesiale, che Lei non ha autorità né diritto di giudicare validi o meno in base a una diagnosi arbitraria di illegittimità papale.
La sua fede sembra essersi incardinata non in Cristo, ma in una convinzione soggettiva: “Bergoglio è antipapa”. Peccato che nessuna autorità della Chiesa abbia mai confermato questa convinzione. E la Chiesa non si guida per sensazioni personali o “prime impressioni”, ma per la successione apostolica visibile, garantita dallo Spirito.
Lei e altri sedicenti “cattolici fedeli” state costruendo una nuova ecclesiologia: una Chiesa parallela, senza Papa, senza unità visibile, senza sacramenti validi. Ma questo – mi permetta – non è zelo per il Magistero: è presunzione travestita da martirio.
Come scrive sant’Ignazio di Antiochia:
«Dove appare il vescovo, là sia anche il popolo; come dove è Gesù Cristo, ivi è la Chiesa cattolica» (Lettera agli Smirnesi, 8).
E san Cipriano di Cartagine, nel suo De unitate Ecclesiae, ricorda:
«Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre»
e ancora:
«Chi si stacca dalla Chiesa non riceve lo Spirito. Se uno non è nella Chiesa, non può essere cristiano.»
Chi si autoesclude dalla comunione in nome di una purezza immaginaria, ha già imboccato la strada del settarismo spiritualista. Non è la Chiesa che ha lasciato lei. È lei che, con le sue scelte, ha deciso di restare fuori da essa, pur dicendo di combattere “per essa”.
Lei conclude con un accorato: “Noi non possiamo tacere.”
Ma se il parlare serve solo a seminare divisione, sospetto e rancore, allora forse è tempo – lo dico con carità – di tacere per ascoltare lo Spirito, che non guida mai fuori dalla Chiesa visibile, gerarchica e apostolica.
Tornare alla comunione non è resa.
È verità. Ed è umiltà.
Virtù che spesso i “resistenti” dimenticano nel nome della loro battaglia.
Notare la ‘p’ minuscola di papa Leone…
‘Simone di Giovanni’, dopo aver rinnegato il Signore per tre volte, dovette rinnegare se stesso tramite la triplice professione d’amore al Signore (Gv 21, 15-17), in conseguenza della quale Gesù assegnò al ‘nuovo Simone’ la custodia degli agnelli e delle pecorelle. Simone dovette quindi, in un certo senso, ‘morire a se stesso’ e poi ‘rinascere’ prima di assumere a tutti gli effetti il ruolo effettivo (oltre che il nome) di Pietro.
Detta in altre parole: prima che il prevosto/Simone possa riconoscere (rinnegando se stesso nel ruolo di Pietro) che il capo del monastero (la Chiesa) in realtà è l’abate (il vero Papa), è bene che il gregge si stringa attorno al prevosto, perché costui rappresenta l’autorità (e l’unità) del monastero, coerentemente con la volontà dello stesso abate…
In quest’ottica le parole dell’Arcivescovo Viganò acquistano una luce di umiltà e di saggezza, manifestando la sua fedeltà e obbedienza al Papa (quello con la P maiuscola…)
Tacere è bello don Paolo e Pietro, ma io non sono come lei, io affermo, nella mia infima vita di peccatore ma pentito e amante del Cristo, che Prevost non è e non può essere papa. Una benedizione che riporti il nome di un Giuda non sale al cielo, come una Messa che riporti il nome di un falso papa è illecita e invalida, peggio di una messa nera.
Mi duole rifiutare una benedizione, ma questa è intaccata e improponibile: devo perchè è una offesa a nostro Dio. Non posso riportare tutto quello che non va in questa sua complessa bestemmia maledicente dove a cose belle sono mescolate oscenità contro la fede. Allora riporto un solo periodo inaccettabile fra tanti, il virus del male che agisce in una chiesa parallela, che corrompe ogni azione:
‘E proprio in questa luce vogliamo riconoscere il dono che lo Spirito ha voluto fare alla sua Chiesa anche oggi, attraverso la provvidenziale figura di Papa Leone XIV.’
Mentre nell’ottobre 2019 un cane argentino sotto spoglie umane, assieme a cardinali e vescovi che a spalle portavano una canoa con un pezzo di legno raffigurante una orribile puttana india incinta e cantavano inni in suo onore e il culi puzzolenti di un frate francescano e di una suora si prostravano in sua adorazione, dov’era Prevost? Dov’era il prescelto di Bergoglio?
Era vescovo a capo della Conferenza episcopale Peruviana dove poteva far sentire il suo sdegno, ma non lo fece, e ti risulta forse che questo abbia messo agli atti e proclamato che si dissociava dalla dissacrazione della Basilica di San Pietro, che non era la Vergine Maria che si portava in processione ma un idolo demoniaco? Prevost È STATO ZITTO e ossequioso, grato di esser fatto vescovo ad un apostata, in breve ha avuto stranamente, numerosi incarichi prestigiosi e poi Cardinale e poi Papa… Tacere per lui è stato tanto meglio che soffrire una falsa scomunica di un antipapa. Ma per me non è possibile, perchè come posso io, solo un pochino è vero, amo il mio Dio.
In più di un mese di papato regalatogli dalla massoneria, Prevost non ha annullato nessun abomimio perchè lui era già complice di ogni abominio fatto da Bergoglio, suo compare e mentore.
Come disse p.Pio meglio una assoluzione dal più corrotto dei sacerdoti che un benedizione dal più santo dei consacrati. Ma resisterò e ne farò a meno con la poca fede che ho, perchè qui nel blog consacrati santi non ce ne sono e di benedizioni sante neanche perchè corrotte e puzzolenti dal nome di un corruttore della fede, nonostante che qui in Austria non esistano preti che vogliano fare il loro dovere, ma piuttosto tacere.
Don Paolo e Pietro, la pachamama l’aspetta laggiù assieme al suo falso papa discepolo di un antipapa, e lei poichè ora spadroneggia pensando che abbiamo dimenticato il suo tradimento con Bergoglio, per il futuro resista alla tentazione e non si permetta più di benedirci con un altro anticristo, nell’orrore rappresentato da un antipapa.
@Fritz
Lei dice di non essere come me. E, per certi versi, ha ragione: io non definisco un Papa “cane argentino”, non paragono la Santa Messa a una “messa nera”, non alludo ai “culi puzzolenti” di frati e suore, né accuso chi benedice nel nome della Chiesa di bestemmiare. Anche se un Papa non brillasse per santità o discernimento, nemmeno allora un cattolico avrebbe il diritto di scadere in questo linguaggio. Perché la fede cristiana non si misura dalla veemenza delle parole, ma dalla carità della verità.
Scrive che “ama un po’ Dio”. Le auguro di amarlo abbastanza da non offendere il Corpo di Cristo, che è la Chiesa. La sua rabbia, per quanto comprensibile sul piano umano, diventa tossica quando si traveste da zelo spirituale. Sembra più che adori la propria indignazione che non il Dio vivo.
Alcuni punti sono da chiarire, e non con urla ma con dottrina:
1. Papa Leone XIV è legittimamente Papa, come successore visibile di Pietro, eletto dal Collegio cardinalizio in un Conclave legittimo. Non è “regalato dalla massoneria”, ma accolto nella fede della Chiesa. Non serve che lei lo riconosca: basta che lo faccia la Chiesa. E l’ha fatto.
2. Dire che una Messa è invalida solo perché contiene il nome del Papa che lei non riconosce è non solo errato, ma blasfemo, soprattutto se si osa il paragone con una “messa nera”. In quella Messa c’è il Corpo e Sangue di Cristo. Se non ci crede più, non stia lì a parlare di fede.
3. Lei accusa Prevost di non aver “condannato” eventi idolatrici. Forse ha ragione nel provare disagio per certe derive. Ma la soluzione non è sostituirsi al Papa, né erigersi giudice assoluto di ciò che è Chiesa e ciò che non lo è. La Chiesa non si purifica con la calunnia, ma con la santità, la preghiera e la verità.
