PORFIRI: IL MAGISTERO SU CANTO GREGORIANO E POLIFONIA.

26 Febbraio 2020 Pubblicato da --

 

Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, continua la serie di articoli che il M° Aurelio Porfiri dedica alla musica sacra e alla sua presenza nella liturgia. Un tema apparentemente rivolto agli specialisti, ma dal cui svolgimento anche persone “comuni” possono trarre notevoli spunti di interesse e conoscenza. Buona lettura.

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Il magistero su canto gregoriano e polifonia

Ora cerchiamo di vedere che cosa ha detto il magistero della chiesa sulla questione canto gregoriano e polifonia in questo secolo. Partiamo come sempre dal Motu proprio di San Pio X (22 novembre 1903) che, dopo aver affermato che la vera musica sacra deve avere come qualità principali, la bontà di forme, la santità e l’universalità, dice: “Queste qualità si riscontrano in grado sommo nel canto gregoriano, che è per conseguenza il canto proprio della Chiesa Romana, il solo canto che essa ha ereditato dagli antichi padri, che ha custodito gelosamente lungo i secoli nei suoi codici liturgici, che come suo direttamente propone ai fedeli, che in alcune parti della liturgia esclusivamente prescrive e che gli studi più recenti hanno sì felicemente restituito alla sua integrità e purezza.

Per tali motivi il canto gregoriano fu sempre considerato come il supremo modello della musica sacra, potendosi stabilire con ogni ragione la seguente legge generale: tanto una composizione per chiesa è più sacra e più liturgica, quanto più nell’andamento, nella ispirazione e nel sapore si accosta alla melodia gregoriana, e tanto è meno degna del tempio, quanto più da quel supremo modello si riconosce difforme (…).

Le anzidette qualità sono pure possedute in ottimo grado dalla classica polifonia, specialmente della scuola Romana, la quale nel XVI secolo ottenne il massimo della sua perfezione per opera di Pierluigi da Palestrina e continuò poi a produrre anche in seguito composizioni di eccellente bontà liturgica e musicale. La polifonia assai bene si associa al supremo modello di ogni musica sacra, che è il canto gregoriano, e per questa ragione meritò di essere accolta insieme col canto gregoriano, nelle funzioni solenni della Chiesa, quali sono quelle della Cappella Pontificia(…).” (Motu proprio II, 3-4, sottolineature mie per enfatizzare alcune parti). Fin qui è tutto chiaro: il canto gregoriano è il supremo modello del canto liturgico e la polifonia palestriniana è quanto di più degno per avvicinarsi a questo modello.

