L’EROISMO DEI SOLDATI DEL PAPA DURANTE LA PRESA DI ROMA.

12 Ottobre 2020 Pubblicato da 21 Commenti

 

Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, un amico di vecchia data, Antonello Cannarozzo, che si è manifestato quasi per caso dopo molti anni di silenzio, un appassionato di Storia, e di Roma, e della Roma papalina, ci ha mandato questo contributo veramente interessante e godibile. E speriamo che continui a farlo…Buona lettura.

§§§

L’EROISMO DEI SOLDATI DEL PAPA DURANTE LA PRESA DI ROMA

Nonostante la storiografia moderna li abbia trattati da vili mercenari

 Visitando il cimitero Verano a Roma ed inoltrandosi verso la parte più antica, quella del Pincetto, si arriva alle tombe dei soldati pontifici caduti nelle varie battaglie durante il decennio dal 1860 al 1870.

Oltre ai caduti in battaglia ci sono anche le vittime di un vile attentato presso la caserma Serristori nel rione Borgo, vicino San Pietro, avvenuto nel novembre del 1867, dove morirono 25 giovani zuavi della banda musicale insieme ad una madre con il bambino.

Vedendo queste tombe addolora lo stato di totale abbandono in cui versano invece di essere custodite come eroica testimonianza da parte delle autorità pontificie, dimenticando che, grazie al loro sacrifico, papa Pio IX poté resistere e vivere nella Città del Vaticano, insieme ai suoi successori; ma forse questi non sono più i tempi per riconoscere l’eroismo.

Ma torniamo alle testimonianze silenziose del cimitero.

Tra queste e di ciò che rappresentò la difesa di Roma, si trova la tomba semi distrutta del generale Hermann Kanzler, alla prima fila sotto la Rupe Caracciolo, per chi volesse portare un fiore, l’ultimo comandate delle forze papali fino al fatidico 20 settembre del 1870, una data fatta di luci e ombre da parte dei vincitori.

E’ doveroso, però, prima di proseguire in questo racconto, sottolineare come il destino di Roma capitale d’Italia fosse il coronamento di un ideale legittimo giustificato dalla storia e, se mi permettete, anche spirituale.

Ciò che non si può accettare, però, fu la violenza di una guerra mai dichiarata da coloro che furono invasi e contro ogni legge di diritto internazionale.

Infatti, le cronache di quei tempi riportano che senza alcuna dichiarazione di guerra da parte del Papa, né atti che potevano essere di pretesto per una azione belligerante, i piemontesi, al comando del gen. Cadorna, l’11 settembre del 1870 alla testa di 65.000 soldati attraversarono ciò che restava dello Stato Pontificio avendo precedentemente strappato alla Chiesa illegalmente i suoi territori senza alcuna giustificazione, anzi, un pretesto fu trovato per questo atto di guerra: “Reprimere le rivolte, totalmente inventate, scoppiate nelle provincie circostanti Roma e proteggere (sic) nientemeno che il Papa”.

Peccato che a Roma non si registrassero movimenti insurrezionali di alcun tipo; i cosiddetti filo italiani del resto erano pochissimi, anzi ci furono molti attestati di solidarietà verso il Pio IX, non solo da parte del popolo, ma da ogni parte di Italia e dall’estero accorrevano volontari per combattere e difendere i diritti del Pontefice.

Su questi uomini, tutti o quasi ragazzi, si è scritto ogni misfatto come troviamo in tanti libri di storia, dipingendoli come soldataglia al soldo del Papa, dediti al saccheggio e a taglieggiare la povera gente, insomma una specie di Lanzichenecchi redivivi, ma la realtà, quando non la scrivono i vincitori, è tutta un’altra.

Leggendo le cifre scopriamo che questo esercito, al comando del generale Hermann Kanzler per la difesa di Roma, era composto da 13.624 uomini di cui 8.300 romani e 5.324 da altre regioni italiane con una buona percentuale anche di giovani stranieri come tedeschi, svizzeri, francesi e belgi, tra le nazioni più rappresentative del mondo cattolico.

Tutti volontari come il resto dell’esercito; perché, a differenza dei piemontesi lo Stato Pontificio non aveva la leva obbligatoria, inoltre questi mercenari, nonostante le tesi dei Savoia, in realtà appartenevano in molti casi a famiglie nobili e benestanti che di tasca loro si pagavano tutto dalla divisa, alle armi, al vitto ed all’alloggio,. Altro che mercenari.

