FIRENZE, FRA’ SAVONAROLA È TORNATO. ATTENTI DOMENICANI!

15 Settembre 2020 Pubblicato da 5 Commenti

 

Marco Tosatti

Miei cari Stilumcuriali, un’amica del nostro sito mi ha dato gli estremi per questa notizia, che mi sembra triste e divertente allo stesso tempo, e che mi affretto a girarvi, dandovi anche il collegamento, augurandovi buona lettura…

§§§

Savonarola è tornato
Sì, sì, o fiorentini, miei concittadini… o domenicani, miei confratelli… sono io, fra Girolamo, sono tornato! Non potevo farne a meno. Dal cielo vi ho sempre osservato, ma quello che è successo ultimamente è… troppo! Siete voi, che mi avete costretto a tornare! Lasciatemi, dunque, parlare e, qualche volta, gridare. Sì, perché avete abbandonato i miei insegnamenti, non vi è bastato bruciarmi in piazza… al colmo della vostra ingratitudine, avete chiuso il luogo santo nel quale ho vissuto, avete abbandonato il Convento di San Marco! Non ricordate più che è stato, per anni, la luce di Firenze e il centro da cui si irradiava il rinnovamento dell’Ordine Domenicano e della Chiesa? Quante volte ho ripetuto: “Renovatio Ecclesiae”! Non lo ricordate oppure avete agito proprio per spegnere la luce e per cancellare ogni traccia del rinnovamento religioso e morale? O fiorentini! O domenicani! Io più non vi riconosco! Non c’è più nessuno, tra voi, disposto ad ascoltare le mie parole? Più non posso tacere! Che mi ascoltiate o no, io parlerò!
Cari confratelli domenicani, ma quanto valgono le vostre assicurazioni? Da quando è stata decisa la soppressione del convento, nel 2013, quante volte avete assicurato che tale soppressione non avrebbe influito sulle varie attività che si svolgevano intorno al convento? E ora ve la sentite, in coscienza, di affermare che le vostre assicurazioni hanno trovato conferma nella realtà? Davvero per voi non fa differenza che un convento sia chiuso o aperto? Vi aspettate che qualcuno possa credervi? La prima attività di un convento è l’esistenza stessa del convento e cioè di una comunità di frati che prega e che, così, si prepara a svolgere le multiformi attività dell’apostolato. Molte attività sono legate alla presenza fissa di frati nel convento e nella chiesa, tolta questa presenza costante, cade necessariamente gran parte dell’apostolato. E’ così difficile da capire? La gente lo capisce, e anche i fedeli e anche i giornalisti che, nel corso di questi ultimi anni, hanno scritto del convento. Esistono forse giornalisti che abbiano sposato la narrazione tranquillizzante che voi confratelli avete diffuso? La realtà, la realtà… non si lascia addomesticare dai bei discorsi. Vogliamo guardarla in faccia questa realtà?
La “Biblioteca A. Levasti” è chiusa e sigillata, averla trasformata in un “fondo” dell’altra Biblioteca Domenicana, quella di S. Maria Novella è un gioco di prestigio che non cambia la sostanza: prima c’era una biblioteca molto frequentata da studiosi di tutto il mondo, un luogo di discussione aperto a tutti, ora non c’è più niente, prima c’era un apostolato fecondo e conosciuto, ora ci sono i libri che ammuffiscono al chiuso. San Domenico sarebbe contento? Cari confratelli, vi sembra di aver agito per il bene delle anime? E come pensate di spiegarmi la furia con cui avete sradicato la lapide in pietra della biblioteca? Zelo muscolare-apostolico?
Le conferenze, spesso di filosofia e spiritualità, che venivano organizzate nella “Sala Chiostrini” erano una forma di apostolato da disprezzare? Meglio il Nulla, come è ora? La nostra missione consiste nel cancellare gli apostolati?
La medesima sala era utilizzata dall’UCAI (Unione Cattolica Artisti Italiani) per le riunioni e le esposizioni, in altre parole sono stati allontanati gli artisti cattolici; allontanato pure l’assistente ecclesiastico dell’associazione. E’ così che si favorisce l’apostolato culturale e artistico nel convento del Beato Angelico?