4. San Pio diceva che un sacerdote indegno può comunque assolvere, ma non diceva che il fedele deve diventare teologo, canonista e inquisitore da blog, per stabilire chi sia Papa, chi no, chi salva e chi danna.
Lei rifiuta la benedizione perché “macchiata”. Lei può rifiutare la mia benedizione. Ne ha piena libertà. Ma non può impedirmi di offrirla in nome di Cristo e in comunione con la Chiesa. E quando benedico, non lo faccio “nel nome di Prevost” come lei insinua, ma nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Per ora, le lascio una parola che Cristo ha detto persino a Pietro, quando questi cominciava a “parlare troppo”:
“Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini.” (Mt 16,23)
Non sia scandalo, Fritz. Non sia voce del male mentre crede di difendere il bene.
Se oggi lei è solo, ferito, amareggiato, io prego per lei. Ma se è accecato dall’odio e vuole solo incendiare ciò che resta di fede nei cuori degli altri, allora sì: tacere sarebbe più santo. Non per codardia, ma per umiltà. Perché Dio non ha mai avuto bisogno di gente furiosa per difendere la Sua Chiesa. Ha bisogno di uomini fedeli, poveri, e in pace.
don Pietro Paolo
Trovo assai strano che in questa occasione nessun fedele
abbia pensato, spontaneamente di citare – o almeno di richiamare i nobili concetti espressi nella “Pentecoste” di Alessandro Manzoni. L’ultimo degli “Inni Sacri” da lui composto nel 1822. Il lessico musicale, ricco di riferimenti biblici e di affetto per la Madre Chiesa, celebra la ardente forza dello Spirito Santo nel rinnovellare la società umana attraverso l’amore, la eguaglianza, la libertà che Egli ispira, sì da permettere a tale società l’instaurazione della autentica libertà e giustizia divina, ma in pace ( “che il mondo irride, ma che rapir non può). Certo è che, se i fedeli, buttano nel cestino le opere dei più ispirati aedi della loro Fede, la vedo bruttina…
Trovo assai strano che in questa occasione nessun cattolico abbia pensato di citare, -o almeno di richiamare- “La Pentecoste” di Alessandro Manzoni. Fu l’ultimo degli Inni sacri da lui composti (1822). E’ una invocazione al rinnovamento e all’unificazione dei fedeli imbevuta d’affetto per la Chiesa (Madre dei Santi). Il lessico usato, ricco di riferimenti biblici, descrive una società futura, ispirata dallo Spirito Santo, dove eguaglianza tra gli uomini, libertà ed amore riporteranno in terra il regno della pace e della giustizia divina. Se i portavoce della Fede cattolica buttano nel cestino i suoi migliori aedi, la vedo brutta…
E’ sempre bello e buono ascoltare chi ci parla del Dio Vivo e Vero Trinitario
Grazie Papa Leone XIV
Grazie Mons. C. M. Viganò
Grazie don Pietro Paolo
da Gv.3″ “[Nicodemo] non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?» Gesù gli rispose […] Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?”
Nicodemo era un uomo saggio e onesto ma all’inizio non riusciva a credere in Gesù. Ora io vedo m. Viganò come un Nicodemo smemorato: vorrebbe donare lo Spirito e, non solo dimentica che Questo soffia dove vuole, ma addirittura prega che vada dove vuole lui, da un falso papa…Viganò non cerca Dio ma dispone della salvezza come se provenisse da lui e grazie alla sua esaltata oratoria
Valtorta ci dice che Nicodemo, amico di Lazzaro (come Gesù stesso), onestamente volle interrogare Gesù e così i discepoli -nati “di nuovo”- gli confidano che per credere in Lui basta amare (Giovanni) o meditare (Pietro).
Viganò senza dubbio è un uomo colto, ma non è saggio: come fa dimenticare che il Cristo superò il pensiero del mondo invitando a credere alle sue opere compresa la morte dall’alto di una Croce? Viganò non cerca Gesù e non crede veramente in Lui, ma accetta il pensiero del mondo, invocando assurdamente che lo Spirito fortifichi il nuovo anti-papa. Viganò, sapendo (e più volte affermato) che da elettori nominati da un anti-papa non se ne può che ottenerne un altro, ora si uniforma al mondo ma sa che Prevost non è il Vicario di Cristo. Quali motivi lo spingono ora a negare gli effetti dell’antipapato di JMB? Vuole predisporre Prevost alla sua benevolenza, facendo vedere che prega lo Spirito di riconoscere un papa illegittimo? È impossibile chiedere a Dio di offendere se stesso accettando una deroga alla Successione Petrina.
Dunque dopo lo sfoggio erudito e altisonante del “Veni Sancte Spiritus”, lo Spirito secondo voi illuminerà Prevosto quando si è rifiutato di farlo prima nel Munus? Passano le cose di questo mondo m. Viganò: non te ne accorgi?? Ma ci rattristi perchè ti vogliamo bene, dimentichi che sei vecchio e il tempo scappa più veloce per te:
” Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va”.(Gv.3)
Merci à vous et à Henry NIPPO. Pourvu que vous ne soyez pas les deux seuls à avoir compris !
@La Signora di Tutti i Popoli (ma forse solo di quelli che applaudono Minutella)
Gentile Signora – o reverendo sotto pseudonimo –
anzitutto grazie per l’involontaria conferma che anche quando si prega lo Spirito Santo, qualcuno si scandalizza. Fa bene notare che Nicodemo, pur essendo uomo onesto e sapiente, inizialmente non capiva: questo accade spesso a chi si avvicina al Mistero col desiderio, ma ancora prigioniero dei propri schemi. Quel che però lei ignora – o finge di ignorare – è che proprio Nicodemo alla fine ha creduto, e lo ha fatto rimanendo dentro il Popolo di Dio, non creando una frattura farisaica contro i discepoli del Risorto.
Parliamo di mons. Viganò. Lo accusa di “voler dirigere lo Spirito”, di “dimenticare” che soffia dove vuole. Ma è proprio perché lo Spirito soffia dove vuole che può, se Dio lo permette, soffiare anche sul successore legittimo di Pietro, Leone XIV. Pregare lo Spirito non è dirigere Dio, è implorare la Sua guida.
Lei invece pare già sapere dove soffia, quando soffia, su chi soffia. Anzi: stabilisce dove non può soffiare, perché lei – non il Magistero – ha deciso chi è papa e chi non lo è. Lei pretende di difendere la successione petrina negando l’evidenza storica, giuridica e teologica che la garantisce: e cioè che solo la Chiesa visibile e gerarchica, e non un manipolo di “resistenti” autoproclamati, può determinare la legittimità di un Papa.
Accusa mons. Viganò di incoerenza, perché a suo tempo avrebbe affermato che un papa eletto da cardinali creati da un antipapa è a sua volta invalido. Non le sfugge però (o forse sì) che queste valutazioni sono opinabili, non infallibili, e che oggi mons. Viganò ha evidentemente scelto di tornare dentro l’alveo della Chiesa visibile, pur tra mille ferite. E questa è una buona notizia. Lei invece sembra preferire che egli resti prigioniero della protesta, pur di poterne vantare la coerenza ideologica.
Ma ecco il punto più grave: lei scrive – e cito – che è “impossibile chiedere a Dio di offendere se stesso accettando una deroga alla Successione Petrina”. Davvero? Quindi pregare perché lo Spirito illumini un Papa eletto da un conclave reale e visibile, secondo le norme della Chiesa, sarebbe un’offesa a Dio? E chi l’ha stabilito? Lei? Minutella? Valtorta? Lazzaro? Un sinodo segreto a Palermo?
Qui non siamo più nel campo del legittimo dissenso, ma nel terreno del settarismo spirituale, dove si pretende che Dio confermi la propria lettura privata e infallibile dei fatti ecclesiali. Questo è esattamente ciò che Cristo ha messo in guardia di non fare: giudicare la Chiesa dalla propria misura.