Eccoci ora alla costituzione apostolica “Divini cultus sanctitatem” del Papa Pio XI (20 dicembre 1928). Leggiamone alcuni passi significativi riguardanti l’argomento di questo scritto: “poiché là dove le disposizioni di Pio X sono state osservate ed attuate integralmente, si è avuto, col risorgere delle più elette forme dell’arte, un consolante rifiorire di spirito religioso; poiché il popolo cristiano, compenetrato da un più profondo sentimento liturgico, cominciò a prender parte più attiva al rito eucaristico, alla preghiera pubblica ed alla salmodia sacra. E  Noi stessi ne avemmo una consolante conferma, quando, nel primo anno del Nostro Pontificato, un coro immenso di chierici di ogni nazione, accompagnò colle melodie gregoriane la solenne liturgia da Noi celebrata nella Basilica Vaticana” (introduzione); “Nel Laterano glorioso, dove prima S. Gregorio Magno – raccolto, riordinato e aumentato il tesoro della monodia sacra, eredità e monumento dei Padri – aveva costituito la famosa Scuola che doveva perpetuare l’interpretazione genuina e tradizionale dei canti liturgici, il monaco Guido compì il primo esperimento della sua invenzione, dinanzi al clero di Roma e allo stesso Sommo Pontefice; il quale, approvando e lodando l’innovazione sapiente, fece si che questa si potesse poi a poco a poco diffondere ovunque, con immenso incremento di ogni genere di musica” (introduzione);  “Le Cappelle musicali pure Noi qui raccomandiamo a chi spetta, come quelle che succedono, nel decorso dei tempi, alle antiche Scuole, e per questo scopo furono istituite nelle Basiliche e nelle Chiese maggiori, affinché vi eseguissero specialmente della polifonia sacra. A questo proposito, meritatamente la polifonia suol tenere il primato, dopo le venerande melodie gregoriane, su ogni altra forma di musica chiesastica; e perciò Noi ardentemente desideriamo che tali cappelle, come fiorirono dal secolo XIV al secolo XVI, così là specialmente siano ricostituite dove una maggiore frequenza e prestanza del divin culto esige un maggior numero ed una scelta più squisita di cantori” (V); “Dal novero dei putti cantori, specie nel secolo XVI, uscirono, come è noto, i migliori compositori di classica polifonia, principe sopra tutti, il grande Giovanni Pierluigi da Palestrina” (VI). Anche qui il discorso è molto chiaro: il canto gregoriano è il canto liturgico per eccellenza, anche per la sua derivazione tradizionale dall’autorità di Gregorio Magno (gli studi in questo senso, evidentemente, non avevano ancora preso piede); a lui si può avvicinare la polifonia classica e cioè quelle del XVI secolo specialmente rappresentata dalla scuola Romana. Un documento di straordinaria importanza per il movimento liturgico, è senz’altro l’enciclica “Mediator Dei” di Papa Pio XII (20 novembre 1947). In essa vengono dette cose molto importanti rispetto al canto nella liturgia e soprattutto vi spira una sensibilità più marcata verso la partecipazione attiva dei fedeli al culto. Parlando del culto interno ed esterno solennemente afferma: “La Chiesa, pertanto, vuole che tutti i fedeli si prostrino ai piedi del redentore per professarGli il loro amore e la loro venerazione; vuole che le folle, come i fanciulli che andarono incontro al Cristo mentre entrava a Gerusalemme con gioiose acclamazioni, inneggino ed accompagnino il Re dei re e il Sommo autore di ogni beneficio con il canto di gloria e di ringraziamento; vuole che sul loro labbro siano preghiere, ora supplici ora liete e grate, con le quali, come gli Apostoli presso il lago di Tiberiade, possano sperimentare l’aiuto della sua misericordia e della sua potenza; o, come Pietro sul monte Tabor, abbandonino se stessi ed ogni lor cosa a Dio nei mistici trasporti della contemplazione.” (Parte prima, II); e nella parte che si occupa di “archeologismo liturgico” afferma: “Così, per fare un esempio, è fuori strada chi vuole restituire all’altare l’antica forma di mensa; chi vuole eliminare dai paramenti liturgici il colore nero; chi vuole escludere dai templi le immagini e le statue sacre; chi vuole cancellare nella raffigurazione del Redentore crocifisso i dolori acerrimi da Lui sofferti; chi ripudia e riprova il canto polifonico anche quando è conforme alle norme emanate dalla Santa Sede.” (parte prima, V). L’enciclica in questione è estesa e complessa e Papa Pio XII, che pure apre abbastanza al vento del cambiamento, deve anche far fronte a questa situazione con la secolare prudenza della Chiesa. I cambiamenti richiedono gradualità e non possono essere improvvisi. Sulla sua strada proseguiranno altri. Ancora la Mediator Dei: “Sono, dunque, degni di lode coloro i quali, allo scopo di rendere più agevole e fruttuosa al popolo cristiano la partecipazione al Sacrificio Eucaristico, si sforzano di porre opportunamente tra le mani del popolo il “Messale Romano”, di modo che i fedeli, uniti insieme col sacerdote, preghino con lui con le sue stesse parole e con gli stessi sentimenti della Chiesa; e quelli che mirano a fare della Liturgia, anche esternamente, una azione sacra, alla quale comunichino di fatto tutti gli astanti. Ciò può avvenire in vari modi: quando, cioè, tutto il popolo, secondo le norme rituali, o risponde disciplinatamente alle parole del sacerdote, o esegue canti corrispondenti alle varie parti del Sacrificio, o fa l’una e l’altra cosa: o infine, quando, nella Messa solenne, risponde alternativamente alle preghiere dei ministri di Gesù Cristo e insieme si associa la canto liturgico.”  (parte seconda II, 3). Passaggio quanto mai importante: si incoraggiano le iniziative del movimento liturgico per una partecipazione più ampia del popolo alla celebrazione; si dice che il popolo può intervenire con dei canti (che non è il gregoriano, che anche in fondo a questo periodo viene chiamato “canto liturgico”), che siano pertinenti al momento liturgico in cui vengono inseriti e che deve associarsi ad alcune parti del canto liturgico con i ministri (non certo quelle del proprio della messa, in quanto molto elaborate). Leggiamo questo ispiratissimo concetto espresso dall’enciclica: “”Dobbiamo salmeggiare in modo che la nostra mente concordi con la nostra voce”. Non si tratta dunque di una recitazione soltanto, o di un canto, che, pur perfettissimo secondo le leggi dell’arte musicale e le norme dei sacri riti, arrivi soltanto all’orecchio, ma soprattutto di una elevazione della nostra mente e della nostra anima a Dio, perché ci consacriamo, noi e tutte le nostre azioni, a Lui, uniti con Gesù Cristo.” (parte terza I). Citando un passo della regola di San Benedetto, Pio XII coglie il cuore di una questione che ancora oggi è motivo di discordia: il canto richiede la perizia artistica di chi lo compone, ma non si risolve assolutamente soltanto in quello. Per finire con questa fondamentale enciclica, citiamone un passo verso la fine in cui si danno indicazioni pastorali chiare sul canto nella liturgia: “Quanto alla musica, si osservino scrupolosamente le determinate e chiare norme emanate da questa Sede Apostolica. Il canto gregoriano, che la Chiesa Romana considera cosa sua, perché ricevuto da antica tradizione e custodito nel corso dei secoli sotto la sua premurosa tutela, e che essa propone ai fedeli come cosa anche loro propria, e che prescrive in senso assoluto in alcune parti della Liturgia, non soltanto aggiunge decoro e solennità alla celebrazione dei divini Misteri, ma contribuisce massimamente anche ad accrescere la fede e la pietà degli astanti.(…)

