Che cos’è la Verità? Quid Est Veritas? Il Matto.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto offre alla vostra attenzione alcune riflessioni partendo dalla famosa frase di Pilato. Buona lettura e diffusione.

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CHE COS’È LA VERITÀ?

Duccio di Buoninsegna, Gesù davanti a Pilato

* * * * *

«Rispose Gesù: “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Gli dice Pilato: “Che cos’è la verità?”».

 

* * * * *

Col passare del tempo, la domanda di Pilato a Gesù: “che cos’è la verità?” mi si presenta sempre più pungente. Sempre meno mi risulta la domanda ironico-sarcastica del potere insolente e sicuro di sé; e neanche del personaggio pavido e menefreghista dipinto dall’interpretazione convenzionale giudeo-cristiana infarcita di antiromanità. E tenendo presente che sempre di interpretazione si tratta, quindi di un tentativo soggettivo di stabilire (ed imporre)  quale sia … la verità.

 

E già: “verità”, parola misteriosa, ostica, di cui, paradossalmente, ci si riempie la bocca con estrema facilità facendone la musa di ciò che si pensa e si dice.

 

Eh sì, non nascondiamoci dietro un dito, in fondo ognuno ritiene che il proprio pensiero sia vero, o quantomeno abbia una parvenza di verità, altrimenti non si spiegherebbe l’irresistibile impulso ad esprimerlo per l’affermazione di sé (argomento alquanto spinoso). E siccome, seppur Matto, non faccio eccezione, eccomi ad esporre la mia “verità”, che come tutte le altre “verità” è libera di esprimersi, esattamente com’è libera di esprimersi la “verità” dei Sani di mente. E se “verità” può essere sinonimo di “perfezione”, vattelappesca chi è perfetto, ossia chi è diventato la verità.

 

Mi diventa sempre più palese che la vicenda in cui è rimasto coinvolto Pilato è talmente spigolosa e angosciosa che né il più valente esegeta né il dogmatico senza macchia possono pretendere di penetrarne  tutti i meandri animico-spirituali (starei per dire anche fisici). Per l’esegeta e il dogmatico seduti a tavolino è molto facile stabilire “questo è così e così”, ma si tratta del riferirsi ad una situazione la cui realtà fattuale è a loro in massima parte sconosciuta, dato che possono utilizzarne soltanto un racconto, il quale, oltretutto, mai può riferire fin nei minimi particolari la vicenda raccontata. Per il valente esegeta e il dogmatico senza macchia vale (dovrebbe valere) l’ammonizione di Pirandello che in questo faccio dire a Pilato:

«Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io».

Che riecheggia un proverbio dei Nativi d’America:

«Non giudicare il tuo prossimo fino a quando non cammini per due lune nei suoi mocassini».

 

 

Quindi, altro è leggere di Gesù davanti a Pilato e altro è essere Pilato davanti a Gesù! A volte, ho provato a mettermi nelle scarpe di Pilato, ad immaginarmi intensamente come Pilato in quella circostanza: ho cominciato a sudare e ho dovuto lasciar perdere (provare per credere). Gli è che ci si trova tra l’incudine del fatto di cui non si è protagonisti e il martello del racconto a cui credere. Ed è poco ma sicuro che CREDERE NON È CONOSCERE, e chi non conosce dovrebbe essere più che cauto nello stabilire … la verità, e tranciare giudizi con una certezza la cui suggeritrice è ancora lei, la “verità”.

Infatti, credere al racconto di una vicenda non è la stessa cosa che vivere la vicenda raccontata, essendo impossibile, oltre che illecito, pronunciarsi sul foro interno di chi la vive. Chi non vive in prima persona una situazione mai la potrà comprendere nella sua totalità animica e spirituale (e fisica), meno ancora la potrà interpretare con assoluta certezza delle proprie conclusioni, per di più impregnate, in questo caso, di farisaismo antiromano, dimenticando che senza Roma – senza Pilato! – il Cattolicesimo non esisterebbe.

La libera facoltà di riflettere mi ha condotto a considerazioni anch’esse inevitabilmente approssimative ma assai diverse da quella convenzionale, e quindi a cadere in un’eresia, cioè in una scelta. Del resto, se non ci fossero gli eretici oggetto di ludibrio, i convenzionati non avrebbero su che puntare il loro dito infuocato di santità, specialità che costituisce un loro motivo di vita (la viziosa necessità del “capro espiatorio”). D’altro canto, se la facoltà di riflettere è davvero libera, non si può pretendere che si sottometta tout court alla convenzione: essa è libera o non lo è, ed è questo il pertugio in cui scivolano i paladini del principio di non contraddizione, per i quali l’uomo è stato creato libero ma l’interpretazione è una sola e quindi la si deve accettare pena l’anatema (esigenza religiosa ma non anche spirituale).