Lei rimprovera mons. Viganò di essere “vecchio” e gli ricorda che “il tempo scappa”. A me pare invece che chi è vecchio nello spirito sia chi non riesce più a riconoscere il passaggio di Dio nella storia, perché vuole vederlo solo dove ha già deciso debba essere.
Eppure, anche a lei – sì, anche a chi oggi si scandalizza del “Veni Sancte Spiritus” pregato per papa Leone XIV – vale il monito evangelico: “Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va” (Gv 3,8).
Sappia almeno questo: il rumore dello Spirito si sente meglio in ginocchio, che non urlando slogan teologici mascherati da meditazioni.
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
sette e settarii…è dal 1914 che, con la “sotie” (sciocchezza- scherzo), André Gide se ne fece beffe nei “Sotterranei del Vaticano”. L’imitazione dei tradizionalissimi Baraglioul pare trovare adepti anche oggi. Trovarobato riciclato. Farebbero cosa buona e giusta a leggersi il suindicato romanzo anzichè testi di modernariato apocrifo. Ma, su questa possibilità non c’è nulla da temere…purtroppo.
@Adriana 1
Cara Adriana,
le riconosco sinceramente una cultura vasta e raffinata, non comune nei luoghi del dibattito ecclesiale attuale. Confesso che, per risponderle adeguatamente, mi è spesso necessario compiere delle ricerche, giacché i miei interessi sono prevalentemente concentrati su questioni teologiche, scritturistiche e dottrinali.
In più, i miei servizi pastorali – che mi impegnano quasi interamente nell’arco della giornata – mi assorbono, è vero, ma mi donano anche una grande gioia e un profondo senso di gratificazione.
Come dicevo: per fortuna, su certi punti la rete ci soccorre.
Ed è proprio grazie a questo sguardo concesso anche al di fuori dei miei ambiti consueti che ho potuto cogliere il senso della sua fine allusione letteraria.
André Gide – come sa bene – nei Sotterranei del Vaticano si prese gioco di tutto: della religione, dei “papi prigionieri”, della fede, persino della nozione stessa di verità. Un romanzo corrosivo, nichilista, scritto per dissacrare più che per denunciare. Certo, oggi molti “tradizionalisti di cartapesta” sembrano ricalcare proprio quei personaggi grotteschi che Gide tratteggia – e non perché siano troppo cattolici, ma perché vivono la fede come scena e maschera, non come obbedienza profonda.
Il problema, tuttavia, non è solo chi legge testi apocrifi di modernariato, come dice con arguzia. È chi non legge più il Vangelo alla luce della Tradizione viva, e lo sostituisce con pamphlet rancorosi, apocalissi da tastiera e teologie del sospetto.
Ci sono oggi coloro che usano parole come “antipapa” o “chiesa massonica” con la stessa leggerezza con cui Gide maneggiava il concetto di “assurdo”: come provocazione, come rivolta, come gioco intellettuale svuotato di fede.
Così, la sotie, che fu un genere letterario tra il comico e l’assurdo, è diventata per alcuni una categoria ecclesiologica. E non sempre si ride. Più spesso si assiste a un dolore che ha smarrito la direzione della speranza.
Ma resta la Grazia. Sempre. Anche sotto i sotterranei del Vaticano, la Grazia sa come risalire.
Con stima,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
non me lo bastoni tanto questo uomo “vergine e depravato” ( come Gide ebbe il coraggio di definirsi a 23 anni ). Dopo tutto, se gli diedero il Nobel nel 1947 fu: “Per la sua opera artisticamente significativa, nella quale i problemi e le condizioni umane sono stati presentati con coraggioso amore.” Né profittò mai della politica per favorire il proprio successo.
Molto giustamente lei scrive: “Ci sono, oggi, coloro che usano parole come “Antipapa” o “Chiesa massonica” come gioco intellettuale svuotato di fede.”…faccio obiezione solo all’aggettivo “intellettuale”. Siamo nel gioco dei “Manga” che non è svuotato, bensì è “zeppo” di fede fino a traboccare, ma, proprio perciò, privo di intelletto.
E, sempre giustamente, lei aggiunge: “Non sempre si ride. Più spesso si assiste ad un dolore che ha smarrito la direzione della speranza.” Concordo, ma, come ricuperare la speranza se lei la pone in tanto stretta dipendenza della “oculata” discesa della Grazia su qualche singolo individuo secondo una scelta divina misteriosa quanto inconoscibile? L’educazione religiosa protestante di Gide lo mise- tutta la vita- alle prese con il problema della Grazia. Certo non gli fu di sollievo, come non lo era stato neanche per Agostino, Calvino, Lutero…e come non lo sarà mai per tutti quegli umani costretti- nell’abisso del loro ingenuo cuore- ad accusare la Divinità di “omissione arbitraria di soccorso” pratico e morale .
Chiedo a Sua Santità Leone 14 di ridare dignità a don Minutella e monsignor Viganò per la scomunica di. bergoglio
Cara Adriana,
comprendo bene il suo turbamento di fronte all’apparente “arbitrarietà” della Grazia. Ma ciò che appare selettivo agli occhi dell’uomo non lo è nel cuore di Dio. La Rivelazione cristiana, nella sua pienezza, ci dice che Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2,4) e che la Grazia non è negata a nessuno: può essere misteriosamente accolta o rifiutata, anticipata o attesa, ma mai assente. Non è distribuita con parsimonia, come se Dio giocasse a preferenze; è invece un’offerta costante, umile, tenace, che rispetta la libertà senza mai disinteressarsi dell’uomo.
Ciò che Agostino, Calvino o Lutero hanno detto sulla Grazia rappresenta solo una parte del mistero, talvolta segnata da un’angoscia che rifletteva più i drammi interiori dei loro tempi che la totalità del Vangelo. La Chiesa cattolica ha custodito invece una verità più piena: la Grazia è sì preveniente e gratuita, ma è anche cooperante, cioè dialoga con la libertà dell’uomo, la cerca, la sollecita, la accompagna. Non c’è abisso umano che non possa essere raggiunto dalla mano di Dio — se solo si lascia uno spiraglio.
Lei scrive con forza che l’uomo “è costretto ad accusare la Divinità di omissione arbitraria di soccorso”. Se la Grazia fosse arbitraria, allora sì, potremmo davvero accusare Dio di “omissione di soccorso”. Ma non lo è. È misteriosa, non ingiusta. È selettiva nel tempo, non nella volontà. In realtà, è l’uomo che spesso si sottrae al soccorso. Dio non si stanca di tendere la mano, anche se spesso lo fa in silenzio, in modo che non violi, ma guarisca.
Il Vangelo ci presenta un Dio che “vede da lontano” (Lc 15), ma che corre incontro; un Dio che ci cerca prima ancora che noi ci accorgiamo di Lui. Il primo movimento è sempre di Dio. La distanza non impedisce il suo sguardo, ma anzi lo muove alla compassione. La speranza cristiana nasce proprio da questo sguardo. E questo non è arbitrio, ma pura misericordia attiva: che lascia liberi, ma ama per primo.
È vero: ci sono dolori che smarriscono la speranza. Ma la speranza cristiana non nasce da una statistica sulla salvezza, bensì da un fatto: Dio si è fatto uomo in Gesù Cristo, raggiungendoci nella carne, nel pianto, nel sangue. È morto per me, è risorto, e ha promesso di essere con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. E se è morto per me, allora nulla è perduto, nulla è inutile, nulla è privo di senso.
don P.P.
