Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto oggi ci conduce lungo un percorso nuovo e difficile…buona lettura e meditazione.
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IL TRAGITTO APOFATICO
L’etimo dice che “tragitto” viene dal latino classico traicere e dal latino tardo traiectare formati da trans cioè “oltre” e da iacere/iectare ossia “gettare”. Perciò il “tragitto” può associarsi al “giavellotto”, dal latino jaculum ossia “dardo” da iacere/iectare ossia “gettare”, “lanciare”, da cui anche “giaculatoria”, breve e intensa preghiera appunto lanciata verso il Cielo. Tragitto può associarsi anche a mittere ossia “mandare”, come recita la formula conclusiva della Messa: «ite missa est» ovvero «andate – l’Offerta – è mandata» (e non lo scialbo e insignificante “la Messa è finita”!), sicché si potrebbe dire che la Messa – la Missa – è la Giaculatoria per eccellenza, e che parteciparvi significa avere parte nel mandare – mittere – l’Offerta Sacra.
Nel tragitto può vedersi l’apofasi, cioè il percorso della coscienza che nega tutti i suoi contenuti gettandosi/lanciandosi oltre di essi, ovvero oltre tutto ciò che costituisce le forme in cui è costretta.
Arthur Schopenhauer:
«Cinque minuti dopo la tua nascita, decideranno il tuo nome, la tua nazionalità, la tua religione e la tua tribù, e tu passerai il resto della tua vita sorridendo a difendere cose che non hai scelto».
Così, l’apofasi consiste in una vera e propria dis-informazione – e dis-infestazione – della coscienza, un esodo dalle forme, un abbandono per il quale essa riacquista la sua vuota e pura essenzialità del tutto indipendente da qualsiasi forma, cioè da qualsiasi contenuto, giacchè essendo essa senza forma, ogni forma che la occupa costituisce un contenuto. La forma mentis è infatti un peso circoscrittivo in quanto agglomerato di forme, ossia di in-formazioni. La vuota e pura essenzialità della coscienza è quella appena uscita dalle mani del Creatore, e che è estaticamente ignorante, pre-culturale e addirittura pre-simbolica e pre-mitica, in quanto libera da ogni forma inculcata o acquisita, la quale, in ogni caso, costituisce una inter-mediazione e quindi pone una distanza tra la Coscienza e il Creatore che è l’Assoluto, o, secondo Dionigi Aeropagita, la «Causa perfetta e unitaria di tutte le cose». A tal riguardo occorre tenere presente che il tragitto apofatico non consiste soltanto nella negazione di ogni affermazione (cioè della forma mentis), bensì anche nella negazione della negazione, come appunto precisa l’Aeropagita:
«La causa perfetta ed unitaria di tutte le cose è al di sopra di ogni affermazione; e l’eccellenza di colui che è assolutamente staccato da tutto e al di sopra di tutto è superiore ad ogni negazione».
Di fatto, la sola negazione di ogni affermazione mantiene ancora la coscienza nella dicotomia, poiché la negazione di ogni affermazione, e quindi la contrapposizione che ne deriva, costituiscono ancora un contenuto, una forma duale che occupa la coscienza e ne compromette l’essenziale esser una vuota e pura, ragion per cui il tragitto apofatico ha da compiersi anche negando la negazione, processo incomprensibile senza la prassi paziente e costante dell’abnegazione, cioè dell’apofasi, da ciò conseguendone che ha da essere trasceso anche il dualismo antagonista vizio > < virtù.
Lo Jaculator
Lo Jaculator, cioè il lanciatore del giavellotto, personifica chi intraprende il tragitto apofatico lanciando la propria coscienza appuntita, ovvero concentrata, verso … nessun oggetto, cioè verso il Cielo, attraverso pianeti, stelle, sistemi solari e galassie, con una tensione fiduciosa e inflessibile verso l’Invisibile Ineffabile che si trova oltre la costellazione in verità assai ridotta, per quanto forbita, della forma mentis, verso «quella fine e preziosissima parte de l’anima che è deitade» di cui dice il Poeta. Si tratta di un penetrare attraverso tutte le forme, cioè tutti i pensieri e tutte le immagini, per lasciarle dietro di sé (non distruggendole bensì superandole a mezzo distacco) ed elevarsi estaticamente verso la Causa Suprema che è il Silenzio, il Nulla gravido del Tutto, la Presenza dell’Assenza, l’Assenza della Presenza.
