“Ateismo Cattolico?” Un Nuovo Libro di Stefano Fontana.

31 Agosto 2022 Pubblicato da 11 Commenti

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, credo sia interessante portare alla vostra attenzione questo articolo di Stefano Fontana, dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan. Buona lettura.

§§§

 

“ATEISMO CATTOLICO?”

VI PRESENTO IL MIO NUOVO LIBRO

di Stefano Fontana

 

Esce in questi giorni il mio libro Ateismo cattolico? Quando le idee sono fuorvianti per la fede, Fede & Cultura, Verona 2022.

È inusuale che un autore presenti un proprio libro. Di solito questo compito viene riservato ai recensori. Questa volta vorrei però fare eccezione per due motivi. Il primo è il titolo del libro – “Ateismo cattolico?” -, che può sembrare azzardato e provocatorio, nonostante l’attenuazione prodotta dal punto di domanda. Un titolo così impegnativo e ingombrante non lo si poteva lasciare spiegare ad altri. Il secondo motivo è che questo titolo e questo libro concludono il percorso di tutti i miei libri recenti, da Filosofia per tutti a La filosofia cristiana. Infondo, tutti hanno trattato un solo argomento, l’ateismo cattolico appunto. Tutti affrontano il problema di cosa accade quando la fede fa ricorso ad una filosofia sbagliata, incompatibile con essa e tale da stravolgerne i contenuti. Più in particolare: cosa succede quando la fede si affida ad una filosofia atea.

Questo problema, veramente fondamentale, nasce a due condizioni, senza delle quali non viene nemmeno percepito. La prima di queste condizioni è che la fede cattolica abbia bisogno della ragione filosofica con la quale debba rapportarsi per sua stessa essenza. Si tratta della condizione secondo cui la fede cattolica presenta alla ragione filosofica, con cui entra necessariamente in rapporto, proprie condizioni veritative, sulla base delle quali scarta le filosofie inadeguate e cerca di relazionarsi con la filosofia naturale dello spirito umano, l’unica vera. La seconda di queste due condizioni è che si dia un ateismo filosofico, una filosofia atea, la quale contraddica radicalmente quelle esigenze veritative della fede, al punto che se venisse adoperata da parte della fede produrrebbe appunto il corto circuito di un ateismo cattolico. Nei miei libri, e in particolare in questo ultimo, faccio mie queste due condizioni, perché sono condizioni non mie, ma della “filosofia cristiana”, vale a dire del modo corretto di intendere il rapporto tra la fede e la ragione.

Le due condizioni ora viste sono oggi negate e per questo motivo questo mio nuovo libro, come i precedenti, potrà dare fastidio, a partire dal fastidioso concetto di ateismo cattolico, che diffonde un’ombra di sospetto su tanti teologi contemporanei, molti dei quali sono alti prelati della Chiesa cattolica. Leggendolo, si finisce per chiedersi fino a che punto l’ateismo cattolico sia diffuso nella Chiesa. Oggi, quindi, le due condizioni viste sopra sono negate. Ma negate da chi?

Prima di tutto negate dalla filosofia che si rifà ai presupposti della modernità filosofica. L’ateismo filosofico consiste nel fare i primissimi passi in filosofia in modo tale da rendere impossibile pensare Dio. Ora, la filosofia della modernità ha fatto proprio questo. Certamente, ha negato Dio nelle sue conclusioni, con tanto di voluminosi trattati, ma aveva negato Dio già nei suoi primissimi passi, nel suo, come dicono gli esperti, “cominciamento”. Il problema del cominciamento è fondamentale in filosofia: se nel suo primo vagito la filosofia si mette su una strada che nega Dio, nel senso che non può permetterne la conoscenza, allora essa non potrà più tornare indietro, se non negando se stessa, cosa che pochi filosofi hanno il coraggio di fare. La filosofia moderna è “atea” anche se molti dei suoi filosofi erano cristiani, come Kant, o addirittura cattolici, come Cartesio. Perché l’ateismo cattolico non riguarda un atteggiamento soggettivo, ma la logica atea interna alle categorie concettuali che si assumono. Si tratta di un ateismo epistemico, teoretico, concettuale. Dato che il pensiero moderno parte dal ritenere che nulla esista al di là del pensiero, Dio diventa impensabile e il “principio di immanenza” legherà ogni altro passo del percorso filosofico successivo.

Anche la religione protestante nega le condizioni che abbiamo visto sopra, dato che né riconosce che la fede esprima delle esigenze veritative che interpellano la filosofa tramite i suoi dogmi, né ritiene che la filosofia possa essere atea o teista, a seconda di come si imposta il cominciamento. Lutero, separando la fede e la ragione, pone le basi per la modernità filosofica – pur non essendo stato egli un filosofo – perché rende la fede indifferente alla propria verità – una fede senza dogmi – e indifferente quindi anche alla verità della filosofia, con la quale non ha nessun bisogno di un rapporto essenziale. È enorme l’influenza del protestantesimo sulla modernità filosofica e sarebbe molto lungo l’elenco dei filosofi di origine protestante. È stata anche enorme, però, l’influenza della riforma protestante e della sua teologia nei confronti della teologia cattolica, che oggi poco si differenzia, almeno nelle sue linee più modernizzate, da quella protestante.