O, caro don P.P.,
io l’avevo invitata a partecipare ad un ragionamento, e lei che fa? Pensa di cavarsela rispondendo con due citazioncelle (di sconosciuti copisti celati sotto nomi d’arte) le quali nulla hanno a che fare con il famoso duetto “Fides et Ratio”, bensì, esclusivamente con la Fides “nella” tradizione. Lampi, fulmini…frammenti celesti… tanto tuonò che piovve! Eppure non basta. Facciamo un po’ di pulizia…
Vexata quaestio: ossia il Male. Che cosa è il Male? Il Male è solo questo: è sofferenza. La Natura, la fuori, se ne impipa del Male e del Bene: per es.: il male della gazzella è il bene del leone. Spesso il male è gratuito: c’è un essere senziente che soffre e non c’è nessun altro che ne ricava un vantaggio. Allora…
Per quale motivo un Dio onnipotente, onnisciente e buono permette la sofferenza di un innocente “prima” della sua morte per cause naturali, nonostante quello stesso innocente invochi la morte pur di smettere di soffrire? Per quale motivo un Dio onnipotente, onnisciente e buono non conduce immediatamente quell’innocente nel meritato Paradiso? Se Dio vuole impedire la sofferenza della creatura di pochi anni o di pochi mesi, ma non può, non è onnipotente. Se può impedirlo, ma non vuole, non è buono. Se vuole e può, ma non lo impedisce, allora non sa nulla e non è onnisciente. Siamo davanti alla Teodicea che nessun apologeta è riuscito non che a risolvere, neppure ad affrontare, preferendo girare attorno al problema senza neppure sfiorarlo. Alcuni esempi di tentativi…
A) Il dolore è il prezzo da pagare per il “libero arbitrio”. Sembra funzionare per la sofferenza provocata dal “libero arbitrio” di qualcuno sulla vittima. Se una bimba viene investita e uccisa da un guidatore ubriaco, sembra che questo Dio- mostruoso- dia più valore al “libero arbitrio” del guidatore di quanto ne dia alla sofferenza della vittima Lo stesso vale se la panoramica si allarga socialmente e politicamente.
B)” Il dolore è causato dalla colpa di chi soffre”. Anche quella dei bimbi di pochi mesi? Torniamo al vecchio “mito” (v. Bibbia di Gerusalemme) del Peccato originale? Eppure (Proverbi 20, 9) ” Chi può dire di essere senza peccati e di avere la coscienza a posto?”. In Esodo(20,5), e in tanti altri luoghi, ( per es., Deuteronomio 24, 16 ) il testo sacro ripete che né i figli sono tenuti a pagare per i peccati dei padri, né i padri per quelli dei figli. Si pagano solo le colpe commesse per “personale” responsabilità.
C) “Il dolore serve per metterci alla prova e a renderci migliori…la sofferenza purifica.” Ma se Dio è onnipotente potrebbe rendere le persone migliori senza farle soffrire e il/la bambina innocente portata ad esempio che cosa dovrebbe imparare di preciso?
D)” Il sussidio del Dio/Uomo Crocifisso nell’insegnamento e nella condivisione della sofferenza. Perdoni se le rispondo con un esempio: se mi sono martellata una mano a livello di acuto dolore, a che mi serve che un mio conoscente- non chiamato- si sfracelli la sua propria mano con una forza dieci volte superiore attestando di farmi compagnia dandomi un buon esempio, mentre sarebbe tanto più utile che mi porgesse un cachet o- se nel caso- mi portasse all’Ospedale? Risposte ingannevoli, éscamotages di questo genere se ne sentono tanti dai devoti, perciò concludo qui, non senza citare il CCC. 783 e sgg. secondo il quale: “Ogni battezzato diventa Sacerdote, Profeta, Re.” Abbiamo bisogno di altro?
E lei, perdoni, parla in nome del bene presente e futuro dei fedeli, o solo, (o esclusivamente) affinchè sia l’Istituzione a non crollare?
Per la miseria!!!
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@Adriana 1,
Spero di aver capito la sua lunga requisitoria.
Lei pone la vexata quaestio del Male come se nessuno — né teologi né filosofi né santi — l’avesse mai affrontata seriamente, salvo poi passare subito a liquidare le risposte con sarcasmi da pamphlet laico. Ma le risposte, se vuole davvero ascoltarle, esistono. E sono anche molteplici, complesse, sofferte. Non slogan, ma tentativi veri di comprendere l’incomprensibile.
1. «Se Dio può ma non vuole, allora non è buono…»
È la classica obiezione di Epicuro, ripresa in tutte le salse moderne. Ma presuppone un Dio ridotto a meccanismo immediato di soddisfazione umana: se non interviene subito come lo vorrei io, allora non è buono.
Ma il Dio biblico non è un tappabuchi, né un automa cosmico: è Amore personale, non servizio d’emergenza.
Lei immagina Dio come un ente che deve eliminare la sofferenza per dimostrare la sua bontà, altrimenti decade dal ruolo.
In realtà, la bontà di Dio si manifesta non nel bloccare la croce, ma nel non abbandonarci sulla croce. Non serve una teodicea sterile: serve un Dio con noi nel dolore, che salva da dentro.
2. «Il male naturale non ha colpa…»
Giustissimo. Ma vede: la dottrina del peccato originale non dice che il dolore del bambino è “colpa” del bambino. Dice invece che viviamo in un mondo ferito, che partecipa di una disarmonia originaria che ci trascende.
La sofferenza dell’innocente è lo specchio tragico della condizione umana, non un castigo, ma una conseguenza.
Il cristianesimo non dice che il bambino soffre “perché ha peccato”. Dice: anche il bambino innocente partecipa della caducità della creazione, e proprio lì Dio si fa carne per condividerne il gemito.
3. «Dio potrebbe renderci migliori senza dolore»
Forse. Ma ci renderebbe automi docili, non liberi.
Il dolore non è “necessario” alla santità, ma spesso è occasione di verità.
E in ogni caso, chi le dice che Dio non si serve proprio della nostra protesta come grido che ci trasforma? Anche Giobbe — figura centrale della teodicea biblica — urla contro Dio, e Dio lo ascolta senza mai dargli spiegazioni, ma rivelandogli Se stesso.
4. «Il Dio crocifisso è inutile se non porta l’aspirina»
Mi permetta: Il paragone è quasi offensivo.
La Croce non è una performance mimetica del dolore altrui. È il punto in cui Dio prende su di sé l’ingiustizia del mondo e la redime, non con un analgesico, ma con la potenza dell’amore che non si ritrae.
La sua mano martoriata — dice — non ha bisogno di compagnia. Ma senza quella compagnia, il dolore si chiude nel nonsenso.
Solo il dolore condiviso può essere redento. Quello isolato, anche se “curato”, resta sterile.
Il Dio crocifisso non è uno che ci guarda soffrire: è uno che ha scelto di soffrire con noi, e da lì ha aperto la vita eterna.
5. «Chi può dire di essere senza peccato?»
Esatto. Nessuno.
Ma proprio per questo abbiamo bisogno di redenzione.
Il peccato originale non è una colpa personale, ma una condizione ereditata, una frattura antropologica che nessuna cultura riesce a negare.
Non è un mito, è la diagnosi più realistica della condizione umana.
6. «E lei, don P.P., parla per difendere l’Istituzione?»
Io parlo per la verità della fede, che è sempre anche carità verso chi domanda, persino se domanda con tono provocatorio.
Difendere la Chiesa non significa difendere una “struttura”, ma difendere la memoria di Cristo e dei suoi martiri, di chi ha saputo soffrire credendo ancora nel senso.
Lei mi chiede se parlo per salvare l’Istituzione. Le rispondo così:
Io parlo per salvare il Vangelo dalle caricature.
La Chiesa non cadrà mai e la verità resterà sempre in piedi.
Ma temo che chi oggi ride della Croce finirà per non capire neppure il dolore del mondo.
Caro don P.P.,
non è il caso che si arrabbi…non è proprio il caso di tacciare le mie domande come “sarcasmi da pamphlet laico”- solo in quanto ingenue domande.
Tenga presente, per favore, che le sue “risposte” sono zeppe unicamente del richiamo al mistero di Dio, al mistero di ciò che Dio pensa e al mistero di come Dio agisca. Dinnanzi a questo complessivo “mistero” lei, però, afferma con sicurezza che Dio è misterioso ma non ingiusto e che il mistero non è tale “nel cuore di Dio”. Quindi, Dio possiede un cuore fisico e metafisico (anche il Padre) e lei possiede lo stetoscopio giusto per farne la diagnosi. La medesima diagnosi…e prognosi già fatta dagli uomini di Chiesa, che sono i detentori esclusivi della medicina dell’anima come pure della (buona) salute di Dio. Le mie domande erano accorate: le sue risposte- permetta- appaiono gelide, se non, addirittura, dis-umane, come se a parlare in vece sua fosse quella discutibilissima canonizzata di Madre Teresa di Calcutta.
