“Quid Est Homo, Quod Memor Es Eius?”. Meditazione di Gian Pietro Caliari.

11 Luglio 2021 Pubblicato da 3 Commenti

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Gian Pietro Caliari ci offre questa bellissima meditazione legata a un ritiro spirituale che si apre oggi. Buona lettura e meditazione.

§§§

 

 

RITIRO IN PREPARAZIONE DELL’ESPERIENZA ESTIVA A MADEIRA VENERDÌ 9 LUGLIO 2021

GENESI 1, 26-31; GENESI 2, 7, 18-25; SALMO 8

“QUID EST HOMO, QUOD MEMOR ES EIUS?”

RIFLESSIONE DI GIAN PIETRO CALIARI

Care Mamme e Cari Papà,
Carissimi amici, socii et comites,
“Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi?”.

Così abbiamo pregato nella prima parte del versetto 5 del salmo 8.

E così, oggi anche noi. ci chiediamo con l’autore di questo testo sacro: che cosa è mai l’uomo?

Màh Enosh( מָה אֱנוֹשׁ כִּי תִזְכְּרֶנּוּ וּבֶן אָדָם כִּי תִפְקְדֶנּוּ KiTizkerennu, uven Adam Ki Tifqedennu):

Che cosa è mai questo Adam, che nel racconto biblico di Genesi 1 troviamo come ben piccola creatura?

L’uomo sì appare, infatti, ben infima creatura nell’immenso progetto cosmico di Dio.

Un Creatore la cui onnipotente parola – וַיְדַבֵּר אֱלֹהִים vayedber ‘Elohiym, “disse Dio”- da sola basta per creare ogni cosa visibile e invisibile.

Una parola, per creare i cieli e la terra.

Una parola, per separare la luce dalle tenebre.

Una parola, perché sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque

Una parola, per creare il firmamento e separare le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che sono sopra il firmamento.

Una parola, per radunare le acque e far emergere l’asciutto.

Una parola, perché la terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie.

Una parola, per creare astri, per distinguere il giorno dalla notte, che servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra.

Una parola, perché le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo.

Una parola, affinché la terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie.

וַיְדַבֵּר אֱלֹהִים ;Una parola, infine, e ancora solo una parola vayedber ‘Elohiym, “disse Dio”: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra.

Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Genesi 1, 26-27).

Tutto ciò che è impossibile alla nostra impacciata parola di bambini e lattanti di fronte all’immensità del cosmo è stato, invece, possibile a Colui che “manda sulla terra la sua parola, e il suo messaggio corre veloce; fa scendere la neve come lana, e come polvere sparge la brina; che getta come briciole la grandine, di fronte al suo gelo chi resiste? Manda una sua parola ed ecco si scioglie, fa soffiare il vento e scorrono le acque” (Salmo 147, 4-7).

Dinnanzi a questa onnipotente immensità,, la domanda che cosa è mai l’uomo sorge da uno stato di meraviglia:

,Ki Tizkerennu ;כִּי-תִזְכְּרֶנּוּ
perché tu o Dio ti ricordi di lui, o traducendo più letteralmente,

perché l’uomo sia nel tuo pensiero?

Be-reshit bara’ Elohyim): in principio creò( בראשית ברא אלהים Dio (Genesi 1, 1), come abbiamo a lungo commentato, nei nostri incontri sui primi capitoli del Genesi.

adām אדמה bara’ Elohyim, così creò Dio e creò ברא אלהים l’uomo!

E, oggi ci chiediamo col salmista, che cosa è mai questo adām, che in realtà, come capiamo, invece, dalla lettura di אדמה Genesi 2 altro non è che una creatura plasmata “con polvere”, con adāmā del suolo”?

E voi ben sapete che אדמה adām in ebraico significa proprio “fatto di terra”, o diremmo oggi, “terrestre”, così come il sostantivo latino homo deriva da humus, vale a dire terriccio.

Che cosa è mai l’uomo?

Tutta la drammaticità di questa semplice domanda è data, nel מה testo originale ebraico, dal pronome interrogativo-esclamativo (māh), che in questo quinto versetto del salmo 8 possiamo appunto tradurre con: che cosa mai?

Un מה (māh) che esprime tutto lo stupore e tutta la meraviglia dell’uomo di fronte al fatto e all’evidenza del suo essere, del suo esser-ci e del suo esistere!