Osservata con occhio svincolato dalla convenzione, dal già stabilito inculcato per secoli, la vicenda raccontata dice di un procuratore romano nell’esercizio delle sue funzioni ma anche in combutta con se stesso. In lui ha luogo un conflitto (incomprensibile a tavolino) tra l’uomo esteriore quale rappresentante dell’autorità di Roma e l’uomo interiore che liberamente riflette ed intuisce perfettamente che non ha di fronte uno qualsiasi, e che, guarda caso, ha da essere eliminato secondo la vigente … convenzione: «Noi abbiamo una legge, e secondo questa legge egli deve morire» (le convenzioni: niente di più ambiguo e foriero di conflitti!). Per non dire dell’autorità romana, incarnata da Pilato, che ha dovuto fungere da provvidenziale tramite per la Redenzione che conferma la sua universalità facendo di Roma la culla del Cattolicesimo.

 

Il racconto riporta quattro particolari che alla mia matta riflessione appaiono abbastanza (quindi non totalmente) dirimenti circa la persona di Pilato e del terribile dramma che egli vive, il cui racconto, è bene ripeterlo, non può essere interamente scandagliato a tavolino:

 

– la sua dichiarazione di non trovare alcuna colpa in Gesù;

– il suo tentativo di liberarlo;

– l’avvertimento della moglie turbata in sogno «a causa di quel giusto»;

– il suo dichiararsi innocente, accompagnato dalla rituale abluzione purificatoria delle mani, dal «sangue di questo giusto».

Particolare ignorato poiché fastidioso per i convenzionati giudeo-cristiani: Pilato e la moglie ritengono Gesù un «giusto»! Agli occhi di Roma Gesù è un «giusto»! E infatti il Cristianesimo si affermerà a Roma! Non a Gerusalemme, a Roma.

Mentre il classico velo pietoso va steso sull’ottusa interpretazione del lavaggio della mani quale segno di menefreghismo per … salvare la carriera! Fandonia intrisa di meschina mentalità umana da far credere agli sprovveduti.

L’interpretazione convenzionale, tutta impegnata nella denigrazione di Pilato (antiromana per doveroso rispetto dei “fratelli maggiori”), passa con disinvoltura sopra i quattro episodi suddetti, quando invece essi la dicono lunga – seppur non esaurientemente – sulla situazione esteriore ma soprattutto interiore (ingiudicabile da chiunque) in cui egli viene a trovarsi, ed impenetrabile, è bene ripeterlo ancora, da qualunque esegesi a tavolino.

Un’altra libera, eretica considerazione: il tentativo clerico-farisaico, purtroppo riuscito nei confronti della massa convenzionata, di scaricare su Pilato la responsabilità della condanna di Gesù, è del tutto fuori luogo poiché la scelta del soggetto da giustiziare è stata di parte giudea. L’esegesi convenzionale sorvola troppo “premurosamente” sul fatto che, rifacendosi ad una consuetudine ebraica, Pilato abbia dato un’opportunità di scelta ai Giudei, e sono stati questi che hanno dovuto decretare la crocifissione di Gesù scegliendo la liberazione di Barabba.

 

Attiro l’attenzione sul fatto che tanto Pilato quanto i Giudei hanno dovuto corrispondere alla volontà divina circa la modalità (cruenta) della Redenzione, argomento più che urticante a causa del terribile ed irrazionale: «è necessario che lo scandalo vi sia ma guai a colui che lo provoca», che meriterebbe uno scandaglio  profondo  in luogo dell’indifferenza convenzionale, e ammesso che esso giunga a qualcosa di “certo”. Uno scandaglio ovviamente eretico, in quanto oserebbe discutere circa la volontà di Dio (in)opportunamente inscatolata ermeticamente in una dottrina.

 

Mi vien da ribadirlo ancora: il racconto costituisce una mediazione tra il fatto e chi lo legge, quindi l’interpretazione è una mediazione della mediazione che non solo allontana ancor di più dal fatto in sé, ma lo configura secondo l’intenzione dell’interprete. Dal canto suo, il dogmatico senza macchia, il convenzionato sicuro della sua fede astratta (la fede in un racconto non può che essere astratta), non esita a tranciare un giudizio a tavolino circa una vicenda che non ha vissuto in prima persona e di cui attraverso un racconto non può sapere che pochissimo. Ciò valendo pure per chi ne è stato testimone: lo spettatore assiste da bordo ring ad un incontro di pugilato ma i cazzotti li danno e li prendono i pugili nel ring, e mai lo spettatore con la faccia priva di tumefazioni potrà sapere davvero cos’è il pugilato.