La “Rivista di Ascetica e Mistica”, che aveva la sede nel convento e che era diretta da un frate, ha subìto il cambiamento del nome ed è stata affidata alla direzione di un laico, il proprietario della casa editrice. Anche questo un modo nuovo per salvaguardare l’identità domenicana dell’apostolato?
L’archivio storico del Convento di San Marco e della Provincia domenicana è stato sequestrato e trasferito a S. Maria Novella. Eh già… al convento di San Marco deve rimanere solamente la polvere…
L’antica Farmacia, una volta famosa per la sua bellezza e per i suoi prodotti originali, ora è famosa come esempio di degrado e abbandono, un monumento all’inciviltà osservato con stupore da innumerevoli fiorentini e turisti. Eppure i progetti per la rinascita non sono mancati… si scontravano ogni volta con le vostre obiezioni e i vostri rinvii, cari e incomprensibili confratelli! Il degrado è sempre meglio di qualsiasi progetto, vero?
La volontà di radere al suolo tutto non poteva risparmiare l’Associazione “Beato Angelico per il Rinascimento” che da tanti anni conferisce la medaglia “Beato Angelico” ad artisti di fama e che organizza concerti in chiesa e mostre nel chiostrino adiacente alla chiesa. Non potevi farne a meno, o fra Gian Matteo, Rettore di San Marco, di provare a cacciare l’associazione dal chiostrino? Vogliamo comandare tutto noi clerical-frati? Consideriamo i laici bravi solo quando portano le offerte e quando obbediscono (senza discutere!), mentre quando prendono iniziative non sono più bravi, anzi sono fastidiosi?
Cos’altro è rimasto da abbattere? Perché, perché, perché? Cari confratelli, io non vi capisco, quello che avete fatto è un contro-apostolato! Da chi l’avete imparato? Non certamente dal Santo Padre Domenico!
Tutto questo Male però non è irrimediabile, potrebbe essere sanato, da voi confratelli, da voi uomini di Chiesa! Ah, se ci fosse un pizzico in più di Carità, quante cose si potrebbero fare, per il bene delle anime, per il bene della Chiesa e dell’Ordine, per il bene di Firenze!
E le persone di buona volontà lo capiscono e non si rassegnano al Male. E succede che, di tanto in tanto, l’attenzione dei giornalisti torni su San Marco. Ci meravigliamo, o confratelli, se i giornalisti sbalordiscono nell’apprendere che il convento che dovrebbe essere il nostro fiore all’occhiello, è stato invece abbandonato dagli stessi frati?
Ultimamente è stata la volta di due articoli pubblicati sul seguitissimo blog del vaticanista Marco Tosatti; la giornalista Benedetta De Vito ha raccontato la triste soppressione del convento e poi il triste degrado dell’antica Farmacia. Da voi, confratelli, mi sarei aspettato un serio esame di coscienza, anzi un doppio esame, se si tiene conto anche dei commenti scritti dai lettori del blog. E invece c’è stata la reazione orgogliosa del Rettore di San Marco, Gian Matteo Serra, nella sua pagina Facebook. A te, confratello, mi rivolgo: se ritenevi falso quanto scritto, potevi rispondere e argomentare punto per punto… e invece ti sei limitato ad offendere la giornalista e i suoi informatori. I grandi Maestri del nostro Ordine ci hanno insegnato come ci si comporta nelle dispute, oggi non siete capaci di andare oltre la dichiarazione “io ho ragione e tu sei cattivo ed hai torto”?
E qui siamo arrivati ad altri fatti che rattristano il mio cuore: la pubblicità che, su Facebook, i frati “responsabili” di San Marco fanno a sé stessi. O confratelli, tutto quello che fate, lo mostrate e amplificate, un’autopromozione continua, come farebbe una qualsiasi azienda desiderosa di vendere le proprie merci. Nella mia edizione del Vangelo è scritto: “adtendite ne iustitiam vestram faciatis coram hominibus ut videamini ab eis, alioquin mercedem non habebitis apud Patrem vestrum qui in caelis est” (“State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli”, Matteo 6,1). Avete un altro Vangelo? O forse vi devo regalare una copia del mio Trattato sull’umiltà?