Un מה (māh) che, nel contempo, contiene un sussulto di sbalordimento e sorpresa: l’immensa piccolezza, fragilità, finitudine dell’uomo è costantemente nel pensiero dell’onnipotenza, dell’onniscienza e dell’immensità di Dio stesso.

I salmi, come sappiamo, sono componimenti poetici di preghiera, di supplica, di lode e – come nel caso del salmo 8 – veri e propri inni, che sono stati composti in Giudea e in ambito ebraico e, poi, raccolti verso la fine del terzo secolo avanti Cristo.

È, tuttavia, interessante notare che nello stesso periodo, ma in tutt’altro ambito, quello dell’ellenismo pagano, altri cominciarono a interessarsi all’essere dell’uomo, alla sua origine e al senso della sua esistenza: in altre parole a fare filosofia.

Lo fa magistralmente Aristotele che, proprio all’inizio del suo Matafisiché, scrive: “διὰ γὰρ τὸ θαυμάζειν οἱ ἄνθρωποι καὶ νῦν καὶ τὸ πρῶτον ἤρξαντο φιλοσοφεῖν, infatti, a “causa della meraviglia – scrive Aristotele – gli uomini, sia ora sia in principio, hanno iniziato a fare filosofia” (Metafisica, I, 2, 982b).

Sì, proprio la meraviglia spinge l’uomo a porsi le domande più radicali ed essenziali: מה (māh), che cosa mai?

La meraviglia di Aristotele era certamente intellettuale; quella dell’autore del salmo 8 nasce, al contrario, da una concreta esperienza:

“Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato: che cosa è mai l’uomo” (Salmo 8, 4-5).

Il solo riferimento agli astri notturni – la luna e le stelle – ci permette di immaginarci la stessa esperienza dell’autore di questo straordinario inno di lode.

Dopo una giornata di duro lavoro nell’arsura dell’estate, egli si ritrova nella sua solitudine notturna, cerca un poco di ristoro nella frescura delle rive del fiume Giordano o del Lago di Tiberiade e, qui, alza il suo sguardo al cielo per contemplare la volta celeste.

Fissando la magnificenza del chiarore lunare e stellare, osservando l’immensità della volta celeste, egli intuisce l’immensità יי אֲ-דֹנֵינוּ מָה :)māh( מה dell’Universo, e fa risuonare il suo secondo A-donai A-donenu( אַדִּיר שִׁמְָ בְּכָל הָאָרֶץ אֲשֶׁר תְּנָה הוֹדְָ עַל הַשָּׁמָיִם Màh Addir Shimkhà Bekhol HaAretz Asher Tennàh Hodekha ‘al Hasshamaim):

“O Signore, o Signore nostro, ma quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!” (vv. 2 e 10).

La chiarezza e l’evidenza stessa dell’immensità onnipotente del “nome di Dio”, vale a dire del suo Essere, è così chiara ed evidente nell’opera del suo creato che persino un bambino – con i suoi poco argomentati discorsi – e un lattante – che per definizione non sa neppure parlare – può facilmente mettere a tacere coloro che si ostinano a negare l’evidenza di Dio o coloro che si ribellano furiosi davanti all’Essere di Dio e al Suo Esser-ci per l’uomo.

“Con la bocca di bambini e di lattanti: hai posto una difesa contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli” (Salmo .)3 ,8

L’affermazione della grandezza di Dio e la questione del cosa sia l’uomo sono congiunte nel testo sacro da questo מה (māh) – che cosa mai? – che esprime al tempo stesso stupore e meraviglia e insieme interroga il vivente sull’essenza stessa del suo vivere.

Che risposta ci saremmo dovuti attendere da un buon credente ebreo del tempo del Regno di Giuda, nel terzo secolo avanti Cristo?

Che responso sarebbe stato per noi plausibile da parte di un uomo privo anche delle più basiche comodità o delle più elementari conoscenze di cui godiamo noi evoluti e progrediti moderni e, persino, post-moderni, a quel sostanziale quesito che il salmo pone:

Che cosa è mai l’uomo?

Che cosa avrai mai potuto rispondere a questa inquietante domanda un uomo di tanto tempo fa, schiacciato dalla mancanza di ogni sicurezza personale e sociale, privo di ogni apparente libertà di pensiero di cui godiamo noi, così evoluti, dopo secoli di illuminismo, di razionalismo, di positivismo, d’idealismo e liberalismo, di personalismo, di esistenzialismo e, persino, di nichilismo?