Un capitolo a parte meritano i “squadriglieri”, soldati del Papa provenienti per la maggior parte dalla provincia di Viterbo, quelli che oggi definiremmo truppe d’assalto.

Non erano militari nel senso classico del termine, tra loro c’erano in maggioranza contadini che per divisa avevano solo i loro costumi tradizionali, ma erano profondi conoscitori del territorio dove operavano, tanto che in pochi anni avevano ripulito il Lazio meridionale dalla piaga del brigantaggio, ma, soprattutto, avevano respinto in più occasioni le ripetute infiltrazioni garibaldine nella campagna romana.

Questi soldati erano al comando del colonnello Achille Azzanesi che avrebbe voluto creare una snervante guerriglia contro l’avanzata dei piemontesi da sud del Lazio verso Roma, ma Pio IX non volle altro spargimento di sangue, ma solo una dimostrazione puramente simbolica per dimostrare la violenza degli italiani verso il suo legittimo Stato.

Gli squadriglieri obbedirono al Papa-Re e si ritirarono nei propri paesi accolti come eroi dalle popolazioni locali, mentre quando arrivarono a Viterbo i soldati di Vittorio Emanuele furono accolti, si racconta, da non più di dodici persone.

L’avanzata delle truppe del generale Cadorno verso Roma trovò solo un ostacolo importante dovuto alla resistenza di 110 zuavi che asserragliati all’interno della Rocca Borgia presso Civita Castellana; i piemontesi non esitarono a bombardarli con duecentoquaranta proiettili da cannone sparati contro gli assediati pontifici che avevano solo vecchi fucili francesi. Un’ora dopo gli zuavi si dovettero arrendere con un bilancio di sette feriti nell’esercito italiano, (uno di questi morirà in seguito) e tre contusi fra i pontifici.

Senza altri ostacoli le truppe italiane arrivarono il 15 settembre ai confini delle mura della città e subito la cinsero d’assedio.

Escluse le zone di Trastevere, di Castel Sant’Angelo e le mura Leonine, le altre zone di Roma difficilmente avrebbero potuto resistere ad un assedio prolungato.

La città, infatti, pur circondata da alte mura risalenti a 1500 anni prima, non erano certo adatte per una difesa moderna fatta di obici e artiglieria pesante, tanto che la famosa ‘Breccia’ fu aperta perché, a differenza di altre mura, lo spessore delle fortificazioni era assai ridotto, troppo poco per sopportare le cannonate.

In quei giorni così drammatici, ancora il 16 settembre, Pio IX si recò in preghiera alla Chiesa dell’Ara Coeli, sul monte del Campidoglio acclamato da una folla commossa, mentre volontari non solo romani si recavano alle mura Leonine insieme all’esercito regolare per difendere quel lembo di terra sacra.

Prima di sferrare l’ultimo assalto, il generale Cadorna invitò alla resa il generale Kanzler che la respinse con sdegno, perché nella missiva c’erano spudorate bugie dove si ribadiva l’assurda scusa “… della dominazione di truppe straniere che imponevano la loro volontà al Papa e ai Romani“.

Non si capisce, allora, se le cose stavano veramente così, perchè una volta entrati e vinte le presunte truppe straniere i piemontesi non sono tornati indietro?

Ovviamente è inutile ogni risposta.

Intanto, la situazione volgeva alla fine, era solo una questione di ore e di questo Pio IX ne era ben conscio tanto che, nella notte tra il 19 e la mattina del 20 settembre, fece radunare in piazza san Pietro tutti i suoi uomini per dare loro una solenne benedizione, insieme al viatico e alla estrema unzione; alcuni, infatti, non sarebbero più tornati alle loro case.

All’albeggiare, con le prime luci del mattino del 20 settembre, le truppe italiane cominciarono il bombardamento sulla città sempre più intenso, con una potenza di fuoco di più di cento cannoni che colpivano vari punti delle mura cercando una breccia per entrare e spezzare di fatto le difese pontifici.

Cadorna non poteva rimandare oltre l’entrata a Roma; da Firenze, capitale provvisoria del giovane Stato unitario, aspettavano risultati immediati, la guerra, al di là degli ideali, cominciava a costare troppo per le dissanguate finanze italiane.