Perciò, quando lei scrive che: “solo il dolore condiviso può essere redento,. quello isolato- anche se curato- resta sterile-. non posso fare a meno di ricordarmi della gioia provata da tale donna nel non curare i sofferenti in nome della santità del dolore, ( che, sicuramente erano accatastati tutti in compagnia come nel peggiore del Lazzaretti).
Lei scrive, a proposito dei bimbi colpiti da malattia, che “Dio si fa carne per condividerne il gemito che partecipa della caducità della creazione. ” Se permette, la trovo una iconografia alquanto dolciastra e fumettistica, ma pazienza questo: provi piuttosto a usare tali alti concetti a genitori affranti e affettuosi. Inoltre…questa “caducità della creazione” , tirata “per le trecce” nel bel discorsino, sembra rispecchiare- paro-paro-, il concetto di creazione “superba ed erronea” dell’Arconte Jaldabaoth, descritto come l’autentico Demiurgo veterotestamentario dagli antichi Gnostici. Lei afferma che il “dolore non è necessario alla santità, ma spesso è occasione di verità”. Per chi? per il neonato ingiustamente colpito? Per i genitori colmi di devozione e di gratitudine? …Giobbe protesta a voce alta, maledice il giorno in cui è nato- ossia, maledice Colui che l’ha creato- il quale , per zittirlo fa vanto di tutte le proprie capacità creative per non abbassarsi a rispondergli….Che la narrazione del peccato originale sia improntata al mito non lo dico io, bensì lo scrive la Bibbia di Gerusalemme in prefazione al Genesi. ( Vero è che, di norma i Cristiani non leggono neppure l’A.T,., figurarsi le note e le introduzioni) Il suo timore che coloro che dubitano della Redenzione attraverso la Croce siano- per nascita, natura e vita- creature “insensibili” nei confronti dei dolori umani è profondamente sbagliato…aggiungerei: tendenzioso. Invece di “delegare” le cure e il sollievo a qualche figura carismatica, si prendono di persona l’impegno di farlo. O forse crede che -prima del Cristianesimo- la terra sia stata popolata esclusivamente da orchi e lupi mannari?
Concludo con un pensiero di Oscar Wilde ( la assicuro che morì cattolico ): ” Pensare è la cosa più malsana del mondo e la gente ne muore, proprio come muore di un’altra qualunque malattia. ” Non è indirizzata a lei: assolutamente no. Catafratto com’è nella sua dottrina, lei mi sta pure simpatico, più di molti “flessibilissimi”.
Caro don P.P.,
giusto per non abbandonare il lavoro a mezza strada, concludo citando qualche altro tentativo di Teodicee che vanno- irragionevolmente- per la maggiore”:
E) ” Il colpevole del dolore degli innocenti è Satana”. Questa è “facile”. Satana è stato creato da Dio che sapeva- essendo onnisciente- che egli si sarebbe ribellato.
F) “Senza il Male non potrebbe esistere il Bene. Senza il dolore non potremmo apprezzare il Piacere.” Ma la sofferenza della giovanissima vittima è senza scopo. “Si, rispondono- ma poi potrà godere della pace di Dio”…”Ma anche da adulta, se fosse stata buona: perciò, perchè farla crepare malamente da piccola? Per non darle l’occasione di peccare? Morire giovani è un privilegio?”.”
G) ” Gesù Cristo, Dio stesso, si è sacrificato per liberarci dal peccato e dal dolore.” E quelli che sono vissuti prima di Cristo e hanno sofferto “prima” non contavano nulla? E perchè una morte che risale a 2000 anni fa deve contare nel presente, quando dolore e peccato continuano a esistere allegramente ( bambini morti compresi )?
H) ” Il Male è l’assenza di Bene.” Provi a dirlo solennemente alla vittima nei suoi ultimi istanti…. Perchè non pensare, invece, che il Bene ( piacere) è il contrario del Male (dolore)? Oppure bisogna pensare che il Bene è Dio? E che, perciò il Male (dolore) è l’assenza di Dio? Se c’è il Male in qualche punto del tempo e dello spazio,( per es.: nel corpo della vittima), Dio là non c’è, non esiste. Ma Dio non dovrebbe essere onnipresente? Oppure si è “ritirato”: o non può, o non vuole esser presente?
I) ” Si sente ripetere spesso:- Dio non vuole, Egli E’ la volontà. Dio non può, Egli E’ la potenza. Perciò Dio vuole tutto ciò che può e può tutto ciò che vuole.-“…Si prende una facoltà di Dio, la si considera un Assoluto Astratto, la si trasforma in Dio stesso… Un “furbo” espediente che funziona solo se Dio è un concetto “astratto”: Essere, Conoscenza, Volontà, Potenza, il Bene. Ma un espediente intellettualmente disonesto se viene proposto dai credenti nel Dio abramitico: il Dio della Tradizione ( che, da Abramo passa per Mosè, poi anche per Gesù- e -magari- per Maometto ). Un Dio che crea e che distrugge, ama ed odia, ordina e proibisce, premia e punisce, promette e -non sempre -mantiene… Un Dio che si rivela e si nasconde, un Dio che perfino “annusa” il profumo dei cibi offerti allo stesso modo della puzza degli escrementi umani…. Questo Dio “d’Amore” clemente e misericordioso, dagli umani stessi (che Lo adorano e che Gli parlano), -qualora venga da essi inteso come Male e “sofferenza” delle creature “senzienti”,- non può che venire da loro, -razionalmente- condannato e rifiutato. Quanto alla Sua “assistenza” cui- lei dice- Egli non è né né obbligato né a cui è portato, viene da preferirle (fisicamente e moralmente) quella di un qualunque amico, o medico, o sconosciuto volonteroso che un po’ di fortuna ci faccia incontrare per la via. Da “malconci” esasperati, meglio perfino incontrare un personaggio del calibro del principe Giovan Maria Catalan Belmonte- quello dei “Nuovi Mostri” (i977), individuo normalmente egocentrico, ma almeno, “ben intenzionato”.
Con i miei saluti più cari, Adriana.
Cara Adriana,
le sue riflessioni non sono prive di intensità. Anzi, ne riconosco la forza espressiva e anche l’urgenza interiore, forse generata da ferite reali, o dal bisogno legittimo di non accontentarsi di formule. Mi permetta allora di entrare nel merito con rispetto, ma anche con la chiarezza che le è dovuta e che io le possa dare.
Lei tocca una delle domande più gravi e radicali: la sofferenza dell’innocente, specie del bambino. Una domanda che non offende Dio, ma lo chiama in causa – e per certi versi lo “obbliga” a rispondere. Tuttavia, ciò che appare da subito è che le risposte che si rifiutano del tutto il Mistero si rivelano – a lungo andare – più fredde e disumane di quelle che vi entrano dentro. Infatti, chi nega il Mistero, è poi costretto a costruire sistemi che accusano Dio, oppure a negare ogni senso alla realtà, esponendosi alla disperazione o al cinismo.
Il cristianesimo non è un’ideologia del dolore. È invece l’unica fede che non fugge il dolore, ma lo attraversa. Non offre giustificazioni a buon mercato, ma un Dio crocifisso. Lei dice che questa immagine è “dolciastra e fumettistica”. Ma si tratta – in realtà – di una rivoluzione metafisica senza precedenti nella storia del pensiero: l’Infinito che entra nel tempo per condividere, non spiegare, il gemito della creazione.
