Caso Becciu. L’Inerzia dei Promotori di Giustizia e il Mistero del Falso Prete

23 Novembre 2021 Pubblicato da 7 Commenti

 

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, mi sembra interessante offrire alla vostra attenzione questo documentatissimo articolo apparso su Korazym.org, che ringraziamo per la cortesia,  relativo alla vicenda giudiziaria del card. Angelo Becciu. Buona lettura.

§§§

 

Era esattamente un anno fa, il 21 novembre 2020, che abbiamo appreso – tramite un articolo di Vittorio Feltri su Libero Quotidiano, che Enrico Rufi, giornalista di Radio Radicale, il 5 febbraio 2019 aveva presentato un esposto alla Procura di Roma e il 18 febbraio 2019 depositato anche un esposto con lo stesso contenuto presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano. Abbiamo riferito del caso lo stesso giorno, il 21, con il nostro articolo In un sabato di tramontana con le cime imbiancate ad est dell’orizzonte della capitale… smascherato il killer giornalistico di Becciu. Rufi raccontò a Feltri, che l’esposto presentato presso il Tribunale vaticano era rimasto lettera morta da quel lontano febbraio del 2019: «I Promotori di Giustizia vaticani (pubblici ministeri in termini italiani) Gian Piero Milano e Alessandro Diddi non diedero corso ad alcuna inchiesta, nonostante la notitia criminis fosse stata riferita all’orecchio di Papa Francesco», osservò Feltri.

Massimiliano Coccia.

La storia si ripete. Ieri, stesso 21 novembre, come l’anno precedente, abbiamo appreso – tramite un articolo di Franca Giansoldati sul Messaggero – che Enrico Rufi, non avendo ricevuto risposta dopo il suo esposto del 18 febbraio 2019, ha depositato il 26 aprile scorso presso il Tribunale vaticano una denuncia-querela sullo stesso caso.

Rufi, nelle otto pagine della sua denuncia-querela – che questo Blog dell’Editore ha potuto visionare – osserva:

«Il comportamento di don Andrea Andreani costituisce la condotta punibile ex art. 122 c.p., l’offesa al Re. Egli, infatti, con parole e atti ha offeso Sua Santità Papa Francesco. Egli ha millantato vicinanza prossima con il Papa, rappresentando la volontà di quest’ultimo di volere incontrare la delegazione di Radio Radicale e anche me, che ho perso tragicamente una figlia, per darmi una parola di conforto, ingenerando in me sentimenti di attesa e poi di frustrazione e dolore. Don Andrea Andreani ha strumentalizzato la mia vicenda e ha speculato sul mio dolore, attribuendo al Papa umori e comportamenti che hanno avuto ripercussioni negative sulla mia persona, già fin troppo provata.
Per quanto sopra rappresentato, chiedo che venga identificato don Andrea Andreani, sedicente dipendente della Prefettura della Casa Pontificia e, nel caso non vi fosse alcun riscontro della sua esistenza e che, pertanto, risultasse opera di fantasia, che venga identificato e punito chi abbia inventato questo personaggio, millantando vicinanza al Santo Padre, attribuendogli fatti, parole, stati d’animo e a causa di ciò, arrecandomi turbamento e pregiudizio.
A tal fine, chiedo sin da ora che venga sentito il Signor Massimiliano Coccia, nato a Roma il 14 dicembre 1985, che ha introdotto a Radio Radicale don Andrea Andreani e, pertanto, potrà fornire ogni dettaglio sulle sue generalità, essendo i recapiti che l’Andreani ci ha fornito, non fruibili e/o non attivi».

Rufi annuncia, concludendo, che sporge denuncia-querela:

«Nei confronti di don Andrea Andreani, sedicente dipendente della Prefettura della Casa Pontificia, per i reati di cui agli artt. 122 e 185 c.p., nonché per tutti quei reati che la S.V. vorrà ravvisare e ricondurre alle azioni messe in atto dal suindicato soggetto e per tutti quei reati eventualmente ravvisabili nei fatti sopra esposti, al fine di ottenere l’accertamento della responsabilità penale per i medesimi fatti sin qui riportati, da parte dell’Autorità Giudiziaria. Nel caso in cui la figura di don Andrea Andreani risultasse inventata, sporgo denuncia nei confronti della persona che ha creato questo personaggio per gli stessi reati che la S.V. vorrà ravvisare e ricondurre alle azioni messe in atto dal suindicato soggetto e per tutti quei reati eventualmente ravvisabili nei fatti sopra esposti, al fine di ottenere l’accertamento della responsabilità penale per i medesimi fatti sin qui riportati, da parte dell’Autorità Giudiziaria».

Rufi notifica inoltre che si riserva il diritto di costituirsi parte civile nel procedimento penale instaurando, anche per ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti e subendi, siano essi morali e/o patrimoniali e chiede di essere informato in caso di proposta archiviazione da parte del Promotore di Giustizia.

La premessa di questa storia veramente incredibile (ricordiamoci, che la fiction ha necessità di essere credibile e non solo verosimile, mentre la realtà non ha queste esigenze, perché risponde ai fatti) inizia cinque anni fa. Enrico Rufi perse la figlia sedicenne il 1° agosto 2016, al ritorno dal viaggio in Polonia in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia, per una meningite fulminante. Una delegazione di Radio Radicale aveva già chiesto di essere ricevuta dal Papa, in nome della comune battaglia per i diritti dei carcerati. C’erano buone possibilità di essere accettati. Come intermediario nel 2018 si propose Massimiliano Coccia. Rufi non avrebbe dovuto far parte della piccola comitiva. Ma stavolta per lui era importante. Voleva ricordare al Pontefice che le ultime immagini che sua figlia Susanna aveva negli occhi e nel cuore, erano state quelle di Papa Francesco. Desiderava esser lì con gli altri «al fine di donare al Papa il libro che ho scritto sulla vita di mia figlia Susanna (L’alleluja di Susanna)», racconta. Coccia gli si propose, vantando robusti agganci, per consentire addirittura un’udienza privata ad Enrico e alla moglie. Fu l’inizio di un’incresciosa finzione. Appuntamenti fissati e poi disdetti. Chi scriveva a Rufi era un sedicente sacerdote della Prefettura della Casa Pontificia, Don Andrea Andreani, che inviava mail dall’indirizzo donandreaniandrea@gmail.com. Una burla? La domanda se l’è posta lo stesso Feltri e risposto: no, «uno sciacallaggio. Che venne alla luce quando, sospettando la truffa di Coccia, lo stesso Rufi interrogò la Casa Pontificia».