Un caso che merita di essere ricordato in quelle ore è il comportamento di colui che fu il luogotenente di Garibaldi: Nino Bixio.

L’uomo conosceva bene la città e sapeva che partendo da Porta Portese, cioè Trastevere, arrivare in San Pietro era una passeggiata a differenza di altre zone della città.

Decise così di farsi assegnare proprio questo quartiere per la sua trionfale entrata, ma l’uomo non sapeva che pochi giorni prima il popolo di Trastevere aveva offerto al Papa la propria vita per la difesa di Roma a qualsiasi costo.

Di questa volontà a resistere se ne accorse ben presto l’ex garibaldino, quando i combattimenti si fecero assai più decisi che in altre zone cittadine tanto da ritardare la sua entrata da Porta Portese.

Per risolvere questo ostacolo non esitò a sparare con i cannoni proiettili micidiali che colpirono tra l’altro case, conventi, ospedali e facendo non poche vittime tra i civili, ma Trastevere non cedeva.

A quel punto la rabbia di Bixio per questo contrattempo era ormai senza controllo, tanto che quando intorno alle dieci arrivò un drappello di dragoni per informare che il Papa si era ufficialmente arreso ed ogni atto di belligeranza era sospeso immediatamente, Bixio, nonostante gli ordini e le tante bandiere bianche che sventolavano sulle mura di Trastevere, agì contro ogni comportamento d’onore militare continuando a bombardare le mura per oltre  mezz’ora con altri danni e vittime, tanto era l’ irritazione verso coloro che gli avevano impedito il suo conquista di Roma.

Nonostante l’eroica, ma sfortunata resistenza, con la famosa Breccia di Porta Pia, i piemontesi entrarono a Roma e trovarono tutt’altro che una città festante, come viene invece raccontata nei libri di storia.

Secondo più testimonianze anche degli stranieri che risiedevano a Roma, ci furono violenze, spoliazioni, atti violenti contro i militari pontifici che vennero sospinti come bestie al macello, privati delle loro decorazioni, dei cavalli, degli effetti personali in una città diventata preda del caos e della paura per quasi quattro giorni, atti provocati, tra l’altro, dall’arrivo di molti ed improvvisati patrioti che si dimostrarono, questi sì al facile saccheggio, all’oltraggio verso le donne e provocazioni verso i religiosi.

In proposito possiamo leggere una cronaca del giornale La Nazione di Firenze: “Roma è stata consegnata come res nullius a tutti i promotori di disordini e di agitazioni, a tutti gli approfittatori politici di professione, a coloro che amano pescare nel torbido, ai bighelloni di cento città italiane. Si potrebbe pensare che il governo voglia fare di Roma il ricettacolo della feccia di tutta Italia“.

Ricordiamo, ancora da La Nazione, un trafiletto in prima pagina del 21 settembre nel quale apprendiamo che venivano date cento lire, una cifra importante per l’epoca, a tutti quei romani che erano esuli dallo Stato pontificio per poter tornare a Roma e accogliere con ‘entusiasmo’ le truppe italiane.

Roma papale fu persa per sempre, ma non certo il suo valore.

I pochi e male armati soldati del Papa-Re avevano procurato alle truppe degli invasori, solo nella giornata del 20 settembre, 4 morti e nove feriti tra gli ufficiali e 145 tra la truppa con 132 feriti, mentre tra le file papali ci furono solo 19 morti e 68 feriti.

Vogliamo concludere con una frase dello storico Ferdinando Gregorovius che visse a Roma molti anni che pur essendo protestante ed acerrimo nemico del papato, come si evince in molte sue opere, alla caduta di Roma scrisse: “La vecchia Roma sta tramontando. Vi sarà qui un mondo nuovo. Io però sono felice di essere vissuto per tanto tempo nella vecchia Roma”.

Antonello Cannarozzo

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21 commenti

  • Luciano ha detto:

    Il luogo comune “La storia la fa chi ha vinto” è sicuramente una costante nello scorrere dei secoli; ciò comporta delle falsità postume spesso esasperate, ovvero “resistenza” al posto di “guerra civile”, oppure “brigantaggio del sud” invece che “resistenza anti piemontesi”, per non parlare dei cosiddetti “plebisciti”.