È vero: molte risposte classiche alla questione del male suonano insoddisfacenti, soprattutto quando si dimentica che nessuna “teodicea” sarà mai in grado di misurare l’abisso del dolore personale. Eppure, ciò non rende il dolore privo di senso, né autorizza a trasformare Dio in imputato. Il fatto che Dio permetta il male non implica che lo voglia: ma il mistero della libertà – angelica e umana – rende questo rischio una possibilità reale. Senza questa libertà, però, non esisterebbero né amore, né giustizia, né colpa, né redenzione.
Lei cita Giobbe, e giustamente. E proprio Giobbe, il più alto tra i testi biblici sul dolore innocente, mostra che l’unica risposta degna non è una giustificazione teorica, ma la Presenza. Non una spiegazione, ma una rivelazione. Quando Dio “risponde”, non dà formule, ma si mostra. E Giobbe, davanti a questo, smette di contestare e si apre alla lode.
Anche la Croce di Cristo va letta in questo orizzonte. Lei chiede: e chi ha sofferto prima?
Così si chiede che senso abbia, per chi ha vissuto prima di Cristo, una redenzione compiuta dopo.
Ma qui si dimentica che Cristo è Dio e che Dio è l’Eterno Presente: in Lui non c’è prima o dopo.
La Croce, pur avvenendo nel tempo, è radicata nell’eternità, e per questo agisce retroattivamente.
È una redenzione valida per tutti i tempi, perché Dio non salva solo dal futuro, ma abbraccia tutta la storia in un unico atto d’amore.
Cristo è l’Agnello “immolato fin dalla fondazione del mondo” (Ap 13,8).
E questo significa che nessuna sofferenza — nemmeno quella dei giusti dell’Antico Testamento — è rimasta fuori dalla portata della Croce.
La redenzione è un atto eterno, che nel tempo si è manifestato in un istante storico, ma che abbraccia ogni epoca.
Quanto al male come “assenza di bene”, non è un sofisma da manuale scolastico, ma una intuizione profonda della metafisica cristiana. Il male, infatti, non ha sostanza propria: è privazione, come la cecità lo è per la vista. È il bene che si ritrae, non un principio autonomo che compete con Dio.
E Il dolore …non che esso abbia senso in sé, ma che può essere abitato da un senso più grande, quando Dio stesso ne assume il peso.
Perciò, anche nei luoghi del dolore estremo, Dio non è assente, anche se sembra muto. È lì come presenza non invadente, come volto sofferente, come Amore che resta, anche quando non appare.
Il cuore di Dio – che lei ironicamente mette sotto “stetoscopio” – non è leggibile con gli strumenti della ragione sola, ma nemmeno può essere scartato in nome del sentimento del momento.
Perché se Dio è solo ciò che io approvo, allora non è Dio, ma solo un riflesso delle mie aspettative.
Infine, comprendo la diffidenza verso ogni teodicea “di comodo”. Ma non è forse ancora più ingiusto rinunciare del tutto alla fiducia, e ridurre Dio a un concetto astratto o a una caricatura emotiva?
Il Dio biblico, con tutte le sue apparenti contraddizioni – che ama e castiga, che si rivela e si nasconde – non è un tiranno capriccioso, ma un Padre che educa attraverso il dramma della libertà. Questo è ciò che Gesù ci ha rivelato.
Solo chi ha attraversato la notte può parlare della luce senza superficialità. Ed è da lì che nasce anche la mia risposta. Non da una teoria, non da un catechismo illustrato, ma da un cammino vissuto — e in parte taciuto — che ha conosciuto il silenzio, la vertigine, l’apparente assenza di Dio, e che proprio lì ha imparato ad amarlo non per ciò che toglie, ma per ciò che non ci abbandona mai.
Il fatto che non ci risparmi le lacrime non significa che non sia con noi. Al contrario: le sue lacrime precedono le nostre, e la sua gloria non annulla la croce, ma la porta alla luce.
Con rispetto e stima,
don Pietro Paolo
Questa è la nostra Adry One. Non vorrei fare una analisi psicologica di quello che dice, ma potrei facilmente perchè la leggo da tanto tempo. Lei richiama(va) spesso brani biblici nei quali vorrebbe mettere in rilievo una indifferenza di Dio alla vita umana ( ad es. stragi ordinate dalla Divinità) o sofferenze alle quali Dio sembra spettatore indifferente. Dovrei cercare quando, comunque ho già risposto a questo suo tema ricorrente e mi sono anche permessa di avanzare l’ipotesi che la Adry ne abbia avuta una qualche dura esperienza. Spero allora di non averla infastidita troppo… La risposta coerente alla fede data da don Pipì (licenza poetica non certo onomatopeica!) non può che far pensare. Ma non può convertire perchè viene da chi parla ma non fa: per fede nessuno che parli a nome del Vangelo se non lo vive, se non ci crede può donarlo. È come se sulla Bibbia ci si attaccasse in prima copertina la foto di Bergoglio… diverrebbe un’opera morta, un libro morto, difficile pure aprilo, figuriamoci a averne un beneficio spirituale. Satanasso in copertina!
Quello di cui ha bisogno la Adry non sono giuste risposte alle domande a cui lei ha fornito sè stessa, ma solo di scoprire l’amore di un Dio che non riconosce come suo grande innamorato nonostante che, incredibile a dirsi e a ridirsi innumerevolmente in 2000 anni, le ha fatto una grande dicniarazione d’amore, non a parole solo, ma soffrendo e morendo per lei, donando ogni Sua Goccia rossa d’amore per lei, per la nostra Adriana.
Ora cercare di dare una risposta a ciò che non è una domanda serve a poco… ma chi cerca, vuole cercare intendo, troverà, forse nella sua vita futura e in quello che il Signore “le passerà”, tendendole sempre la mano, e il nostro amore fraterno, una preghiera accennata col cuore, faranno di più: capirà.
Cara Domina,
lei vuol semplicemente dirmi che….tutto- anche ll pensiero-: “Con un po’ di zucchero va giù! Va giù! Va giù!”.
Ognuno ha le proprie esperienze- e per fortuna-. Lei ha le sue, io le mie, e don P.P. le proprie…
Sincerely, non sento alcun bisogno di nessun melassoso insegnamento da parte di una improvvisata riedizione di Mary Poppins : sa volare sui tetti? Calarsi giù dai camini? Viaggiare su una giostra-cartoon? Ma ancora dovrebbe
imparare a memoria “Supercalifragilistichespiralidoso” e riuscire a cantarlo con somma scioltezza! Poi, forse, 😆😅🤣 la ascolterei. Lasciamo perdere gli innamoramenti tra dei e umani che tanto spesso hanno arrecato scompiglio in società. Quanto al Papa che lei aborre, bisogna riconoscere che sia a Sgarbi, sia a Fazio che lo interrogavano sulla causa del dolore degli Innocenti, rispose con inedita sincerità: “Non la so.” Questo è quanto,…di fronte a ciò tutti gli Apologeti bigotti possono andare a starnazzare altrove.
Signora di Tutti i Popoli
Lei si definisce “signora”, ma ha scelto di parlare con il tono di chi ha perso il senso non solo della misura, ma della decenza. La sua “licenza poetica”, che deride il mio nome con allusioni puerili, rivela una caduta di stile e di spirito. A lei, che con un ghigno compiaciuto osa trasformare il nome d un sacerdote in una derisione da scuola media, rispondo solo questo: il sacerdote lo si può ignorare, lo si può attaccare, ma non si può dissacrare senza che ciò ricada su chi lo tenta.
Lei afferma che “chi parla ma non fa” non può trasmettere la fede. Ottima osservazione – ma che si ritorce contro chi la pronuncia. Dice che “parlo ma non faccio”. Eppure non sa nulla di ciò che faccio. Non conosce le anime che accompagno, le Messe che celebro, i dolori che ascolto, i peccatori che riconcilio, le notti passate davanti al Tabernacolo, il mio apostolato e le mie sofferenze per il Regno di Dio. Ma si permette di giudicare. Come se chi non segue il suo registro polemico fosse automaticamente un codardo, o un ipocrita. Io non “faccio” ciò che lei si aspetta, e forse è questo il suo problema. Non bestemmio il Papa, non sputo sulla Chiesa, non tratto i miei fratelli come caricature da ridicolizzare. Io servo la Chiesa. Lei invece la mette in croce a parole, giorno dopo giorno. È questa la coerenza che propone?