Zhuangzi:
«Dimentica gli anni, dimentica le distinzioni. Salta nell’infinito e rendilo la tua casa».
Il salto nell’Infinito! È questo l’atto eroico in cui s’impegna lo Jaculator e che spaventa i timidi desiderosi d’Infinito, coloro che amano Dio a patto che sia alla loro portata, coloro che non possono fare a meno di una dottrina che parla “di” Dio e perciò non è Dio, non è l’Infinito, bensì una descrizione, un’indicazione, una formalizzazione, al fine una limitazione di Esso che è l’Illimitato, l’Assoluto che nessuna formulazione può ingabbiare. Non per nulla lo Spirito Santo è raffigurato in una colomba, e la colomba non sta in gabbia, bensì vola «dove vuole», non condizionata nemmeno da un diluvio!
Va da sé che lo Jaculator ha da essere un atleta, dal greco antico âthlos, cioè lotta, competizione. Pertanto, in senso ascetico l’atleta è colui che s’impegna nel superare se stesso, precisamente il fittizio se stesso che s’identifica con l’agglomerato della forma mentis, la quale, come già osservato, è un peso che impedisce l’innalzarsi in volo verso l’Oltre, una terra angusta filospinata che impedisce l’esodo. È quindi chiaro come il tragitto apofatico richieda un perseverante e lungo exercitium, e ciò quanto più la forma mentis è complessa e radicata, con ciò costituendo un vero e proprio muro tra la Coscienza individuale e la Coscienza universale, ossia tra l’Anima e Dio.
Luigi Pirandello:
«Perché nulla è più complicato della sincerità. Fingiamo tutti spontaneamente, non tanto innanzi agli altri, quanto innanzi a noi stessi; crediamo sempre di noi quello che ci piace credere, e ci vediamo non quali siamo in realtà, ma quali presumiano d’essere secondo la costruzione ideale che ci siamo fatta di noi stessi».
La sincerità, l’esser sinceri, cioè sine ceris: senza cera, senza trucco, senza maschera, senza «la costruzione ideale che ci siamo fatta di noi stessi», la quale in nessun modo può prescindere dall’agglomerato della forma mentis quale che sia, che lo Jaculator attraversa e oltrepassa col suo slancio, abbandonando la zavorra del suo sé fittizio.
Sciogliersi e rilegarsi
È da precisare che il tragitto apofatico non può prolungarsi indefinitamente, e come ogni atleta anche lo Jaculator ha da osservare delle pause per occuparsi delle vicende terrene che lo impegnano nel tempo e nello spazio. In altri termini, allo sciogliersi dalle vicende terrene ha da seguire il rilegarsi ad esse, ogni volta, però, nella sempre più salda consapevolezza di ritrovarsi nel mondo delle forme, il quale, nel migliore dei casi, è inter-mediario e quindi relativo. Infatti, gli è che l’Assoluto, pur senza ignorarlo, trascende (e vivifica) il relativo, e l’Infinito, pur senza ignorarla, trascende (e vivifica) ogni finitezza, cioè ogni forma. L’etericità dell’Infinito, pur trascendendole, si accompagna alle molteplici forme. In altri termini, lo Jaculator abbandona la Terra per proiettarsi in Cielo, donde ritorna sulla Terra con sguardo rinnovato «sicut in caelo et in terra», guarito dalla cispa terragna grazie al Collirio che Lassù viene somministrato dalla Divina Farmacia.
Agostino:
«Così fece la Sapienza di Dio quando volle curare l’uomo: per guarirlo gli offrì se stessa e divenne medico e medicina»
Lucio Anneo Seneca:
«È importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettaete guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine».