  • Tommaso ha detto:

    Onore agli zuavi ed a tutti i soldati caduti da eroi per difendere la Roma eterna, la Roma universale, il Papa e la Chiesa. Riposino in pace

  • Michele ha detto:

    Che l’opinione pubblica italiana si riconoscesse, in maggioranza, nel liberalismo unitario è molto discutibile.

    Molti italiani volevano l’Italia unita ma non secondo l’ideologia liberale: Rosmini e Manzoni erano patrioti e convinti sostenitori dell’unità d’Italia ma non condividevano certo le politiche di Cavour sul rapporto stato-Chiesa che considerava la Chiesa come un organo dello stato (Libera Chiesa e libero stato per il massone protestante anziché “libera” chiesa in libero stato) e non erano certamente d’accordo con la pretesa dello stato di decretare le Verità di fede e di censurare encicliche non gradite.

    Pio IX non era contrario all’unità d’Italia purché non si pregiudicate la libertà della Chiesa e inizialmente veniva portato sul palmo della mano da chi pensava di manipolarlo per distruggere la Chiesa cattolica i cui dogmi erano d’intralcio alle politiche economiche al servizio di pochi notabili (riguardo alla situazione attuale: le lodi di tutte le logge massoniche contemporanee all’attuale inquilino di Santa Marta sono casuali o sono dovute all’annullamento, più o meno esplicito e ambiguo, dei dogmi di fede non negoziabili a difesa della dignità dell’uomo che contrastano le insaziabili brame di potere e ricchezza di pochi iniziati?).

    La sciagurata campagna coloniale italiana fu voluta da Giolitti (che certamente non era un cattolico e governava in rappresentanza di una elite inferiore all’uno per cento della popolazione) con l’argomento che “l’italietta” era arretrata rispetto alle più civili e sviluppate nazioni del nord anche perché non aveva colonie (sino ad allora eravamo stati un faro di civiltà, scienza, arte e di sviluppo economico, pur privi di risorse naturali; senza bisogno di sfruttare e schiavizzare altri popoli).

    Se nel viterbese, nel Lazio, in Abruzzo e nel centro Italia in generale si è risolto il problema del brigantaggio lo si deve alle missioni eroiche di sacerdoti santi come San Gaspare del Bufalo, del venerabile don Giovanni Merlini e di tanti missionari del Preziosissimo Sangue -e di altri ordini- che, su invito e incoraggiamento dei papi, hanno formato le coscienze dei semplici e convertito tanti briganti con la Grazia di Dio cercando anzitutto la salvezza delle loro anime, il resto è venuto in sovrappiù.

    Che le autorità pontificie fossero incapaci di promuovere politiche di sviluppo è altrettanto discutibile: forse che la gente semplice viveva meglio e veniva rispettata nella sua dignità nelle “progredite” nazioni protestanti?
    L’Inghilterra della rivoluzione industriale promuoveva politiche di sviluppo più efficaci e civile nelle sue “work houses” veri e propri modelli per i successivi gulag, lager e laogai dove i perdenti della società venivano crudelmente sfruttati perché comunque predestinati all’inferno secondo le eresie protestanti?

    Forse che nell’Italia unita con le guerre risorgimentali si sono attuate politiche di sviluppo che hanno prodotto occupazione e ricchezza maggiori che nello stato pontificio?
    Forse che l’Italia, non solo al sud, conosceva tassi di disoccupazione tali da da provocare emigrazioni di massa che prima mai aveva conosciuto?
    La questione meridionale esisteva prima dell’unificazione capitanata dai Savoia?

    Gramsci, intellettuale non cattolico e non benevolo verso la Chiesa, ha preso un abbaglio nel denunciare le predonerie delle classi dominanti che avevano espropriato i beni della Chiesa sottraendoli alla promozione umana per la quale venivano utilizzati dalla Chiesa negli ambiti più svariati: sanità, scuola, assistenza ai bisognosi…?
    Dove sarebbe la maggiore capacità di promuovere politiche di sviluppo?

    • Michele ha detto:

      E.C.: non si pregiudicasse

    • Michele ha detto:

      E.C. più importante:”libera Chiesa in libero stato” per Cavour, “libera Chiesa e libero stato” per chi vuole una Chiesa rispettosa di Cesare ma libera e indipendente.

    • Gaetano2 ha detto:

      D’accordissimo!

    • Alessandro2 ha detto:

      Analisi perfetta, Michele. Grazie. Rileggerò “Risorgimento anticattolico” della Pellicciari, tanto per rinfrescarmi le idee.