 

E qui, a proposito del racconto, un pesantissimo inciso: ispirazione equivale a dettatura? Dio ispira le Sacre Scritture o le detta? Lo scrittore sacro è ispirato e quindi conserva la sua soggettività (qui aprendosi un discorso che non finisce più), oppure scrive sotto dettatura e perciò nel totale annientamento della propria soggettività? Chi mai potrà rispondere a ciò non secondo la convenzione ma secondo la … verità?

In ogni caso, sarebbe interessante vedere il dogmatico senza macchia davanti al Cristo al posto di Pilato, per constatare se con la stessa sicumera con cui dice di credere nel Cristo raccontato e dileggia Pilato, e con la rispostina prevista dalla convenzione: “la Verità è Cristo, lo dice il Vangelo!”, davvero riconoscerebbe ipso facto … la Verità.

* * *

E allora «che cos’è la verità?».

 

L’etimo è riconducibile al sanscrito vrtta = fatto, accadimento. Pertanto “verità” indica qualcosa di realmente accaduto nei fatti. Con Cristo, la Verità-in-Sé è accaduta per incarnazione, e s’è incarnata nei fatti che la rappresentano, cioè la esemplificano.

 

Non appena detta e non appena scritta la Verità-in-Sé si fa ri-velata, ossia data e velata di nuovo, cioè solùta in parole, diversificata in esempi, ed “esempio” significa tratto fuori, questa volta non «da una quantità di cose omogenee» (etimo.it) bensì da una Qualità che è Suprema Sintesi, dall’Archè, dalla Verità-in-Sé che si trova nel Supremo Silenzio, prima, dopo e tra ogni parola e suono, prima, dopo e tra ogni sillogismo e sinfonia. Al vertice di ogni esempio c’è l’Ineffabile Supremo Modello che è infinitamente oltre ogni esempio, quindi oltre ogni parola e pensiero, oltre ogni immagine, oltre ogni interpretazione, oltre ogni formula, oltre ogni opera d’arte quale esempio per il contemplante, il quale dev’essere vuoto, affinché l’esempio, esaurendo il suo compito, si dissolva per il sorgere del Supremo Modello Senza Forma e si realizzi, per assunzione,  la theosis.

 

Cristo è l’incarnata Verità-in-Sé, è l’Esempio Eccelso della Verità-in-Sé, il Verbo al singolare, le Sue parole e i Suoi atti – raccontati – sono esempi di Sé, sì veri ma introduttivi al Sé Totale, all’IO CHE È,  al Roveto ardente di fronte al quale la mediazione dell’io umano e degli esempi debbono bruciare: il primo per rinascerne deificato, i secondi poiché hanno esaurito il loro compito esemplificativo e introduttivo.

 

Del resto, non è Gesù stesso che invita a vedere Sé oltre Sé?:

 

«Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo».

Altro passo insidiosissimo, perché se solo Dio è buono allora Gesù non è Dio. O è da sospettare un momento di confusione dell’ispirato evangelista? Oppure una sua distrazione dalla dettatura? Oppure un incidente di traduzione?

E se Pilato avvesse intuito di trovarsi di fronte all’Esempio Eccelso della Verità-in-Sé? «Che cos’è la verità?»: e se con tale domanda si riferisse sinceramente alla Verità-in-Sé e desiderasse una conferma? E se si riferisse alla Luce che è oltre ogni forma? Chi può dirlo? Chi, non avendo vissuto l’evento in prima persona, ed avendone solo letto il racconto, può permettersi di sentenziare alcunché con presuntuosa disinvoltura?

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39 commenti su “Che cos’è la Verità? Quid Est Veritas? Il Matto.”

  1. A proposito di verità….
    Oggi domenica delle Palme, il papa ha voluto accentrare l’attenzione sul Cireneo.
    Simone di Cirene, papà di Alessandro e Rufo, ebrei della diaspora di Cirene, come quelli di Alessandria.
    Aiutano Gesù ebreo di Gerusalemme a portare il peso del comune dominio del Potere romano, che ovunque li soggioga.
    È un grande insegnamento a portare la croce dell’arroganza dei portatori di dottrine del Potere della Verità. Redenzione è PATENDO CONOSCERE: il decreto del Dio (Eschilo. Agamennone).