Si conclude illustrando il tragitto apofatico e quindi l’impegno dello Jaculator con un’ulteriore brano di Dionigi Aeropagita – sicuramente Matto pure lui – che immediatamente precede quello citato sopra; un brano indubbiamente apofatico anch’esso, che fa piazza pulita di ogni esegesi ed elucubrazione, demolendo la ben misera stampella del pensiero che zoppica su se stesso. Direi che costotuisce uno scarnificante brano … zen!
«Procedendo quindi nella nostra ascesa diciamo che [la causa universale] non è né anima, né intelligenza, e non possiede né immaginazione, né opinione, né parola, né pensiero; che essa stessa non è né parola, né pensiero; e che non è oggetto né di discorso, né di pensiero. Non è né numero, né ordine, né grandezza, né piccolezza, né uguaglianza, né disuguaglianza, né somiglianza, né dissomiglianza; non sta ferma, né si muove, né rimane quieta, né possiede una forza, né è una forza; non è luce; non vive e non è vita; non è né essenza, né eternità, né tempo; non ammette neanche un contatto intellegibile; non è né scienza, né verità, né regno, né sapienza; non è né uno, né unità, né divinità, né bontà, non è neppure spirito, per quanto ne sappiamo; non è né figliolanza, né paternità, né qualcuna delle cose che possono essere conosciute da noi o da qualche altro essere; non è nessuno dei non-esseri e nessuno degli esseri, né gli esseri la conoscono in quanto esiste; e neppure essa conosce gli esseri in quanto esseri. A proposito di essa, non esistono né discorsi, né nomi, né conoscenza; non è né tenebra, né luce; né errore, né verità; non esistono affatto, a proposito di essa, né affermazioni, né negazioni: quando facciamo delle affermazioni o delle negazioni [a proposito delle realtà che vengono] dopo di essa, noi non l’affermiamo, né la neghiamo».
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15 commenti su “Il Tragitto Apofatico. Il Matto.”
Ottimo percorso a ritroso atto a liberarci dai vortici mentali ,e consequenziali assetti , di una fallace e quotidiana empiria. Percorso tipico del filone Upanishad-Vedanta-Yoga. Itinerario che indubbiamente coglie aspetti di verità ma che non andrebbe assolutizzato. Dice bene, “sciogliersi per rilegarsi”. L’esperire il SE (Brahman) diventa così propedeutico ad una nuova coscienza di sé e del mondo. Il SE (identificabile in qualche modo nella Prima persona della Trinità cristiana) è la scaturigine del tutto, non è il tutto; è la roccaforte non l’intera città ; è la radice, non l’albero. I pensieri del “Brahman” ( il cielo e la terra, il mondo insomma) non sono pensieri evanescenti, una bolla di sapone pronta a svanire. Posso e possiamo però affermare questo solo (aderendo così al filone ebraico-cristiano-islamico) se il mondo diventa creazione di Dio. Una creazione ancora in fieri, certo, ma creazione in senso forte, e non una sorta di incidente cosmico in fase di riassorbimento. A questo punto con lo “sciogliersi per rilegarsi” cooperiamo all’avvento di quella “nuova creazione” che rappresenta il punto omega di tutto il processo creativo. Un caro saluto.
Bel contributo, in specie l’ultimo periodo. Grazie ed un saluto a lei.
Per essere apofatico l’autore parla un po’ troppo: non sta mai zitto e continua a ripetere che bisogna stare zitti – eccellente dimostrazione della vuotezza di ciò che sostiene.
Repetita juvant 😉
Finalmente! Silenzio e attesa.
Se non sarete come questi piccoli , con quel che segue…. i bambini non definiscono , semplicemente vivono amando, ovvero amano vivendo .
Grazie sempre , caro Matto!
🙏🌹
Caro Il Matto,
purtroppo ora mi manca il tempo per tentare di rispondere al tuo corposo intervento.
Mi limito perciò ad una sola osservazione.