    • Iginio ha detto:

      Il brigantaggio nel Lazio c’era molto dopo la morte di san Gaspare Del Bufalo. Era endemico, così come nel Mezzogiorno. La storia locale bisogna studiarla frequentando gli archivi caso per caso, non immaginandosi schemi generici e ideologici.
      L’emigrazione avvenne da tutti i paesi europei dato che la popolazione aumentava mentre erano finite le grandi epidemie (peste, colera, vaiolo) del passato. O forse anche in Germania, Norvegia, Russia, Polonia c’erano i Savoia e i Borboni?
      Manzoni era a favore di Roma capitale d’Italia. E infatti si attirò le critiche di certi cattolici zelanti.
      Le colonie italiane in Africa iniziarono negli ultimi decenni dell’Ottocento, prima di Giolitti, che fu quello che nel 1911 dichiarò guerra alla Turchia per il possesso della Libia. Tra l’esultanza dei cattolici italiani. I tempi erano cambiati e a nessuna persona sana di mente veniva in mente di contestare l’unità d’Italia (che non fu fatta dai massoni, quattro gatti che si affermarono solo dopo il 1876 con i governi della Sinistra storica).
      Un conto è ricordare giustamente quei cattolici che sostennero il papa. Un altro conto è pretendere di riportare indietro le lancette dell’orologio mitizzando un passato con molte ombre e tristezze. E, del resto, mi pare che oggi qui non vada tanto di moda sostenere il papa attuale sempre e comunque, no? Quindi…

      • Gaetano2 ha detto:

        “Papa attuale”…
        Chi? Quello che presiede culto, pubblicamente, a pachamame e altre divinità sataniche?

      • Michele ha detto:

        Nessuno vuole riportare indietro le lancette dell’orologio, contestare Roma capitale o difendere ciò che di indifendibile fa l’attuale vescovo di Roma (non io sicuramente).
        Pio IX non era pregiudizialmente contrario all’unità d’Italia, ma aveva ben capito le subdole intenzioni di chi parlava di unità per togliere la libertà alla Chiesa e privarla dei mezzi di sostentamento, di evangelizzazione e di promozione umana (allora la Chiesa usava santamente i mezzi che la Provvidenza metteva a disposizione).

        Il fenomeno del brigantaggio nel centro Italia (ex stato Pontificio) è sicuramente scomparso gradualmente, ma è scomparso; mentre non è scomparso nel sud Italia.
        Sarà un caso?
        Il fatto che il brigantaggio non fosse ancora scomparso alla morte di San Gaspare del Bufalo non è un argomento perché un fenomeno così grave non era certo risolvibile in pochi anni, ma è stato risolto perché la sua opera missionaria è stata continuata dal suo erede don Giovanni Merlini e da tanti altri missionari di vari ordini che hanno contribuito a convertire e rendere più pacifiche e vivibili le regioni dello stato Pontificio.

        Regioni che, peraltro, come gran parte dell’Italia, non avevano alcunché da invidiare alle nazioni protestanti o laicizzate per la qualità della vita: ancora oggi nonostante alcune regioni italiane siano in mano alla criminalità organizzata nel 2017 l’Italia ha avuto 0,6 omicidi/100.000 abitanti contro 1 di Germania; 1,2 del Regno Unito; 1,3 della Francia e o i 5,3 degli U.S.A. Dati Unodc, Ufficio Nazioni Unite. Dati simili vedono l’Italia e gli altri paesi di cultura e tradizione cattolica nelle posizioni migliori rispetto ai paesi protestanti riguardo alla violenza sulle donne, numero di crimini etc, ma nessuno ne parla o criminalizza mediaticamente tali paesi, semmai si sentono regolarmente le lagnanze di intellettuali (?) disadattati e autorazzisti che lamentano l’arretratezza dell’Italia che non ha avuto la (sciagura) della pseudo civilizzante rivoluzione protestante.

        Il liberali non avevano certo gli strumenti culturali e politici per affrontare e risolvere la piaga del brigantaggio o capacità di promuovere alcuno sviluppo civile ed economico né nel lungo periodo né tantomeno nel breve.