Accadde infatti che Enrico Rufi inviasse alle ore 11.48 del 4 febbraio 2019 una email al Corpo della Gendarmeria Vaticana, indirizzata a Stefano De Santis e Davide Giulietti, con oggetto: “Per Mons. Leonardo Sapienza (L’alleluja di Susanna e Radio Radicale)”:

«Gentilissimo Monsignor Sapienza, avrei dovuto essere presente al “baciamano” di mercoledì scorso insieme alla delegazione di Radio Radicale per consegnare a papa Francesco L’alleluja di Susanna, il libro scritto per mia figlia che non fece ritorno dalla GMG di Cracovia. Ma ho dovuto rinunciare. Le scrivo per scusarmene e per giustificare la mia scelta.
Mi ha riferito Rita Bernardini, lì presente, il Suo (sacrosanto) disappunto per la mia assenza. Anche Gianni Gennari, nostro comune amico, aveva appreso con delusione e rammarico della mia rinuncia, ben sapendo quanto e da quanto tempo tenessi a donare il libro a papa Francesco. Dopo avergli spiegato il motivo della mia scelta mi ha detto però che non se la sentiva di darmi torto, anzi.
Confido quindi di avere comprensione anche da Lei, Padre.
Deve sapere, Monsignore, che Rita Bernardini, il direttore Alessio Falconio e io stesso (insieme ad altre persone) siamo purtroppo incappati in un millantatore, che firmandosi “don Andrea Andreani” si è spacciato per uno stretto collaboratore di papa Francesco. Di rinvio in rinvio, costui ci ha portati in giro da maggio dello scorso anno per poi dileguarsi qualche mese fa. Ad attestarlo, una lunga corrispondenza elettronica che se vuole posso girarLe.
Non ho incluso tra le vittime l’altra persona che faceva parte della delegazione perché è proprio su di lui che gravano pesanti sospetti che sia il millantatore in questione, l’autore del personaggio di don Andrea Andreani.
In una di quelle mail, scrive don Andrea Andreani: “Gentile Direttore, […] il Santo Padre ci tiene a far sapere che ha in lettura il libro delle edizioni San Paolo di Enrico Rufi”.
Come potevo serenamente incontrare papa Francesco a fianco del probabile autore di quelle parole di sciacallaggio su mia figlia?
Ancora non abbiamo il riscontro dalla polizia postale, che dirà qual è l’origine di quell’account di posta elettronica, ma io a questo punto ho purtroppo pochi dubbi, perché ero già stato vittima lo scorso ottobre della spregiudicatezza del nostro giovane e pure brillante collaboratore. Ero stato vittima, quella volta, insieme a don Mario Pecchielan, parroco a San Giovanni Battista De Rossi, al vescovo di settore don Giampiero Palmieri e al cardinal John Ribat, per non dire dei parrocchiani tutti di San Policarpo, la mia parrocchia. Don Mario, in particolare, fu messo in una situazione molto imbarazzante, ma anche quella volta a farne le spese fu soprattutto l’Alleluja di Susanna.
Mercoledì scorso, insomma, non me la sono sentita proprio di esserci.
Grazie per avermi ascoltato, Padre.
Con i miei più cordiali saluti, rimanendo, naturalmente, a Sua disposizione.
Enrico Rufi».

Gli rispose dalla Gendarmeria vaticana Stefano De Santis, con una email alle ore 15.41 del 7 febbraio 2019, per incarico di Mons. Leonardo Sapienza, Reggente della Prefettura della Casa Pontificia e ancor oggi strettissimo e fidato collaboratore di Papa Francesco:

«Gentile Signore, Le rispondo su incarico di Mons. Leonardo Sapienza, R.C.I. Reggente della Prefettura della Casa Pontificia.
All’uopo sono a comunicarLe che non risulta alcun sacerdote rispondente al nome di Andrea ANDREANI, dipendente della Santa Sede ovvero dello Stato della Città del Vaticano.
Padre Leonardo La invita pertanto a partecipare ad una prossima Udienza Generale del Santo Padre indicando la data prescelta ed un indirizzo postale dove poter far recapitare il relativo biglietto.
Nel rimanere a disposizione per ogni ulteriore informazione, la circostanza mi è gradita per inviare cordiali saluti,
Stefano De Santis».

Due giorni prima, il 5 febbraio 2019 Enrico Rufi aveva presentato alla Procura della Repubblica di Roma un esposto contro Massimiliano Coccia, a seguito di varie informazioni ricevuto da fonti vaticani interpellati. Poi, a seguito della risposta ricevuta dalla Gendarmeria vaticana, Rufi depositò il 18 febbraio 2019 un esposto con lo stesso contenuto anche presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano. Un esposto che è rimasto lettera morta, come abbiamo già ricordato.

Nel suo articolo per Libero Quotidiano del 21 novembre 2020, Vittorio Feltri racconta che nell’interesse di Rufi si mosse anche il Prefetto della Segnatura Apostolica, il Cardinale Dominique Mamberti (un porporato importante, addirittura il Ministro della Giustizia vaticano, in termini italiani) per segnalare a Papa Francesco che nello Stato della Città Vaticano circolava un falsario, il quale usava addirittura fingersi prete e suo segretario particolarissimo. L’interessamento del Cardinal Mamberti direttamente presso il Papa si evidenza in una scambio di email tra Rufi e Mamberti, che si conoscevano da anni.

Email di Enrico Rufi delle ore 19.44 del 2 ottobre 2019 al Cardinale Dominique Mamberti:

«Carissimo cardinal Mamberti,
L’ho riconosciuta con piacere l’altro giorno in televisione alla Messa per Jacques Chirac a Saint-Sulpice, con buona pace di Le Monde e perfino dell’Eliseo che ci hanno visto una semplice cerimonia, per quanto solenne.
Solo in questi giorni ho scoperto che all’origine del dramma della figlia di Chirac, Laurence, c’era stata una meningite quando lei aveva quindici anni. Quante volte, per consolarci (!), abbiamo cercato, mia moglie, Margherita ed io, di convincerci che Susanna ‘‘salvata’’ avrebbe potuto non essere più lei, che la morte può averle risparmiato una vita che le conseguenze spaventose della meningite avrebbero potuto rendere terribile.
A tre anni di distanza da quel 1° agosto 2016, recuperare un po’ di pace è però difficilissimo, tanto più che in questo periodo troppo dolore si è aggiunto al dolore. In particolare, la vicenda del millantatore-sciacallo, di cui Claudio ed io L’abbiamo messa al corrente.
Tuttavia, non oserei probabilmente richiamare nuovamente la Sua attenzione su questa vicenda se si trattasse di una faccenda meramente privata. Nessun risentimento personale nei confronti miei o della mia famiglia ha spinto all’azione il personaggio in questione, ma solo la spregiudicatezza di chi ha obiettivi personali – in termini di carriera – da perseguire ad ogni costo, senza guardare in faccia nessuno, come si suol dire. Infatti la lista delle sue vittime è lunga e varia, e molte, come Le dicevo, sono all’interno della Chiesa, a tutti i livelli.
Credo che l’esposto che io ho fatto al Tribunale vaticano possa essere un’occasione preziosa per cercare di disinnescare questa mina vagante, non solo per evitare che il mitomane faccia nuovi danni e nuove vittime, ma anche per aiutarlo, lui che ha appena trentaquattro anni, a difendersi da se stesso.
Mi può confortare, Cardinale, in questo mio convincimento? Posso confidare, secondo Lei, che una denuncia del genere non rischi di essere archiviata?
Nel ringraziarLa ancora per l’attenzione che mi riserva, Le invio, caro cardinal Mamberti, i miei, i nostri più affettuosi saluti.
Enrico, con Leila e Margherita».