E con quale coraggio parlate di “rinascita” di San Marco, proprio voi che avete voluto con ostinazione la soppressione del convento? Come può “rinascere” un convento mantenendolo senza frati? Si “rinasce” conservando la biblioteca chiusa al pubblico e aperta ai topi? Per favore, non giochiamo con le parole!
Nelle vostre pagine Facebook insistete con le foto della chiesa, vi mostrate attivi e operativi… con il sottinteso che, prima del vostro arrivo, quando c’erano i vostri predecessori, la situazione era assai peggiore. Mettiamo fra parentesi i confronti impliciti e poco caritatevoli, sforziamoci dunque di stare aderenti ai fatti. Prima della soppressione del convento la chiesa apriva alle 7:00, i frati recitavano l’Ufficio e le Lodi, seguiva la S. Messa; la sera un’altra Messa alle 18:30, quindi i Vespri cantati e partecipati da alcuni fedeli. Nei giorni festivi le SS. Messe celebrate salivano a tre. Tutti i giorni, su richiesta, i fedeli potevano chiamare, tramite il sacrestano, un Padre per la confessione. Dopo la soppressione del convento l’orario è stato ridotto, più volte modificato, attualmente è 10:30/12:30 e 16:30/19:00, il mercoledì, striminzito, il solo pomeriggio; c’è una sola Messa, alle 18:30. Verso le 18:00 arriva un Padre dal convento di S. Maria Novella, celebra e poi ritorna, come un impiegato, al convento di residenza. Nei giorni festivi le SS. Messe calano a due. Nel periodo estivo del 2020, poi, l’orario feriale della chiesa ha battuto tutti i record negativi: dalle 17:30 alle 19:00! Un’ora e mezza! Da quando la chiesa è stata affidata a noi domenicani, non si era mai visto un orario “di apertura” che è praticamente un orario “di chiusura”! E non dimentichiamo i turisti che visitano il Museo statale di San Marco (e le mie stanze!) e che abitualmente allargano la visita alla chiesa: con questi orari, in molti casi, troveranno la chiesa sbarrata! Che figura ci facciamo? Lo Stato tiene aperto e noi teniamo chiuso? Lo Stato ha maggior cura del convento di quanta ne abbiamo noi. E allora va tutto bene e chi s’accontenta gode? Cari confratelli: non ci prendiamo in giro! La “rinascita” di San Marco esiste nei nostri sogni domenicani, certamente, ma la realtà si trova all’estremo opposto. Chiunque, anche solo passeggiando all’esterno, può vedere il degrado del Convento, della Farmacia, della Biblioteca. Perché negare l’evidenza? Recitare la “commedia della rinascita” giova al nostro Ordine?
Ritorniamo alle considerazioni iniziali: nessuna attività in chiesa, per quanto ben realizzata, potrà mai cambiare il fatto che San Domenico istituiva conventi, luoghi per la vita in comune, per la preghiera in comune, luoghi dai quali irradiare molteplici attività apostoliche. L’Ordine Domenicano, l’Ordine dei predicatori non è mai stato l’Ordine dei sacrestani, con tutto il rispetto per i sacrestani!
A questo punto, io, fra Girolamo, domando a voi confratelli: amate l’Ordine, amate il convento di San Marco? Se l’amore è sincero, come potete lasciare San Marco in queste condizioni?
Lasciatemi concludere nel mio stile, quello per cui sono passato alla Storia:
“iam enim securis ad radicem arborum posita est omnis ergo arbor quae non facit fructum bonum exciditur et in ignem mittitur” (“Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco”, Matteo 3,10).
Non vorrei aggiornare il mio programma profetico
“Ecce gladius Domini super terram cito et velociter”
così:
“Ecce gladius Domini super Ordinem Praedicatorum cito et velociter”!