E mentre dichiara – con supposta compassione – di voler “aiutare” Adriana a scoprire l’amore di Dio, intanto si compiace del veleno con cui ferisce, umilia e giudica. Questo non è amore. È paternalismo velenoso travestito da spiritualità. Lei non evangelizza: pontifica e condanna. Dalla fonte amara della sua bocca, “don”, le parole che scaturiscono apparentemente dolci ed evangeliche – per la verità rare volte – sono sospette ,già contaminate e inefficaci.
Le sue uscite oltraggiose contro i ministri della Chiesa meriterebbero non una risposta, ma il silenzio scandalizzato. Ma non voglio tacere: se lei davvero crede di difendere la fede con queste espressioni, si sbaglia gravemente. Lei non difende Cristo: lo tradisce con parole che odorano più di zolfo che di incenso.
Il Signore, per fortuna, è più grande dei suoi sproloqui. E Maria, quella vera, quella che Lei invoca nel suo pseudonimo, non avrebbe mai permesso che dal suo cuore uscissero simili offese.
Io continuerò a lavorare nella Vigna del Signore. Non secondo i suoi criteri, ma secondo il Vangelo. Non secondo il furore delle fazioni, ma secondo la carità della Verità.
don Pietro Paolo
(senza bisogno di “licenze poetiche”)
Signora di Tutti i Popoli
Lei si definisce “signora”, ma ha scelto di parlare con il tono di chi ha perso il senso non solo della misura, ma della decenza. La sua “licenza poetica”, che deride il mio nome con allusioni puerili, rivela una caduta di stile e di spirito. A lei, che con un ghigno compiaciuto osa trasformare il nome d un sacerdote in una derisione da scuola media, rispondo solo questo: il sacerdote lo si può ignorare, lo si può attaccare, ma non si può dissacrare senza che ciò ricada su chi lo tenta. È comprensibile, del resto, che dal suo orifizio orale non escano che espressioni insultanti, puerili, come quel ridicolo “don pipì” con cui crede di umiliare il mio sacerdozio. Ma un’espressione così non umilia me: qualifica lei. Sono parole degne della fonte da cui scaturiscono, e in perfetta coerenza con ciò che le abita il cuore.
Perché – come dice il Vangelo – “dall’abbondanza del cuore parla la bocca” (Lc 6,45).
Lei afferma che “chi parla ma non fa” non può trasmettere la fede. Ottima osservazione – ma che si ritorce contro chi la pronuncia. Dice che “parlo ma non faccio”. Eppure non sa nulla di ciò che faccio. Non conosce le anime che accompagno, le Messe che celebro, i dolori che ascolto, i peccatori che riconcilio, le notti passate davanti al Tabernacolo, il mio apostolato e le mie sofferenze per il Regno di Dio. Ma si permette di giudicare. Come se chi non segue il suo registro polemico fosse automaticamente un codardo, o un ipocrita. Io non “faccio” ciò che lei si aspetta, e forse è questo il suo problema. Non bestemmio il Papa, non sputo sulla Chiesa, non tratto i miei fratelli come caricature da ridicolizzare. Io servo la Chiesa. Lei invece la mette in croce a parole, giorno dopo giorno. È questa la coerenza che propone?
E mentre dichiara – con supposta compassione – di voler “aiutare” Adriana a scoprire l’amore di Dio, intanto si compiace del veleno con cui ferisce, umilia e giudica. Questo non è amore. È paternalismo velenoso travestito da spiritualità. Lei non evangelizza: pontifica e condanna. Dalla fonte amara della sua bocca, “don”, le parole che scaturiscono apparentemente dolci ed evangeliche – per la verità rare volte – sono sospette ,già contaminate e inefficaci.
Le sue uscite oltraggiose contro i ministri della Chiesa meriterebbero non una risposta, ma il silenzio scandalizzato. Ma non voglio tacere: se lei davvero crede di difendere la fede con queste espressioni, si sbaglia gravemente. Lei non difende Cristo: lo tradisce con parole che odorano più di zolfo che di incenso.
Il Signore, per fortuna, è più grande dei suoi sproloqui. E Maria, quella vera, quella che Lei invoca nel suo pseudonimo, non avrebbe mai permesso che dal suo cuore uscissero simili offese.
Io continuerò a lavorare nella Vigna del Signore. Non secondo i suoi criteri, ma secondo il Vangelo. Non secondo il furore delle fazioni, ma secondo la carità della Verità.
don Pietro Paolo
(senza bisogno di “licenze poetiche”)
La situazione s’ingarbuglia.
La faccenda del munus trattenuto da papa Ratzinger non fa più notizia.
Prevost è stato eletto da cardinali fatti da papa Francesco che mons. Viganò considera un usurpatore.
La sede vacante sotto papa Francesco è stata compensata dall’elezione di Prevost beniamino di Bergoglio per il quale mons. Vigano invoca lo Spirito Santo.
La massa cattolica inneggia a Prevost perché “gli piace”, mentre non pochi cattolici lo considerano un usurpatore come il suo padrino.
C’è chi dice “diamogli tempo” e chi dice “ma tempo per fare che?”
Don Minutella fa notare che dalla fascia di Prevost (come per Bergoglio) è sparito il simbolo pontificio, e che sul drappo del balcone il giorno dell’elezione compaiono due chiavi d’argento invece che una d’oro e una d’argento, con l’aggiunta di due serpenti.
“Annamo bene! Annamo proprio bene!” dice la sora Maria.
Tu non hai capito una mazza e ti credi intelligente!
“La verità ti fa male, lo so”, cantava Caterina Caselli.
Repertorio canoro anni sessanta del XX secolo.
La verità rende liberi si canta dal I secolo.
Essere in ritardo e pure fermi non fa bene.
Il Signore ci dona dopo tanto soffrire queste parole meravigliose d’amore e di pace grazie
Messaggio per la Solennità di Pentecoste ai lettori di Stilum Curiae
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,
nella luce della Pentecoste, che oggi celebriamo con gioia e tremore, desidero rivolgervi un fraterno saluto e un augurio accorato, come sacerdote della Chiesa Cattolica, pellegrino con voi nella verità e nella speranza.
Oggi, lo Spirito Santo discende ancora, come fuoco che illumina e plasma, come vento che purifica e conduce. È Lui il protagonista di ogni rinnovamento autentico, il principio della comunione, l’anima della Chiesa, “che riempie l’universo e tiene insieme ogni cosa” (Sap 1,7). Non c’è Pentecoste senza Chiesa, e non c’è Chiesa senza Spirito.
In questi tempi di confusione e di smarrimento, nei quali l’ombra dell’ambiguità sembra talvolta velare persino la voce dei pastori, invochiamo con forza lo Spirito di Verità, perché illumini le menti, spezzi le durezze, dissolva i falsi lumi che abbagliano invece di guidare.
In modo particolare, prego lo Spirito perché converta e tocchi il cuore di coloro che, pur mossi da zelo sincero, si pongono di fatto fuori dall’unità visibile della Chiesa, ergendosi a giudici assoluti della Sposa di Cristo. Sono i nuovi protestanti, che replicano l’antica ferita della divisione sotto nuove vesti, rivendicando la purezza e dimenticando la carità, proclamando la verità e disertando la comunione.
Ma la Chiesa, pur attraversata dalle onde e scossa dalle sue fragilità, resta la Barca di Pietro, l’unica voluta e fondata da Cristo sul pescatore di Galilea (cfr. Mt 16,18), l’unica abitata dallo Spirito in pienezza. Essa è madre, anche quando è umiliata; è maestra, anche quando i suoi ministri vacillano.