Risposta del Cardinale Dominique Mamberti a Enrico Rufi delle ore 19.36 del 4 novembre 2019:

«Caro dott. Rufi,
Chiedo scusa se non ho risposto subito al Suo messaggio del 2 ottobre. Per quanto riguarda la Sua denuncia presso il Tribunale Vaticano, non ho novità, ma sia sicuro che non l’ho dimenticata. Sono stato ricevuto in Udienza da Papa Francesco lunedì scorso e gli ho parlato della vicenda. Egli volentieri vi salutarebbe (Lei e i Suoi) o al termine della Messa quotidiana a Santa Marta, oppure in un altro momento, secondo le disponibilità. Mi dica quale sarebbe la vostra preferenza e mi metterò in contatto con gli uffici interessati per fissare la data.
Con un cordiale abbraccio,
Dominique Card. Mamberti».

Email di Enrico Rufi al Cardinale Dominique Mamberti delle ore 12.56 del 3 ottobre 2020, un anno dopo:

«Bentrovato, cardinal Mamberti.
spero non Le sia sfuggito che il Massimiliano Coccia dell’articolo sull’Espresso contro il cardinal Becciu è lo stesso Massimiliano Coccia – il mitomane-sciacallo – della denuncia che giace da febbraio dell’anno scorso nel Tribunale vaticano. Mi permetto di richiamare la Sua attenzione perché credo che si tratti di un’informazione preziosa per papa Francesco.
Alla vigilia della festa di San Francesco Le mando i miei più affettuosi saluti.
Enrico».

Dopo di che l’esposto di Enrico Rufi del 18 febbraio 2019 continuava a prendere polvere nell’Ufficio del Promotore di Giustizia vaticano. Nel frattempo, in concerto e secondo le indicazioni del Papa regnante, i pubblici ministeri vaticani hanno continuato a lavorare al cosiddetto “Caso Becciu” (ufficialmente “Procedimento penale n. 45/2019 RGP”, sfociato nel processo iniziato e mai partito, con 4 udienze già celebrate), a partire dal notorio articolo a firma di Massimiliano Coccia, ospitato sull’Espresso, fatto arrivare sulla scrivania del Papa, contenente la notizia del licenziamento del Cardinale Angelo Becciu, ben 7 ore e 48 minuti prima che cominciasse l’Udienza con il Papa il 24 settembre 2020 (come fu rivelato da Vittorio Feltri su Libero Quotidiano, durante la quale gli l’avrebbe comunicata. Scrive Feltri nel suo articolo su Libero Quotidiano del 21 novembre 2020:

«Quest’ultimo, saputo dello sciacallaggio nei confronti di un padre e di una madre che avevano perduto la figlia adolescente, si mostrò addolorato e invitò le vittime dell’infamia a una sua messa privata. Chi era lo «sciacallo»? Lui, Coccia. Piazza pulita? Niente da fare. Neanche il cardinale poté far nulla. La denuncia presentata nel febbraio del 2019 presso il Tribunale vaticano è rimasta lettera morta. I promotori di giustizia (pm) Gian Piero Milano e Alessandro Diddi non diedero corso ad alcuna inchiesta, nonostante la notitia criminis fosse stata riferita all’orecchio del Papa».

Di fronte all’inerzia dei pubblici ministeri vaticani, si fa presto pensare ad insabbiamento. Così siamo arrivato a ieri, 21 novembre 2021, come detto, un anno dopo le rivelazioni di Enrico Rufi [*] affidate a Vittorio Feltri. Questa volta a riferire di una nuova denuncia-querela, che Enrico Rufi ha depositata il 26 aprile 2021 in Cancelleria del Tribunale vaticano, è stata Franca Giansoldati suI Messaggero: «Vaticano, spunta un monsignore fantasma che promette udienze papali: depositata una denuncia». L’incipit dell’articolo, che riportiamo di seguito per intero:

«La denuncia su un sedicente dipendente della Prefettura della Casa Pontificia è stata depositata nella cancelleria del Tribunale vaticano il 26 aprile scorso e riguarda un misterioso sacerdote che manda email a destra e a manca, e sembra effettivamente disporre dell’agenda papale, promettendo incontri con Papa Bergoglio a Santa Marta.
Chi ha scoperchiato questo caso bizzarro costituendosi parte civile e chiedendo i danni morali e materiali arrecati dai comportamenti di don Andrea Andreani – questo il nome del sedicente religioso – per avere millantato “vicinanza al Santo Padre attribuendogli fatti, parole, stati d’animo e a causa di ciò arrecando turbamento e pregiudizio” è Enrico Rufi, giornalista di Radio Radicale e padre della ragazzina – Susanna – morta improvvisamente durante la Giornata Mondiale della Gioventù, in Polonia, cinque anni fa, per un attacco di meningite fulminante.
Sulla vicenda sconcertante di questo sacerdote misterioso il tribunale vaticano non ha ancora preso alcuna decisione in merito, né ha mai avvisato il richiedente (come ha chiesto espressamente) di una eventuale archiviazione da parte del Promotore di Giustizia».

La testimonianza di Enrico Rufi: “Quando Coccia si fingeva prete”
Il giornalista di Radio Radicale racconta chi è l’autore del falso sul porporato sardo