  2. Suvvia, l’uomo ebreo Gesù, davanti a Pilato è un Grande Testimone di concretezza! Concretezza.
    Non un filosofo come vuole farci credere l’evangelista postumo Giovanni o chi per lui!
    La prova?
    Secondo Giuseppe Flavio, che li definisce “quarta setta”,
    gli zeloti erano molto vicini ai farisei (ed i vangeli lo dimostrano molto bene circa i rapporti con Gesù!) “…eccetto nel fatto che costoro hanno un ardentissimo amore per la libertà, convinti come sono che solo Dio [YHWH] è la loro guida e padrone. Ad essi poco importa affrontare le forme di morte non comuni, permettere che la vendetta si scagli su parenti ed amici, purché possano evitare di chiamare un uomo ‘Padrone'”.
    Ed è per questo che il Gesù del vangelo risponde a Pilato che “non avresti alcun Potere su di me se non ti fosse dato dall’Alto!”.
    Potere dice il Gesù, la Forza del Potere, di questo Potere che non teme di sfidare sicuro pure lui del suo proprio Potere dall’Alto.
    Ed ecco il suo forte grido secondo il salmo 78, 35:”E ricordavano che ELOHIM il grido loro ed EL ELYON Il redimente loro”.
    Potere non Amore.
    Ed il salmo 22, 20 : “tu mia Forza, affrettati in mio aiuto!”.
    Il Potere dell’Amore o l’Amore del Potere? Recto e verso della medesima medaglia? Is 45,7?

  3. « Io e te non c’incontriamo su di uno stesso ramo o in uno stesso luogo; tu vai per una strada, io per un’altra. Le tue domande procedono da senno umano e io rispondo con sensi che sono al di sopra dell’intento di ogni uomo. Devi diventare insensato se vuoi giungere qua, perché la verità diventa manifesta per mezzo della nescienza ».
    Enrico Suso, “Libretto della verità”.

    Per me è così! 😁

  4. La Verità è sempre difronte ai nostri occhi, ci raggiunge, ci precede, ci si pone sempre davanti (!!!), anche o soprattutto quando non vorremmo, o preferiremmo non vederla e ciò avviene nei modi, nelle situazioni o nei momenti per noi più “impensabili” o inaspettati!
    Il suo “manifestarsi”, la sua Presenza comporta per ciascuno sempre e solo una scelta, un decidere quale posizione assumere nei suoi riguardi, rispetto/in relazione ad essa, che rimane sempre Centrale!!! È soltanto il nostro posizionamento, la nostra reazione, la nostra “decisione”, con tanto di conseguenze annesse, a variare, ad oscillare, a vacillare, a ruotare, a girovagare, a voltarsi, o ad aderirvi “pienamente”!
    E’ questo, in definitiva, il libero arbitrio di cui l’uomo, da sempre, dispone…di un si, o di un no!!! ( Ti riconosco per accoglierti e “servirti”, ti riconosco, ma “non ti voglio servire”).
    Tra il sì e il no c’è ( ancora) di mezzo il mare!!!

    1. Carissimo E.A,
      “Verità”, “Presenza”, “Centrale”: non ti sembra siano i “sottintesi” di cui scrive R.S. e che egli “osa” persino attribuire a Gesù, quel Gesù che, mi sembra, lui ritenga anche di “natura divina”?
      Quel Gesù che conosceva bene il salmo 62, 12 e che per sottintesi solo l’uomo intende e blatera! Parola del Padre della “casa del Padre di me”, secondo conferma del Gesù di Gv?

    2. Carissimo E.A., quanto poi a “scelta” e “libero arbitrio”…. meglio essere prudenti come colombe e scaltri come serpenti.
      Il principio antropico s’impone da sé: “Ciò che [mi] conviene”. E si scarta automaticamente “Ciò che [mi] costa”: a meno che non si assuma tale costo per il traguardo di una “convenienza”. E siamo… a morderci la coda…
      Qualcuno più “furbo” vorrebbe mordere anche la coda altrui: ma la Natura ci ha garantiti! Ed il decreto di Giove è: PATENDO CONOSCERE.

    3. La Verità è al Centro e siamo noi che vi giriamo intorno oppure vi aderiamo direttamente.

      Messa così , è messa talmente bene che … siamo punto e a capo. Tanto è vero che lei stesso dice: “Tra il sì e il no c’è ( ancora) di mezzo il mare!!!

      Difficile che si viva istante per istante prontissimi al sì o al no, riconoscendo ipso facto quale è la Verità, grazie ad una sorta di automatismo che renderebbe infallibile l’essere umano, anzi a renderlo perfetto, se la Verità è sinonimo di Perfezione.

      E non sembra che sulla faccia della terra vi siano mai stati esseri umani perfetti, i quali, se tali, non avrebbero mai conosciuto la corruzione della morte, posto che la Perfezione esclude qualsiasi … imperfezione.

      O la Perfezione esclude addirittura la nascita in questo Lazzaretto di Afflizione, in cui ci si ritrova per morire e, non di rado, morire male, anzi malissimo?