        Ricordo che, influenzati dalla cultura protestante, i liberali verso cui l’opinione pubblica italiana si sarebbe riconosciuta, erano ciechi sostenitori delle teorie razziste e antiscientifiche di Lombroso secondo il quale gli abitanti del centro-sud Italia erano geneticamente portati al banditismo, alla promiscuità e all’immortalità per cui non era possibile alcuna promozione umana se non la repressione violenta (e ottusa) che peggiorava i rapporti tra stato e società perché disprezzava e considerava tali cittadini come nemici o come reietti irrecuperabili.

        Don Bosco non avrebbe salvato uno solo dei suoi tanti ragazzi di strada se avesse seguito tali teorie criminali.
        Lei pensa che partendo da tali presupposti i liberali avrebbero fatto di meglio dello stato Pontificio?

        Sia chiaro, ciò che contesto è l’idea di stato etico propugnata dai liberali che, quale fonte del bene, pretendeva (e pretende tutt’oggi) di sostituirsi e farsi chiesa imponendo la sua ideologia in tutti gli ambiti e prendendosi ciò che spetta a Dio e al Suo Corpo Mistico, la Chiesa: scuola, cultura, arte, famiglia, educazione, relazioni sociali, lavoro (schiavizzazione di fatto dei reietti e degli ultimi), fede, morale.

        Riguardo all’emigrazione gli stati da lei citati hanno certamente conosciuto anch’essi l’emigrazione, soprattutto per cercare fortuna verso le Americhe, ma non certo nelle proporzioni italiane (gli italiani emigravano verso la Francia, non mi risulta il contrario) e non mi risulta che abbiano tutt’ora mezzo stato in condizioni di arretratezza perenne come il sud Italia (vivo al sud).
        L’unificazione violenta e ideologica del Risorgimento sarà stata del tutto estranea?
        Per tutt’altri motivi, l’unico stato europeo che ha tutt’oggi parte importante delle sue regioni in grave ritardo economico e sociale è la Germania dove i lander dell’est, dopo la tragedia marxista, hanno visto le loro (poche) migliori imprese cannibalizzate dall’adozione di un marco dell’ovest troppo forte rispetto alla scarsa competitività della loro economia (paralleli euro/lira? Evitiamo il discorso).

        Per ultimo, la sub-cultura coloniale non è certo figlia del cattolicesimo (i protestanti non hanno mai avuto dispute sulla liceità della schiavitù e non hanno mai avuto religiosi che hanno difeso gli indios come il domenicano Bartolomeo de Las Casas), politici come Giolitti o Crispi non hanno perseguito politiche coloniali in quanto cattolici, ma in quanto massoni-liberali.
        Nessuno pretende di attribuire a tali personaggi tutti i guai italiani, ma minimizzare il male fatto da costoro enfatizzando i limiti dell’amministrazione pontificia nel risolvere il brigantaggio, il presunto minore sviluppo economico delle regioni centrali, minimizzazondo o ignorando la questione meridionale, la lotta ideologica alla Chiesa, il tentativo di “decatolicizzare”la società italiana…va contro il principio di realtà.

        Il fatto che parte del mondo cattolico abbia gioito per le conquiste coloniali (spero minoritaria: non ricordo che qualcuno dei miei nonni mi abbia mai riferito di entusiasmi dei loro genitori/nonni riguardo alle colonie) mi addolora, ma non più di chi sul quotidiano della CEI difende,oggi, la legge 194, eutanasia, “matrimoni gay”…
        Il libero arbitrio per il bene o per il male unito ai condizionamenti della società fanno danni terribili anche nei battezzati, ma la mancanza della Grazia di Dio nelle società più scristianizzate fa molto di peggio.

        • Gaetano2 ha detto:

          Spiegazione che ben illustra la realtà!
          Aggiungo una testimonianza. Negli anni del comunismo osservavo anche nell’Est Germania (“democratica”), come si avesse una situazione molto simile a quella dell’Italia meridionale, anche umanamente, ovviamente in senso negativo. Ciò, pur essendo una esperienza personale, mi confermava il concetto che per degradare socialmente un contesto basta l’imposizione, violento il più delle volte, di un sistema perverso.