Con questo ultimo accenno, ho indirettamente posto il grande problema che sta sotto all’inquietante titolo di ateismo cattolico. L’assunzione in teologia – parlo della teologia accademica ma poi anche di quella del semplice fedele influenzato dalla prima – di una filosofia atea che separa irrimediabilmente la fede come atto personale e la fede come contenuto creduto o dogma. Nascerà una fede senza dogmi, fondata sulle buone pratiche personali, i teologi cattolici esalteranno Kant e ne imiteranno il “pietismo”, vale a dire la riduzione della fede a buoni comportamenti sociali, sosterranno che i dogmi sono compatibili con ogni approccio filosofico, nei seminari verranno insegnate indifferentemente tutte le filosofie, i sacerdoti e i vescovi parleranno molte lingue diverse, il concetto di eresia si trasformerà in qualcosa di positivo, e tutti noi, quando parleremo tra di noi, non sapremo più distinguere l’atto di fede soggettiva del nostro interlocutore con quanto egli ci sta dicendo di contenuto dottrinale, sicché la buona fede sostituirà la fede.  Con l’ateismo cattolico è possibile che uno sia soggettivamente in buona fede e oggettivamente pensi e operi da ateo.

Stefano Fontana

*****

Ateismo cattolico? Quando le idee sono fuorvianti per la fede, Fede & Cultura, Verona 2022, pp. 176 [vedi la scheda]. Il suo costo è di 17 euro e può essere acquistato direttamente all’Osservatorio. Le spese di spedizione per l’Italia sono a nostro carico. Usate la pagina dei pagamenti dell’Osservatorio https://vanthuanobservatory.com/donazioni-pagamenti/ e scrivete una mail con il vostro indirizzo postale a acquisti.ossvanthuan@gmail.com

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11 commenti

  • OCCHI APERTI! ha detto:

    ROBERTO ZANI, la ringrazio di cuore per il suo intervento incredibilmente ricco ed edificante. Spero vivamente di leggerla ancora. Un commento così, penso dovrebbe essere persino pubblicato.

    A differenza del caro Nippo, che ha il merito e il dono di saper suscitare sempre, non ho affatto avuto l’impressione che lei abbia “ripetuto nozioni apprese dai suoi studi” quanto piuttosto mi è parso chiaro che abbia parlato di “realtà da lei direttamente conosciute”.

    Per me, dunque, una vera testimonianza in chiave “filosofica”, dai notevoli risvolti interiori. Sempre che si abbia il coraggio di ammettere l’evidenza.

    E’ stato un vero piacere!

    • Enrico Nippo ha detto:

      Quindi, o si ammette che possono darsi visioni diverse ma ugualmente valide della medesima realtà, oppure che la discordanza dialettica è inevitabile e va portata avanti come un gioco mentre ciascuno prosegue lungo la propria via.

      Entrambe le opzioni, per me , equivalgono a sfondare una porta aperta.

      Buona giornata.

  • Enrico Nippo ha detto:

    Ho considerato con estremo interesse la presentazione che Stefano Fontana fa del suo libro e ne ho estratto due passaggi che mi hanno particolarmente colpito.

    1) “Dato che il pensiero moderno parte dal ritenere che nulla esista al di là del pensiero, Dio diventa impensabile”;

    2) “una filosofia atea che separa irrimediabilmente la fede come atto personale e la fede come contenuto creduto o dogma”.

    “Al di là del pensiero”: cosa c’è al di là del pensiero? La risposta può darla soltanto chi al di là del pensiero ci è “andato”. Ed in ogni caso la sua risposta non potrà darsi che come pensiero, quindi come allusione. Quindi tra chi è andato di là e chi è rimasto di qua, la comunicazione viene mediata dal pensiero (e dalle parole) e perciò è essenzialmente fumosa (dacché, in fondo, il pensiero è evanescente come il fumo).

    “Dio diventa impensabile”? Ma Dio È impensabile! Se lo si pensa diventa un Dio pensato e si resta, ancora una volta, al di qua del pensiero, facendo il gioco del … pensiero moderno. Finché Dio è pensato, cioè oggettivato, nessuna henosis è possibile.

    “La fede come contenuto creduto o dogma” è ancora e irrimediabilmente pensiero, e se la si assolutizza si fa il gioco del modernismo, poiché si preclude la possibilità (e perfino la liceità!) di andare al di là del pensiero, la qualcosa, occorre dirlo, risulta inconcepibile per coloro che se ne stanno sistematicamente al di qua del pensiero, facendone un stampella indispensabile.

    Una fede pura non abolisce o contraddice il dogma, bensì lo supera poiché sente (ma non è da tutti) di volerlo conoscere nella sua essenzialità primordiale e perciò inespressa, e non soltanto attraverso il pensiero che lo stabilisce “nero su bianco” come oggetto in cui credere.

