Santa Maria Maggiore, Benedetta De Vito in Dialogo con Due Papi. Lepanto Inutile, l’Apostasia che Viviamo.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, Benedetta De Vito, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questo delicato quadretto dipinto a parole che ha per luogo Santa Maria Maggiore. Buona lettura e condivisione.

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A Santa Maria Maggiore, ogni 25 del mese, nella cappella della Sacra Culla, una piccola grotta di Betlemme ai piedi dell’altar maggiore, si celebra come se fosse il Natale, una bella Messa (e anche affollata).

E sotto i raggi d’oro della colombina dello Spirito Santo che dall’alto del baldacchino ci riempie della sua porporina spirituale, è bello ritrovarsi nella basilica mariana detta anche per questo ad praesepem, la quale, custodisce in una splendida teca i legni della mangiatoia di Gesù Bambino e il primo presepe dello scultore Arnolfo di Cambio.

Il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, a quella adorabile messa c’ero anche io, in grazia e accanto a me la massiccia statua di Pio IX in ginocchio e in preghiera davanti all’eterno Mistero. Oh non mi ero accorta che il volto del Pontefice che dovette subire l’onta di Porta Pia sorride! Ed è così tenero il suo sorriso che mi ricorda quello del mio bebè (ora un uomo) quando come in trasalimento mi guardava. Oh povero Pio IX, quante ne hai passate e quante turbolenze ancora passa la Chiesa! E io, imbelle, impotente, nulla posso farci perché nessuno mi ascolta e anzi mi ridono dietro…

Io, dopo la Santa Messa, me ne vado a salutare i “miei” Papi. E prima di tutti Sisto V, il mio preferito, un Pontefice francescano, di origini umili, severo, sì ma anche spiritoso se scelse il nome di Sisto per essere l’ultimo dei Sisti.

Chi mai oserebbe chiamarsi Sisto Sesto! Egli,  credo io, aveva compreso la deriva spirituale che stavano prendendo i gesuiti e per questo voleva che non gesuiti si chiamassero, ma ignaziani, dal nome del loro fondatore!

Perché quel privilegio, pensava il Papa, e aveva ragione! Ma non fece in tempo a far nulla, durò appena cinque anni e noi ora abbiamo un Papa gesuita… Aiutaci tu da lassù, dolce Felice.

E prima di andar dall’altro Papa mio che amo, un ricordo mio di bimba. Le sister dell’Istituto Mater Dei facevano la loro beneficenza per i poveri che vivevano allora in baraccati all’acquedotto Felice. E io, ignara del percome di quel nome, li vedevo sì poveri ma allegri, festanti, a saltar con i piedi nudi nelle pozzanghere e io stretta nell’uniforme…

Avanti, avanti, ora all’Acquedotto Felice non abita più nessuno ed è solo una girandola di auto che corrono verso l’Ikea.

Passo poi al secondo Papa, Pio V, il dolce Cristo in terra che seppe in anticipo dalla Madonna che i cristiani avevano sconfitto i mori a Lepanto.

Le campane suonarono a distesa nella Roma di allora, piena di devozione. Mi inginocchio davanti alla sua bara di vetro e gli racconto di oggi.

Di come in una cittadina a Nordest i musulmani si sono organizzati in una lista elettorale, di come le tivvù ci informano invece che della Santa Quaresima, del finto digiuno coranico, di come a Torino ci s’appresta a costruire una mega moschea che sfiderà le cime alpine.

Lepanto dunque fu inutile, gli dico, e ora l’invasione si compirà.

Per me punizione per la disgraziata apostasia di questi tempi senza battesimo e ricoperti di peccato originale.

In silenzio, cuore a cuore, il dolce Papa, figlio di San Domenico, mi invita a pregare.

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