        • Iginio ha detto:

          Senta, lei mischia di tutto e di più e pretende di scrivere la storia. Non si fa così.
          Osservo solo:
          1. i difetti del liberalismo sono una cosa, difendere l’unità d’Italia un’altra, giustificare le monarchie assolute un’altra ancora;
          2. Emigravano popoli di tutti i Paesi, compresi gli italiani del Nord: lo sa che mezza Argentina è italiana grazie a liguri e altri settentrionali, compresi i genitori piemontesi dell’attuale papa? Lo sa che in Francia emigravano i piemontesi? Lo sa che anche i francesi emigravano all’estero e nelle loro colonie?
          3. Perché lei ce l’abbia col colonialismo italiano, del quale evidentemente non sa nulla, lo sa solo lei. Avrebbe dovuto chiedere il parere di tanti missionari italiani in Africa orientale o di tanta povera gente che trovò casa e lavoro in Libia e in Eritrea;
          4. Il brigantaggio nello Stato Pontificio durò sino al 1870 e per stroncarlo qualche anno prima si stipulò una convenzione tra militari italiani e pontifici;
          5. come faccia a fare statistiche sull’Italia dell’Ottocento, nella quale prima dell’unità non c’erano censimenti e non si tenevano statistiche ufficiali, lo sa solo lei;
          6. se poi crede che nel Sud ci fosse il paradiso terrestre prima del 1860, le regalo almeno una citazione di Giustino Fortunato:

          «Quali i dati, secondo cui le due Sicilie sarebbero state, al 1860, superiori alle altre regioni d’Italia, in particolar modo al Piemonte ? Poche le imposte, un gran demanio, tenue e solidissimo il debito pubblico, una grande quantità di moneta metallica in circolazione… È quello che ogni giorno si ripete comunemente. Ora, né tutto è esatto né esso vale come indice di maggiore ricchezza pubblica e privata. Poche le imposte, perché la ricchezza mobile e le successioni erano del tutto libere; ma ben gravi le tariffe doganali e la imposta sui terreni, assai più gravi che altrove. La fondiaria, con gli addizionali, saliva tra noi a circa 35 milioni, mentre in Piemonte non dava più di 20; così anche per le dogane, che avevano cinto il Regno d’una immensa muraglia, peggio che nel medio evo, quando almeno ora Pisa e Venezia ora Genova e Firenze avevano quaggiù grazia di privilegi e di favori. Tutto ricadeva, come nel medio evo, per vie dirette sui prodotti della terra, per vie indirette su le materie prime e le più usuali di consumo delle classi lavoratrici. Eran poche, si, le imposte, ma malamente ripartite, e tali, nell’insieme, da rappresentare una quota di lire 21 per abitante, che nel Piemonte, la cui privata ricchezza molto avanzava la nostra, era di lire 25,60. Non il terzo, dunque, ma solo un quinto il Piemonte pagava più di noi. E, del resto, se le imposte erano quaggiù più lievi, non tanto lievi da non indurre il Settembrini, nella famosa «Protesta» del 1847, a farne uno dei principali capi di accusa contro il Governo borbonico, assai meno vi si spendeva per tutti i pubblici servizi: noi, con 7 milioni di abitanti, davamo via trentaquattro milioni di lire, il Piemonte, con 5, quarantadue. L’esercito, e quell’esercito!, che era come il fulcro dello Stato, assorbiva presso che tutto; le città mancavano di scuole, le campagne di strade, le spiagge di approdi; e i traffici andavano ancora a schiena di giumenti, come per le plaghe dell’Oriente. Secoli di miseria e di isolamento, non i Borboni, ultimi venuti e, come un giorno sarà chiaro allo storico imparziale, non essi — di fronte al paese — unici responsabili del poco o nessun cammino fatto dal ’15 al ’60, durante quei tre o quattro decenni di fortunata tregua economica non mai avveratasi per lo innanzi: lunghi e tristi secoli di storia avevano compressa ogni forza, inceppato ogni moto, spento ogni lume, perché, suonata l’avventurosa ora del Risorgimento, noi avessimo potuto essere qualche cosa dippiù di quel niente che eravamo. De’ due terribili malanni — secondo il Cavour — del Mezzogiorno, la grande povertà, e, frutto di questa, la grande corruttela, i Borboni furono la espressione, non la causa: essi trovarono, forse aggravarono, non certo crearono il problema meridionale, che ha cause ben più antiche e profonde. Alle mostre delle industrie mondiali, prima di Londra 1855, poi di Parigi del 1857 ove finanche la Turchia ed il Giappone mandarono i loro prodotti, noi soli [18] mancammo, noi, gli abitanti della piccola Cina di Europa …. Questo il felice Regno dalle poche imposte ? […]»

          (Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, Giustino Fortunato, pp. 336-337)

  • Enrico Nippo ha detto:

    Una delle gloriose imprese dell’unificatore esercito italiano.

    http://www.reteduesicilie.it/angelina-romano/

  • Enrico Nippo ha detto:

    A proposito dell’“unità d’Italia”, un particolare sicuramente non insegnato nelle scuole dell’Italia risorgimentale e “unita”.