Si narra, a Radio Radicale, che sia stato Marco Pannella a imbarcare a inizio 2016 Massimiliano Coccia. Falso. Fu malamente interpretata la reazione di Pannella, comunque già in uno stadio molto avanzato della sua malattia, a una sua intervista rilasciata all’Unità a fine 2015 e firmata da Coccia. Che allora si spacciava per catechista, oltre che giornalista. Fatto sta che da quel momento inizia la folgorante carriera di un personaggio che aveva fino allora campato di espedienti e che si era infatti messo in molti guai simili a quelli in cui si trova oggi, in fuga dalle sue vittime. Tra improbabili recensioni di romanzi e romanzetti rosa e fantasy, di cui la nostra radio fino allora non aveva mai avvertito la necessità, e interviste a chiunque gli capitasse sottomano, è oggi arrivato a figurare per quasi 2500 volte nel nostro peraltro ricco archivio. Un iperattivismo che lo faceva passare con la massima disinvoltura da Venditti a padre Spadaro, da Bernard-Henri Lévi a Chef Rubio, passando da Renzi, Guccini e Pignatone. Pignatone, ieri procuratore di ‘‘Mafia capitale’’, oggi al Tribunale vaticano, riuscì a portarselo perfino in radio per fargli sponsorizzare un suo libro. E poi Saviano. Saviano in tutte le salse.
Naturalmente nel frattempo Pannella non c’era più. Tana libera tutti.
Rischiò grosso Coccia quando io feci scoppiare il caso don Andrea Andreani, svelando che per quattro mesi il direttore Alessio Falconio aveva amabilmente dialogato per mail con un prete fantasma per organizzare un incontro con Papa Francesco. Il donadreaniandrea@gmail.com segretario particolarissimo del papa, che rinviava di settimana in settimana l’incontro non è mai esistito in tutto lo Stato della Città del vaticano, fece certificare dalla Gendarmeria vaticana monsignor Sapienza. Aveva un’importanza politica quell’incontro, perché si puntava sull’appoggio del papa per sbloccare i decreti delegati attuativi della riforma penitenziaria.
Grazie alla fiducia riposta in Coccia-donandreaniandrea@gmail.com saltò tutto. Ma lui non si arrendeva neppure di fronte all’evidenza, tirando in ballo ora l’arcivescovo Paglia, ora il Segretario di Stato Parolin. Incredibilmente, dal momento in cui mi resi conto della farsa informandone subito i responsabili della radio, esattamente due anni fa, la posizione di Coccia si rafforzò, fino a diventare vera e propria blindatura contro le novità sconcertanti che nel frattempo uscivano fuori sul passato, oltre che sul presente di mitomane e sciacallo del Class Relotius de Noantri: uno a far danni allo Spiegel, l’altro a Radio Radicale, e non solo, visto quello che aveva combinato, tra gli altri, al direttore di un giornale nazionale e a un candidato sindaco al comune di Roma. A niente servì aver messo in guardia ripetutamente e dettagliatamente il direttore Alessio Falconio, l’editore Maurizio Turco e l’amministratore Paolo Chiarelli. E meno ancora servì aver messo in guardia il trio del cdr. Ce lo ritrovammo piazzato nella caporedazione, front-man di Radio Radicale, col privilegio del libero accesso ai social della radio a valorizzare le sue interviste e quelle di chi non gli stava antipatico. Per non parlare della sua frenetica quanto inconcludente (probabilmente dannosa) attività di lobbing nei mesi difficili della ricerca di sovvenzioni per la sopravvivenza della radio. Ai gabinetti di crisi lui non mancava mai. Se mancava si rinviavano. A rafforzare ulteriormente la sua posizione gli giunsero provvidenziali a un certo punto minacce di morte. Nessuno di noi, nella storia quarantacinquennale della radio, era mai passato da un’esperienza forte come quella. Si è ritagliato un suo ruolo anche in piena pandemia, beccandosi una querela del professor Tarro, ottantaduenne scienziato di chiara fama, per un agguato tesogli non dai microfoni di Radio Radicale, ma dalle colonne dell’Espresso. Prove generali dell’aggressione al cardinal Becciu. Vittorio Feltri ha chiesto a Marco Damilano se conosceva i trascorsi di Massimiliano Coccia.
Un’altra domanda gli va posta: il direttore di Radio Radicale lo ha mai messo in guardia come altri a suo tempo, a cominciare da me, avevano messo in guardia lui? La vicenda Coccia è una pagina nera per il giornalismo italiano. Allo Spiegel, dove evidentemente hanno gli anticorpi deontologici, sono bastati due mesi per neutralizzare il loro mitomane, che alla fine ha dichiarato: “Sono malato, aiutatemi”.
Da noi, dopo due anni, nessuno si è ancora assunto le proprie responsabilità.

Enrico Rufi, Radio Radicale
23 novembre 2021

Di seguito riportiamo ampi stralci dal nostro articolo di un anno fa, il 21 novembre 2020 [In un sabato di tramontana con le cime imbiancate ad est dell’orizzonte della capitale… smascherato il killer giornalistico di Becciu]:

«In un sabato di tramontana con le cime imbiancate ad est dell’orizzonte della capitale, è arrivato sul nostro portatile il terzo articolo della serie “Becciu” del quotidiano Libero a firma di Vittorio Feltri, annunciato ieri alla fine del secondo articolo, dopo il primo del 19 novembre (li facciamo seguire ambedue). In opposizione al killeraggio giornalistico de L’Espresso contro il Cardinale Angelo Becciu, fa lo stesso effetto di una bomba al fosforo bianco [Cardinale Becciu querela L’Espresso per le accuse, tutte assolutamente prive di fondamento, denigratorie e diffamatorie. Giustiziato dal boia giornalistico – 19 novembre 2020]. Nell’articolo di oggi, il quotidiano Libero smaschera l’uomo protagonista di un’incredibile storia di sciacallaggio: il “caso Becciu” è stato inventato da un falsario. Perché, rivela Feltri, l’autore dello “scoop” dell’Espresso, Massimiliano Coccia è stato condannato per “falsità in atti pubblici”. (…)
Anche il quotidiano Libero tira una linea dritta, che entra fin dentro la Domus Sanctae Marthae senza passare da altri uffici. Il quotidiano Libero capisce che il pesce puzza dalla testa. Al quotidiano Libero manca solo un tassello per quadrare il cerchio. Manca quel “trait union” che collega la mente raffinatissima al suo braccio operativo. Manca l’identità della manovalanza di bassa lega, che si vende per molto meno di trenta denari, ma che accetta ben volentieri livelli retributivi e cittadinanza vaticana, compreso un bel pacco regalo in vista del Natale, per i servigi resi al regnante.
Le pedine in questo puzzle ancora da comporre, sono usate con la maestria delle menti raffinatissime. Il bottone del radiocomando sulla collina di Capaci, che uccise Falcone con la sua moglie e suoi uomini della scorta, non l’ha attivato Brusca, ma personale dei servizi deviati dello Stato italiano. Così possiamo serenamente dire, che la pistola fumante che è stata messa nelle mani di Coccia ha sì esploso il colpo fatale, ma mentre esplodeva il colpo, quella pistola non era nelle mani dello stesso Coccia. Nelle sue mani la pistola è stata posta nell’immediatezza del delitto. Coccia non è un pubblico ufficiale e il quotidiano Libero dovrebbe cercare meglio… A pensar male si fa peccato ma qualche volta ci s’azzecca!
L’attacco al Cardinale Angelo Becciu costituisce un’operazione indegna e chi lo sostiene offende l’intelligenza degli attenti lettori, ai quali Damilano si rivolge. Attendiamo che lo stesso risponda alle nostre domande, considerato che noi alle sue domande abbiamo risposto in modo esauriente.
Attendiamo sul punto anche le smentite dell’Espresso mai giunte. Smentite mai arrivate riguardo al fatto che l’Uomo che Veste di Bianco aveva tra le mani copia cartacea in esclusiva della rivista, mentre faceva rotolare la testa al Cardinale Becciu, il 24 settembre 2020 alle ore 18.00, quando la copia online della stessa rivista era stata inserita alle ore 10.12 dello stesso giorno. (…)
L’Uomo che Veste di Bianco sapeva della disposizione del 2 ottobre 2019 a firma di Giani, ma per cacciare Giani aveva bisogno di uno scandalo, perché la disposizione era solo ad uso interno.
L’Uomo che Veste di Bianco sapeva dei risultati delle indagini su presunti – e sottolineiamo presunti – reati di peculato che sarebbero stati commessi da Becciu, ma per cacciare Becciu su due piedi aveva bisogno di uno scandalo, perché la nota dei Promotori di Giustizia dello Stato della Città del Vaticano sulle indagini giudiziari in corso, è solo ad uso interno.
Stesso modus operandi. Stessa manovalanza di bassa lega, che passa le carte dietro un compenso “di servizio”. Stesso Uomo che Veste di Bianco».

