Lo Stabat Mater di Pietro Persichini a Santa Maria del Popolo. Benedetta De Vito.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, Benedetta De Vito, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questo reportage da un concerto dal cuore di Roma Eterna e più bella che mai in questa primavera con ricordi di inverno nella tramontana…Buona lettura e diffusione.

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La primavera anima, gioconda, le strade di Roma che m’accolgono, sotto i dardi dell’astro, nel mio andare incontro a una serata importante per me che esco di rado dopo il tramonto. Conclusa la Santa Messa delle 18 e 30, infatti, nella stupenda chiesa cara a Papa Borgia, di Santa Maria del Popolo, si terrà un concerto di Quaresima intitolato “La Pietà”. Il quartetto Pessoa, una soprano e una mezzo soprano, coadiuvati dalla Corale Polyphonia (il coro della basilica) eseguiranno lo Stabat Mater di Pietro Persichini. E io, invitata da Gianfranco Gammelli, un basso della Corale, un amico alto nella persona e stirato nei baffi eleganti, non posso e non desidero mancare.

Infatti eccomi a Trinità dei Monti, accesa dalla folgore pomeridiana. Roma m’appare  lì in basso nello schianto della sua bellezza. Cupole, tetti, terrazzi fioriti, palazzi cotti dall’antichità.  C’è ancora il terrazzo dove, bambine e ragazze, pascolavamo in divisa noi alunne dell’Istituto Mater Dei, ma è di molto mutato come una selva trasformata in giardino. Cammino e mi segue sulla destra il verde pennacchio del Sacro Cuore. E vicino, dirimpetto al Pincio che si protende come un petto di mamma sull’Urbe, erbe spettinate fan da poggio a terrazzi abbandonati e misteriosi popolati solo da aranci caduti.

Mi perdo nella meraviglia  eterna di Roma e salutando un bel leone di marmo che solenne (e non ruggente) mi chiama eccomi giù in piazza e dopo il cambio delle scarpe (un gesto furtivo e veloce), puffette, in chiesa. Chiesa? Oh sembra piuttosto un museo dove ambulano torme di curiosi, centinaia di persone in viavai di fiume, richiamate dal Caravaggio. Il brusio impedisce la preghiera e la villania la fa da sovrana. Pazienza, le orecchie le tappa per me il Signore e finisco lì il mio Santo Rosario in attesa della funzione che giunge insieme a un silenzio profondo, orante, magnifico. Il  Padre agostiniano (è affidata agli agostiniani la cura di questo gioiello della Chiesa Romana) legge da solo tutto quanto, letture e preghiera dei fedeli, come ancora adesso è nelle Messe tridentine (che amo). L’antico rito risorge a modo suo nel disordine moderno. La Messa è molto cantata e dietro di me una voce angelica di soprano, Madeleine, che ritroverò poi tra gli artisti del coro. Sant’Agostino, mi sovviene, diceva: “Chi canta, prega due volte”…

Ma avanti, presto, arrivano musicisti e cantori e si sistemano davanti all’altare. Si distingue per stile il maestro Alvaro Vatri, il direttore. Due splendide voci di soprano, Ornella Pratesi e di mezzosoprano, Christine Strehubur, si diffondono intorno, accompagnate dal magnifico coro che le omaggia. La musica e il canto rapiscono l’anima e la portano in alto, la mia si fonde al dolore della Vergine e lo vivo come ferita ardente. Tutt’intorno sento che il sigillo del cuore di ognuno e di tutti palpita di gioia come avendo ritrovato l’antico cammino. Scrosciano infatti gli applausi (che sono anche per il lettore, Stefano Nazzaro, per aver ben recitato versi del Paradiso di Dante e assaggi delle Laudi di Jacopone da Todi) e arriva un bis molto apprezzato. La serata è finita, saluto gli amici, torno a casa.

Ma prima di chiuder qui il capitoletto rosa, il nostro Pietro Persichini, l’autore dell’opera, merita lui pure di esser ricordato perché fu musicista di fama, visse  a cavallo tra Sette e Ottocento, sposò in prime nozze una luterana (che, invaghitasi d’un francese, lo abbandonò, rubando oro e ricchezze di casa) e in seconde, felici, una soprano. Fecondo e di successo finì, da morto, in una fossa comune del Verano. Suo padre, e questa storia commuove, faceva di cognome Persi, ma siccome era basso di statura fu detto Persichini. E Pietro, oltre al nome del Principe degli apostoli, portò quelli altisoonanti dei tre Re Magi, come s’usava allora nella mia amata Roma papalina.

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3 commenti su “Lo Stabat Mater di Pietro Persichini a Santa Maria del Popolo. Benedetta De Vito.”

  1. laura cadenasso

    Cara Benedetta, sei quasi una rarità…non tutti hanno a disposizione esperienze tanto preziose quanto toccanti ma le meriti. Le cogli e le vivi in profondità. Ti invidio ? Proprio no ma -sinceramente- mi dà gioia leggere il racconto di vicende, situazioni, avvenimenti che ti appartengono. In fine, poichè la FEDE ci accomuna, mi sento spesso come fossimo amiche che si confidano e si ascoltano…è sempre bello !

  2. laura cadenasso

    Cara Benedetta, sei quasi una rarità…non tutti hanno a disposizione esperienze tanto preziose quano toccanti ma le meriti. Le cogli e le vivi in profondità. Ti invidio ? Proprio no ma -sinceramente- mi dà gioia leggere il racconto di vicende, situazioni, avvenimenti che ti appartengono. In fine, poichè la FEDE ci accomuna, mi sento spesso come fossimo amiche che si confidano e si ascoltano…è sempre bello !

  3. Marcelo Fernando Gerstner

    A partire dal suo illuminante articolo del 13 dicembre 2024 sulla cerimonia di saturnalia a Notre Dame, leggo spesso alcuni dei suoi appunti. Uno che mi è piaciuto molto è quello in cui chiede agli Amici Scrittori, perché raccontare solo squallore e tristezza.
    Un altro articolo che mi è stato di grande aiuto è quello sui Tesori Nascosti della Pinacoteca Ambrosiana. In particolare per le foto dei guanti di Napoleone e della ciocca di capelli biondi di Lucrezia Borgia.
    Qualche giorno fa, se non sbaglio, ce n’è stato uno di cui non sono riuscito a capire praticamente nulla perché sembrava fantascientifico e un po’ criptico.
    Quello di oggi (ed è per questo che sto scrivendo questo commento) ha attirato la mia attenzione per diversi motivi, di cui ne segnalo solo due: nella cattedrale di Buenos Aires, la città in cui vivo, succede anche che i turisti si aggirino scattando foto nel bel mezzo di varie cerimonie. E un’altra curiosità è che mio padre si chiamava Marcelino, che è una specie di diminutivo del mio nome.

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