Inoltre, “perché i fedeli partecipino più attivamente al culto divino, sia ripristinato il canto Gregoriano anche nell’uso del popolo, per la parte che ad esso popolo spetta. Ed urge veramente che i fedeli assistano alle sacre cerimonie non come spettatori muti ed estranei, ma toccati nel profondo dalla bellezza della Liturgia,…che alternino secondo le norme prescritte la loro voce alle voci del sacerdote e della cantoria, se ciò, grazie a Dio, si verificherà, allora non accadrà più che il popolo risponda appena con un lieve e sommesso mormorio alle preghiere comuni dette in latino e in lingua volgare”. La moltitudine che assiste attentamente al Sacrificio dell’altare, nel quale il nostro Salvatore, insieme con i suoi figli redenti dal suo sangue, canta l’epitalamio della sua immensa carità, certamente non potrà tacere, poiché “cantare e proprio di chi ama”, e come già in antico diceva il proverbio: “Chi bene canta, prega due volte”. Cosicché la Chiesa militante, Clero e popolo insieme, unisce la sua voce a i cantici della Chiesa trionfante ed ai cori angelici, e tutti insieme cantano un magnifico ed eterno inno di lode alla santissima Trinità, come è scritto: “Con i quali ti preghiamo che vengano unite anche le nostre voci””. (parte quarta II). Come possiamo osservare, si tratta veramente di un documento ispiratissimo, che traccia delle linee sui cui si muoveranno i protagonisti del movimento liturgico. La progressività nei cambiamenti è connaturata alla natura della Chiesa Cattolica e anche alla nostra propria cultura. Proprio per questo l’attuazione della riforma liturgica, già al suo sorgere, ha così disorientato molti uomini di Chiesa e laici, tanto da far gridare al “terremoto”. Essa, immagino contro le intenzioni dei suoi promotori, ha avuto una crescita “scomposta”, in alcune parti disperdendo i preziosi impulsi originari, in altre proponendone di nuovi e urgenti.