«Non ha verificato nulla L’Espresso perché ciò che non esiste è inverificabile»
(Vittorio Feltri – Libero, 21 novembre 2020).

Chi è l’uomo che scrisse lo “scoop”
Un falsario che ha inventato il caso Becciu
di Vittorio Feltri
Libero, 21 novembre 2020

Il killer giornalistico, che L’Espresso e qualcuno in Vaticano hanno usato per freddare il cardinale Angelo Becciu, è ufficialmente un falsario, noto come tale alle forze dell’ordine. Massimiliano Coccia, 35 anni, brilla negli schedari della polizia quale condannato sulla base dell’articolo 476 del Codice penale. «Descrizione del reato: falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici. Nota: il Tribunale di Roma ha concesso la messa alla prova all’imputato in data 27.02.2019. Ha sottoscritto il verbale di messa alla prova. Lo stesso svolgerà lavori di pubblica utilità presso il PID di Roma».

Pubblico ufficiale, un giornalista? Mistero. Sapeva di questa macchia gigantesca il direttore dell’Espresso, Marco Damilano, quando ha deciso di servirsi di Coccia per fare strame di una persona perbene? Perché non ha invitato Coccia a sentire l’accusato? Perché gli ha addirittura affidato una pagina sul sito del settimanale per scrivere – 7 ore e 48 minuti prima che il Papa invitasse Becciu alle dimissioni – che quest’ultimo era stato dimissionato da Francesco?

Di certo non avevano il diritto di ignorare le attività di falsario del Coccia i pm vaticani. Qualcuno tra i solerti collaboratori del Papa ha chiesto il loro avallo prima di depositare sulla scrivania del Santo Padre, quasi fosse oro colato, l’articolo firmato da Coccia? È presumibile. Chi ha rovesciato la cascata di accuse intitolate «Soldi dei poveri al fratello e offshore» non era una sorgente d’acqua pura, ma di un pozzo inquinato. Si mosse anche un porporato importante, addirittura il ministro della Giustizia del Vaticano, che da quelle parti si chiama Prefetto della Segnatura Apostolica, il cardinale Dominique Mamberti, per segnalare a Bergoglio che circolava un falsario in Vaticano, e usava addirittura fingersi prete e segretario del Papa. Quest’ultimo, saputo dello sciacallaggio nei confronti di un padre e di una madre che avevano perduto la figlia adolescente, si mostrò addolorato e invitò le vittime dell’infamia a una sua messa privata. Chi era lo «sciacallo»? Lui, Coccia. Piazza pulita? Niente da fare. Neanche il cardinale poté far nulla. La denuncia presentata nel febbraio del 2019 presso il Tribunale vaticano è rimasta lettera morta. I promotori di giustizia (pm) Gian Piero Milano e Alessandro Diddi non diedero corso ad alcuna inchiesta, nonostante la «notitia criminis» fosse stata riferita all’orecchio del Papa.

E così costui, Coccia, si è ripresentato in questi ultimi mesi nei Sacri Palazzi con la sua bomba, ma nessuno lo ha fermato. Di sicuro, invece di lavorare alla onlus Pid (Pronto intervento disagio), cooperativa sociale che ha «l’obiettivo di dare risposte ai problemi di quanti vivono situazioni di detenzione», ha impiegato le sue energie per diffamare e distruggere l’immagine e la vita stessa di uno degli uomini più eminenti della Chiesa cattolica.

Il primo colpo decisivo Coccia lo ha assestato il 24 settembre. L’«inchiesta» è stata seguita da altri quattro articoli, in altrettanti numeri del settimanale fondato da Arrigo Benedetti e sul quale ancora firma Eugenio Scalfari, dando così autorevolezza alla testata in nome della sua ostentata frequentazione dell’appartamento papale di Casa Santa Marta.

LA TRAGEDIA

Ho sentito ieri Enrico Rufi, giornalista di Radio Radicale, emittente benemerita in cui Coccia si è specializzato in interviste per così dire «di sinistra», diventando il pupillo di Roberto Saviano. Ho tra le mani il suo esposto presentato alla Procura di Roma il 7 febbraio 2019. Identica denuncia inoltrò in quei giorni in Vaticano. La premessa è questa, tragica. Rufi perse la figlia il 1° agosto 2016. Aveva 16 anni. Rufi è ancora commosso, e insieme dilaniato. Una delegazione di Radio Radicale aveva già chiesto di essere ricevuta dal Papa, in nome della comune battaglia per i diritti dei carcerati. C’erano buone possibilità di essere accettati. Come intermediario si propose Coccia. Rufi non avrebbe dovuto far parte della piccola comitiva. Ma stavolta per lui era importante. Voleva ricordare al Pontefice che le ultime immagini che la ragazza aveva negli occhi e nel cuore erano quelle di Francesco. Desiderava esser lì con Rita Bernardini e gli altri «al fine di donare al Papa il libro che ho scritto sulla vita di mia figlia Susanna («L’ Alleluja di Susanna»), che, come tristemente noto, perse la vita al ritorno dal viaggio in Polonia in occasione della Giornata mondiale della gioventù, nell’estate del 2016, per una meningite fulminante».

Coccia gli si propose, vantando robusti agganci, per consentire addirittura un’udienza privata a Enrico e alla moglie. Iniziò un’incredibile finzione. Appuntamenti fissati e poi disdetti. Chi scriveva a Rufi era un sedicente sacerdote della Casa pontificia, don Andrea Andreani, che inviava mail dall’indirizzo donandreaniandrea@gmail.com. Una burla? «Uno sciacallaggio».

Che venne alla luce quando, sospettando la truffa di Coccia, lo stesso Rufi interrogò la Casa pontificia. Gli rispose Stefano De Santis dalla Gendarmeria vaticana, citando padre Leonardo Sapienza, ancor oggi strettissimo e fidato collaboratore di Francesco. Le righe che seguono spinsero Rufi a presentare immediatamente alla Procura di Roma una denuncia contro Coccia: «Le rispondo su incarico di Mons. Leonardo Sapienza, R.C.I. Reggente della Prefettura della Casa Pontificia. All’uopo sono a comunicarle che non risulta alcun sacerdote rispondente al nome di Andrea Andreani dipendente della Santa Sede ovvero dello Stato della Città del Vaticano. Stefano De Santis».