      1. “Credere” non sempre significa, o collima con il “servire/obbedire”, la Perfezione infatti alla quale il Signore (ci) chiama e di cui Lui Stesso ha dato sulla Terra Testimonianza Vivente e’ proprio quella di “fare la Volontà del Padre”, al fine ultimo di “raggiungere” la Perfezione Celeste(!!!), di “giungere” ( finalmente!) da(l) punto a(l) Capo!!!
        Il mare costituisce/ rappresenta (ancora) sulla Terra la piattaforma “spaziale” e “conflittuale” del si e del no, su cui “navigare”, e con fatica, dubbi, angosce, inversioni di rotta, cavalloni, tempeste…da attraversare, e al contempo rappresenta lo spartiacque “temporale” tra il sì e il no, attraverso cui poter “risalire”, o deliberatamente “sprofondare”, finanche all’ultima onda!

        1. Carissimo E.A. se, come la pensi tu, Gesù è venuto “per
          fare la Volontà del Padre”, perché sulla croce grida il salmo : “EL mio, EL mio perchè mi hai abbandonato”?
          Ma come? Nel momento della perfetta attuazione della volontà di Dio, Gesù pensa che Dio lo abbandoni, cioè che Dio lo perda o, più esattamente, invece, lo faccia “dono al Padre”? Quale tutti siamo come creature!
          Quand’è che “facciamo” la volontà di Dio: quando lo acclamiamo nostro Re o quando Gli impediamo, a parole, di regnare?
          Scelesta turba clamitat: Regnare Christum nolumus; sed nos ovantes omnium Christum regem supremum dicimus.
          Ma come facciamo noi, creature, a non fare/attuare la volontà di Dio?
          Non penso proprio sia in nostro potere!
          Ed il sospetto mi viene dal fatto che l’evangelista Luca non ha inserito nel Pater noster il “fiat voluntas tua sicut in cielo et in terra”.

          1. Caro Rolando,
            “come in cielo, così in terra”,: si veda il Poimandres del Corpus Hermeticum, la cui scrittura a noi pervenuta viene fatta risalire al II-III sec. d. C., ma il cui contenuto è molto più antico, risalendo- secondo l’illustre traduttore Marsilio Ficino-, agli Inni Orfici, a Platone e a Plotino. Ho sempre trovato “interessante” l’inserimento di questa frase nel Vangelo di Matteo.

          2. Caro Rolando,
            si veda Matteo, (13-11): ” Perchè a voi è dato conoscere i misteri del Regno dei cieli, ma a loro non è dato.”

  5. ROLANDO,

    o tu sei un’aquila e voli troppo alto e … ti capisci da solo,
    oppure (ed è assai probabile) che io voli basso come una cornacchia e non posso capirti.

    🤣🤣🤣

    1. Carissimo IL (MIO) MATTO, tu non sei una cornacchia ed io neppure un’aquila. Per quanto mi sembra mi riguardi non so cosa sono e neppure in quale luogo possa ritenermi saldo nell’immenso Universo Tutto.

      1. Da come sciorini la tua cultura (ma non sei il solo) non si direbbe : hai infiniti luoghi in cui mostri di ritenerti saldo.
        A meno che questi infiniti luoghi non testimonino che non ne hai alcuno. Ma allora, a che tutti questi infiniti luoghi?
        Perdona l’impertinenza.

  6. Gesù non parla per sottintesi.
    Poi c’è anche l’acume di chi i suoi detti li ha fraintesi.

    Il giovane ricco chiede:
    «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?».
    Gesù risponde: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo».

    Risposta duretta… Come mai? Misericordia esaurita?
    O domanda è sbagliata, meritevole di ceffone virtuale?

    Buono è solo Dio.
    Gesù è Dio.
    Il giovane ricco lo sa, perchè lo chiama buono.
    Ma se so che è Dio, gli faccio una domanda così?
    Con tre verbi usati a sproposito, in serie?
    DEVO: con Dio si sta per amore, non per obbligo.
    FARE: siamo servi inutili (è Dio che fa).
    AVERE: non ci si appropria dell’eterno.

    La mentalità legalistico-prometeica-economica pensa di ridurre il Dio che riconosce in un affare o un contratto.

    Fraintendendo ce ne si allontana tristi.
    Non avendo inteso nulla della Bellezza non si è beati.

    1. “Buono è solo Dio.
      Gesù è Dio.
      Il giovane ricco lo sa, perché lo chiama buono”.

      la sua deduzione è … sua.
      Come fa, lei, a sapere che il giovane ricco lo sa?
      Perché attribuisce al giovane ricco la sua – di lei – fede?
      Come la mette lei “maestro buono” e sinonimo di Dio, ma è una sua – di lei – interpretazione.

