Sic et Non. Il Matto.

10 Luglio 2024 Pubblicato da 36 Commenti

Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, il nostro Matto offre alla vostra attenzione e meditazione queste  riflessioni sul dubitare,  e la ricerca. Buona lettura.

§§§

 

SIC  ET  NON

*

«Dubitando quippe ad inquisitionem venimus,
inquirendo veritatem percipimus»

«Dubitando arriviamo alla ricerca,

e cercando percepiamo la verità».

 

Pietro Abelardo, Sic et non – Prologo

 

* * *

«Dubbio, uno dei nomi dell’intelligenza».

 

Jorge Luis Borges

 

* * *

«Si parla tanto del bello che è nella certezza; sembra che si ignori la bellezza più sottile che è nel dubbio. Credere è molto monotono, il dubbio è profondamente appassionante. Stare all’erta, ecco la vita; essere cullato nella tranquillità, ecco la morte».

 

Oscar Wilde

* * *

 

Ciò con cui siamo d’accordo ci rende inattivi, è la contraddizione che ci rende produttivi.

Johann Wolfgang von Goethe

 

* * *

La contraddizione non è un segno di falsità, né la mancanza di contraddizione un segno di verità.

Blaise Pascal

 

* * *

«Dio è una sfera infinita il cui centro è dappertutto

e la circonferenza in nessun luogo».

Libro dei XXIV filosofi

 

* * *

«La verità non ha gradi, né in più né in meno, e consiste in qualcosa di indivisibile; sicché ciò che non sia il vero stesso, non può misurarla con precisione, come il non-circolo non può misurare il circolo, la cui realtà è qualcosa di indivisibile. Perciò l’intelletto, che non è la verità, non riesce mai a comprenderla in maniera tanto precisa da non poterla comprendere in modo più preciso, all’infinito; ed ha con la verità un rapporto simile a quello del poligono col circolo: il poligono inscritto, quanti più angoli avrà, tanto più risulterà simile al circolo, ma non si renderà mai eguale ad esso, anche se moltiplicherà all’infinito i propri angoli, a meno che non si risolva in identità col circolo».

Nicola Cusano

 

* * * * * * * * * * * *

 

Il prologo dell’opera di Abelardo Sic et non conferma, almeno per quanto mi riguarda (ma, come si vede in esergo, non sono il solo), l’importanza del dubbio quale spinta vitale indispensabile alla ricerca della Verità-in-Sé, dell’Archè, che nella sua sintesi è inconcepibile e indicibile, ossia non può essere esaurita dalla pur necessaria Verità rivelata, cioè scritta, né dalle relative esegesi. La Verità-in-Sé, l’Archè, STA OLTRE. La formalizzazione della Verità, ossia la sua espressione in un linguaggio umano, seppur ispirato ma composito, è tanto indispensabile (sic) quanto (et) inesaustivo (non), ma anche, occorre dirlo, complicante piuttosto che semplificante. La Verità rivelata è un Volto della Verità-in-Sé, e tale Volto è una cristallizzazione musiva in parole. La Verità rivelata è la Parola Una di Dio espressa in molteplici parole come il cristallo di ghiaccio si diluisce in acqua, ovvero, per usare di altra immagine, le parole della Verità rivelata sono frammenti visibili e finiti dell’unico Diamante invisibile e infinito.

 

Il Volto del Cristo raffigurato nell’opera d’arte è un supporto prezioso alla contemplazione della Verità-in-Sé, dell’Archè irrappresentabile poiché infinitamente oltre l’immagine – ad opera umana e/o acheropita – che la circoscrive e si porge all’intuizione/ispirazione del contemplante: OLTRE l’Umanità definita nell’immagine del Cristo (la Forma-Nome) c’è l’indefinibile Divinità (il Senza forma-Senza nome).

 

Il Volto artistico del Cristo – dipinto o scolpito – è il sublime punto di convergenza dell’Eterno nel Tempo, dell’Immenso nella Misura (della forma), e ciò tenendo presente che Dio, secondo il Libro dei XXIV filosofofi, «è una sfera infinita il cui centro è dappertutto e la circonferenza in nessun luogo», ossia quanto di più irrappresentabile e irriducibile a qualsiasi forma, poiché inconcepibile e ancor meno razionabile, cioè misurabile, dato che ratio significa misura. Fermarsi all’immagine/forma significa precludersi l’accesso a Ciò DA CUI essa origina, all’OLTRE che il pensiero e la fede, per loro natura oggettivanti, non possono raggiungere.

 

«Io sono la Porta»: DOVE IMMETTE?