Apparentemente, quell’uomo – a differenza di noi “spiriti liberi” – avrebbe dovuto rispondere: l’uomo è niente di fronte all’immensità del Creato e dell’Universo!

L’uomo è nulla di fronte al mistero di Dio!
La sua risposta, invece, ancor oggi ci sorprende!

Vatechasserehu וַתְּחַסְּרֵהוּ מְּעַט מֵאֱ’לֹהִים וְכָבוֹד וְהָדָר תְּעַטְּרֵהוּ Me’at MeE-lohim: Vekhavod VeHadar Te’atterehu: “Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato” (Salmo 8, 6).

Sì, l’avete sentito bene nel testo ebraico: l’uomo è stato fatto Me’at MeE-lohim, poco meno di Dio stesso, ed Elohim è il nome stesso con cui Dio si rivela a Mosè nell’incontro sul monte Oreb quando il Patriarca d’Israele è attirato da un roveto ardente, si avvicina e sente risuonare queste parole:

“Io sono – Elohim – il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe” (Esodo 3, 6).

Sì, solo riconoscendo la grandezza del nome di Dio su tutta la terra, l’uomo può scoprire la sua stessa dignità Me’at MeE-lohim “fatto poco meno di Dio stesso”!

Sì, solo celebrando “la magnificenza di Dio che si staglia sopra i cieli”, l’uomo può comprendere la sua regale missione e il suo sicuro avvenire: “coronato di gloria e di onore”!

Sì, solo alzando gli occhi verso il cielo, l’uomo scopre il senso vero, pieno ed eterno della sua missione sulla terra!

Sì, solo percependo che l’uomo è costantemente nel pensiero di Dio, l’uomo può elevarsi dall’ adāmā da cui proviene per “innalzare sopra i cieli la magnificenza” del suo Creatore, che solo all’uomo ha dato il privilegio di entrare nel settimo giorno, il giorno del suo riposo, sacro a Dio e all’uomo.

Sì, ancora, solo volgendo lo sguardo verso il cielo e verso Dio, l’uomo può comprendere come condursi sulla terra e come comportarsi verso i suoi simili e come rapportarsi all’intera creazione!

Sì, infine, solo riconoscendo che Dio è, l’uomo si salva da quell’abisso che sempre nel corso della Storia l’uomo è capace di spalancare sotto i piedi dell’Umanità!

Nell’aprile del 2005, l’allora cardinale Joseph Ratzinger così osservava:

“Il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo allora capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse.

Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici che non credono. Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno” (L’Europa nelle crisi delle culture, Subiaco, Monastero di Santa Scolastica, 1 aprile 2005).

Chiediamoci ancora sull’esempio del salmista: che cosa è mai l’uomo?

Nel racconto di Genesi 1, come abbiamo già notato, più che la scansione temporale dei sette giorni – “e fu sera e fu mattina” – e il ripetersi per dieci volte dell’espressione: וַיְדַבֵּר אֱלֹהִים vayedber ‘Elohiym, “disse Dio” .

Per l’autore sacro di Genesi, il solo dire di Dio è in grado di realizzare la colossale e immensa realtà del creato “con la stessa facilità di un ricamo o di un arazzo, con il tocco di un arpista che con rapidità muove le sue dita sulle corde di un’arpa” (Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 29 giugno 2002).

Anche per creare l’uomo, al Creatore di tutte le cose basta un dire: וַיְדַבֵּר אֱלֹהִים vayedber ‘Elohiym, “disse Dio”: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza […] Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Genesi 1, 26-27).

Il ripetersi per dieci volte dell’espressione “disse Dio” rimanda espressamente alle dieci parole, i Dieci Comandamenti – δεκάλογος il Decalogo: le dieci parole, appunto – che Dio comunica a Mosè sul monte Sinai, a tre mesi dalla liberazione del suo popolo dalla schiavitù d’Egitto, e che sanciscono l’alleanza fra Dio e il Popolo Eletto.

“Ora – dice Dio al suo popolo – se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Esodo 19, 5-6).

Così come le dieci parole di Dio sul Sinai sanciscono un’alleanza, il δεκάλογος τῆς γένεσεως, il decalogo di genesi, le dieci parole della creazione, del cosmo, di tutte le cose, degli esseri viventi e, infine, dell’uomo אִישׁ ‘ish e della donna אִשָּׁה ‘ishah iscrivono in tutta la creazione e sul suo vertice, che è אדמה adām, un ordine divino e naturale: un’immutabile legge naturale, che la nostra ragione umana è capace di leggere e comprendere.