LA LETTERA

Non accade nulla. Passano i mesi. Finché Rufi vede in televisione un vecchio amico, conosciuto anni prima mentre preparava il dottorato a Parigi. Ha fatto carriera: è Dominique Mamberti, è cardinale, ministro della Giustizia vaticana. Rufi gli scrive una mail il 2 ottobre del 2019:

«Carissimo cardinal Mamberti, L’ho riconosciuta con piacere l’altro giorno in televisione alla Messa per Jacques Chirac a Saint-Sulpice (…) Solo in questi giorni ho scoperto che all’origine del dramma della figlia di Chirac, Laurence, c’era stata una meningite quando lei aveva quindici anni. Quante volte, per consolarci (!), abbiamo cercato, mia moglie Margherita ed io, di convincerci che Susanna “salvata” avrebbe potuto non essere più lei, che la morte può averle risparmiato una vita che le conseguenze spaventose della meningite avrebbero potuto rendere terribile. A tre anni di distanza da quel 1° agosto 2016, recuperare un po’ di pace è però difficilissimo, tanto più che in questo periodo troppo dolore si è aggiunto al dolore. In particolare, la vicenda del millantatore-sciacallo (Coccia, ndr), di cui Claudio ed io l’abbiamo messa al corrente. Tuttavia, non oserei probabilmente richiamare nuovamente la Sua attenzione su questa vicenda se si trattasse di una faccenda meramente privata. Nessun risentimento personale nei confronti miei o della mia famiglia ha spinto all’azione il personaggio in questione, ma solo la spregiudicatezza di chi ha obiettivi personali – in termini di carriera – da perseguire ad ogni costo, senza guardare in faccia nessuno, come si suol dire. Infatti la lista delle sue vittime è lunga e varia, e molte, come Le dicevo, sono all’interno della Chiesa, a tutti i livelli. Credo che l’esposto che io ho fatto al Tribunale vaticano possa essere un’occasione preziosa per cercare di disinnescare questa mina vagante, non solo per evitare che il mitomane faccia nuovi danni e nuove vittime, ma anche per aiutarlo, lui che ha appena trentaquattro anni, a difendersi da se stesso. Mi può confortare, Cardinale, in questo mio convincimento? Posso confidare, secondo Lei, che una denuncia del genere non rischi di essere archiviata? Enrico, con Leila e Margherita».

LA RISPOSTA

Il cardinale Mamberti, ministro della Giustizia, risponde il 4 novembre:

«Caro dott. Rufi, chiedo scusa se non ho risposto subito al Suo messaggio del 2 ottobre. Per quanto riguarda la Sua denuncia presso il Tribunale Vaticano, non ho novità, ma sia sicuro che non l’ho dimenticata. Sono stato ricevuto in udienza da Papa Francesco lunedì scorso e gli ho parlato della vicenda. Egli volentieri vi saluterebbe (Lei e i Suoi) o al termine della Messa quotidiana a Santa Marta, oppure in un altro momento, secondo le disponibilità. Mi dica quale sarebbe la vostra preferenza e mi metterò in contatto con gli uffici interessati per fissare la data. Con un cordiale abbraccio, Dominique Card. Mamberti».

Mamberti deve averla dimenticata. O forse il capo della Giustizia Vaticana non è riuscito a farsi obbedire dai suoi procuratori Milano e Diddi, che hanno ritenuto una contraffazione ai danni del Papa e di due genitori straziati – quella di Coccia – qualcosa cui soprassedere.

IMMONDIZIA

Ed ecco Rufi ritrova il nome del falsario Massimiliano Coccia legato ad accuse gravissime e fatte passare per vere agli occhi del Papa. Mi dice: «Com’è stato possibile che negli uffici di Francesco nessuno abbia fatto due più due e bruciato questa immondizia proveniente da un simile personaggio?».

Alla fine scrive all’amico cardinale il 3 ottobre scorso:

«Bentrovato, cardinal Mamberti. Spero non Le sia sfuggito che il Massimiliano Coccia dell’articolo sull’Espresso contro il cardinal Becciu è lo stesso Massimiliano Coccia – il mitomane-sciacallo – della denuncia che giace da febbraio dell’anno scorso nel Tribunale vaticano. Mi permetto di richiamare la Sua attenzione perché credo che si tratti di un’informazione preziosa per papa Francesco. Alla vigilia della festa di San Francesco Le mando i miei più affettuosi saluti. Enrico».

Nel frattempo la morsa si stringe sulla direzione dell’Espresso che si serve di un simile personaggio. Ieri è stato depositato al Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e all’Ordine del Lazio un esposto a firma dell’avvocato Natale Callipari, legale di Becciu. Non sono cose che mi entusiasmano, sia chiaro. Ma nell’atto si rileva che Coccia, il quale potrebbe persino essere non iscritto all’Albo dei giornalisti, ha potuto diffondere falsità clamorose senza che l’«autorevole» settimanale abbia sentito il dovere di interpellare il bersaglio della campagna diffamatoria, cioè Becciu. Nello specifico Coccia nel numero dello scorso 1° novembre ha scritto del cardinale: «…dal 28 ottobre formalmente indagato dalle autorità vaticane…», violando un articolo deontologico preciso che impone la «verifica, prima di pubblicare la notizia di un avviso di garanzia che ne sia a conoscenza l’interessato» e «se non fosse possibile (il giornalista) ne informa il pubblico». Non ha verificato nulla L’Espresso perché ciò che non esiste è inverificabile.

A questo punto ci domandiamo. A che titolo e da che pulpito un giornale si permette di fare la morale a un cardinale e a Libero dopo che ha mandato un killer mediatico specializzato in falsità a far fuori un uomo di Chiesa che non ha avuto alcuna possibilità di difendersi?

A questa domanda (retorica) ne aggiungiamo un’altra: di quali protezioni ha goduto e gode ancora in Vaticano, questo incredibile personaggio, Coccia, cappellano dell’Espresso? Con l’assistenza o quanto meno con l’inerzia di chi, negli apparati della Santa Sede, il finto prete don Andrea Andreani ha potuto violare la sicurezza del Papa.

In questo articolo di Vittorio Feltri su Libero Quotidiano del 21 novembre 2020 spunta per la prima volta nel caso Becciu il nome di Stefano De Santis, del Corpo della Gendarmeria Vaticana, mentre risponde a Enrico Rufi per conto di Mons. Leonardo Sapienza, R.C.I., Reggente della Prefettura della Casa Pontificia. Stefano De Santis (promosso Commissario all’8° livello retributivo nel 2020), ha condotto – come si comprende dagli atti depositati dall’Ufficio del Promotore di Giustizia vaticano – gli interrogatori insieme al Promotore di Giustizia aggiunto, Professore Avvocato Alessandro Diddi. Quindi, è anche lui – avendo tutte le registrazioni audio e audio-video in mano – che ha firmato la lettera al Comandante Gauzzi del 1° novembre 2021, rilevando in un allegato gli omissis effettuate. Questo ci ricorda, che Stefano De Santis è anche il nome che corrisponde alla sigla nel Protocollo N. 47.277/sds della notoria “Informazione di servizio” del 2 ottobre 2019 a firma del Comandante Giani, che fu pubblicata da L’Espresso. Così fu reso noto che cinque funzionari della Santa Sede erano stati “sospesi cautelativamente dal servizio” dal 2 ottobre 2019 “fino a nuova disposizione”, poi licenziato da Papa Francesco irritualmente per mezzo stampa, mai comunicato ufficialmente dalla comunicazione istituzionale della Santa Sede. La pubblicazione su L’Espresso di questo “Informazione di servizio” – che doveva rimanere riservata al solo personale della Gendarmeria e della Guardia Svizzera Pontificia, addetti ai controlli frontalieri SCV – fu usato come manganello per la cacciata del firmatario da parte del Papa regnante.