 

Pertanto, come si vedrà anche appresso, intendo il dubbio in un senso più estremo di quello abelardiano, ovvero in un senso apofatico, poiché laddove Abelardo propone la logica come mezzo dubitativo per risolvere le contraddizioni (solo apparenti?) della Sacra Scrittura e dei suoi interpreti, io, da Matto, sostengo che anche la ricomposizione logica delle contraddizioni, necessariamente elaborata ed espressa in parole, cioè in sillogismi, non esce dal recinto della mente razionale, cioè misurante: l’inter-pretazione, cioè la costruzione logica soggettiva che si pone inter, cioè di mezzo, per dirimere una contraddizione resta pur sempre nell’ambito della formulazione, quindi della definizione, e definire significa limitare. Un solo esempio: la Scrittura e, per quanto dotte, le spiegazioni circa il Regno dei Cieli, non fanno entrare ipso facto nel Medesimo, restando esse nell’ambito della fede e della ragione, ossia del “credere a” e dell’inter-pretazione, ciò che mantiene la distanza dal creduto e ragionato. Il meditare intorno al Regno dei Cieli è un necessario ma propedeutico e periferico muoversi della mente che senza il salto sovra-logico dell’intuizione/illuminazione mai può giungere al Centro, sebbene, è da aggiungere, la meditazione serva a mantenere il necessario orientamento verso il Centro medesimo.

 

Dice vertiginosamente Pascal:

«Ma alla fine, cos’è un uomo nella natura? Un nulla davanti all’infinito, un tutto davanti al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto, infinitamente lontano dal comprendere gli estremi. Il fine e il principio delle cose gli sono inesorabilmente nascosti da un segreto impenetrabile».

Per quanto matta e modesta, una mia intuizione/illuminazione – e l’intuizione/illuminazione è sovra-razionale – mi fa equiparare la Verità all’Infinito, quindi al Non definibile, il quale, verosimilmente, ingloba in Sé «il fine e il principio delle cose», il «segreto impenetrabile» dell’Omega e dell’Alfa. Ma la comunicazione di un’intuizione/illuminazione ha da valersi anch’essa di una formulazione/definizione che richiede nel ricevente la medesima intuizione/illuminazione, se non deve restare soltanto un’espressione allusiva all’intuìto.

 

Mi riferisco quindi al dubbio non nei riguardi della Verità rivelata, cioè formulata, definita, bensì, al contrario, nei miei riguardi in merito alla profondità di comprensione e di superamento nell’Arché che riesco ad avere della medesima, per la quale non mi è sufficiente la fede che, pure, è il primo e indispensabile passo. Credere nella Verità rivelata non è com-prenderla, ossia prenderla-con-sé, o, meglio, farsi prendere da Essa per un intimo abbraccio assimilante al Rivelante, al quale alludono le esegesi indugiandovi intorno, ragion per cui il dogma che è definente (come qualsiasi altra espressione in parole) non può essere esaustivo, poiché, lo si ribadisce, de-finire è de-limitare, ciò valendo ancor di più per un sistema dogmatico: una galassia fa parte sì dell’Universo, ma mai può esaurirlo. Si pensi ad esempio – e si veda qualche immagine – ad Antares nella costellazione dello Scorpione, che dista circa seicento anni luce dal sistema solare ed ha un raggio che è pari a circa 850 volte quello del Sole: qualcosa di estrema potenza e tuttavia quasi un nulla rispetto all’Universo.

 

Allo stesso modo, una serie di dogmi – di qualsiasi religione o filosofia – mai può esaurire la Verità-in-Sé, l’Archè nella sua universalità, cioè nella sua sintesi immensamente grande e immensamente piccola. Nessun sillogismo o sistema di sillogismi può cogliere la Relazione Universale, (la  Sfera Infinita) tessuta  dall’Infinito Unico Spirito.

 

Un sistema dogmatico (sistema = aggregato di parti) costituisce pur sempre un’inquadratura concettuale-razionale, una sorta di mosaico ben definito, prezioso e utile ma inesaustivo proprio perché de-finito. Non si può de-finire l’Infinito, l’Archè. Così la Dottrina è una chiave d’accesso all’Archè che però infinitamente la supera. La Dottrina, per riprendere l’immagine del Cusano, è un poligono che per quanti lati possa avere mai potrà coincidere con il cerchio dell’Archè, «a meno che non si risolva in identità col circolo», e quindi cessi di esistere nella superiore Sintesi della Verità-in-Sé, la quale, dice ancora il Cusano, «consiste in qualcosa di indivisibile; sicché ciò che non sia il vero stesso, non può misurarla con precisione».

 

Attenzione: dice che la Verità è indivisibile, cioè Una, e non può essere colta che dal vero stesso, cioè da Se medesima! Dunque non dalle molteplici definizioni umane!