Se qualche padre – inteso come pastore o ministro – si è mostrato indegno, ambiguo o infedele, i figli non sono chiamati a dichiarare il divorzio dalla Chiesa, ma piuttosto a custodirne l’unità, come fecero i figli di Noè: coprendo con rispetto le nudità del padre (cfr. Gen 9,23), senza per questo giustificarle né rinunciare alla verità.
Così opera lo Spirito: non genera la frattura, ma la metanoia; non crea partiti, ma suscita santi. La sua è una Pentecoste perenne che sostiene l’unica Chiesa di Cristo, anche nel silenzio, anche nel nascondimento, anche nei deserti.
E proprio in questa luce vogliamo riconoscere il dono che lo Spirito ha voluto fare alla sua Chiesa anche oggi, attraverso la provvidenziale figura di Papa Leone XIV. Non è un’alternativa, ma una conferma della fedeltà di Dio alla sua Sposa. In lui si riconosce il volto del pastore che non divide, ma custodisce, che non si sostituisce al Vangelo, ma lo serve. Che non cerca la gloria del mondo, ma la gloria della Croce.
Fratelli carissimi, restiamo nella Chiesa, con la Chiesa e per la Chiesa. Amarla non significa tacere gli errori, ma nemmeno distruggerla in nome della verità. Significa lasciarsi condurre dallo Spirito per costruire e non per dividere, per pregare e non per accusare, per testimoniare e non per scindere.
Vieni, Spirito Santo, anima della Chiesa, guida i cuori turbati e rafforza i passi incerti. Illumina chi è sedotto dall’illusione della separazione e raduna in uno solo i figli dispersi. Fà ardere in noi il fuoco della fedeltà, perché la nostra voce non sia un clamore di ribellione, ma un canto d’amore alla Sposa dell’Agnello.
E con le parole di un antico padre africano del VI secolo, concludiamo:
“Celebrate quindi questo giorno, come membra dell’unico corpo di Cristo. Infatti non lo celebrerete inutilmente se voi sarete quello che celebrate. Se cioè sarete incorporati a quella Chiesa, che il Signore colma di Spirito Santo, estende con la sua forza in tutto il mondo, riconosce come sua, venendo da essa riconosciuto.
Lo Sposo non ha abbandonato la sua Sposa, perciò nessuno gliene può dare un’altra diversa…
Questa è la casa di Dio, edificata con pietre vive, nella quale egli si compiace di abitare e dove i suoi occhi non debbano essere offesi da nessuna sciagurata divisione.”
Con affetto sacerdotale vi benedico nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
In unitate Ecclesiae,
don Pietro Paolo
Pentecoste 2025
Nessuno ha mai fatto su questo blog, quel che sta facendo lei: il Pastore.
Un vero pastore che va in cerca delle pecorelle, che fascia le ferite e nutre quelle grasse, difendendole da lupi e caproni; un pastore che cerca il bene dei pastori smarriti, e non solo delle pecore.
Cristo ha fatto di Cefa il Papa della Sua Chiesa.
Nessuno può cambiare questo. Neppure il peggiore papa, perché l’istituzione divina resta, e non si infrange, per tanto ogni sforzo sia stato fatto in tal senso…
Chi rinnega il Papa rinnega il papato, cioè rinnega Cristo. Chi di fatto ritiene compromessa l’istituzione, dice implicitamente che lo Spirito Santo ha abbandonato la Chiesa; generalmente a partire dal CVII…Cosa impensabile per chi ha fede!
È promessa di Cristo il non praevalebunt! E la lotta all’ultimo sangue è logica conseguenza.
Una schiera di santi e martiri – anche della nostra storia recente! – testimonia tutto questo. Nessuno di loro si è posto fuori della comunione ecclesiale. Tra i santi non c’è babele. Ci hanno tracciato un cammino. Ci hanno mostrato la via. Ci hanno procurato armi a iosa. Per usare dei loro stessi beni, lasciati a noi in eredità, occorre solo una cosa: porre Cristo al centro, come hanno fatto loro.
Fuori ogni ideologia dalla Chiesa e fuori la Chiesa da ogni ideologia!
Tutto ciò che è ideologico è settario e mina alla radice il Cattolicesimo!
Nessun afflato relativista, per tanto buono possa sembrare, pone Cristo al centro.
Abbiamo detronizzato nostro Signore per amor di partito: ci aveva avvisato San Paolo. Anche il San Paolo dei nostri tempi, Benedetto XVI…
Per intronizzare di nuovo Cristo, occorre necessariamente scomparire a noi stessi, dimenticare, obliare, combattere il nostro ego smisurato.
L’ovvia conseguenza sarà la scomparsa di questo malsano bipolarismo nella Chiesa e il ritorno a un Cattolicesimo purificato e incredibilmente vivo ed efficace per opera di quello Spirito che mai lo ha abbandonato.
Dirle grazie mi pare poco e mi suona affettato, don Pietro Paolo carissimo.
Lei suscita devozione e rinnova l’amore per la Chiesa. Prego per lei. Prego un dì possa stringere tra le mani un Pastorale…in tutta umiltà, giacché senza questa – la Regina delle virtù – siamo sconfitti, siamo sopraffatti dalle illusioni, siamo burattini nelle mani del demonio, pur senza accorgercene.
Poi, qualunque Papa la Provvidenza ci riservi per l’oggi e per il futuro, questo amore ecclesiale non può diminuire ma solo aumentare e divenire amore oblativo. Anche tra i laici. La Comunione Ecclesiale è anche tutto questo!
Ogni grazia e benedizione da Dio, Padre nostro, in Cristo e nello Spirito Santo sul suo prezioso sacerdozio che riesce a spendersi persino qui, nelle estreme periferie del dietro le quinte di un blog tutto particolare.
Caro Occhi aperti,
“il pastore che nutre le pecore grasse” è, mi creda, una metafora che supera ogni (buon) senso umoristico.
Se lei scarseggia di pratica di allevamento “pastorizio” può sempre rifarsi con lo studio della tecnica di pastorizia di Giacobbe- a spese di Labano-. L’A.T. è ricco di istruzioni per l’uso…ed è anche approvato dalla Tradizione!
Scusi “don Pietro e Paolo”,
il mons. Viganó é persona reale e conosciuta in tutto il mondo perché, a mio avviso, sta conducendo una eroica lotta contro i globalisti ed i nemici di Dio.
Lei invece, che da la benedizione ai lettori di Stilum Curiae, mi pare che abbia non rivelato a nessuno la sua identitá (per lo meno in SC).
E la mia poca esperienza di vita mi ha consigliato a trattare le “benedizioni” alla stessa stregua delle “caramelle”: non si accettano da degli sconosciuti.
E quindi … chi mi garantisce (e garantisce ai lettori di SC) che lei é veramente una persona reale … una persona, forse anche con altissimi incarichi, in cui ci si puó imbattere per la strada e con le quali si puó parlare come si parla con ogni persona, e non un´intelligenza artificiale? Debbo io rischiare di accettare una benedizione (ma anche lezioni catechistiche) da parte di una intelligenza artificiale e non da un vero sacerdote di Dio?
La prego, mi dia finalmente dei segni concreti che lei é persona reale e non una “fiction”.
A UNAOPINIONE
mi colpisce che, in un mondo dove si crede a ogni “rivelazione privata”, si dubiti di un prete che benedice. Lei si fida ciecamente di chi si proclama “lotta eroica contro i globalisti”, ma chiede prove d’identità a chi serve la Chiesa nel silenzio del quotidiano.
Non sono un’IA, né una fiction: sono un sacerdote, con una parrocchia, che celebra Messa ed è al servizio. delle anime. se non lo crede, può ignorarmi: la verità non ha bisogno di carta d’identità, ma di fedeltà al Vangelo.
Quanto alla sua metafora delle caramelle: se teme avvelenamenti spirituali, le consiglio di diffidare non delle benedizioni, ma dei falsi profeti in cerca di consenso.
Con tutto il rispetto — e con la benedizione di un vero prete,
don P.P.
Prometto che non la ignoreró, anzi … per me é impossibile ignorarla …
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