Ma torniamo al documento di Pio XII. Esso ha segnato senz’altro una tappa importante nel cammino del movimento liturgico e lo possiamo considerare uno dei punti più alti della riflessione ecclesiale sulla liturgia, la sua costituzione e le sue applicazioni pratiche. Il 25 dicembre 1955, lo stesso Pio XII ci consegna un’altra enciclica ancora più mirata sull’argomento che ci sta a cuore, la “Musicae sacrae disciplina”. Come si capisce facilmente, questo documento, per il suo stesso oggetto (che è prossimo all’argomento di questo scritto), sarebbe ampiamente da citare, ma preferisco non appesantire ulteriormente l’esposizione e citare solo pochi passi dalla celebre enciclica, a comincia da questo: “Il nostro Predecessore di f.m. S. Gregorio Magno, secondo la tradizione, radunò con cura quanto era stato tramandato e vi diede un saggio ordinamento, provvedendo con opportune leggi e norme ad assicurare la purezza e l’integrità del canto sacro. (…) Lo stesso canto corale, che dal suo restauratore, S. Gregorio, cominciò a chiamarsi “Gregoriano”, a cominciare dall’VIII e IX secolo in quasi tutte le regioni dell’Europa  cristiana acquistò nuovo splendore, con l’accompagnamento dello strumento musicale chiamato “organo”. A partire dal secolo IX a poco a poco a questo canto corale si aggiunge il canto polifonico, di cui nei secoli successivi sempre più si precisarono la teoria e la pratica e che, soprattutto nel XV e nel XVI secolo, raggiunse per opera di sommi artisti ammirabile perfezione.” (I). Ancora più avanti: “Conservare con cura questo prezioso tesoro del canto Gregoriano e farne ampiamente partecipe il popolo spetta a coloro tutti, ai quali Gesù Cristo affidò da custodire e da dispensare le ricchezze della Chiesa.” (III). “Non è nostra intenzione con ciò che abbiamo detto per lodare e raccomandare il canto Gregoriano rimuovere dai riti della Chiesa la polifonia sacra, la quale, purchè ornata dalle debite qualità, può giovare assai per la magnificenza del culto divino e per suscitare pii affetti nell’animo dei fedeli. E’ ben noto infatti che molti canti polifonici, composti soprattutto nel secolo XVI, risplendono per tale purezza di arte e tale ricchezza di melodie, da essere del tutto degni di accompagnare e quasi render più perspicui i riti della Chiesa. Che se la genuina arte della polifonia nel corso dei secoli a poco a poco è decaduta e non di rado vi si sono mescolate melodie profane, negli ultimi decenni per l’opera indefessa di insigni maestri essa felicemente si è come rinnovata, con un più accurato studio delle opere degli antichi maestri, proposte alla imitazione ed emulazione degli odierni compositori.” (III). Anche in questa enciclica, Pio XII proseguirà con la sua apertura al canto religioso popolare nella liturgia, pur se a specifiche condizioni. Ma il canto per eccellenza, che compendia tutte le caratteristiche espressa già da Pio X nel motu proprio è il canto gregoriano, lascito di una tradizione che risalirebbe a Gregorio magno e ritenuto puro ed incontaminato. Con lui ecco la polifonia, specificando che su tutte le forme storiche della stessa, va ritenuto come modello quella del XVI secolo, momento supremo dopo quello del canto liturgico per eccellenza. Nell’istruzione “De Musica Sacra et Sacra Liturgia”, emanata dalla sacra congregazione dei riti il 3 settembre 1958, sostanzialmente si riprendono gli argomenti già esposti nelle encicliche di Pio XII che abbiamo or ora visto insieme. Primato del canto gregoriano, canto liturgico per eccellenza e “podio d’onore” alla polifonia, con speciale riferimento a quella del XVI secolo e segnatamente a Giovanni Pierluigi da Palestrina. Il canto popolare  viene largamente incoraggiato, sempre nei limiti e secondo le norme consentite. Ma questo documento è anche importante, in quanto accanto ai due repertori “principi” prendono più consistenza, rispetto a documenti precedenti, gli altri repertori esistenti, come la musica sacra moderna e