 

In altri termini, non si può capire (dal latino càpere prendere e comprendere) una volta per tutte e fattivamente la Verità rivelata in quanto essa allude – e non può che alludere –  all’infinitamente di più di quanto è scritto, cioè formulato, definito, ed all’infinitamente di più di quanto le esegesi, pur nel loro moltiplicarsi (e ripetersi, peraltro non coincidenti in tutto e per tutto), ne spiegano, anzi, occorre dire, tentano di spiegarne. La Verità rivelata è, a ben vedere, un’auto-allusione della Verità-in-Sé, dell’Archè, che non può essere definitivamente capìta, cioè presa e compresa, posto che la capienza-capacità (derivazione di capire) umana è limitata. Ossia: la Verità rivelata è la Verità-in-Sé, cioè l’Archè che si auto-rivela e però, come già osservato, si diluisce nelle espressioni degli ispirati e dei loro molteplici interpreti, e, a rigore, per essere intesa richiede in chi la legge e la medita lo stesso stato d’animo dei medesimi, ciò che non è per nulla scontato.

 

Il “credere a”, lo si ribadisce, testimonia l’alterità del creduto rispetto al credente, perciò la non avvenuta assunzione/assimilazione del credente nella Verità-in-Sé, nell’Archè, cioè nell’Infinito, nell’Alfa/Omega, evento che può darsi soltanto oltre il pensiero che è oggettivante, perciò oltre la formula che è oggettivante, oltre la definizione che è oggettivante, oltre il discorso che è oggettivante, oltre la logica che è oggettivante, oltre l’intelletto che è oggettivante, oltre la fede che è oggettivante ed esaurentesi soltanto nell’assunzione/assimilazione, perciò oltre la Rivelazione, la quale, essendo formulata e perciò autoalludente, non è la Verità-in-Sé, non è l’Archè. Volendo essere abelardianamente più precisi: la Verità rivelata è  la Verità-in-Sé sic et non.

 

La Verità rivelata, cioè formulata, descritta, definente, ri-definita dai dogmi e interpretata attraverso sillogismi, è la montagna da scalare, mentre la Verità-in-Sé, l’Archè, è la vetta, e sulla vetta la montagna finisce perché inizia il cielo, cioè l’infinito, in cui la fede “rapita” dal e nell’infinito, non necessita più del suo oggetto e perciò si estingue nella teosi. Chi giunge a conoscere non ha più necessità di credere. Ed il conoscere esige un continuo (ed inesaustivo) ripetersi di intuizioni/illuminazioni.

 

L’immagine che introduce il presente articolo propone il funambolo, l’ambulante in bilico sulla fune che separa (e anche unisce) il giorno e la notte, come anche la terra ed il cielo. Quindi il dubbio è l’energia che spinge ad avanzare sulla fune: un procedere che non permette soste paralizzanti su ciò che si è “già capito”, la Verità-in-Sé, l’Archè, trovandosi là dove finisce la fune, cioè la formulazione, la definizione, OLTRE il capire dell’intelletto e quindi teorico, come anche OLTRE la fede e la ragione. La Verità-in-Sé, l’Archè, è OLTRE la contraddizione, o quella che sembra una contraddizione: cielo e terra, giorno e notte, caldo e freddo, maschio e femmina: sono contraddittori o complementari indicanti una superiore sintesi? La Verità-in-Sé, l’Archè, è laddove non c’e più nulla da “capire” poiché c’è solo Luce poiché l’ombra del da capire è dissipata.

 

Se ci si sofferma sul precetto «Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro  che è nei cieli», non si può non restare attoniti, quindi dubbiosi,  di fronte alla parola “perfezione”, che indica la prerogativa del Padre. Il Padre è perfetto, cioè «compiuto, intero, senza alcun mancamento, essere supremo che non ha difetti» (etimo.it); ma, anche avendo ben introiettato questa definizione, la perfezione resta un detto e non un fatto. Ora, se l’essere umano è chiamato alla perfezione divina, cioè ad ESSERE COME DIO È! non gli deve sorgere il dubbio sull’aver davvero “capito” cos’è la perfezione – aver “capito” Dio! – e ancor più sulla sua realizzazione? Che significa davvero essere «compiuti, senza alcun mancamento»? Come si fa a saperlo prima di esserlo? E la soluzione di questo enigma lascia davvero il tempo per qualsiasi altro “interesse”? O per i teologico-giuridici spaccamenti del capello in quattro?

 

Sic et non: sì e no, capire e non capire, dato che il capito è sopravanzato infinitamente dall’ancora da capire che però non è soltanto da “capire”, in un dubbioso evolversi sempre più umile ed etereo che non conosce requie, in un’ascesa della montagna che conduce alla vetta, il punto né soltanto terrestre né soltanto celeste (non aut aut), bensì terrestre e celeste (et et), ove la fede e la logica, il credere e il capire teorico-intellettuale, si estinguono per realizzarsi in sintetica, assoluta purezza con la Verità-in-Sé, con l’Archè, e quindi rigenerarsi. La palingenesi si dà quando e laddove non c’è più nulla da “capire”, quando la catarsi è compiuta, ovvero quando il coacervo psichico sostanziato di pensieri e passioni decanta e tace poiché non ha più l’oggetto intorno a cui affaticarsi e di cui fare oggetto di contese.

