Il vero don Lorenzo Milani. Antonello Cannarozzo.

10 Giugno 2023 Pubblicato da 6 Commenti

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, Antonello Cannarozzo offre alla vostra attenzione questa ricostruzione critica della vita  e dell’opera di don Lorenzo Milani, Buona lettura e condivisione.

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Don Lorenzo Milani: una pietra miliare della sovversione

Nella Chiesa e nella società

 

Antonello Cannarozzo

 

Lo scorso aprile, papa Francesco, ricordando don Lorenzo Milani durante la presentazione della sua Opera omnia ha detto: «Mi piacerebbe che  lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani» e, non contento, qualche tempo dopo, il 20 giugno in visita alla sua tomba presso Barbiana, «Servo esemplare del Vangelo, lo dico da Papa e ringrazio il Signore per averci dato sacerdoti come don Milani».

Parole sinceramente belle ed evocative, peccato che non siano vere. Come avremo modo di esporre più avanti, la figura di Lorenzo Milani è, per molti aspetti, ancora assai divisiva, perchè se le sue opere educative verso i giovani fossero state realizzate da un laico dal cuore di filantropo nulla da eccepire anche se da contestare visti i risultati nel tempo, ma da un sacerdote ci si sarebbe aspettato ben altro e tanti santi educatori lo hanno insegnato nei secoli.

 

Una spiritualità tutta sua

 

Osservando da una prospettiva non omologata al pensiero dominante, possiamo affermare che da sacerdote non ebbe una visione spirituale della propria vita e, forse, proprio per questo fu in questi tristi tempi che viviamo considerato un “vero” maestro anche per tanti giovani cosiddetti cattolici e non solo.

Per dirla come la storica Cristina Siccardi: «non ebbe mai pace e mai ne trasmise».

Era nato a Firenze il 27 maggio del 1923 da Albano e Alice Weiss, ebrea triestina, in una famiglia benestante, piena di interessi culturali e rapporti di amicizia con intellettuali dell’epoca, che formarono indirettamente anche il giovane Lorenzo insieme ai suoi fratellini Adriano ed Elena.

Un discorso a parte merita la figura della nonna paterna, la pedagogista Elena Raffalovich, ebrea ucraina, donna di cultura ed ispiratrice, tra l’altro, di una scuola laica e, ovviamente, aconfessionale aperta ad una nuova cultura dove, a suo dire, le donne proletarie sarebbero state al centro nella lotta per il progresso diversamente dalle donne borghesi piene di «false ideologie preconcette».

Questo breve accenno alle idee di sua nonna Elena è importante perché permeerà in seguito il pensiero di Milani come futuro educatore.

Nel 1930 la famiglia si trasferì a Milano e qui i genitori, per dare ai figli una famiglia regolare – agli occhi della società ben pensante di allora erano in pratica dei concubini – decisero nel 1933 di sposarsi con il rito cattolico e, per mettere al sicuro i figli, li fecero anche battezzare, forse anche per via di un antisemitismo strisciante.

Insomma, una conversione di convenienza, certamente, ma comprensibile visti i tempi in cui vivevano e quelli che si andavano delineando all’orizzonte.

Nonostante i risultati scolastici non esaltanti, una volta diplomato, per lui si aprivano le porte dell’Università, ma il nostro non volle saperne e, deludendo le aspettative della famiglia, decise di iscriversi all’Accademia di Brera per diventare pittore.

Fu proprio in questo ambiente che troverà insegnanti validi come il pittore tedesco Hans Joachim Staude che lo avvicineranno, tra l’altro anche all’arte sacra e, a suo dire, anche alla scoperta della bellezza della liturgia. Da lì il passo fu breve verso la conversione religiosa che maturerà poco tempo dopo.

Comincia così quella che lo stesso suo confessore, don Raffaele Bensi, chiamò la sua «indigestione di Cristo» per lo studio intenso con cui Lorenzo si immerse per recuperare le conoscenze cristiane che gli mancavano.

Sarà in piena guerra, il 12 giugno del 1943, che abbraccerà definitivamente la religione cattolica ricevendo dalle mani del cardinale Elia Dalla Costa la cresima e da qui inizierà il suo percorso di fede.

Ma tutto questo al giovane Lorenzo non bastava.