Questa legge naturale, come afferma la Chiesa Cattolica, “indica le norme prime ed essenziali che regolano la vita morale. Ha come perno l’aspirazione e la sottomissione a Dio, fonte e giudice di ogni bene, e altresì il senso dell’altro come uguale a se stesso. Nei suoi precetti principali essa è esposta nel Decalogo. Questa legge è chiamata naturale non in rapporto alla natura degli

esseri irrazionali, ma perché la ragione che la promulga è propria della natura umana” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1955).

La legge naturale infatti, scrive san Tommaso d’Aquino, “altro non è che la luce dell’intelligenza infusa in noi da Dio.

Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare. Questa luce o questa legge Dio l’ha donata nel momento della creazione” (San Tommaso d’Aquino, In duo praecepta caritatis et in decem Legis praecepta expositio, in: Opera omnia, vol. 27 (Parigi 1875) p. 144).

Questa luce, come si esprime san Tommaso d’Aquino, che Dio a donato all’intera creazione ma in primis all’uomo, è quello che sant’Agostino d’Ippona chiama la Verità che abita, per dono del Creatore, nell’intimità della creatura umana: “Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas – Non uscire fuori da te stesso, ritorna in te stesso, nel profondo dell’uomo abita la verità” (De vera religione, XXXIX, 72).

Che cosa è mai l’uomo? E, dunque, qual’è la Verità sull’uomo, sul suo essere, sul suo esser-ci e sul suo esistere?

Il secondo capitolo del Genesi, cui ora volgiamo la nostra attenzione, benché sia posto dopo il primo dal punto di vista redazionale, è in realtà un testo molto più antico di quello che lo precede e fa un tutt’uno col terzo capitolo che segue.

Al culmine della creazione, Dio constata che “non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (Genesi 2, 18).

Plasma così dal suolo “ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo” (Genesi 2, 19), e invita l’uomo “dargli un nome”, che nel linguaggio ebraico significa “prendere possesso”, “appropriarsene”.

Adam dopo aver imposto “nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche” tuttavia “non trovò un aiuto che gli fosse simile” (Genesi 2, 20).

Con breve delicatezza semitica, l’autore sacro descrive allora la creazione della donna.

“Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo” (Genesi 2, 21-22).

Innanzi tutto, Dio esclude l’uomo dal suo atto creativo. “Fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò”.

Non si tratta del torpore e del sonno di un atto preparatorio chirurgico, di un’anestesia!

Dio è il solo artefice di tutto il creato. E per creare non ha bisogno di alcuna cooperazione umana. Anzi, con quel torpore e quel sonno, Dio rivendica a sé la volontaria ed esclusiva origine di ogni creatura.

Diversamente da Adam, la prima donna non viene direttamente plasmata dalla terra; ma da carne e ossa già create: “Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna”.

Un sagace biblista britannico del XVII secolo, forse ispirandosi a qualche detto rabbinico, scrive a proposito del fare di Dio:

“The woman was made of a rib out of the side of Adam; not made out of his head to rule over him, nor out of his feet to be trampled upon by him, but out of his side to be equal with him, under his arm to be protected, and near his heart to be beloved” (Matthew Henry, Exposition of the Old and New Testaments, Genesis 2, Commentary).
.

“La donna uscì dalla costola del fianco dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, non dalla testa per essere superiore ma dal lato, per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta, accanto al cuore per essere amata”.

אִשָּׁה ish (l’uomo) di‘ אִישׁ Solo con la presenza accanto a ‘ishah (la donna), Dio compie e perfeziona la creazione è origina quell’Ordo Amoris – come lo chiama Sant’Agostino d’Ippona – che regge l’armonia del rapporto fra il Creatore e l’Umanità e fra l’uomo e la donna:

“Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Genesi 2, 24).

“L’amore” – scrive Agostino – “dunque è secondo concupiscenza o secondo carità. Con ciò non si intende dire che non si debba amare la creatura, ma se questo amore viene rapportato al Creatore non sarà più concupiscenza, ma carità. Infatti vi è concupiscenza quando la creatura è amata per se stessa. In tal caso amarla non è utile per chi ne usa, ma corrompe chi ne fruisce. Poiché la creatura ci è uguale o inferiore, bisogna usare di quella inferiore in vista di Dio; compiacersi invece di quella uguale ma in Dio. Come infatti devi compiacerti di te stesso, non in te stesso, ma in colui che ti ha creato, così anche di colui che ami come te stesso” (De Trinitate IX, 8, 13: CCL 50, 304).