 

Oltre la montagna, si può adottare come altro simbolo la porta, secondo quanto afferma, si direbbe quasi zenisticamente, Christian Bobin:

 

«scrivere è disegnare una porta su un muro invalicabile, e poi aprirla».

 

Chi se la sente, si cimenti con l’impossibilità di “capire” con l’intelletto e con la ragione un simile koan.

 

Ora, una porta c’è per immettere in un luogo che è OLTRE essa. Quindi Cristo è la Porta che ha da aprirsi (e non solo a cui bussare) cui ci si trova davanti nel Vangelo con il suo pannello esterno, cioè la Scrittura, ma è anche la Verità-in-Sé, l’Archè, che infinitamente sta oltre la soglia, oltre il pannello interno, e che  non può essere scritta, cioè formulata, definita, qui trovandosi, osserviamo di passaggio, la coincidenza con: «il Tao di cui si può parlare non è il Tao». E Tao significa Via: «Io sono la Via». E allora, la Verità di cui si può parlare non è la Verità-in-sé, e dunque il Cristo “di cui” si può parlare, seppur con fede, non è il Cristo-in-Sé.

 

Quindi alla cima della montagna corrisponde la porta da far aprire bussando, la cui soglia, una volta varcata, introduce alla Verità-in-Sé, all’Archè, nella realizzazione trascendente della Verità scritta e delle sue spiegazioni-interpretazioni.

 

Infine, si può ricorrere al faro, quale simbolo della Verità-in-Sé circondata dal mare della Verità rivelata e delle esegesi, le cui correnti (non di rado agitate!) si muovono con moto circolare spiraloide intorno al faro, ove, di nuovo, la fede e la ragione, il credere e il capire intellettuale, pian piano si attenuano – si apofatizzano – fino ad approdare alla Verità-in-Sé, all’Arché.

 

Pertanto: non più vedere la cima dalla valle ma la valle dalla cima; non più vedere la porta dal davanti ma dal retro; non più vedere il faro dal mare ma il mare dal faro, per un’INVERSIONE RADICALE del punto di osservazione che da periferico si fa centrale. E senza che la cima annulli la montagna, senza che dall’interno della porta s’annulli ciò che è all’esterno di essa, senza che il faro annulli il mare. Al riguardo, il Vangelo di Tommaso, probabilmente scritto prima dei Canonici, presenta un precetto di straordinario interesse pratico apofatico:

 

«Allorché di due farete uno […] allora entrerete nel Regno».

 

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36 commenti

  • il Matto ha detto:

    Fresco fresco da avvenire.it 🥰

    «C’è una luce nell’anima, dove mai è penetrato il tempo e lo spazio. Tutto ciò che il tempo e lo spazio hanno mai toccato, mai è giunto a questa luce. E in questa luce l’uomo deve permanere».
    Meister Eckhart

    In Meister Eckhart, La luce dell’anima (Lorenzo de’ Medici Press, pagine 186, euro 18,00) Marco Vannini, che vive immerso nelle opere di Meister Eckhart, traduce e annota, con rigorosa accuratezza, venticinque sermoni, latini e tedeschi, ritenuti fra i più importanti di Meister Eckhart. In un momento di buio culturale, dovuto alla serpeggiante e forse imperante esculturazione, il ritorno ad un frate domenicano, contemporaneo di Dante, ad un mistico del secolo XIII ha senso? Potrebbe trattarsi solo di un’accurata esplorazione archeologica? La risposta agli interrogativi è dirimente: la luce dell’anima appartiene alla persona. Posto che la scopra e quindi esca dal budello dell’esculturazione per lanciarsi nello spazio aperto del fondo dell’anima. Non è un paradosso verbale o un gioco di parole, è una realtà vissuta, sperimentata e comunicata perché tutti possano giungere a questa scoperta.
    Limpida l’asserzione del domenicano: «C’è una luce nell’anima, dove mai è penetrato il tempo e lo spazio. Tutto ciò che il tempo e lo spazio hanno mai toccato, mai è giunto a questa luce. E in questa luce l’uomo deve permanere». Così viene siglato il nucleo del suo insegnamento.
    Se però tempo e spazio non vi sono mai giunti come è possibile asserire che «è in questa luce che l’uomo deve permanere»? Il linguaggio dell’antico mistico può essere compreso oggi? Certamente. Perché, se ci travolge l’onda di psicologie o counseling a buon mercato quali prodotti contraffatti, siamo perduti ed allora, fosse almeno per non affogare, dovremmo accostarci a questo linguaggio per entrare nel vortice che si dilata su spazi veri. Non esiste infatti solo la psicanalisi, per quanto sia scienza autorevole, esistono anche altri percorsi, quali la preghiera e l’esperienza mistica. Il titolo Meister non suona tale solo perché indica il ruolo tenuto da Eckhart nell’Università di Pari, quanto piuttosto per tutta la sapienza che trasuda e il messaggio che trasmette: conoscere Dio, conoscere l’anima. Meister Eckhart possiede la filosofia classica, il “conosci te stesso” che lo sospinge oltre al conoscere Dio, il logos è uno, umano e divino. Lo slancio del cammino giunge ad essere una cosa sola con il Padre.