Cristo, a sentir lui, lo chiamava a una scelta più impegnativa, in una parola al sacerdozio e così il 9 novembre di quello stesso anno, bruciando le tappe e, forse, senza una riflessione più profonda, entrò nel seminario arcivescovile di Firenze. Per dimostrare la sua volontà e la sua sincerità nell’abbracciare la vita consacrata, rinunciò alla sua parte cospicua di eredità familiare.

 

La delusione del seminario

 

Ben presto, però, si accorge che la vita in seminario non è come l’aveva immaginata, tanto da definirla una gabbia.

È uno studente ansioso che non dà pace ai suoi docenti, pone loro domande complesse e non rinuncia ad esercitare il suo senso critico; e se da un lato questo appare certamente positivo, in realtà si tratta spesso di una continua contestazione agli insegnamenti della Chiesa, proprio quelli che un giorno avrebbe dovuto esporre ai futuri fedeli.

Scrive alla madre: «Si ha sempre l’impressione di essere in un manicomio – criticando gli insegnamenti e la ritualità della stessa dottrina cattolica – non c’è più nessun indizio che possa far pensare in che secolo siamo, né in che paese. Difatti stiamo zitti in latino».

Non c’è male come inizio per un seminarista e futuro sacerdote.

Imbevuto di una religiosità assai personale, dove i rituali e le cerimonie esteriori erano estranei alla sua natura, era impregnato di un cattolicesimo pseudo sociale dove le proprie idee dovevano prevalere sulla dottrina millenaria cattolica.

Scrive ancora alla madre in merito alla devozione popolare «che ognuno pensi da sé a rettificare la sua intenzione e che se anche per caso si siede senza essersi fatto il segno della croce, può darsi che la croce che ha dentro sia più austera e più grande e più umiliante che quella che s’è dimenticato di tracciare per l’aria» dimostrando anche tutta la dolorosa ignoranza del segno di Croce per un cristiano.

A questo punto un lettore potrebbe legittimamente domandarsi: perché si è voluto fare prete con queste idee confuse e degne per molti aspetti di un miscredente?

Non lo sappiamo, ma ciononostante il 13 luglio 1947 Lorenzo Milani diventa solennemente don Milani e pochi mesi dopo, l’8 ottobre, viene inviato come cappellano nella parrocchia di San Donato a Calenzano (Prato), una piccola comunità di circa 1200 persone.

Gente umile, con una loro religiosità legata alle sua tradizioni; ma Don Milani, da buon progressista imbevuto delle sue verità e, dunque, inoppugnabili, fin dall’inizio contestò le loro devozioni, li considerava anzi dei ‘poveri imbecilli nei mani del potere’ con questo atteggiamento fa intendere anche un vuoto culturale, l’incapacità di non comprendere il significato della nostra religione anche verso le persone più umili.

Nelle sue omelie ribadiva l’aspetto politico e sociale della vita e non quello evangelico, almeno nella sua accezione più classica, il tutto condito con la famosa ‘coscienza sociale’, una idea che appesterà la vita civile per generazioni, e, purtroppo, sarà terreno fertile anche nei lavori del Concilio di cui già si intravedeva la venuta di lì a pochi anni.

Nella sua visione di emancipazione sociale lo strumento di rinnovamento della società era al primo posto la cultura e riuscì in quel contesto così difficile, bisogna riconoscerglielo, ad inaugurare una scuola popolare, ovviamente laica, da ‘buon sacerdote ‘qual era, affinchè nessuno si sentisse escluso a priori, anticipando la visione inclusiva della attuale Chiesa.

La cultura, come vero presupposto di libertà, avrebbe restituito dignità al povero e, per Milani, la scuola era il bene assoluto per l’affrancamento dall’emarginazione della classe operaia e per questo farà scoprire ai giovani l’amore per i libri, l’importanza di leggere, di scrivere, di confrontarsi e imparare a dibattere con chiunque nel rispetto delle proprie idee.

La caratteristica di questa didattica era di studiare per amore di studiare, senza alcuna competizione, agevolando la comprensione dei libri classici con nozioni semplificate; non doveva essere una corsa ad ostacoli.

La sua scuola, insomma, doveva essere finalmente “democratica”.