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L’autore sacro di Genesi 2 usa, poi, un linguaggio teologico sofisticato e sapienziale e per descrivere la creazione dell’uomo e della donna ricorrendo a tre distinti vocaboli.

Il primo è ָשַׂרבּ Basar che significa “fatto di carne”.
Il secondo è נפש Nefesh che indica il respirare, vale a dire di

essere un corpo vivente.

Il terzo, infine, è רוח Ruah che indica lo stesso Spirito di Dio e infatti la רוח הקודש Rūăḥ ha-Kōdēš è lo Spirito stesso di Dio, il πνεῦμα ἅγιον, lo Spirito Santo che Dio comunica all’uomo.

Se per il ָשַׂרבּ Basar, la carne, e per il נפש Nefesh, la respirazione, l’uomo non si distingue dagli altri esseri viventi, ciò che informa la sua distinta dignità e superiorità è l’aver ricevuto la .Rūăḥ ha-Kōdēš: lo Spirito stesso di Dio רוח הקודש

Che cosa è dunque l’uomo e la sua vita?

Come scrive San Tommaso d’Aquino “corpo, corpo animato e anima razionale” (De Anima, 1, 9), ma in tutt’uno di un’antropologia soprannaturale fondata sulla nozione di anima forma sostanziale del corpo, perciò sull’unione armonica di tutte e tre le dimensioni che rendono l’uomo sostanzialmente tale e, dunque, essenzialmente vitale.

Per questa sua unica ed eccezionale dignità, afferma Sant’Ireneo di Lione: “ la gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo consiste nella visione di Dio” (Adversus Haereses IV, 20, 7).

Carissimi amici,

Dio Creatore ha conferito all’uomo e alla donna un’immensa dignità: Me’at MeE-lohim “fatto poco meno di Dio stesso”; e un’enorme responsabilità, come abbiamo letto nel Salmo 8:

“Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi: tutte le greggi e gli armenti e anche le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare, ogni essere che percorre le vie dei mari” (Salmo 8, 7-9).

Questa dignità e questa responsabilità sono, tuttavia, sempre minacciati dall’eterna tentazione del Principe della Menzogna, Satana, che anche ai nostri giorni ripete instancabile l’antico inganno, davanti all’albero della Conoscenza: “Diventerete come Dio” (Genesi 3, 5).

Sì, non più MeE-lohim “poco meno di Dio stesso” ma come Dio: liberi dalla legge del Creatore, liberi dalle stesse leggi della natura, padroni assoluti di se stessi, degli altri, del creato e persino del proprio destino.

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Ai nostri giorni più che mai sembra che la “volontà di potenza” e l’impeto a ergersi “al di là del bene e del male” esprimano la grande apostasia dell’uomo del nostro tempo che brama continuamente solo questo: essere il creatore e il padrone di se stesso.

Creatore e padrone del mistero della vita, da crearsi in laboratorio secondo i propri gusti e desideri o da acquistarsi con immondi commerci.

Creatore e padrone del suo esistere, per definirsi come crede: il mattino in un modo e la sera in un altro, in una follia che genera mostri.

Creatore e padrone del “soffio vitale” e dello “Spirito di Dio” così da innalzarsi a giudice e vindice di ciò che è bene o di ciò che è male secondo le proprie voglie e i propri capricci.

Creatore e padrone della Sapienza, così che, benché già riconosciuto e riconoscibile cattivo maestro del tutto insipiente, osa imporsi indiscusso per continuare infingardo la sua opera di mala educación sulle future generazioni.

Creatore e padrone del suo vivere e morire, così da ergersi a orrido boia di chi sta per nascere e da crudele aguzzino di coloro che, secondo il redivivo slogan nazista, ha una vita “non degna di essere vissuta” e a cui si amministra una morte compassionevole”.

Tanto creatore e padrone, da gridare nel folle mercato del nostro tempo, quello che cent’anni fa risuonò nell’immaginario mercato della Gaia Scienza di Friedrich Wilhelm Nietzsche: “Gott ist tot, wir haben ihn getötet!”, “Dio è morto, noi l’abbiamo ucciso!”.

L’uomo “diventato Dio”, tuttavia, l’abbiamo già visto nella Storia, di una cosa sola non si mai dimostrato capace: di ricreare il Paradiso Terrestre.

Ben al contrario – anche questo abbiamo già visto nella Storia recente e ancora possiamo criticamente osservarlo – quando l’uomo si erge a Dio, l’unica cosa di cui è capace e di creare un inferno sulla terra!