    • stilumcuriale emerito ha detto:

      Nel buio della notte illumina di più l una candela che una stella. Io mi accontento della candela e lascio a te tutte le stelle.

      • il Matto ha detto:

        Va benissimo!

        Hai anche l’approvazione di Buddha:

        «Se conosci la tua strada
        percorrila fino in fondo.
        Non permettere alle richieste degli altri
        per quanto insistenti
        di distrarti».

    • Adriana 1 ha detto:

      Caro Matto,
      continuo a ripetere e a ripetermi: questa ascesi è affascinante e rappresenta, forse, la vera strada-o una delle strade-. Tuttavia mi pare rifiutare ciò che nell’uomo è di più bello (e non morboso): il caldo sentimento (non sentimentalismo ) di amore per un creato che comprende la vita e la morte. Quanto all’accesso alle intime contraddizioni di esso e all’esaltazione dell’apofasi ti rimando al testo: “Il tuono-mente perfetta” da un papiro in copto rinvenuto a Nag Hammadi e risalente circa al 350 d.C.
      E’ più noto sotto la dicitura “Inno a Iside” che non è esatta.(ma se la clicchi con questa denominazione la trovi subito). E’ alquanto lungo e fa troppo caldo per trascriverne dei lacerti. Cmq. possiede una suggestione e una forza, spiritualmente, molto “femminile”. A ognuno il suo Tao.

      • il Matto ha detto:

        Carissima,

        “A ognuno il suo Tao”: è precisamente quello che ho scritto a SE, a mio parere forse un po’ troppo chiuso nel suo scetticismo verso le “cariatidi”.

        Dopo di che parliamo giocosamente di tutto. Gioco gratuito poiché, come si dice, non ci stiamo giocando la strada di casa.

        Che questa ascesi rifiuti l’amore per il creato, almeno a me (non posso parlare che per me … a ognuno il suo Tao!) non risulta, anzi! Se uno dedica alcune pagine per mettere in risalto la Relazione Universale, vuol dire che questo amore c’è, posto che l’amore esige una relazione .
        Di più, uno come me, che recita almeno due volte al mese, commuovendosi, il Cantico delle creature ed è “intriso” di shintoismo e buddhismo, non può non nutrire amore per il creato.

        Non lo dico per farmi bello ma per testimoniare: non so quanti siano capaci di starsene seduti su uno scoglio per due o tre ore ore a contemplare le onde, le barche, i gabbiani, il caldo del sole e la brezza marina sulla pelle, dimenticandosi del tutto della fatidica “ora di pranzo”.

        Mi ricordo che vari decenni addietro, andando con la famiglia ed amici a camminare attraverso i boschi delle Dolomiti, mi venivano regolarmente a cercare perché mi fermavo a contemplare un ruscello completamente dimentico del tempo. Il ruscello di acqua limpida che sembrava diamante fuso mi rapiva completamente! Ah! è tanto tempo che non ci vado più!

        Ecco, è proprio la prassi apofatica che ha centuplicato in me l’amore per il creato: è ritirandosi da esso, svuotandosi di esso, morendo ad esso, che si torna ad esso con rinnovata, vitale energia … estatica.

        La vita e la morte? Dove sono quando la coscienza sale al piano superiore della contemplazione?

        Un abbraccio … amoroso 😉

        • stilumcuriale emerito ha detto:

          A me invece è sempre piaciuto tantissimo il lavoro e ho trascorso migliaia e migliaia di ore a guardare gli altri a lavorare!!!!

          • il Matto ha detto:

            Ricordati di questo tuo sarcasmo, non proprio di alta qualità, quando anch’io, nei confronti delle tue “scientifiche” considerazioni, mi lascerò andare allo sbeffeggiamento.

            Capisco che certi argomenti siano fuori della tua portata, ma proprio per questo dovresti darti una regolata.