Ognuno aveva di fatto il proprio sapere fatto di esperienze anche banali. Insomma una scuola perfettamente inutile dove la cultura, quello vera che apre la mente e dà opportunità di lavoro viene di fatto abolita anche con la fine della bocciatura delegittimando un aspetto fondamentale della scuola come la meritocrazia; altro che emancipazione.

 

Un sacerdote per una scuola laica

 

Idee lontane anni luce, ad esempio, dagli insegnamenti di un grande e santo educare come san Giovanni Bosco a differenza del quale non c’è nel suo lavoro alcuna spiritualità, né la presenza salvifica di Cristo, per diventare solo uno strumento fine a se stesso con quell’accento di democrazia, ma solo di facciata, in contrapposizione a tutto ciò che era tradizione, gerarchia, senso del dovere, per non parlare dei valori cattolici, abbracciando di fatto la cosiddetta libertà con impronta illuminista, rivoluzionaria e secolarizzatrice; quanto di più opposto alla natura della Chiesa.

Questo atteggiamento lo portò a rivedere a modo suo, non solo il catechismo tradizionale, ma, attraverso una visione storicistica, anche il Vangelo, un operazione assai cara, ieri come oggi, alla intelligentsia progressista, commentandolo in maniera personale e mettendo in secondo piano la stessa dottrina cattolica.

Insomma una nuova scuola, in definitiva, non per formare i giovani alle verità di fede, come ci si aspetterebbe da un prete, ma solo come riscatto sociale e – memore degli insegnamenti della sua nonna paterna Elena, assolutamente aconfessionale e con decenni di anticipo sulle vuote polemiche di questi tempi – decise di togliere ogni simbolo cristiano, specialmente la Croce, troppo esplicativa e, dunque, divisiva.

Tutte queste novità (il Concilio era ancora felicemente lontano, ndr) non entusiasmavano certamente i suoi superiori, ma invece di fargli una bella lavata di testa e ricordargli che era pur sempre un prete, lo cambiano solo di destinazione.

Gli assegnano un’altra parrocchia: quella di Sant’Andrea di Barbiana, una pieve isolata sul monte dei Giovi in Mugello.

Nel libro “Lettere alla madre”, leggiamo un suo scritto assai chiarificatore in merito alla nuova situazione, sapendo benissimo del trasferimento come punizione: «Nonostante fosse palese a chiunque che vi ero confinato come finocchio e demagogo ereticheggiante e forse anche confesso visto che non avevo reagito».

Non chiese scusa, non fece almeno un atto di riflessione sul suo comportamento verso i suoi superiori e del perché lo avessero sbattuto a Barbiana: lui aveva ragione e basta, sono gli altri che sbagliavano e pensare che ai ragazzi, come accennato, si faceva scuola proprio insegnando a confrontarsi, a riflettere e a discutere le proprie convinzioni.

Ma torniamo a Barbiana. La parrocchia proprio per l’esiguità dei fedeli stava per essere chiusa, ma per il giovane Lorenzo questa località poteva essere un trampolino di lancio per le sue idee perché stando ai margini della diocesi difficilmente sarebbe stato sotto osservazione.

Così, forte dell’esperienza della scuola popolare di San Donato, nella sua nuova parrocchia crea di un doposcuola per i ragazzi accogliendo anche coloro che non avevano completato la scuola elementare; la scuola per lui deve essere aderente alla vita: tutto è opportunità di conoscenza. In breve questa piccola località di montagna diventa un fermento di idee dove i soggetti sono i ragazzi provenienti anche dai paesi vicini, ma il vero protagonista rimane pur sempre lui, don Lorenzo Milani, indicato come un esempio da seguire anche nei tempi attuali. Ma stando ad alcune testimonianze disseminava malessere e turbamenti anche tra i suoi, senza contare che ebbe anche rapporti difficili con i suoi ragazzi e qui sorvoliamo sulle polemiche di una sua pretesa pedofilia, argomento ancora dibattuto tra gli studiosi del prete di Barbiana.

Appena un anno dopo dal suo arrivo pensò bene di pubblicare un libro sulle sue esperienze pastorali che sarà anche il titolo del suo libro, con l’intenzione di dare una sferzata a un clero troppo intorpidito e reazionario.

 

Il libro dello scandalo

 

Non avendo avuto il nihil obstat per la pubblicazione dal suo vescovo di Firenze, Ermenegildo Florit, l’ottiene però dal vescovo Dalla Costa e non contento chiese anche una prefazione all’allora arcivescovo di Milano, Giovan Battista Montini, che da uomo di curia prudentissimo declinò l’invito, mentre venne accolto dall’arcivescovo di Camerino, Giuseppe d’Avak.