il canto religioso. Seguiranno altri documenti su questa strada: il motu proprio “Rubricarum instructum” di papa Giovanni XXIII (25 luglio 1960); due documenti della sacra congregazione di riti, il “Nuovo Codice di rubriche per il breviario ed il messale romano” (1960) e la “Instructio de Calendariis particularibus ei Officiorum ac Missarum propriis ad normam et mentem Codiciis rubricarum revisendis” (14 febbraio 1961). Infine, nell’immediato periodo preconciliare, due documenti di papa Giovanni XXIII che un po’ stridono con la sua fama di “progressista” e che sembrano scoraggiare le istanze più sentite dagli alfieri del movimento liturgico, come quello di un più largo uso della lingua volgare nella liturgia; questi due documenti sono il chirografo “Jucunda Laudatio” (8 dicembre 1961) e la Costituzione Apostolica “Veterum Sapientia” del 22 febbraio 1962, in cui viene solennemente ribadito che il latino è la lingua ufficiale della chiesa. In questo ultimo documento specialmente, al punto 2 viene “stabilito e ordinato” quanto segue: “I medesimi Vescovi e Superiori Generali degli Ordini religiosi, mossi da paterna sollecitudine, vigileranno affinché nessuno dei loro soggetti, smanioso di novità, scriva contro l’uso della lingua latina nell’insegnamento delle sacre discipline e nei sacri riti della Liturgia e, con opinioni preconcette, si permetta di estenuare la volontà della Sede Apostolica in materia e di interpretarla erroneamente.” Queste parole lasciano poco spazio a dubbi o all’immagine, anche diffusa da uno sceneggiato di successo sul “Papa buono” (e che buono era realmente), di un Giovanni XXIII aperto alla concessione di un maggiore uso della lingua volgare nella liturgia: tra la “Veterum Sapientia” e la “Sacrosanctum Concilium” ci sono appena 22 mesi! Il passo di nostro interesse della costituzione conciliare lo abbiamo citato all’inizio di questo scritto, essendone l’argomento principale. Si riconosce al canto gregoriano una preminenza sugli altri generi musicali che non si escludono, basta che rispondano allo “spirito dell’azione liturgica” come è stabilito nell’articolo 30. ma cosa dice questo articolo? “Per promuovere la partecipazione attiva, si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo. Si osservi anche, a tempo debito, un sacro silenzio.” Quindi, per tornare al nostro soggetto, la polifonia non si esclude basta che tenga conto del fatto che i fedeli possano partecipare. Ma partecipare tramite la polifonia o malgrado la stessa? Certo, qui quando si parla di polifonia, è difficile pensare alla polifonia rinascimentale, la cui forma principe, il “mottetto”, è esclusivamente ad appannaggio della schola e non permette la partecipazione dei fedeli (anche se gli inni e i magnificat, per esempio, sono quasi sempre alternati e quindi permettono la risposta del popolo). Mi sembra che questo passo può avere una doppia interpretazione: al prima è che si conservi pure la classica polifonia, basta che i fedeli possano almeno rispondere in canto ai salmi, alle acclamazioni e alle varie risposte della celebrazione (quindi possano partecipare esternamente “malgrado” la polifonia); l’altra è che i fedeli partecipano, avendo la possibilità di alternarsi con la schola che esegue brani polifonici che prevedono anche l’intervento dell’assemblea (quindi partecipare “tramite” la polifonia). Nella tensione fra queste due interpretazioni si è svolto larga parte del dibattito postconciliare sull’argomento. Risulta problematico il discorso in questione, in quanto da molti si è ridotto il partecipare solo ad un “fare” qualcosa, perdendo secondo me la dimensione importante del partecipare come ascoltare e, perché no, apprendere. Anche della musica liturgica che ha delle qualità “alte” può donare una sapienza del cuore, pur se non rende possibile un intervento esterno del popolo. Questo aspetto, naturalmente, va dosato e guidato sapientemente e non usato per rivendicare primati artistici o morali.