    “Andare” al di là del pensiero significa “scavalcare” le parole, orali o scritte che siano, per sganciarsi dai significanti ed involarsi verso il Significato. Chiaro che a ciò è necessaria una rigorosa (ed impopolare) disciplina dell’abbandono di sé, a cominciare dal … pensiero.

    • adriano ha detto:

      Grazie Enrico. Aggiungo solo che la logica non è “tutto” il logos, anche se si implicano. Inoltre “logos” non vuol dire soltanto parola ma anche, come Lei ben sa, “pensiero espresso in parole dalla ragione pensante”. L’originalità inesauribile del cristianesimo è però l’aver visto il logos farsi carne. Pertanto al movimento dell’ “andare al di là” si accompagna necessariamente quello del “venire al di qua”, ossia del mescolarsi con il mondo, con la storia, persino con la materia. Buona strada.

      • Enrico Nippo ha detto:

        “Al movimento dell’ “andare al di là” si accompagna necessariamente quello del “venire al di qua”.

        Certamente!

        Soltanto, mi vien da rilevare che il “venire al di qua” sia diventato uno “stazionare al di qua”, ove il logos quale pensiero espresso in parole sia troppo, davvero troppo ingombrante. Il “prodotto” della ragione pensante è il pensato (parlato o scritto che sia) che scalza il pensante.

        Grazie a Lei e un cordiale saluto.

    • Roberto Zani ha detto:

      Ci tengo davvero a risponderle con questo mio intervento signor Nippo, perché il suo commento mi ha davvero spronato all’interrogazione. Ovviamente non voglio essere polemico, ma agire per una discussione con una persona che reputo molto arguta come lei. E magari potremmo, se Dio vorrà, arricchirci entrambi. Inizio subito dicendo che io non sono per niente d’accordo con il suo commento, e credo che lei non abbia compreso davvero ciò che il professor Stefano Fontana abbia scritto, ma che anzi l’abbia completamente ribaltato, finendo per assumere la posizione che egli attacca in tutti i pensatori modernisti. Procedo.
      《“Al di là del pensiero”: cosa c’è al di là del pensiero? 》
      Se sto pensando a una mela che ho davanti a me, che cosa c’è al di là del pensiero? Semplice: la mela. Al di là del pensiero vi è sempre l’oggetto. È sempre un “qualcosa” ciò che poi sarà oggetto del nostro pensiero. Prima del pensiero vi è  sempre l’essere (quello che in filosofia si dice ente), il quale viene in seguito pensato. Il pensiero non può creare l’essere, ma piuttosto è sempre il secondo a determinare il primo. Il pensiero senza un oggetto che sta “al di là ” di sé è un mero nulla.
      《cosa c’è al di là del pensiero? La risposta può darla soltanto chi al di là del pensiero ci è “andato”.》Ma lei non potrà mai “andare” al di là del pensiero, signor Nippo, e questo semplicemente perché lei è già “al di là ” del pensiero! Lei c’è,  il suo essere è presente e sussiste indipendentemente dal suo pensiero. Lei, come chiunque, può pensarsi come vuole: alto o basso , magro o in carne, bello o brutto, attraente, simpatico, arguto o tremendo, antipatico e poco sveglio….ma tutti questi pensieri su di sé non faranno davvero il suo sé. Sarebbe un tremendo soggettivismo il pensarlo. Lei è ciò che è,  e può pensarsi come vuole, sia come è davvero sia come non è. In ogni caso, al di là  dei suoi pensieri in merito, ci sarà sempre e solo chi lei è davvero.
      L’essere trascende sempre il pensiero, è qualcosa che gli sta oltre, al quale si può solo adattare. Il pensiero è un atto del soggetto che tenta di rispecchiare l’essere dell’oggetto nel suo intelletto. Ovviamente, come qualsiasi atto umano, non è mai perfetto ed infallibile, ma nemmeno assolutamente imperfetto. Esso dipende dalla volontà: se vuole, con umiltà,  accostarsi all’essere come esso davvero è da sé,  per sua natura, allora lo penserà in modo vero; diversamente, farà cilecca.
      Se contemplo la mela penserò la mela. E il mio pensiero non sarà di molto difetto alla realtà dell’oggetto scelto. Se contemplo Dio, penso a un oggetto infinitamente più grande di me, e il mio pensiero sarà per forza difettoso. Ma non totalmente. Perché se Dio ha un essere, allora, per quanto sia squilibrata la proporzione tra pensante e pensato, posso pensarlo. E Dio è l’Essere, dunque posso e devo pensarlo.  Dio è colui che mi ha dato l’essere che Ha perché Egli è l’Essere stesso. Nel mio essere posso quindi trovare la traccia di Dio, la sua immagine, e da lì pensarlo. Come ha sempre insegnato la Chiesa cattolica, si può risalire a Dio con il pensiero contemplando le creature, e da lì giungere all’essenza di Dio e a vari suoi attributi con la ragione. Con essi non dico molto dell’intero essere di Dio, ma non penso a nulla di non vero su Dio. Dio è davvero l’Essere, è davvero Creatore, è davvero Uno, è davvero Vero, Buono, Bello, e questo perché anche le sue creature, nei limiti delle loro essenze, sono uniche, vere, belle e buone. Ma soprattutto “sono”. Hanno tutte l’essere che l’Essere stesso gli dà. Vi è in esse tutte del divino, secondo la loro natura. Questo vuole dire che Dio, per noi cattolici, non è il “Totalmente Altro ” come per certa teologia protestante. Tra noi e Lui c’è pur sempre un’infinitesimale  somiglianza. Non è vero quindi che Dio non è pensabile. Anzi, la nostra vita da cristiani deve essere una continua rincorsa verso la conoscenza del Suo Essere. Noi dobbiamo conoscere,  amare e servire Dio, dice il Catechismo. Dio lo si può pensare, a patto che lo si pensi “bene” , ossia come Egli è davvero, attraverso tanto la ragione quanto (e soprattutto) la Rivelazione che Lui stesso ci Ha dato, e poi secondo umiltà, senza metterci a tutti i costi del nostro solo perché non ci basta quel po’ che di Lui possiamo conoscere. Secondo la nostra natura, la mela, che ci è inferiore, la possiamo conoscere esaustivamente, ma Dio, che è il nostro Superiore, no: qui subentra la grazia che Egli ci dona per poterlo conoscere sempre di più e in modo più perfetto.
      Non pensare un oggetto, per paura di oggettivarlo e rimanere “al di qua” del pensiero, non significa raggiungere meglio l’oggetto: significa solamente non pensare a nulla. E questo vale anche, e anzi direi soprattutto, con Dio. “L’al di qua” del pensiero senza la trascendenza dell’essere e sempre e solo mera fantasia, un niente (ni-ente, nessun ente). Per la filosofia moderna invece, come scrive il professore Stefano Fontana,  non esiste nulla al di là del pensiero, dunque neanche Dio, il quale se esiste , necessariamente esiste indipendentemente dal pensiero di qualcuno. E la sua posizione signor Nippo, mi duole ammetterlo, è  la stessa che hanno intrapreso la filosofia moderna e la teologia protestante prima, e la teologia modernista poi. Anche se ci fosse qualcosa al di là del pensiero, io non posso saperlo, e questo perché sono sempre condizionato dal pensiero (da delle condizioni “a priori” direbbe Kant), il quale mi spinge sempre a fabbricarmi un nuovo pensiero quando cerco di figurarmi e conoscere qualcosa di nuovo, costringendomi sempre a creare nuove rappresentazioni di pensieri, pensieri di pensieri di pensieri, rimanendo sempre incastrato nell’immanenza della mia mente e senza mai poter trovare uno straccio di realtà che sia tale non solo perché io la pensi tale, ma perché lo sia veramente. Questo è quello che il professore ha chiamato principio d’immanenza, la croce alla quale è inchiodata tutta la filosofia moderna, la quale a causa di esso si ritrova ad abbandonare oggi qualsiasi verità sostanziale per il più triste e sfrenato relativismo.