E’ affascinante proiettarsi ( o ritrarsi ) nell’Assoluto. Ma quando si parla di Assoluto, si parla contemporaneamente di Eternità e di Onnipotenza. Ora: noi siamo transeunti e limitati, MA pretendiamo che il Dio cristiano sia- oltre che Eterno e Onnipotente- anche Creatore per Amore. Come conciliare le due qualità citate per prime con le successive altre due?
Nel primo caso abbiamo un Ente assoluto ed eternamente distaccato e indifferente, che non ha bisogno di alcuna creazione; nel secondo un Ente partecipe ed amorevole che però lascia- anche i più innocenti- preda della sofferenza causata dalla Natura( a sua volta creata dalla medesima divinità). Non può apparire, pertanto, tale Ente una divinità anche molto malvagia e assai poco desiderabile? (Is: 45,7).
Carissima,
A proposito di «COME conciliare …», posso balbettare soltanto quanto segue.
Non siamo del tutto «transeunti e limitati»: la fede e/o l’aspirazione a Qualcosa o Qualcuno che ci trascende, ovvero alla «Causa perfetta ed unitaria di tutte le cose» per dirla con l’Aeropagita, e che può investirci della Sua trascendenza, testimonia un presentimento umano e sovrumano insieme.
Il presentimento umano non può fare a meno di darsi “spiegazioni” a mezzo di un linguaggio che vincola alla grammatica del comprensibile. Il presentimento sovrumano (se attivo) è consapevole che il comprensibile non coglie e non può cogliere Ciò che lo trascende, e, nel migliore dei casi, può soltanto parlarne e scriverne. Di fatto, altro è la Meditazione oggettiva e altro è la Contemplazione; altro è occuparsi “di” e altro è il fare piazza pulita (o specchio terso! la coscienza!) di tutti i contenuti mentali, fossero pure i più elevati (vedi al riguardo “La nube della non-conoscenza”).
Tu chiedi come si concili «un Ente assoluto ed eternamente distaccato e indifferente con un Ente partecipe ed amorevole»: quando il mio giavellotto farà centro … te lo dirò.😃
Carissimo il Matto,
W la sincerità 😀 !!! e molte grazie per non esserti rifugiato dietro allo scudo abusato e bucato del leit-motif: “Mistero della fede”, ( che di norma viene tirato in ballo proprio da coloro che pretendono di conoscere- se non addirittura di guidare- il pensiero divino ).
Tu proponi un’esperienza personale, ma non pretendi di imporla con la forza agli altri. Apri le porte ad un pensiero, ma non pretendi che nessuno si ponga “con le ginocchia della mente inchine” dinnanzi ad una porta chiusa, serrata da un chiavistello dogmatico di mano umana.
Presso gli umani prevale il desiderio della propria immortalità: questo è evidente. Non mi è chiaro se nella nostra religione abramitica è la divinità a concedere il “dono della Fede” a chi Egli sceglie di sua volontà, o se è l’uomo- in nome di un tal desiderio- ad arrampicarsi sulla vetta di una montagna nella speranza di coglierlo.
“Non mi è chiaro se …”
Non è chiaro neanche per me, ed anzi costituisce un motivo alquanto pungolante e … misterioso! 😄
Con un arzigogolo potrei dire: è l’Assoluto che in me vuol ricongiungersi con Sé stesso. Forse è proprio così … chissà … o forse no … booh …
Intanto il mio giavellotto vola, ed è questo che conta … ADESSO vola … DOMANI … non esiste.
Ciaooooooo!
P.S. Sto cercando di scoprire cosa resta di me dopo aver “tagliato” ogni pensiero. Se no con la spada che ci faccio?😂
Cara Adriana, solo una suggestione per le sue “stridenti” domande. Immagini il retro di un arazzo. E di questo retro possiamo cogliere solo una minuscola sezione, quella del nostro vissuto e della nostra contemporaneità. Minuscola sezione,certamente, ma che può indurci a scommettere su un possibile risultato finale di quest’opera. Un caro saluto.