Il libro venne edito nel 1958 dalla Libreria Fiorentina suscitando, come era prevedibile, molti entusiasmi, ma anche moltissime critiche che oggi di certo non susciterebbe perché, purtroppo, le tesi illustrate nel libro fanno ormai parte della narrazione post conciliare metabolizzata da sessant’anni, ma in quegli anni, siamo ancora alla vigilia del triste evento conciliare voluto da Giovanni XXIII, e il libro era un forte manifesto controcorrente.

Milani da par suo si erge, nel libro, a pubblico accusatore di duemila anni di vita della Chiesa e delle sue tradizioni. Prende le distanze dalla formazione allora ancora in uso negli oratori e nelle parrocchie, indicando lo studio, ma a senso unico, come strada maestra dell’apostolato.

Lo fa a modo suo andando diretto alle persone, atteggiamento che risulta irritante a molti e questa volta in primis proprio alla Curia fiorentina dell’epoca.

Una recensione, firmata da padre Angelo Perego su La Civiltà cattolica, stronca pesantissimamente il libro e, per l’autorevolezza della fonte, segna in modo determinante l’incomprensione di don Lorenzo da parte della Chiesa, incluso il patriarca allora di Venezia, Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII.

Questo primo incidente di percorso nel suo cammino di educatore non fermò di certo don Lorenzo.

In “Esperienze pastorali”, annotava: “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a fare scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola” sovvertendo di fatto tutta la struttura scolastica fino ad allora non ancora contestata come avverrà pochi anni dopo. Milani non ha voglia di spiegare oltre e a chi ancora gli pone domande risponde con una certa supponenza: «Finite di leggere tutto questo libro e poi forse lo capirete».

Nonostante il dibattito acceso e tutto clamore suscitato, il priore di Barbiana non si mette un attimo in silenzio e in disparte per lasciar calmare le acque intorno a lui, anzi abbraccia subito un’altra battaglia ancora più forte che coinvolge direttamente anche lo Stato italiano, ponendo un problema morale ai cristiani davanti alle armi e alla guerra.

Nasce in don Milani il concetto rivoluzionario, almeno per i tempi: l’obiezione di coscienza insieme al pacifismo: temi non ancora acquisiti dalla Chiesa e nemmeno dallo Stato per il quale l’obiezione di coscienza al servizio militare rimaneva un reato e chi si sottraeva alla leva obbligatoria finiva in carcere. Ricordiamo per la cronaca che eravamo ancora nella cosiddetta “Guerra Fredda”.

A complicare il rapporto su questo argomento con la Chiesa c’è una sua lettera spedita a tutti i giornali anche cattolici che venne, però, sempre cestinata e pubblicata soltanto da Rinascita, il settimanale dell’allora partito Comunista.

Si creano ben presto le tifoserie: da una parte i primi gruppi radical progressisti favorevoli all’obiezione e dall’altra gli oppositori di queste idee, come alcuni cappellani militari toscani che fanno pubblicare sul quotidiano fiorentino La Nazione un breve, ma incisivo comunicato in cui “considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà”.

La situazione diventa seria e sia don Milani e sia Luca Pavolini, direttore quest’ultimo di Rinascita, subirono un processo per istigazione a delinquere.

Esplode con questo processo il dibattito sull’obiezione di coscienza in tutto il Paese al grido scelto già dal Milani, in ben altre occasioni: “l’obbedienza non è più una virtù” diventando uno slogan dei contestatori, forse suo malgrado.

Fin dall’apertura del processo don Milani non partecipa alle sedute in tribunale, è già molto malato ed è cosciente di avere poco da vivere, ma si difende da par suo al processo con una memoria difensiva scritta che diventerà celebre come Lettera ai giudici.

Dopo tante polemiche già al dibattimento di primo grado i giudici assolvono gli imputati. Nonostante questo successo sembra che la cronaca lo insegua.

Un altro episodio, ancora di quei giorni decreterà, se ce ne fosse ancora bisogno, la fama di don Milani: è un evento apparentemente marginale come la bocciatura di due ragazzi di Barbiana all’esame d’ammissione alle scuole magistrali, ma è una grave ingiustizia secondo Milani che lo spinge ad un ultimo e celebre libro: “Lettera a una professoressa”.