      《“Al di là del pensiero”: cosa c’è al di là del pensiero? La risposta può darla soltanto chi al di là del pensiero ci è “andato”. 》
      Come ho scritto, dissento completamente da questa risposta. Al di là del pensiero c’è l’essere. E la risposta non la può dare chi è andato al di là del pensiero, ma solamente chi con il pensiero si è rivolto verso l’essere, da quello più infimo fino a quello più Assoluto che è l’Essere stesso in sé. È sempre attraverso il pensiero (che non è solo mero intellettualismo, ma in esso vi anche  cuore, fede e ragione, tutta la vita e la natura dell’essere umano come animale razionale) che si può raggiungere (non produrre) l’essere, che è l’unico “al di là” del pensiero esistente, fino a raggiungere il vero “al di là “: il Cielo. Ma non si può  “andare” al di là del pensiero. Perché andare verso un al di là del pensiero quando si è già preventivamente scelto che esso non può fondarsi sulla trascendenza dell’essere, ma che è solo un “pensiero puro”, significa necessariamente andare verso il nulla, ossia verso l’assenza del pensiero.
      《“Andare” al di là del pensiero significa “scavalcare” le parole, orali o scritte che siano, per sganciarsi dai significanti ed involarsi verso il Significato. Chiaro che a ciò è necessaria una rigorosa (ed impopolare) disciplina dell’abbandono di sé, a cominciare dal … pensiero.》
      Ancora più evanescente come il fumo del pensiero è ciò che lei chiama “Significato”. Lo sganciarsi dai significati significa affrancarsi dall’essere e dalla realtà: dalle cose esistenti! E l’involarsi verso il Significato, come lei scrive, significa gettarsi in caduta libera verso il più autentico nulla. Un abbandono del sé verso l’estinzione dell’essere nell’infinito Nulla che sa tanto di Nirvana. Come nelle religioni orientali, la sua posizione la porta a cercare Dio rifiutando l’essere e il sé (che rimane sempre un essere tra gli esseri) a cominciare “dal… pensiero”. Ma il rifiuto totale del pensiero, che è sempre un pensiero -se davvero è vero pensiero- di un oggetto, è anche rifiuto dello stesso oggetto: dunque anche di Dio.
      Il “pensiero puro” è come una “fede pura”: un nulla. È vero, la fede pura non può contraddire o abolire il dogma, ma non perché lo supera, ma semplicemente perché,  essendo un nulla, non può né contraddire né abolire nulla. Essa è un qualcosa di indeterminato proprio perché non possiede alcun oggetto che la determini. È solo mero volontarismo e sentimentalismo, e infatti lei scrive che《sente (ma non è da tutti) di volerlo conoscere nella sua essenzialità primordiale e perciò inespressa》. È bello sentire di voler sempre di più amare e conoscere Dio, ma bisogna farlo senza rinunciare a quel poco che di Lui si sa di vero e certo, ma anzi partendo soprattutto da quello, e senza mai abbandonarlo. Ciò che di Dio si sa essere è bello e santo. Ciò che dell’idea che abbiamo di Dio sentiamo (o vogliamo?) che sia, può essere sì affascinante, ma anche luciferino. La fede pura, fatta di puro sentimento verso chi è “Cristo per me” ma senza sapere nulla o senza degnare d’importanza chi sia davvero Cristo in sé,  è la stessa fede di Lutero e del protestantesimo. Il quale, come ha scritto Stefano Fontana, ha rotto completamente la fede dalla ragione, e quindi ha separato una fede pura dai propri dogmi che la determinavano. Il dogma è l’oggetto della fede, è l’essere della fede. I dogmi sono dei fatti. Sono delle realtà,  le quali sì vengono espresse concettualmente, ma in modo da rispecchiare precisamente il loro essere. Che la nostra natura sia irrimediabilmente ferita è vero, è la verità dogmatica del peccato originale: che cosa poi significhi nella vita di ciascuno lo si sperimenta, ma la sua espressione concettuale ne spiega perfettamente la sua realtà. È un fatto metafisico. E chi ha fede lo crede, da qui non si scappa. Anche l’Incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo è un fatto: un fatto storico. Se lo si crede si ha fede, se no, no.
      Si ha fede nella Rivelazione, questo l’oggetto della fede, dalla quale la Chiesa ricava i “fatti” dogmatici a cui credere. E si ha fede in essa perché è Dio stesso che ce l’ha data. Da essa si ricava che Dio è uno e trino e che la seconda persona della Trinità si è incarnata, ha predicato, è morta per morte di croce per i nostri peccati ed è risorta il terzo giorno. E sempre da essa si ricava come vivere una vita santa per poter un giorno vedere in faccia Dio stesso. E, a differenza dell’abbandono dell’essere, a me pare che Dio ci ordini sempre di abbracciare l’essere totalmente secondo verità e carità,  come si evince ad esempio dai 10 comandamenti o dalla Nuova Legge evangelica, come nelle Beatitudini.
      Le chiedo scusa per la prolissità,  ma il suo intervento mi ha davvero spronato all’interrogazione e alla volontà di esprimermi, proprio a me che non scrivo mai alcun commento. La ringrazio davvero per l’occasione. Aspetto con gioia una sua risposta, se vorrà. Cordiali saluti.
      Roberto Zani