        • Adriana 1 ha detto:

          Ah!, il Cantico delle creature, di quel Francesco che può chiamarsi il folle e umile cantore di Dio.

  • il Matto ha detto:

    N.B. Secondo la mia personale esperienza (a ciascuno la sua con il massimo rispetto) “Buddha” è un nome di Dio.

    Nello “Hsin ming” (“Iscrizioni sulla mente” – VI-VII sec.) è scritto:

    “Apprendi l’insegnamento di Buddha (cioè di Dio ndc) attraverso il non- apprendere. Perché è questo non-conoscere che conosce l’essenziale”.

    Nella “Nube della non conoscenza (Anonimo inglese, forse certosino del XIV se.) è scritto:

    “Non risparmiare quindi la tua fatica all’inizio; lotta contro la densa nube dell’oscurità. In cosa consiste questa fatica? Consiste nel porre sotto i propri piedi il ricordo di tutte le creature e nel mantenerle sotto la nube dell’oblio. In ciò sta tutta la fatica”.

    Si può comprendere come una follia del genere possa non andare per la maggiore 🤣🤣🤣

    La vera conoscenza è un non-conoscenza!!! 🤣🤣🤣

    Quindi non c’entra niente con le vagonate di nozioni che uno ci ha nella capoccia e con le quali si trastulla, totalmente inconsapevole dell’illusione che lo fagocita 🤣🤣🤣

    • stilumcuriale emerito ha detto:

      Di giorno in giorno ti vedo sempre più stratosferico.
      Non sarai un UFO, per caso ?

      Intanto colgo l’occasione per spiegarti la mia apparentemente logica dimostrazione che tu sei una capra e sei una bestia.
      I due enunciati si presentano e possono essere venduti per sillogismi ma entrambe le conclusioni sono sbagliate. Perché?
      Perché il primo è formalmente sbagliato non rispettando la regola aristotelica. Infatti la seconda premessa non attiene al soggetto, ma al predicato della prima. Il secondo è formalmente giusto ma la prima premessa, essendo il risultato sbagliato del primo è sbagliata e quindi anche la seconda conclusione è sbagliata.
      Con questo esempio, che sembra ma non è un giochetto, volevo mostrare come sia possibile indurre in errore la gente con degli enunciati che sembrano logici ma in realtà sono dei geniali trucchetti.
      Come molti dei pensieroni che vai copiando di qua e di là da personaggi che ormai sono delle cariatidi.

      • il Matto ha detto:

        😂😂😂
        Pensa un po’: quelle che per te sono cariatidi, per me sono l’ultima possibilità di risveglio!

        Se allenti per un momento il paraocchi, puoi almeno intravedere che il mondo del pensiero – quindi della coscienza – si stende in lunghezza, larghezza e altezza , ed in esso c’è spazio anche per le cariatidi, che tu, con troppo disinvolta sufficienza, consideri robetta superata.

        Ora, non verrai a dirmi che il tuo pensiero è l’unico valido! Il tuo pensiero nasce dalla tua coscienza, che rispetto ma che dubito sia l’unica e infallibile. A ognuno la sua coscienza e il suo pensiero.

        Un mondo incartapecorito (una … cariatide!), unitamente al pensiero su cui si è aggrumato, è in dissoluzione:
        per caso te ne sei accorto?

    • stefano raimondo ha detto:

      A Pilato che chiede cos’è la verità, Gesù risponde: “la verità è del cielo”. (Vangelo di Nicodemo).

      Ciao Grande Matto, Grande amico mio. Ti leggo sempre, anche se ho poco tempo per intervenire in modo “sostanzioso”. (In questo periodo sto leggendo La dottrina del risveglio di Evola, ma so poco di buddhismo e prendo tutto con le dovute molle…).

      • il Matto ha detto:

        Mi fa molto piacere rileggerti, caro Stefano.

        Considera che io, del libro di Evola sul risveglio che stai leggendo conosco solo il titolo!😁

        Riguardo al buddhismo, anch’io non ne so troppo, soltanto che ne prendo ciò che mi è utile come incentivo al … risveglio! (Ma pure l’induismo nn è da disprezzare).

        Certo che la parola “risveglio” risulta alquanto ostica – aprioristicamente – per molti cattolici, ma, infine, ognuno percorre la sua via.

        “La verità è del cielo”: tanti anni fa il mio Maestro (che ora non è più sulla terra) mi diceva che occorre “diventare cielo”. Un programmino di niente!

        A presto. Ciao.

        • stilumcuriale emerito ha detto:

          (Parafrasando Ugo Foscolo):
          Gran copiator dei copiator di Budda.

          • Adriana 1 ha detto:

            SE.
            divertente 🤗, ed è pure un notevole elogio, visto che il Monti- tanto denigrato politicamente- ebbe grossi meriti, primo fra tutti: l’ aver semplificato e modernizzato la lingua italiana.