Ben lo leggiamo nel celebre aforisma dell’uomo folle nella Gaia Scienza di Nietzsche, quando nel mercato gli uomini che pretendono di aver ucciso Dio si chiedono angosciati:

“Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci diede la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso?

Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina?” (La Gaia Scienza, in: Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1976, vol. XXV, pp. 213-214).

Cari amici, socii et comites,

stiamo per partire, anche quest’anno, per la nostra esperienza estiva.

Per gran parte di voi, dopo la Maturità, è giunto il tempo delle prime importanti scelte della vostra vita.

Di certo quella del percorso universitario da intraprendere ne è stata una e certamente importante. Ben altre e di decisive vi attendono!

Alle tante domande che vi ponete sul vostro futuro, ne sono certo, non manca anche quella che un altro Salmo ci suggerisce con raffinata sapienza:

“Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?” (Salmo 115, 12).

A Madeira, troviamo e prendiamoci il tempo di imitare l’autore del Salmo 8: fermiamoci in silenzio, nella notte stellata, e osiamo alzare lo sguardo verso il cielo!

Troveremo, allora, la gioia di sentir risuonare dentro di noi l’esclamazione del salmista: “O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Salmo 8, 2 e 10).

E, allora, sorgerà spontanea anche l’altra espressione salmica: “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?” (Salmo 115, 12).

Troviamo anche il coraggio di ripeterci le parole che l’Apostolo San Paolo scrisse ai cristiani del suo tempo:

“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Romani 12, 1-2).

Sì, è proprio questo che ci unisce e ci motiva oggi, e ci motiverà anche in futuro a Dio piacendo, nella nostra vita di gruppo: noi non ci conformiamo alla mentalità di questo nostro tempo, ma vogliamo rinnovare la nostra intelligenza, per capire ciò che Dio chiede a noi oggi, per vivere ciò che è buono, a lui gradito e perfetto!

Dio, Trinità Santissima, la cui tenerezza e Provvidenza, che anche quest’anno ci ha assistito, Maria Santissima la dolce Madre del nostro amato e buon Gesù, san Giuseppe e i nostri Santi, che così a lungo abbiamo invocato nella nostra preghiera di ogni sera, ci accompagnino e assistano sull’isola di Madeira.

Col loro aiuto sapremo accogliere e vivere insieme, fra noi e in noi “ogni dono perfetto che viene dall’alto e discende dal Padre dei lumi, presso il quale non vi è mutamento né ombra di rivolgimento.

Egli, infatti, ci ha generati di sua volontà mediante la parola di verità, affinché siamo in certo modo le primizie delle sue creature” (Giacomo 1, 17-18).

§§§




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3 commenti

  • stilumcuriale emerito ha detto:

    Non lo dico per farmi bello, ma per dare un significato concreto a quanto scrivo. L’articolo fa cenno alle scelte professionali dei giovani. Ormai sono pochissimi i giovani che fanno scelte professionali per “vocazione” . Una volta si usava chiedere ai bambini: che cosa farai da grande? Per far loro capire l’importanza di questa scelta.
    Per quasi venti anni sono stato docente di corsi di formazione specialistica post diploma e post laurea. Di anno in anno ho notato il declino di quello che ai miei tempi si chiamava la “passione” per la propria professione. Ragazzi demotivati in partenza, che non sapevano spiegare per quale ragione avevano conseguito un determinato diploma o una determinata laurea, desiderosi soltanto di trovare un posto di lavoro e che, a vent’anni, prima ancora di iniziare si domandavano quanti anni avrebbero dovuto lavorare per “prendere” la pensione. A mio modesto parere questo è un grave sintomo del degrado morale e culturale in cui anche un ex civilissimo paese come l’Italia è caduto e sta continuamente precipitando.

  • elvi ha detto:

    Grazie sign.Caliari, grazie dal profondo del cuore per questa splendida,magistrale meditazione, la cui lettura rinfranca e ridesta lo spirito,disseta l’anima,e rende infinitamente Gloria a Dio! Con estrema gratitudine cordiali saluti .

    • Valeria Fusetti ha detto:

      Gentile signor Caliari mi associo a quanto scritto da Elvi. È inutile descrivere l’ intensa emozione, ed anche il senso di arricchimento spirituale e culturale che me ne è venuto leggendo questa splendida meditazione. Grazie, e che lo Spirito Santo sia sempre il dolce ospite della sua anima.

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