    «Ho scoperto che il nostro più grande storico della letteratura Italiano Francesco Saverio De Sanctis, nato a Morra Irpina nel 1817, fu ministro della pubblica istruzione con i governi di Cavour e Ricasoli, studiò a Napoli nelle scuole dei suoi zii paterni, appartenne alla sinistra moderata e fu in carcere per i moti rivoluzionari del 1848, conobbe Mazzini nel 1860 e di tutti i massacri fatti dai piemontesi a partire dal 1860, lui grande studioso non riuscì a percepire assolutamente niente, era nel 1861 nel governo di Cavour quando i fatti di Bronte e la rivolta dei contadini imperversava furiosa in molte città del meridione d’Italia».
    Luigi Maganuco – https://www.quotidianodigela.it/unita-ditalia-de-sanctis-tradi-il-suo-meridione-omettendo-i-massacri-fatti-dai-piemontesi/

  • Alessandro2 ha detto:

    Commovente. Altro materiale che degrada questa nazione, nata per volere delle massonerie internazionali ed oggi facile preda (e zimbello) delle altre, otre di terracotta tra vasi di ferro.

    Che vergogna.

  • stilumcuriale emerito ha detto:

    Avvertenza per le nuove generazioni: si scrive Bixio ma non si legge Biperio.

  • Sergio ha detto:

    L’Italia fu fatta da massoni anticlericali, ma fu riportata in toto alla sua Fede originaria da un ateo definito uomo della Provvidenza. Le Vie del Signore sono imperscrutabili.

  • Creazionista ha detto:

    I danni fatti dalla schiatta dei Savoia e dalla massoneria a questo Paese e alla fu-Chiesa sono pari solo all’ipocrisia risorgimentale e storiografica che ci riempie di menzogne fin dalle elementari. Ma pian piano la verità comincia ad essere di pubblico dominio

  • Don Pietro Paolo ha detto:

    Immaginate oggi uno Stato Pontificio con i problemi e le difficoltà, sicuramente più numerosi, del piccolo Stato Città del Vaticano?

  • Don Pietro Paolo ha detto:

    Preziosa testimonianza storica contro quella scritta dai vincitori. Comunque, Dio sa scrivere anche sulle righe storte degli uomini e sa trarre il bene anche dal male

  • Iginio ha detto:

    Come i pontifici non erano mercenari, così l’esercito italiano non era “piemontese”.
    A volere Roma capitale non furono “i Savoia”, ma l’opinione pubblica italiana che si riconosceva nel liberalismo unitario. Tra i caduti italiani a Porta Pia vi fu il capitano Augusto Valenziani, romano.
    E non vi fu nessun raduno di militari pontifici in Piazza San Pietro la vigilia del 20.
    Il raduno in Piazza San Pietro vi fu dopo la resa, quando Pio IX benedisse i suoi ormai ex soldati che ormai si avviavano a rimpatriare. Tra essi il marchese genovese Gaspare Invrea, che decenni più tardi diverrà noto come lo scrittore Remigio Zena e parteciperà alle campagne coloniali italiane in Eritrea come magistrato militare.
    Il brigantaggio represso dai soldati pontifici nel Frusinate era contiguo a quello che combatteva nell’ex Regno delle Due Sicilie, contro cui fu stipulata una convenzione tra autorità militari pontificie e italiane.
    Anche nel Viterbese esisteva una delinquenza diffusa, contro cui le autorità pontificie erano spesso impotenti per mancanza di mezzi e per incapacità di promuovere una politica di sviluppo.
    Tutto ciò è stato descritto da diversi storici e dal bel libro del colonnello (dell’esercito italiano) Attilio Vigevano sulla fine dell’esercito pontificio, pubblicato nel 1920.
    Pochi anni dopo la morte in battaglia, durante la prima guerra mondiale, del nipote del generale Kanzler. Caduto tra le file dell’esercito italiano (quindi per l’Italia).
    E amen.

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