      • Enrico Nippo ha detto:

        Nessuna prolissità! Un bell’intervento, il Suo!

        Brevemente, altrimenti andiamo per le lunghe 😊

        Ad un certo punto Lei scrive riprendendo una mia affermazione:

        “Al di là del pensiero”: cosa c’è al di là del pensiero? La risposta può darla soltanto chi al di là del pensiero ci è “andato”.
        Come ho scritto, dissento completamente da questa risposta. Al di là del pensiero c’è l’essere.

        Mi sembra che che Lei ripeta una nozione appresa attraverso i Suoi studi: una nozione, ripeto, non una realtà da Lei direttamente conosciuta.

        Altro è “dire” che al di là del pensiero c’è l’essere perché si crede che sia così, dando tutte le motivazioni possibili, e altro è liberarsi operativamente del pensiero e quindi davvero … essere.

        E’ vero che noi già siamo (sum ergo cogito), soltanto che … non lo sappiamo. C’è uno iato tra la nostra coscienza e l’essere, per il quale pensiamo e parliamo dell’essere oggettivandolo, mentre tale oggetto siamo noi.

        Non è questione di Nirvana, bensì di Silenzio: qualcosa che come minimo suscita timore, visto che (a)normalmente si sente di essere perché si pensa: più si pensa (e si parla e si scrive) e più si crede di essere. Ma questa è una pura illusione.

        Grazie e un distinto saluto.