          • il Matto ha detto:

            “Tutto ciò che siamo è generato dalla mente.
            E’ la mente che traccia la strada.
            Come la ruota del carro segue
            l’impronta del bue che lo traina”

            dice il Buddha.

            Sapresti smentirlo?

            Un aiutino: attento al primo verso.

  • il Matto ha detto:

    Il “mondo” delle emozioni è transeunte, esattamente come quello dei desideri e dei pensieri.
    Emozioni, desideri e pensieri vengono e vanno in continuazione.
    Si sovrappongono alla Relazione Universale che li trascende infinitamente.

    Chi si emoziona è distinto dall’emozione; chi desidera è distinto dal desiderio; che pensa è distinto dal pensiero.

    Non per nulla l’ascesi – parola ormai obsoleta anche fra i duri e puri – prescrive il distacco – senza eliminarle – dalle emozioni, dai desideri e dai pensieri.

    Da capra (un complimento, altro che offesa!) rilevo che i giochini dialettico-sillogistici di SE non escono dal labirinto di un passatempo enigmistico che non giunge a niente.

    Potrei fornire citazioni a iosa di stampo cristiano/cattolico sullo sbarramento verso l’Assoluto rappresentato da emozioni, desideri e pensieri, soprattutto dai pensieri, suscitati appunto dalle emozioni e dai desideri; invece, mi limito a queste “orientali”, magistrali parole di Sri Aurobindo:

    “Dobbiamo, uscendo dai nostri pensieri, compiere il balzo fino alla visione, respirarne l’aria divina e senza limiti, confessarne la semplice vasta supremazia, osare abbandonarci al suo assoluto. È allora che il Non Manifesto riflette la sua forma nella mente quieta come se fosse uno specchio divino, il Raggio senza tempo discende nel cuore e noi siamo rapiti nell’eterno”.

    E già che ci sono, propongo pure Sankara:

    “Egli non dirige più i sensi verso gli oggetti né li distacca da essi, ma rimane indifferente osservatore; né ancora si preoccupa dei risultati delle sue azioni perché la sua mente ha bevuto il il puro elisir della beatitudine dell’atman (il Principio assoluto)”.

    Chiaro che siamo a livelli vertiginosi, ma tant’è …

    • Adriana 1 ha detto:

      E chi sa o può distinguere l’ascesi provocata dalle antiche droghe da quella “naturale”?
      In ogni modo, anche tu impieghi il verbo “dovere”, indice di uno sforzo ( stabilito da chi? ). Mai che venga usato il verbo “piacere” o “desiderare”. Pare che la spontaneità venga bandita.

    • stilumcuriale emerito ha detto:

      Vertiginosi? In discesa verticale, altrochè…

    • Adriana 1 ha detto:

      Caro Matto,
      inoltre…non sono completamente dell’opinione che
      l’emozionato e il desiderante siano “esterni” all’emozione e al desiderio. Forse lo si può dire per il pensiero.

      • lL MATTO ha detto:

        C’è un soggetto che si emoziona e desidera. Le emozioni e i desideri cambiano in continuazione, e questo cambiamento necessita di una imperturbabilità di fondo che è quella del soggetto, che così è nel contempo distaccato e coinvolto. Ma per comprendere questo occorre una prassi, uno … sforzo … che di giorno in giorno si fa più affascinante e quindi … piacevole, anzi più affascinante quanto più ostico.

        • Adriana 1 ha detto:

          Carissimo Matto,
          però Dante usa due verbi da lui coniati: “inLuiarsi, inDiarsi” per esprimere questo “sprofondamento”, questa raggiunta “identità” tra il soggetto e il Dio a cui il soggetto si trova- per così dire- di fronte.
          Allora… perchè non si potrebbe usare una analoga concezione riguardo i desideri e le emozioni? L’uomo si fa misura di tutte le cose…anche dei suoi pensieri.
          PS. Quanto alla fatica…un salutino da Sisifo! 😏

          • il Matto ha detto:

            Adriana carissima,

            Dante (come ognuno, compreso SE😄) parla dElla sua esperienza a partire dAlla sua esperienza. La si può prendere come motivo di meditazione ma poi “l’inLuiarsi e l’inDiarsi” restano affar suo, nella modalità sua ed espressa nel linguaggio suo.

            Quindi anch’io parlo dElla mia esperienza a partire dAlla mia esperienza.

            Tu scrivi: “L’uomo si fa misura di tutte le cose”, sì, ma nella … misura che rinuncia ad esserlo: l’io s’inLuia e s’inDia, ovvero viene trasfigurato, se acconsente ad esserlo, e questo consentire non è cosa scontata poiché c’è di mezzo la morte; c’è di mezzo l’umano che ha da sparire se vuol rinascere.