    2. Caro R.S., ritengo proprio che tu ti tradisca con le tue stesse parole! Tradisca: cioè nel senso che senza volerlo sveli l’ “altra” verità di come stanno, o possano stare più realisticamente e verosimilmente le cose.
      Vado svelto. Non voglio scrivere un libro.
      Tu affermi:
      “La mentalità legalistico-prometeica-economica pensa di ridurre il Dio che riconosce in un affare o un contratto.”
      E poi ci illumini scrivendo in maiuscolo:
      “DEVO:
      FARE:
      AVERE:”
      con conseguente edificazione “spirituale”.
      La scena del fatto è riportata da Marco, da Matteo e da Luca.
      Ma “soltanto” Luca ci permette di cogliere la realtà fattuale.
      In pratica Luca ci dice che questo “principino” è stato intelligente e furbo e non è cascato nel tranello in cui cascarono i coniugi Anania e Saffira che Luca stesso racconta in Atti 5,1-11.
      In pratica si DOVEVA dare tutto, FARE tutto ciò che voleva il capo, pena la morte, ed AVERE le tasche vuote per incrementare il potere del Capo!
      Gesù era un uomo pratico ed il suo scopo era solo la causa di YHWH e del Regno promesso al Padre David.
      Pure Giovanna, la moglie di Cusa, illumina la scena.
      I gigli del campo e gli uccelli del cielo che vengono rivestiti e nutriti direttamente dalla Natura poteva benissimo essere lo slogan pubblicitario per fare cassetta ed accentrare Potere per una causa che Gesù riteneva buona perché “convinto” che solo YHWH era BUONO.
      Quindi: “Perché mi dici buono”? Solo l’EL YHWH È BUONO!
      E quel giovane principe ricco, intelligente, furbo e virtualmente generoso aveva compreso che anche qui era in gioco un rischio e che non è furbo chi si ritiene furbo, ma chi conosce il furbo. Ed ha fatto dire onestamente a Gesù che non Gesù era Buono, ma solo e soltanto “Dio”.
      JEHOSHUA aveva sdegnosamente/dignitosamente rifiutato per Sé e per la sua stessa funzione di “maestro” il titolo di BUONO.

  7. L’arrogante Maestro ha anche dato dei cattivi a tutto il suo uditorio. Con tali presupposti non stupisce che qualcuno abbia concluso si ritenesse l’unico buono. Egli però lo ha subito soccorso dicendogli che se c’è uno che può essere detto buono è solo Dio…
    Stavolta mi limito a questo. Il tempo a disposizione non mi permette di cimentarmi sempre con le sue interessanti provocazioni. Un cordiale saluto.

    1. Mi perdonerà se il suo gradito intervento mi risulta un po’ sibillino (anch’io ho i miei limiti😄).

      Ossia, come si dice, non ho capito dove va a parare.

      Altrettanto cordialmente.

    2. Giampiero carissimo, tento una delucidazione a modo mio….

      “L’arrogante Maestro ha anche dato dei cattivi a tutto il suo uditorio.”
      Cioè asserendo che SOLO DIO È BUONO, per contrasto… tutti i viventi son cattivi!
      Poi continui:

      “Con tali presupposti non stupisce che qualcuno abbia concluso si ritenesse l’unico buono.”

      Cioè che l’uomo Gesù, un maschio ebreo, fosse Dio stesso.
      È ciò che lentamente avvenne. Ma non in quel momento. Non da parte di questo giovane principe ricco. A salvarlo dal non cadere nel tranello non furono le ricchezze che possedeva, ma la stessa lapidaria sentenza di Gesù: “Solo Dio è Buono”.

  8. Ho letto e riflettuto. Caro IL MATTO.
    Jehoshua davanti a Pilato. Indistricabile scenario eterno esente dalla ferrea legge del “factum infectum fieri nequit”.
    Intanto bisogna premettere una considerazione: Pilato in persona entra in scena non perché a far la scena c’è Pilato, il Prefetto di Roma, ma perché c’è il Gesù, il protagonista, che per gli evangelisti, e soprattutto l’evangelista Giovanni, è il Messia cioè il Cristo venuto nel mondo per la causa della Verità.
    Qui, nel vangelo, il personaggio Pilato è tutto diverso da quello che ricaviamo da altre fonti.
    È – come dichiara il Gesù – uno che sarebbe destituito di ogni Potere (anche intellettuale?) se tale Potere non gli fosse conferito in scena dall’ “Alto”.
    Quindi questa scena esiste solo nei Vangeli:
    un Pilato che gira in scena, dentro e fuori il tribunnale, come una trottola!
    Ma, a parte ciò, in argomento c’è la Verità. È per questo motivo e solo per questo che Jehoshua è
    stato consegnato: παράδοσις. [Consegnato-tradito].
    Pilato chiede: ” τί ἐστιν ἀλήθεια; “.
    Che cosa è la “senza-dimenticanza” per noi umani, poveri smemorati, che non possiamo contenere, recepire, concepire, pensare alcunché che non sia “senza-dimenticanza”?
    L’umano cervello, guscio di noce, non può carpire, digerire tutto lo spazio infinito che c’è laggiù in fondo ad un atomo, figuriamoci la “senza-dimenticanza”!
    Povero Pilato, capisco te, più che tale Gesù.
    Quanto al fidarmi poi, la scena muta: Caro Pilato filosofo e teologo, pur con tutto il Potere che ti viene dall’ “Alto” per bocca di Gesù, di te non mi fido, e proprio a causa di Rm13,1, e sono testardamente ancora nella personale ricerca della “senza-dimenticanza = ἀ-λήθεια, di cui tu sembravi ormai nauseato proprio innanzi ad Essa!
    Confortato dal fatto che “UN POCO di Verità del Verbo” [di dimenticanza] c’è in tutti i cuori umani, come insegna a denti stretti anche il pastorale Vaticano II.