Una dura, provocatoria requisitoria sui mali della scuola pubblica dell’obbligo di quegli anni, incapace di risolvere le condizione di sfavore di chi nasce da povera gente.

Nella parte finale del libro leggiamo «Bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri (…) I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro (…). Tutti i cittadini sono eguali senza distinzione di lingua, l’ha detto la Costituzione. Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione”.

Dunque, il livellamento verso il basso, senza possibilità di uscire dalla propria condizione; togliere in pratica anche ogni nozione grammaticale, di lingua o di scienza e sostituirla con il dialetto famigliare più vicino ai poveri per non mettere in difficoltà gli studenti.

Non parliamo poi del ruolo dell’insegnate degradato a non contare niente a non avere autorità, a non poter imporre lo studio altrimenti viene subito contestato, deriso se non peggio come i recenti fatti di cronaca ci raccontano. Il professore deve, insomma, essere un amico tra gli amici, senza nessuna autorità.

Distruggendo la scuola si distrugge la società e per risanare i danni che hanno fatto i vari don Milani occorreranno decenni; per rimettere a posto i cocci non basta una legge, occorre un cambiamento di mentalità. Senza educazione, rispetto divisione dei ruoli e meritocrazia a farne le spese sono sempre i più diseredati. Belle conquiste non c’è che dire.

Se non fosse perché credo profondamente nella buona fede di don Milani, dovrei pensare che fosse “pagato dai ricchi” per tenere i ragazzi disagiati ai margini della società.

Il libro andò in stampe in una corsa contro il tempo, in quei giorni, nell’aprile del 1967; don Milani è alle ultime settimane di vita e, dalle testimonianze di chi gli è vicino la grave sofferenza oltre che per la malattia, è anche per l’incomprensione della Chiesa e del suo vescovo Florit che, a nostro parere, non fece altro che il suo dovere di Pastore non potendo accettare coloro che si ponevano contro la Chiesa come don Milani; ma la carità prima di tutto.

Florit sarà, infatti, accanto a don Milani un mese prima della morte.

Scriverà nel suo diario alla pagina del 21 maggio 1967, “Alle ore 9,30 mi recai in casa di don Milani. Sembra grave. Stenta molto a parlare. Malgrado tutto l’ho baciato alla fine”. Nonostante l’atto di grande carità del suo vescovo, Milani non cesserà di porsi come vittorioso nella lunga diatriba con l’autorità ecclesiastica, commentando l’incontro affermava ai suoi amici: “Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello passa per la cruna di un ago”.

Il testo di Lettera a una professoressa avrà vita propria dopo la morte del priore, sarà molto citato e diverrà, anche in molte scuole, una icona della contestazione studentesca con l’accusa postuma, da parte dei benpensanti, a don Milani, di essere stato, anche con questo ultimo libro, tra i responsabili tra l’altro degli errori e della crisi profonda dell’istruzione contemporanea.

Don Lorenzo Milani muore a 44 anni il 26 giugno del 1967 in via Masaccio, a casa della madre nella sua Firenze, dove ha trascorso gli ultimi mesi di vita tra dolori e difficoltà di ogni genere causati dalla grave malattia. Per quanto risulta dai testimoni di quei giorni, accettò la morte serenamente da cristiano.

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6 commenti

  • TORELLI LUCIANO ha detto:

    Purtroppo uno spirito ribelle come me, che, in età adolescente, ha trovato nella autodisciplina e nella tradizione il suo “perno” pirandelliano rientrando nella propria religione, dico che è stato estremamente difficile (anche tuttora a 81 anni) convivere con idee sovversive e confusionarie di questa società (unico termine del mio vocabolario).Così, oggi mi trovo ancora a dovermi scandalizzare dinanzi a certi atteggiamenti, anche se doi origine nel passato, contro ogni forma di tradizione, anche se continuano ad avere i loro torbidi effetti affascinanti sulle masse desiderose solo di assistere a eventi “facili” e, soprattutto, spettacolari; l’importante è sostenere il contrario di ogni tradizione,considerando “sbagliato” tutto ciò che viene dal passato e ribellandosi a patria, chiesa, linguaggio e autorità ad ogni costo per un insano e diabolico partito preso. Personalmente mi domando:” Perché il nostro sacerdote non si è fatto PASTORE PROTESTANTE lasciando Madre Chiesa???” O forse era più comodo per lui un duplice “status” di sacerdote e contestatore, magari con un futuro “papale” in caso di un nuovo 1917? Certo è che negli ultimi 60 anni e oltre regna o, meglio, VIENE FATTA REGNARE una confusione di idee, concetti, culture, che permettono alle nostre etnie europee di essere sovvertite da altre etnie, soprattutto con le loro religioni.Meglio non parlare del viscido buonismo imperante.