A margine di queste faccende, ci fu osservato, che nella Gendarmeria dal 2020 inspiegabilmente – e ci fu indicato come un fatto senza precedenti – i Commissari sono ipso facto divenuti cittadini vaticani, dove, storicamente, nel Corpo della Gendarmeria SCV, i cittadini vaticani erano solo il Comandante e il Vicecomandante. La stranezza di questo fatto – ci viene detto – sta nella costatazione che la Gendarmeria fa parte di una delle sette Direzioni del Governatorato (la Direzione dei Servizi di Sicurezza e Protezione Civile, di cui il Direttore è il Comandante del Corpo della Gendarmeria SCV) dove sono presenti funzionari che sono all’8° livello contributivo e anche più in alto, ma che non sono cittadini vaticani. Due pesi e due misure? Perché? Non abbiamo conferma ufficiale di quanto ci fu detto e quindi sarebbe opportuno che la comunicazione istituzionale della Santa Sede spiegasse l’organigramma del Corpo della Gendarmeria SCV e quali funzionari godono della cittadinanza vaticana. Una questione certamente non di poco conto.

Libero Quotidiano, 22 novembre 2020.

Vaticano, spunta un monsignore fantasma che promette udienze papali: depositata una denuncia
di Franca Giansoldati
Il Messaggero, 21 novembre 2021

Giallo sul monsignore fantasma che ha millantato agganci papali prospettando udienze con Francesco ma che in curia non figura da nessuna parte. La denuncia su un sedicente dipendente della Prefettura della Casa Pontificia è stata depositata nella cancelleria del Tribunale vaticano il 26 aprile scorso e riguarda un misterioso sacerdote che manda email a destra e a manca, e sembra effettivamente disporre dell’agenda papale, promettendo incontri con Papa Bergoglio a Santa Marta.

Chi ha scoperchiato questo caso bizzarro costituendosi parte civile e chiedendo i danni morali e materiali arrecati dai comportamenti di don Andrea Andreani – questo il nome del sedicente religioso – per avere millantato «vicinanza al Santo Padre attribuendogli fatti, parole, stati d’animo e a causa di ciò arrecando turbamento e pregiudizio» è Enrico Rufi, giornalista di Radio Radicale e padre della ragazzina – Susanna – morta improvvisamente durante la Giornata Mondiale della Gioventù, in Polonia, cinque anni fa, per un attacco di meningite fulminante.

Sulla vicenda sconcertante di questo sacerdote misterioso il tribunale vaticano non ha ancora preso alcuna decisione in merito, né ha mai avvisato il richiedente (come ha chiesto espressamente) di una eventuale archiviazione da parte del Promotore di Giustizia.

Il misterioso sacerdote spunta come un fungo nel 2018 sul cammino della famiglia Rufi, fortemente provata dal dolore, quando un collaboratore di Radio Radicale, Massimiliano Coccia, «si attivava per cercare di ottenere una udienza privata in Vaticano tra il Papa e una delegazione dei Radicali per parlare della riforma dell’ordinamento penitenziario, tema assai caro al pontefice».

Al direttore di Radio Radicale il primo maggio arrivava una prima mail nella quale venivano riportate le dettagliate indicazioni della Prefettura della Casa Pontificia per l’udienza che si sarebbe tenuta il 15 maggio 2018, alle 10,45. Seguiva la firma di don Andrea Andreani. Poco dopo il misterioso monsignore si rifaceva vivo per spostare l’appuntamento al 13 agosto, sempre a Santa Marta. Il primo agosto don Andreani in una altra mail avvisava che dalla delegazione dei radicali dovevano essere spuntati due nomi perché la Segreteria di Stato, «nella persona del cardinale Parolin», aveva fatto presente che erano profili non graditi. Una successiva mail faceva slittare ancora l’appuntamento con il Papa e rimandandolo al 23 agosto, per impegni papali. In questa email il monsignore fantasma tirava in ballo la famiglia Rufi con il suo lutto, affermando che il pontefice stava leggendo un libro sulla vita di Susanna e che rincuorava i genitori per la grave perdita subita, consapevole dello strazio personale. Don Andreani mandava una successiva mail per posporre di nuovo l’udienza, rimandandola alle calende greche.

La famiglia Rufi a questo punto, volendo capire perché qualcuno stava strumentalizzando il proprio dolore, ha iniziato a fare indagini chiedendo in Vaticano conto di questo Andrea Andreani. Voleva capire soprattutto il motivo di questa strumentalizzazione e di come questo monsignore faceva a conoscere la storia di Susanna. Il padre, giornalista, ha così contattato diversi organi vaticani per capire se il fantomatico don Andrea Andreani esisteva o meno ma da un controllo effettuato anche dalla gendarmeria appurava che quel nome era sconosciuto.

«Ho interpellato numerose autorità vaticane ma le persone da me sentite hanno sempre escluso che un sacerdote possa portare avanti una corrispondenza ufficiale con l’esterno per fissare un appuntamento con il Papa» si legge nella denuncia.

La famiglia Rufi a questo punto decide di rivolgersi alla magistratura vaticana per chiedere l’identificazione di don Andrea Andreani «sedicente dipendente della Prefettura della Casa Pontificia e nel caso non vi fosse alcun riscontro della sua esistenza e che pertanto risultasse opera di fantasia che venga identificato e punito chi abbia inventato questo personaggio millantando vicinanza al Santo padre attribuendogli fatti parole stati d’animo e a causa di ciò arrecandomi turbamento e pregiudizio».

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7 commenti

  • Slave of JMJ ha detto:

    Regarding: Father Joe Moreno
    Dear Fellow Catholics,

    Praise be to Jesus, Mary, St. Joseph, and St. Theresa! We have a saint who is more than willing to help us, and holy Mother Church, to defeat communism in the church and to protect little children from (eek!) pedophile priests, creepy lay people, and more.  Why are we not invoking and spreading the cause of Father Joe Moreno more faithfully? It is because of our lack of confidence and Faith.  The faith states that any man who dies a martyr has immediate entrance into Heaven.  We believe in the communion of saints.

    It’s a shame that our own cowardliness, lack of confidence in Christ, and our vain pursuits of power, control, and money get in the way of this cause.  Let’s forgive ourselves and move forward with this most noble cause.

    1. Can the COCP please do a summary on the life of Father Joe Moreno, invoking the Blessed Mother?

    2. Can SMWA please interview survivor/martyr of the cause and of patience, Susan Moreno, and see if she can provide details on his life, pictures, relics, and the end of his life cover-up scam?

    3. Can anyone, please help type up a biography, however large or small, on the life of Father Moreno, and spread it around with pictures and how to buy or obtain relics.