    1. Caro Rolando,
      hai ben ragione di dubitare, anzi: di diffidare! Da Romani 1 e sgg. discende direttamente l’esortazione di Lutero ai Signori di: “ferire, scannare, strangolare” la masnada ribelle- e perciò infetta- di contadini. ( Vedasi: “Contro le empie e scellerate bande di contadini” in cui Lutero cita replicatamente proprio la Romani 1 )…e tante altre “imprese” cristiane usarono come alibi di copertura proprio la suddetta lettera.

  9. Io però farei questa affermazione, in generale:
    La Verità è ogni parola, atto, e altro pronunciati o compiuti da Dio (è questo potrà apparire ovvio).
    E quindi si pone il problema di capire quando non si tratta più di verità ed in particolare di quando si tratti di menzogna, la quale ultima cosa così definisco in generale: è ogni affermazione (nel quale si possono ben ricomprendere ogni azione, pensiero, omissione, ecc. ) che l’uomo compie con il fine di farsi lui stesso dio (davanti a sé stesso o agli altri uomini).
    Mio parere.
    Per cui se un uomo fa qualcosa che non contrasta con la parola di Dio, si mantiene nel campo della verità.
    Se però fa qualcosa che contrasta con la parola di Dio, ne esce fuori e non si può parlare più di verità (con tutta una serie di sfumature che ha come estremo la menzogna).
    Così semplicemente vedo io le cose.

    1. Lei vede le cose “semplicemente”.
      Va benissimo, a patto che intenda “semplice” come “difficile” e non come “facile.

      Voglio dire che dal suo intervento, di cui la ringrazio, si evince che un essere umano che si mantenga INTEGRALMENTE “nel campo della verità” non è mai esistito, non esiste e mai esisterà.

      Essere integralmente nella verità vuol dire essere perfetti, e la perfezione è un ideale per così dire propulsore, non certamente una realizzazione di un qualsiasi essere umano.

      Ne consegue che tutti, nessuno escluso, debbano andarci molto, molto piano col tranciare giudizi.

    2. Bravissimo UNAOPINIONE!:

      “Per cui se un uomo fa qualcosa che non contrasta con la parola di Dio, si mantiene nel campo della verità.”

      Ed è esattamente quello che ha fatto il principino ricco.

    3. Bravissimo UNAOPINIONE!:

      “Per cui se un uomo fa qualcosa che non contrasta con la parola di Dio, si mantiene nel campo della verità.”

      Ed è esattamente quello che ha fatto il principino ricco.

    4. Caro Una Opinione,
      constato con piacere- storicamente parlando- che lei non esiterebbe a imitare Samuele (nome di Dio)…Per chiarire:
      Era giunto il tempo di adempiere al giudizio del Signore sugli spregevoli Amalekiti ( Deut.25:17-19 ).
      Devono essere completamente spazzati via. Non si deve risparmiare nulla, né uomo, né bestia. Non si devono prendere spoglie. Ogni cosa deve essere votata alla distruzione. Saul disobbedisce conservando in vita Agag, re amalekita, e il meglio delle greggi e delle mandrie col pretesto di fare un sacrificio al Signore. Per questo, Samuele, che conosce la vera volontà del Signore, annuncia a Saul la fine del suo regno, poi, affermando che: “L’obbedienza-a Dio- è meglio del sacrificio!” (Samuele 1; 15- 22,23) afferra la spada e decapita Agag. Da ultimo, volta le spalle a Saul per non vederlo mai più. E’ sempre interessante leggere e meditare i testi accolti a Nicea come “sacri”.