  • ALFREDO MORI ha detto:

    Dire nel titolo “vero” di un personaggio che l’autore non ha conosciuto personalmente e che ha descritto con spizzichini ben selezionati “tratti da altri sempre per sentito dire”, ne è venuto qualcosa solo per sostenere una tesi da tifoso “anti milaniano”, di chi è vissuto per anni nella pancia della Balena Bianca che non l’ha mai voluto capire, come è successo al sindaco La Pira del resto.
    Bisognerebbe documentarsi meglio. Come si sarebbe dovuto fare per tutto il resto come scritto nell’ultima riga: “Per quanto risulta dai testimoni di quei giorni, accettò la morte serenamente da cristiano.” A 44 anni.
    Altro che campione della sovversione.
    Spero che l’autore faccia ammenda di questa sua presentazione calunniosa– torni a documentarsi – affinchè non abbia niente da rimproverarsi al momento del suo trapasso.

    P.s. qualcosa del genere è successo anche ad Aurelio Porfiri – una persona che ho sempre apprezzato – che però ha usato un tono molto più pacato, ma che si è capito che anche lui ha volto parlare di don Milani a seguito di interpretazioni di terzi e senza essersi “abbeverato” alle fonti. E questo mi è spiaciuto.
    Solo uno in questi giorni ha scritto un articolo decente nel suo blog, anche se forse poteva aggiungere che non centra nulla nè con Mattarella nè con papa Francesco che sono lontani anni luce da don Milani.

  • Cristiano ha detto:

    Certo che la materia e’ incandescente! E’ elettrica! Chi tocca i fili, muore. Don Milani era un cattivo maestro e chi lo afferma oggi rischia grosso, come d’altronde provano le immediate reazioni. Ex ungue…
    Cannarozzo spiega bene in questo articolo anche il particolare retroterra familiare da cui don Milani proveniva e che tanta parte nel suo atteggiamento – a mio modesto avviso – ebbe. Nel panorama cattolico poche voci si alzano per spiegare (almeno in foro esterno) cosa pensava e faceva realmente don Milani e non il santino agiografico che vive nelle menti e nelle idee di chi o non ha letto o non ha capito. Sottoscrivo in toto il passaggio seguente, che vale da solo tutto l’articolo:
    Distruggendo la scuola si distrugge la società e per risanare i danni che hanno fatto i vari don Milani occorreranno decenni; per rimettere a posto i cocci non basta una legge, occorre un cambiamento di mentalità. Senza educazione, rispetto divisione dei ruoli e meritocrazia a farne le spese sono sempre i più diseredati. Belle conquiste non c’è che dire.

  • Adriana 1 ha detto:

    Molto interessante lo scoprire il nome ( nonchè la vocazione culturale ) della nonna paterna di don Milani, che fu zia di un altro “interessante” personaggio: quel Marc-André Raffalovich ” teorico pioniere ” degli studi sulla omosessualità ed amante egli stesso di John Gray ( che ispirò a Wilde la figura di Dorian Gray ). John si fece prete e Marc-André gli pagò le spese della parrocchia- essendosi anch’egli fatto cattolico ” tradizionalista”-. Si può dire che vissero e morirono assieme.

  • Ruggero Romani ha detto:

    Tra le tantissime falsità di questo articolo: nel 1958 il vescovo di firenze era della costa non florit. Ab ungue…

    • maurizio ha detto:

      gentile sg.Romani, sarebbe molto opportuno che elencasse le falsità contenute nell’articolo. Le sarei molto grato. La materia è indubbiamente incandescente. Faccio solo notare che Florit era all’epoca del libro di Don Milani vescovo coadiutore della diocesi di Firenze. Cordiali saluti.

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