    4. Let’s invoke Father Joe Moreno for the protection of children, for the end of abortion, for forgiveness of injuries, and for the complete atonement and forgiveness of his murderers (I personally think there were three or more involved in it by plots, etc coming from within (eek!) the Catholic Church, the “deep church”‘ way up in the hierarchy, out of jealousy).

    5. Father Joe Moreno may be a powerful saint to invoke for the protection of the FAITH of holy mother Church in these end times.  Let’s not let our own depressions, material woes, and selfishness get in the way of this powerful intermediary and solution for God and from God. There’s a REASON the devil wants to cover it up! He is a powerful saint in heaven in these end times!

    Please spread this message, devotion, and encourage others to do so.  Just as the saints took St. Philomena’s items, and carefully and honorably gave her the honor due, let’s do the same with Father Joe Moreno and give him the true burial and never-ending veneration he deserves. Just as Father John Bosco wrote about Saint Dominic Savio, let’s find a saint who is willing to type up a celebration of Father Joe Moreno’s life.  Let’s not get bogged down and discouraged. Let’s Rejoice in God’s greatness and wonder!

    Amen! Praise the Lord.

    Humbly,
    a lowly servant of God.

  • MARIA MICHELA PETTI ha detto:

    “Adelante, Pedro, si puedes.”
    Adelante, adelante, Pedro! Certo che sì: puetes
    E…nella babele di voci e suoni si è perso il “con juicio”. Poco male: tanto non si sarebbe capito di che “juicio” si sarebbe trattato.
    Lo confesso: ho rinunciato a volerci capire qualcosa, in questo ginepraio. Tuttavia: per non finire come Arianna, mi tengo stretto il filo dei miei pensieri e, pur nel chiuso di un labirinto dalle mille e più (nemmeno lontanamente immaginabili fino a poco tempo fa) uscite di sicurezza per menti vulcaniche, cerco di riflettere non per astrazione, caparbiamente frugando nell’illogicità manifesta. Con il ronzio di sottofondo di una “zanzara” a fare il controcanto al coro stonato.
    È vero o non è vero? che:
    1) La LEGGE N. CCCLI “SULL’ORDINAMENTO GIUDIZIARIO DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO”, firmata da Francesco il 13 marzo 2020 ed entrata in vigore un mese dopo la sua pubblicazione «dapprima nel quotidiano L’Osservatore Romano, quindi nel Supplemento degli Acta Apostolicae Sedis» – Legge che ha abolito tutte le precedenti disposizioni in materia – ribadisce (ANCORA) al Titolo I che: «Il potere giudiziario nello Stato della Città del Vaticano è esercitato, a nome del Sommo Pontefice». (Art. 1) e che «I magistrati dipendono gerarchicamente dal Sommo Pontefice». (Art. 2, 1).
    2) Nello Stato Città del Vaticano vige un regime di “monarchia assoluta”. Sovrano è il Sommo Pontefice, che ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.
    E: pertanto, come più e più volte è stato puntualizzato – anche su SC, in articoli e commenti su vicende controverse – la parola (anche non “ex cathedra”) e le decisioni del papa sono insindacabili.
    Trascurando (facendo finta di ignorare) il fatto che l’“assolutismo monarchico”, nell’interpretazione bergogliana, ha raggiunto il massimo livello del suo carattere. Addirittura: condanne sulla parola – orale, nemmeno scritta – emesse al chiuso del parlatorio di Santa Marta, con strascichi micidiali nel “tribunale massmediatico”, con accuse non provate e nemmeno portate a conoscenza dell’opinione pubblica nella loro esatta esposizione al “condannato” senza diritto di difesa, devono essere “subite” – si vorrebbe – senza fiatare, pena l’ulteriore capo di imputazione di “lesa maestà”.
    Ergo… fiumi di parole sono finiti – finiscono, giorno dopo giorno, e presumibilmente continueranno a finire – nella massa d’acqua oceanica e nessuno le ripescherà più…
    Il Vaticano non è uno Stato di diritto. E la parola “diritti” resta vuota. Buona solo a dare l’impressione di rispettare un codice convenzionale e un senso di credibilità (sempre meno riconosciuta; data la realtà dei fatti) al richiamo morale, per l’autorità del ruolo ricoperto, rivolto erga omnes.
    La “zanzara”, che non è smemorata e che mi aiuta con il suo “ronzio” nella stressante ma non debilitante ricerca di una spiegazione ad una illogicità di tale portata, mi soccorre nell’allenamento della memoria.
    Qualcuno – l’Unico infallibile, in Cui credo – ci ha messo sull’avviso: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito». (Mt 23, 2-4)
    E, con la speranza per gli “smarriti di cuore” alimentata da Isaia (35,4): «Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi», la “zanzara” mi ricorda – nell’alternanza di domande inevase e di “pillole” per la cura dello spirito – una frase tratta dal discorso dell’allora card. Ratzinger in occasione del conferimento della Laurea honoris causa della Facoltà di giurisprudenza della LUMSA (10.11.1999).
    «La denigrazione del diritto non è mai ed in nessun modo al servizio della libertà, ma è sempre uno strumento della dittatura. La eliminazione del diritto è disprezzo dell’uomo; ove non vi diritto, non vi è libertà».
    P.S. Capisco che quanto da me scritto non susciti interesse, non è questo che cerco, e che probabilmente risulterà fastidioso per qualcuno (o per i più), ma: dal momento che il dott. Tosatti mi offre l’opportunità di dire la mia non me la lascio sfuggire, ringraziandolo di cuore.

  • Marco Matteucci ha detto:

    Stralcio dall’articolo di “Settimo Cielo” a firma di Sandro Magister

    “Il processo sul malaffare vaticano ha un convitato di pietra: il cardinale Pell”
    “Era la fine del 2018, e Francesco si fece anche fotografare assieme a Torzi, amabilmente ricevuto a Santa Marta nel giorno di Santo Stefano. Rispondendo in seguito all’Associated Press, il tribunale vaticano confermò che il papa era entrato nella stanza in cui si conducevano le trattative invitando tutti a trovare una soluzione. Giuseppe Milanese, uno dei presenti, dichiarò a “Report”, sulla tv di Stato italiana, che Francesco aveva anche esortato a dare a Torzi “il giusto salario”. L’intervento del papa è stato inoltre confermato da Edgar Peña Paura (refuso o lapsus froidiano? ndr), successore di Becciu come sostituto segretario di Stato, in un suo memorandum d’una ventina di pagine sull’intera vicenda, con vari documenti allegati.”

    Peña Paura – Paura della Pena?… potrebbe anche essere, come no!

  • Milli ha detto:

    Storia incredibile, soprattutto mi domando come facesse Coccia a sapere alcune informazioni e a pubblicarle prima che accadessero. Evidentemente qualcuno molto vicino a Bergoglio lo informava (con il suo consenso oppure no) e lo protegge tuttora.
    Altra domanda: che ci guadagnava il Coccia a fingersi prete e a turlupinare il sig. Ruffi? Soldi o cos’altro?

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