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5 commenti

  • Virro ha detto:

    Caro Girolamo, potevi intervenire prima!
    Però potresti intercedere molto verso il Trono Divino.
    Vedi il Papa di allora, Borgia, Alessandro VI, e il Papa di oggi, Bergoglio detto Francesco, hanno in comune:
    la lingua, il sesso,… non parlare della morale, (rubare vedi il Cardinale elettricista, promuovere nella gerarchia ecclesiastica i lestofanti a svantaggio della Chiesa che egli stesso governa, bugie, non fare mai verità eh……) soprattutto non invitare a conversione alcuna persona (tanto Dio HA VOLUTO la diversità delle religioni!!!)
    Caro Girolamo hai vissuto, faccia a faccia con Lorenzo de Medici, Papa Francesco è cresciuto faccia faccia con un dittatore come Peron (quanti morti!!!!!!)
    Ciao Girolamo, chiedi per noi battezzati non adoratori della “pachamama” il dono di non perdere la fede, ma perseverare nella fede.

  • Roberto Donati ha detto:

    Ho conosciuto i Domenicani di Firenze quando le Province erano due: Santa Maria Novella della Provincia Romana, San Marco e Sardegna della omonima Provincia. Parlo dei primi anni settanta. Allora in Santa Maria Novella si entrava senza pagare, dalla porta in facciata, e c’era sempre padre Renzo Giacomelli nel confessionale. Spesso c’era da aspettare il proprio turno. Una vita, la sua, spesa per il ministero sacerdotale. Nessuna velleità da dj discotecaro! A San Marco c’era La Pira e l’Antinesca Tilli apriva la porta a chi lo andava a cercare. Nel Convento i padri Centi e Colosio, poi padre Ricotti, e il grande padre Alberto occanegra, a San Domenico di Fiesole e allo Studio Teologico. A quel tempo a Firenze si poteva ascoltare anche don Barsotti, don Bensi. I padri Camilliani in Santa Maria Maggiore non lasciavano mai sguarnito il confessionale. Le chiese erano luoghi
    di preghiera, spazi di silenzio e di grazia. Poi è cominciato un rapido, inarrestabile declino. Caro Savonarola dovevi intervenire ben prima!

    • DON ETTORE BARBIERI ha detto:

      Anch’io ho conosciuto grandi Padri domenicani, all’inizio degli anni Novanta, anche se non così grandi come quelli citati. Erano religiosi scolpiti nella roccia, abituati alla vita consacrata fin da bambini. Fino intorno al Duemila ce n’erano ancora, oggi non più: abbiamo vissuto di rendita per decenni, illudendoci di essere vivi, mentre consumavamo il “capitale”. Ora che i vecchi preti, i vecchi frati, i vecchi fedeli sono morti o hanno cent’anni ci rendiamo conto di essere in braghe di tela.

  • Zuzzerellone ha detto:

    Domanda : quali testi sono, o meglio erano, conservati nella biblioteca intitolata ad Arrigo Levasti che debbano, secondo la nuova inquisizione, essere cancellati dal comune sapere ?
    L’attuale sistema di rapporti ecumenici vuole forse cancellare le diatribe interconfessionale o interreligiose dei secoli scorsi ?

  • Maria Michela Petti ha detto:

    Eccola la Chiesa “uscita”, come da vagheggiamento. Una chiesa (in minuscolo) che di concreto ha solo la descrizione; una chiesa che forse – forse – sta prendendo le misure alla dimensione virtuale in cui è andata a cacciarsi per libera scelta e non per il confinamento che è stata la foglia di fico strappata all’albero della pandemia.
    Basterà il ricorso ad un servizio di rete sociale – da cui la comunicazione oggi non può prescindere – a ridare voce trainante a chi, davanti al degrado di un panorama desolatamente privo di vita, si chiede: «Cos’altro è rimasto da abbattere?».
    Nutro parecchi dubbi e non perché sia incline al pessimismo. Tuttavia: ben vengano di questi stratagemmi!

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