      1. Carissima Adriana1, intervengo qui perché tu citi una pagina biblica che tanto mi ha fatto orrore….

        “Saul disobbedisce conservando in vita Agag, re amalekita, e il meglio delle greggi e delle mandrie col pretesto di fare un sacrificio al Signore. Per questo, Samuele, che…”

        Orrore, perché un parroco, ironia del destino, ha deciso di sceglierla come prima lettura ai funerali di un mio carissimo amico.
        E l’ha commentata col dire che bisogna sempre obbedire al Signore, qualunque cosa comandi anche se ci sembra assurda.
        Dopo i funerali l’ho preso a tu per tu e gli ho chiesto le personali motivazioni della scelta. Prima mi ha detto che così imponeva la liturgia. Quando si è visto costretto ad ammettere che la scelta era comunque tutta sua, tutta personale….allora gli ho chiesto se non si vergognava.
        Non occorre aggiungere altra considerazione che la seconda lettura: Romani 13, 1-7.
        Di quanto sangue grondi il Potere. Macbeth.

        1. Caro Rolando,
          è ovvio che io condivida la tua addolorata indignazione davanti alla plateale dimostrazione di “matta bestialitade”e, assieme, di gonfia presunzione di un uomo che, ritenendosi- addirittura- portavoce del sacro, si sente autorizzato a commendare le crudeltà più assurde…pari in ciò a tanti, tanti altri, anche se privi di talare.
          ” Ci sono persone che si dedicano alla coltivazione dei fiori solo per poterne strappare i petali “.(Yukio Mishima )

          1. Carissima Adriana1, tu riporti:

            “” Ci sono persone che si dedicano alla coltivazione dei fiori solo per poterne strappare i petali “.(Yukio Mishima )”

            È esattamente quello che da tanto penso della parabola del Buon Pastore.
            Mi chiedo che se ne fa il Buon Pastore diversamente dal ladro Mercenario delle pecore che riescono a possedere?
            Per di più il Buon Pastore chiude dentro in stalla il gregge, come si chiude un valore in una cassetta di sicurezza, per poter recuperare quella che aveva trovato la sua propria libertà nel bel mondo di Dio!
            Padrone e Ladro: le pecorelle non sono forse un valore comune per vestirsi e mangiare?
            A Dora Europos, nella famosa Sinagoga, c’è pure rappresentato il Buon Pastore. Ora nel museo archeologico di Damasco.
            Non solo. Mi ha fatto e fa ancora molto riflettere soprattutto la rappresentazione, sempre in questo luogo, di Abramo Perplesso: indeciso se pregare le stelle, la luna, il sole o un solo Dio tra i tanti. Ma c’è anche un Messia che cammina sull’acqua!

          2. Caro Rolando,
            niente da fare con le pecore: a me piacciono le capre da quando, a due anni, mi vidi inseguita dal testone abbassato del caprone “Peo” ( Piero ) -ne ho ancora testimonianza dalle foto- perchè ero io ad aver invaso il suo lebensraum.
            Insomma: ammiravo il loro coraggio e la loro indipendenza.
            Se non hai mai letto “La capra di monsieur Séguin” di Alphonse Daudet, leggila, per piacere… Una capretta più brava di Giacobbe. ( Si trova anche in rete ed è brevissima ).

  10. «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo».

    Sottinteso: io sono buono, perciò io sono Dio

    1. Con rispetto ma anche senza peli sulla lingua:

      Gesù parlava per “sottintesi”?
      Mi lasci dire che la sua è un’interpretazione che si preoccupa di non deviare dalla convenzione, e per questo si avvale di una forzatura del testo.

      1. Caro il Matto,
        mi sa che l’audace Fabio alla predicazione “essoterica” del Maestro preferisce quella “esoterica”…sarà uno Gnostico “in sonno”.

    2. Allora che senso avrebbe la domanda introduttiva: “Perchè mi chiami buono?” e il suo seguito, dove si parla di un- altro- Dio che solo è buono? che solo lui ha veduto in faccia?
      Un poeta ( I. U. Tarchetti ) utilizzò il medesimo incipit:
      “Perchè mi chiami poeta? Io NON sono un poeta.” al medesimo scopo di rispondere alla domanda ( che gli risulta enfaticamente lusinghiera, e che perciò gli suona falsa) con una netta negazione.

    3. Mai un ebreo fedele al Patto si sarebbe azzardato a definirsi Dio! Mai ad usurpare l'”IO SONO”.
      Il guaio è – come nel caso dell’evangelista Giovanni o chi per lui – che altri lo asseriscono per lui; altri glielo mettono in bocca! QUIS QUID PER ALIUM DIXIT SIBI DIXISSE PUTATUR.
      Già Mani ad appena 150 anni da Gesù, gli rimproverava di non aver scritto di suo pugno una sola parola! E già i cristianesimi erano più di uno. Neppure a Nicea erano tutti d’accordo anche se il Potere Imperiale imponeva una dottrina univoca a servizio della politica. Non per niente già al termine di quello stesso secolo, Agostino enumera per iscritto ben 88 (ottantotto!) scuole, cioè, chiese eretiche secondo quella cristiana, cattolica, romana e costantinopolitana!

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