            “Copio il pensierone” di una “cariatide” come Bonaventura da Bagnoregio:

            “Per giungere alla contemplazione perfetta, lo spirito ha bisogno di purificazione. La ragione è purificata quando si libera di tutte le rappresentazioni sensibili; è ancor più purificata quando è libera dai prodotti dell’immaginazione; è perfettamente purificata quando è libera dai ragionamenti filosofici”.

            Chiaro che per tentare quanto dice la “cariatide” occorre, come si dice, dargli sotto col PROCESSO PURIFICATIVO che è tutt’altro che una passeggiata. Si tratta infatti di un pellegrinaggio (armato).

            Noterella: non “copio i pensieroni” delle “cariatidi” per riempire i fogli dei miei articoli o i miei commenti, ma perché “parlano” molto da vicino dello stato di coscienza apofatico, ovvero … anatema! … al Vuoto.

  • Adriana 1 ha detto:

    Molto bello,
    condividerei quasi tutto…nasciamo soli ( anche in un parto gemellare ) e soli moriamo…Ma, nel frattempo,
    dove mettiamo le emozioni? “L’Universo ha un senso solo se abbiamo qualcuno con cui condividerlo.” (P. Cohelo).
    Inoltre…quale bagaglio è più pesante? Quello delle emozioni o quello della Verità Assoluta? L’uomo è “ambizioso” e vorrebbe coglierla, ma è forse fatta per noi “relativi”?

    • stilumcuriale emerito ha detto:

      Le emozioni sono una parte importante dei nostri atteggiamenti e il nostro equilibrio dipende dal fatto che esse siano in sintonia con ciò che conosciamo di un oggetto o di un fatto e la nostra tendenza a porci visivamente favorevoli, contrari o indifferenti verso quell’oggetto.
      Non per niente gli atteggiamenti sono ampiamente studiati dalla psicologia sperimentale.

      • Adriana 1 ha detto:

        Caro SE,
        le emozioni sono “reali” anche se si fondano-come spesso avviene- sulle illusioni, o sulla non conoscenza dell’oggetto che le provoca. La psicologia o la fisiologia- di qualunque scuola- non basta ad indagarle.

        • stilumcuriale emerito ha detto:

          E che cos’altro serve per indagarle?

          • Adriana 1 ha detto:

            caro SE, le discipline settoriali- solo se ben gestite- possono essere di qualche aiuto, ma non possono certo risolvere la questione. Se tu la pensi in modo così positivista, dovresti ammettere che un training psicologico al momento opportuno avrebbe impedito a Gesù di sudar sangue, come pure di piangere di fronte alla morte di Lazzaro ( tanto più che Egli sapeva come farlo risuscitare ).

    • il Matto ha detto:

      Carissima,

      tu chiedi, cioè tu PENSI: “quale bagaglio è più pesante? Quello delle emozioni o quello della Verità Assoluta?”.

      Perché col PENSIERO cerchi una risposta?

      Forse che un PENSIERO in risposta ti sarebbe sufficiente?

      Ma, ammesso che una risposta ti soddisfacesse (improbabilissimamente😁) non rimarresti sempre nell’ambito del PENSIERO?

      Al “piano superiore” non ci sono né domande né risposte: NON C’È PENSIERO.

      Ciao

  • stilumcuriale emerito ha detto:

    Quesito: dov’è l’errore ?
    A- Tutte le capre sono erbivore
    B – Il Matto è erbivoro
    C- Quindi il matto è una capra
    Ne consegue
    A’ – Le capre sono bestie
    B’ – Il Matto è una capra
    C’- Quindi il matto è una bestia.
    Senza offesa ! 🙂
    La discussione è aperta.

    • stilumcuriale emerito ha detto:

      @Matto
      Tu scrivi:-Da capra (un complimento, altro che offesa!) rilevo che i giochini dialettico-sillogistici di SE non escono dal labirinto di un passatempo enigmistico che non giunge a niente.-
      La tua non è una risposta alla mia domanda:- dov’è l’errore?- ma è solo una manifestazione di disprezzo della mia domanda. E allora te ne faccio un’altra : perchè?

      • lL MATTO ha detto:

        E’ la tua mente che vede il disprezzo nella sua accezione negativa. Dis-prezzare è togliere prezzo/valore. Ecco, io disprezzo i quesiti enigmistici non in quanto proposti da te, che sei uno di una larga schiera di enigmisti, ma in se stessi. Ti prego quindi di non metterla sul personale. Come ho già detto più volte, per me questi scambi sul blog sono un puro gioco senza né vinti né vincitori, senza chi “ha ragione” e chi “ha torto”.

  • stilumcuriale emerito ha detto:

    Domanda:
    è meglio illuminare o risplendere ?

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