        • Roberto Zani ha detto:

          Davvero signor Nippo, la ringrazio per la sua risposta. Ci tenevo molto a risponderle, perché credo che con lei ne valga davvero la pena, e poi tanto non riesco a farne nemmeno a meno…. purtroppo però lo faccio solo ora, perché ci metto sempre molto a scrivere, oltre che a pensare cosa scrivere, e riesco a farlo solo in alcuni momenti della giornata. Inoltre, mi ero promesso di essere molto più conciso, ma evidentemente proprio non ho il dono della sintesi, e credo quindi di essere stato peggio del commento precedente. Chiedo scusa. Spero almeno nel dono della chiarezza. Comincio.

          Non riesco a capire come una realtà direttamente conosciuta non possa essere una nozione acquisita. Un’esperienza direttamente appresa è un’apprensione di una realtà della quale così avrò una nozione. L’essere è sì una nozione, forse la più generale ed universale nozione possibile, ma che si ricava sempre da una realtà direttamente ed immediatamente conosciuta. Appena apro la mia intelligenza al mondo, un mondo di cose si imprimono in me, e indipendentemente dalla mia volontà. Anche se io non le volessi apprendere con il pensiero, comunque esse si imprimono in me ugualmente, e questo perché esse ci sono. Posso “fare finta” che non ci siano, ma di fronte alla verità della loro presenza non posso non essere cosciente della mia cattiva volontà e della mia menzogna contro di esse. Di questa apprensione originaria delle cose fuori di me ho immediatamente nozione, e se con la ragione cerco di chiarificare il più possibile questa nozione, dico che tutto questo mondo di cose che sono è “essere”, perché tutte le cose, tutte le realtà,  tutti gli esseri di cui faccio esperienza ci sono, sono presenti: hanno l’essere in atto. La nozione di essere non l’ho quindi appresa dai miei studi, ma dalla mia esistenza vivendola. I miei studi possono al massimo averle dato una chiarezza concettuale maggiore, ma è sempre dall’esperienza immediata e diretta che la si apprende.
          E pure l’essere di me stesso mi si impone, anche se mediatamente: prima apprendo l’esistenza delle cose nel mondo che mi sta intorno, e poi nell’apprensione comprendo che sono io che le sto apprendendo, io che sono una cosa tra le cose, ma l’unica ad essere un soggetto, nel quale riconosco confluire le mie sensazioni, la mia intelligenza e la mia volontà. Quando penso a me stesso mi oggettivo sempre , è vero, ma da una parte è anche giusto così: d’altronde io sono un oggetto tra gli oggetti, non nel senso che da persona mi faccio cosa, ma nel senso che sono uno degli esseri nel mondo, un ente tra gli enti. Solo nella mia realtà interiore sono un soggetto, solo per me è per la mia libertà di azione. Ma di fatto ontologicamente sono un essere tra gli esseri, e nel mio caso specifico una persona umana vivente. Sono un essere con intelligenza che si scopre soggetto pensando a quell’oggetto che è il suo essere stesso fra gli altri esseri.
          Il bambino piccolo che succhia il latte dalla mamma apprende subito l’essere del latte appena ne sente la sensazione al gusto. Poi apprenderà che quell’essere piace a sé medesimo, e che quindi egli esiste, come un’intuizione, ma mediata sempre dagli altri esseri. E di queste cose ne avrà, attraverso la memoria, una sorta di nozione. Sarà poi in seguito, quando acquisirà conoscenze dai genitori o da altre persone come lui, che imparerà a chiamare quell’essere che gli piace al gusto “latte”, e a capire che cosa esso sia davvero (la sua “essenza”)  in modo più chiaro. Ma la nozione che il latte esiste, quella ce l’ha avuta subito. E quella che egli stesso esiste, ce l’ha avuta appena ha rivolto la sua mente su di sé,  ma implicitamente fin da subito.
          Quello che non capisco quindi è perché, come lei scrive,  dovrei essere “davvero” solo quando mi libero “operativamente” del pensiero. Sia che io pensi sia che non pensi, io sono. Con la differenza che quando non penso sono qualitativamente inferiore rispetto a quando penso ciò che mi sta intorno (tra cui anche me stesso), perché sono aperto e mi interesso alla realtà,  che essendo altro da me è sempre trascendenza. Se non penso continuo ad essere , e ad essere per “davvero”, ma non ad essere nel “vero” del mio essere, perché  così sarò davvero solo un bruto, una bestia che  è solo per istinto ma senza pensiero, e non un essere umano che pensa e ricava dall’essere ciò che è bene o male, vero o falso, bello o brutto, ecc., ed agisce di conseguenza. L’essere senza pensiero può solo essere un essere attraverso lo stimolo evidentemente  disordinato , perché non pensato e scelto prima come ordinato. Il nostro essere non potrà mai fare a meno del pensiero, e questo perché solo il pensiero può riferirsi ed apprendere l’essere.
          Io ho capito quello che lei dice signor Nippo, ed anzi l’ho molto apprezzato. Quando lei ha scritto di Silenzio, mi è piaciuto molto, perché lei così parla in qualche modo del Mistero che ci trascende (e che trascende anche qualsiasi nostro pensiero), nominandolo proprio con l’atteggiamento che si dovrebbe mantenere nei suoi confronti: Silenzio. Davvero ciò suscita timore, timore e tremore come direbbe Kierkegaard, perché è un Mistero ciò che adoriamo così come anche noi siamo in fondo un mistero a noi stessi. Lei dice che “(a)normalmente ci sentiamo di essere perché ci pensiamo” : è una grande verità! “Normalmente”, perché è attraverso il pensiero, tanto di noi stessi quanto degli altri esseri, che noi avvertiamo di essere. Ma anche “Anormalmente”, perché non siamo grazie al pensiero,  ma siamo perché  siamo, perché evidentemente Qualcuno ha deciso che andava bene che ci fossimo, che il nostro essere fosse “cosa buona”, ed è grazie al fatto che siamo che esiste piuttosto il nostro pensiero. Siamo un essere che può conoscere altri esseri apprendendoli e pensandoli: in definitiva, contemplandoli. E tra essi possiamo contemplare anche noi stessi. Ed è ancora una grande verità che se 《più si pensa (e si parla e si scrive) e più si crede di essere》è una pura illusione. È più  che vero, c’è uno iato tra la coscienza e l’essere, e che iato!!! È una distanza spesso incolmabile, uno “stacco” che rivela quel grande mistero che vi è in noi e che noi siamo a noi stessi. Il mistero per il quale noi non riusciamo ad afferrare mai davvero “completamente” ed “esaustivamente” l’essere con l’intelligenza, così come spesso non riusciamo a compiere l’azione che dovremmo e che vorremmo fare con la forza della nostra volontà. Non faccio il bene che voglio, ma il male che non voglio. E, parafrasando, non penso sempre il vero che voglio, ma il falso che non voglio. È il grande mistero del peccato originale, della nostra natura irrimediabilmente ferita ed incapace di raggiungere da sé la comprensione del mistero dell’Essere (ed, analogicamente, di quello di tutti gli esseri) senza una Grazia che ci venga data dal Mistero stesso. Non data da noi stessi, ma da un altro essere che non è il nostro,ma che  anzi è la fonte di tutti gli esseri: dall’Essere stesso.
          Sì,  c’è uno iato tra coscienza ed essere, ma, ancora una volta, non si può prescindere dal pensiero per essere “davvero”. Il nostro essere non può prescindere dal pensiero, anche se il pensiero non potrà mai produrre l’essere. In ogni caso noi pensiamo: il solo fatto che nell’universo ci sia essere di fronte a noi, obbliga il nostro essere a pensarlo. Il nostro pensiero non è infallibile ma neanche imperfetto nel pensare l’essere. È piuttosto tendente alla perfezione ma fallibile. 
          Vede bene quindi signor Nippo che il punto qui non è di affrancarsi dal pensiero “interamente”, come lei scrive e lascia intendere,  cosa impossibile e negativa e che farà intendere il Mistero del Silenzio come l’infinito Nulla; ma di affrancarsi dal pensiero “falso”, dal cattivo pensiero, ossia da quello non conforme alla verità dell’essere pensato, cosa, nei limiti della nostra natura ferita, più che alla nostra portata, e anche positiva, in quanto, alla fine, ci farà intendere il Mistero del Silenzio come l’Essere infinito.
          Dire che la modalità per approcciare il Mistero è il Silenzio, in questo senso, significa dire che è l’Umiltà. Lei aveva parlato di abbandono di sé e di liberazione dal pensiero: se intendeva estinzione del sé e affrancamento dall’intero pensiero, allora troverà il Nulla infinito del Nirvana orientale, perché perdita dell’intero pensiero significa anche perdita dell’intero essere, e tutto ciò che esiste sarà mera illusione, come nel velo di Maya; se invece intendeva abbandono del sé perverso, delle proprie perversioni e quindi del proprio peccato, e affrancamento dal pensiero falso, e quindi dalla menzogna, allora troverà l’Essere infinito che è il Dio vivente dei cristiani, perché così penserà all’essere delle cose secondo la sua verità oggettiva, fino a raggiungere quel Dio che disse di sé “io sono la … Verità”!!!
          Con umiltà io mi posso affacciare all’essere e coglierlo nella sua verità, nonostante mai in modo completo ed esaustivo per via della ferita inferta dalla pena del peccato originale sulla mia natura.  Ma comunque nella sua verità. Non nella sua menzogna. Se lo penso in modo falso, magari anche per mia volontà, commetto un peccato. E se mi abituo a pensare me stesso e anche ogni cosa che mi sta intorno senza umiltà,  commetto peccati di superbia in pensieri oltre che in parole, opere ed omissioni. E nonostante tutto, anche se in coscienza neanche me ne accorgo, sarà “mia grandissima colpa”. E così supplicherò “la Beata Sempre Vergine Maria, gli Angeli, i Santi e voi fratelli di pregare per me il Signore Dio nostro”, affinché mi doni la Grazia di mantenermi in stato di umiltà e di colmare questa mia fallibilità della mente e del cuore per poter sempre più penetrare nella verità del Mistero delle cose, degli esseri e dell’Essere.