Prendendo due piccioni con una fava:
1) certamente per mia incapacità non riesco a cogliere il nesso tra il contenuto del mio articolo ed il corposo commento di R.S. che forse, gentilmente, vorrà aiutarmi.
2) lo stesso per la citazione del Veni Creator buttata lì da S.E./SCARPEGROSSE. Che poi con laconica sufficienza si lascia andare ad un bergamasco “quante bale”. Ma, dico io, se non gli interessa quel che scrivo, non farebbe meglio a non intervenire?
Interloquire entrando nel merito proprio no eh?
Dal Veni Creator : accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus. Magnifico!!!!!!
Quate bale !!!!!!
Nella Parola di Dio (rivelata, piaccia o no… non nostra, piaccia o no) si nasconde una negazione e un oltrepassamento della semplice natura umana che hanno bisogno della disponibilità a non applicare l’umano alla rivelazione.
La fede è luce, ma quella luce non è per far brillare la nostra mente, ma perchè ci sia luce nella tenebra del mondo che resta tale anche con il dono della fede il cui soccorso sta nella mens Dei e non nella mia!
Ci vedo come vede un cieco dalla nascita che sa essere a proprio agio nella tenebra che inutilmente il vedente vorrebbe rischiarare della luce con cui ragiona mondanamente, volendo utilizzare in quel modo il dono di Dio offerto per trarne ben altra chiarezza.
Leggiamo la lettura odierna tratta dalla lettera agli Ebrei: “Fratelli, voi non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola. Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: «Ho paura e tremo». Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele.
Il mistero parla di sangue purificatore, non di un irenico pacifismo senza spargimenti di sangue. La Santa Messa è l’incedere presso il sacrificio del Calvario, traendone salvezza, fonte di gioia. La festosa assemblea musicata dai cori angelici, non dagli applausi dell’assemblea terrena di chi si bea di appagare l’io nel mondo.
Dove approda la mistica? Il volto di Dio non c’è, perchè Dio è spirito. La luce di Dio avvampa la scena fino a far chiudere gli occhi naturali. Che cosa avverto? Calore, profumi, un sapore interiore, un medicamento che trasforma l’esistere in beatitutine, senza tempo nè noia.
Eppure lo conosco, lo ri-conosco, mi so conosciuto… sto nella volontà di bene che mi fa esistere. Non ha un perchè (altrimenti non sarebbe Dio), ma è pura bellezza in cui so di stare, voluto, chiamato e accolto.
Discepolo: in una disciplina. Disciplinato.
Sto essendovi ordinato e vi resto in ordine, al mio posto.
In questo consiste il potere sugli spiriti impuri, cioè l’antidoto alla ribellione, al male e alla malattia che ha determinato lo spargimento di sangue.
Un bastone, i sandali, una tunica, niente soldi… ed entrare nella casa per testimoniare. Da martiri, scuotendo la polvere di sotto le suole se rifiutati, perchè sia manifesto il rifiuto ricevuto. Perchè non si è discepoli per parlare del più e del meno, ma perchè avvenga una conversione, scacciando i demoni con l’olio del’unzione.
Cambiare mentalità… Metanoia. Non ragionare secondo il mondo. Comprendere i doni di Dio come doni di Dio. La fede è un dono. La speranza non è la mia: si radica nella fede, non nei miei aneliti o nei miei talenti. La carità… è da Dio. E’ la sua, non il mio fare. E’ talmente la Sua, che resterà passate la fede e la speranza.
Il mistero che non ha un perchè.
Povero l’uomo che vorrebbe spiegare il perchè di Dio.
Non entra nella grazia, ma si appropria di Dio pensandosi in grado di darne un’immagine migliore.
Invece Dio è il segno di contraddizione. In Cristo, fin dalla fondazione del creato, per rivelarsi in carne umana e ricapitolare in sè ogni cosa visibile e invisibile.
Povero chi resta senz’olio. Vergine magari, benintenzionato, ma irrevocabilmente in ritardo, sconosciuto allo sposo. Inutile bussare.
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