“Femminicidi”. Narrazione Perenne di Conflitto. Quando Cercare di Capire Diventa Reato. Weltanschauung Italia.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra riflessione questo articolo pubblicato da Weltanschauung Italia, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e diffusione.

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“FEMMINICIDI”

Ogni volta che una donna viene uccisa da un uomo, la cronaca si trasforma in rito.

Non si racconta un fatto, ma si celebra un archetipo: la donna vittima per il solo fatto di essere donna, l’uomo carnefice per il solo fatto di essere uomo.

Si parla di “femminicidio” non come categoria descrittiva, ma come verdetto culturale.

Non importa il contesto, la storia personale, le motivazioni individuali.

Importa il simbolo. Importa rafforzare una narrazione: quella della mascolinità tossica, dell’uomo intrinsecamente pericoloso, e di una società ancora patriarcale da decostruire.

In questo schema, chi non si cosparge il capo di cenere viene subito etichettato.

Il dubbio, la domanda, l’analisi razionale sono vietate.

È sufficiente dire: “forse non tutti i casi sono uguali”, “forse le dinamiche relazionali sono più complesse”, “forse il concetto stesso di femminicidio andrebbe ridiscusso” — e si è subito messi da parte.

Colpevoli di lesa ideologia.

Ma la realtà è più ostinata delle narrazioni.

I dati, ad esempio, mostrano che i cosiddetti “femminicidi” sono più frequenti nei paesi ritenuti culturalmente avanzati.

Francia, Germania, paesi nordici — luoghi di emancipazione, benessere, e ampia libertà sessuale.

Questo non dimostra nulla in modo assoluto, ma pone una domanda scomoda: e se le relazioni contemporanee, segnate dalla rapidità, dalla fragilità, dalla mercificazione affettiva, stessero generando nuove insicurezze e nuove forme di squilibrio emotivo?

È vietato anche solo chiederselo?

Quando una psicologa afferma che “un rifiuto oggi è inconcepibile, in un mondo dove si vuole tutto con un click”, viene presa sul serio solo se il discorso rientra nel frame accusatorio contro l’uomo.

Ma il cuore della sua riflessione è un altro: viviamo in un’epoca in cui la struttura psichica dell’individuo è più fragile, e i legami sono più instabili. L’uomo che uccide non è sempre il patriarca dominante.

Spesso è un relitto umano, solo, disperato, infantilizzato, emotivamente disarmato.

Questo non giustifica nulla.

Ma spiega.

E spiegare non è difendere, è tentare di capire.

Ma sembra che oggi capire sia diventato il vero reato.

Nel frattempo, milioni di uomini e donne vivono relazioni serene, paritarie, profonde.

Ma nessuno li ascolta.

Non fanno notizia.

Non sono utili alla battaglia.

Non rientrano nel modello.

Ecco allora l’effetto più pericoloso: la narrazione perenne del conflitto tra i sessi finisce per logorare anche ciò che funziona.

Distrugge la fiducia, semina sospetto, isola gli individui.

In nome di una giustizia ideologica, rischiamo di perdere il terreno comune su cui costruire qualsiasi affetto umano.

E questo non è progresso.

È solitudine mascherata da lotta.

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3 commenti su ““Femminicidi”. Narrazione Perenne di Conflitto. Quando Cercare di Capire Diventa Reato. Weltanschauung Italia.”

  1. nuccioviglietti

    Omicidio comprenderebbe ammazzamenti sia di maschi che femmine. Femminicidio cosa sarebbe quindi? Assassinio di femmina da parte di maschio? Se femmina invece perisse per mano di altra femmina che sarebbe? Ed in caso di ormai onnipresente trans?… caso si ingarbuglia!…!!…https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/

  2. Articolo centralissimo e condivisibile. Il modus operandi dei media, ormai raffinatissimi nell’uso dello strumento, è l’alter ego della infame campagna ” vaccinale “e comunque, in generale, di qualsiasi fine vogliano raggiungere su comando superiore. Più o meno funziona così : i padroni del discorso lanciano ” l’osso ” aizzano e sciolgono i ” cani ” che gli si avventano contro contendendoselo. Nessuno può avvicinarsi, chi lo fa’ rischia d’ essere, nella migliore delle ipotesi, morsicato, nella peggiore sbranato.

  3. In Genesi si comprende come il serpente abbia cominciato a dividere l’uomo e la donna creati da Dio perché fossero l’uno il complemento dell’ altra, spingendo all’ auto nomia la donna prima dell’ uomo. Il cliché è sempre lo stesso, ingannare prima la donna e poi lasciare a lei il seguito del lavoro. Così i cuori si induriscono, la legge naturale diventa una camicia di forza, la famiglia una gabbia di sopraffazione e tutto ciò che ne comporta la dissoluzione è visto come liberatorio: adulterio, divorzio, aborto, omicidio del malato, del vecchio, del depresso. L’abbrutimento dell’ uomo è figlio dell’ impoverimento dell’ esistenza a cui siamo giunti attraverso la cultura moderna diffusa dall’ industria culturale. Per questo i politicamente corretti sono costretti ad usare le maniere forti con chi fa venire fuori la infondatezza dei valori della società liberale, relativista e nichilista.

I commenti sono chiusi.

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