          Con questo la ringrazio dell’attenzione signor Nippo e la smetto immediatamente, perché se no verrò bannato per eccessiva prolissità. È stato un onore e un piacere confrontarmi con lei, oltre che vincere in qualche nodo la mia timidezza e riservatezza sui blog, e se ancora vorrà rispondermi ne sarò felice.
          Colgo anche l’occasione per ringraziare Occhi aperti! (A proposito, “Occhi” di nome ed “aperti!” di cognome o viceversa?…) e per il suo direi anche eccessivo apprezzamento. Sono solo felice che abbia colto che la mia non era solo ripetizione mnemonica di una filastrocca imparata a scuola, ma proprio una interrogazione che mi è scaturita dal cuore e dalla mia vita personale. Grazie.
          E che Dio vi benedica tutti. Buonanotte.
          Roberto Zani.

          • OCCHI APERTI! ha detto:

            Il mio apprezzamento, semmai, non è espresso a sufficienza, carissimo Roberto Zani.
            E, con questo suo nuovo “pensiero”, non fa che riconsegnarsi al mio inadeguato elogio.
            Quel che comprendo io anzitutto: Longa Manus di Dio il generoso suo profondersi. Lo ha fatto per Nippo; me ne beo anch’io. Spero molti altri.

            Occhi aperti! sta per: Stiamo in campana! o per: Occhio!

            Non è opportuno io mi firmi. Perdonerà.

            A lei e al soggetto delle sue amorevoli attenzioni non intendo sottrarre altro tempo e saluto entrambi, ringraziando.

            A presto.

            PS: Fontana, sempre ottimo, direi…

          • Enrico Nippo ha detto:

            La Sua prolissità è più che giustificata, caro Zani, poiché l’argomento su cui ci cimentiamo con reciproca stima e gentilezza (queste, almeno per me, sono virtù già “trascendenti”) è d’importanza capitale. Non di rado ci casco anch’io, anche se poi mi chiedo (ma forse questo è un mio limite) quanto il dilungarsi nell’argomentare sia conveniente al chiarire e quanto, invece, non finisca per complicare.

            I Suoi riferimenti orientalisti sollecitano … l’orientalista che è in me. A Lei che riferisce di un “pensiero falso”, che evidentemente si contrappone al “pensiero vero”, propongo di considerare che, secondo la visione orientale, in particolare quella zen, che è quella che mi riguarda (e mi affascina!) da vicino, è il “pensiero in sé” che viene preso come oggetto di studio operativo, per “operativo” intendendo “pratico”, quindi psico-fisico, che affianca lo studio teorico, ciò che preserva dal pericolo tutt’altro che raro dello spiritualismo intellettualista, o, se vuole, dell’intellettualismo spiritualista.

            Dicevo del “pensiero in sé”, indipendentemente dal suo essere “buono” o “cattivo” (categorie certamente non applicabili alla stregua di o “bianco” o “nero”). Nel Silenzio, infatti, si trascendono tutti i dualismi, e la coscienza diventa quello che già è: un puro specchio che riflette impersonalmente il mondo (persone e cose) così com’è. Ciò non preclude il pensare bensì lo trascende e, datasi una corretta pratica, lo domina, lo regola, lo adatta alla bisogna. Lo specchio non giudica (il giudizio: questo il punto dolente oggetto di fiumi di parole!), senza che tale non giudicare renda indifferenti tutte le cose specchiate e quindi, come si dice, “tutto fa brodo”. NO: lo specchio non giudica l’assassino o il sant’uomo, semplicemente perché essi, grazie alla loro libertà, sono già giudicati dal proprio comportamento: l’assassino è assassino, il sant’uomo è sant’uomo ancor prima di essere giudicati tali, e prima di giudicarli lo specchio (la coscienza) li riconosce, tenendo presente che il riconoscere prima di giudicare non è così scontato.

            Ecco perché tutti, nessuno escluso, molto prima di abbandonarci ai giudizi che ci scavalcano senza che nemmeno ce ne accorgiamo, dovremmo ritrovare la nostra coscienza quale puro specchio cui nulla sfugge, in primo luogo la … famosa trave. E già, perché nello specchio della nostra coscienza – che ce ne accorgiamo o meno – si riflette tanto il mondo esterno quanto quello interno. Ed è in questo “vedere” che il pensiero, buono o cattivo che sia, è di troppo.

            Tra un pensiero è l’altro traluce l’Essere, che trascende il pensiero e può usarne o non usarne, secondo che dettano le contingenze.

            Dal cartesiano “penso, dunque, sono” allo zenista “non penso dunque sono” e quindi al “sono, dunque penso”.

            Cordialità.

            P.S. Se Le va, prima o poi ci troviamo di nuovo in un post più recente.

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