Il 25 gennaio 1964, papa Paolo VI emana il motu proprio “Sacram Liturgiam”, in cui si danno le prime indicazioni per l’esecuzione della costituzione conciliare. La Sacra Congregazione dei Riti, il 26 settembre 1964, emana l’istruzione “Inter Oecumenici”, preparata dal consilium per l’applicazione della SC. Questa istruzione si può considerare come il primo gradino dell’applicazione della SC, ancora in tensione tra il passato e il futuro (e non poteva essere altrimenti). Per quello che riguarda la musica nella celebrazione, dà un suggerimento importante: “La posizione della schola e dell’organo deve fare chiaramente risaltare che i cantori e l’organista fanno parte dell’assemblea dei fedeli; e sia tale che essi possano svolgere il loro ufficio liturgico nel modo più idoneo.” (V 8). Quindi il coro non  un’entità distante che canta melodie celesti da un mondo lontano (simboleggiato dal suono che viene dall’alto della cantoria), ma è un gruppo qualificato di fedeli (sarebbe sperabile che fosse qualificato in senso professionale) e che è incaricato di aiutarli a cantare, a meditare e a pregare. Il 25 dicembre 1965 la Sacra Congregazione per i seminari e le università emana l’istruzione “Doctrina et exemplo”, nella quale, tra le altre cose, viene affermato che l’uso della lingua volgare nella liturgia latina non deve andare a detrimento dell’uso, dello studio e della conoscenza della lingua latina. A questo documento ne farà seguito un altro emanato dalla Sacra Congregazione dei Riti, “In Edicendis Normis” (23 novembre 1965). Papa Paolo VI, il 15 agosto 1966, pubblicherà la lettera apostolica “Sacrificium Laudis”. Del 5 marzo 1967 è l’istruzione “Musicam Sacram”, emanata dalla Sacra Congregazione dei Riti. Questa istruzione, come è facile capire, ci dice cose importanti sull’oggetto del nostro breve studio. Si stabilisce il principio della gradualità nella “solennizzazione” delle celebrazioni: non tutte sono “sonorizzabili” alla stessa maniera, anche se, quando si fa una scelta, si deve sempre tenere presente il criterio di selezionare comunque e per prime le parti più importanti, cioè quelle dei sacerdoti e dei ministri in dialogo con l’assemblea. Altri passi ci dicono del clima mutato: “Nello scegliere il genere di musica sacra, sia per la “schola cantorum” che per i fedeli, si tenga conto delle possibilità di coloro che devono cantare.”  (9); “Si tenga presente che la vera solennità di un’azione liturgica dipende non tanto dalla forma più ricca del canto e dall’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione, che tiene conto dell’integrità dell’azione liturgica, dell’esecuzione cioè di tutte le sue parti, secondo la loro natura.” (11) Il punto forse più importante, per lo scopo del nostro scritto, è il seguente: “Nelle azioni liturgiche in canto celebrate in lingua latina:

  1. a) Al canto gregoriano, come canto proprio della liturgia romana,si riservi, a parità di condizioni, il primo posto (34). Le melodie esistenti nelle edizioni tipiche si usino nel modo più opportuno.
  2. b) “Conviene inoltre che si prepari un’edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese minori” (35).
  3. c) Le composizioni musicali di altro genere, a una o più voci, appartenenti al patrimonio tradizionale, o contemporanee, siano tenute in onore, si incrementino e si eseguiscano secondo le possibilità (36).” (50)

Come vediamo, richiamandosi continuamente alla SC, si comincia però a distinguere tra le celebrazioni in lingua volgare e quelle in lingua latina. In queste ultime il gregoriano rimane sempre il canto proprio della liturgia; si chiede inoltre di approntare un’edizione più semplice per chiese con meno possibilità (il Graduale simplex). Non appare nessun riferimento alla polifonia rinascimentale, né alla polifonia “classica”; si preferisce riunire alcuni generi non omogenei sotto la definizione di composizioni in latino “a una o più voci”. Nelle celebrazioni in lingua volgare, è sempre possibile usare queste composizioni in latino? “Inoltre, tenendo presenti le condizioni dell’ambiente, l’utilità pastorale dei fedeli e la natura di ogni lingua, vedano i pastori di anime se – oltre che nelle azioni liturgiche celebrate in latino – parti del patrimonio di musica sacra, composta nei secoli precedenti per testi in lingua latina, possano usarsi anche nelle celebrazioni fatte in lingua volgare. Niente infatti impedisce che in una stessa celebrazione si cantino alcune parti in un’altra lingua.” (51). Malgrado tutti questi aggiustamenti, si percepisce però che un’altra strada si è imboccata. Questo documento è molto equilibrato, anche se non eccellente, e cerca di mediare le istanze di “progressisti e conservatori” che duramente si fronteggiavano in quegli anni. Credo che tramite questo documento sia facilmente identificabile uno dei punti chiave sul destino del gregoriano e della polifonia: il loro stretto e intimo legame con  la lingua latina. Il problema pesante è che, una volta di fatto, accantonata la lingua latina, questi repertori appaiono costretti a seguirla di conseguenza. Il 4 maggio 1967 è la volta di una nuova istruzione della Congregazione dei Riti, la “Tres abhinc annos”. In questa istruzione non ci si occupa di questioni musicali in modo specifico, ma viene data un’ulteriore “spallata” all’uso del latino nella celebrazione, quando si dice che si può estendere l’uso della lingua volgare anche nel Canone della Messa, nel rito delle Ordinazioni e anche nelle letture dell’Ufficio divino (VIII 28). Questo è un altro mattone significativo che porterà all’edificazione di quella che è comunemente conosciuta come la “Messa di Paolo VI”. il 25 maggio 1967, festa del Corpus Domini, la Sacra Congregazione dei Riti promulga l’istruzione “Eucharisticum Mysterium” incentrata sul mistero eucaristico. Particolarmente importante in questa istruzione è anche lo spazio dato all’assemblea, il suo particolare sacerdozio, la sua forma di partecipazione e la sua unità. Di lì a non molto ci sarà la promulgazione del nuovo Messale Romano, che darà l’inizio ufficiale al cosiddetto “nuovo rito”. Successivamente ci saranno altre istruzioni, come quelle sull’inculturazione e quella recente sulle traduzioni dei testi liturgici che proseguiranno sulla via tracciata.

Aurelio Porfiri

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6 commenti

  • Avatar P. Lorenzo Franceschini ha detto:

    Anche in questo apprezzabile saggio si nota la volontà concordista di mettere in continuità consequenziale le indicazioni disciplinari di Pio XII con quelle di Pio X. Ma in realtà, Pio XII realmente spinse in modo efficace e determinante verso un’idea di partecipazione popolare che come tale tendesse a deporre il canto gregoriano e la stessa lingua latina. La portata innovativa è immensa, nel senso, di una discontinuità. Questa è una cosa che va pensata. La Sacrosanctum concilium a riguardo è solo un’inevitabile strascico della Mediator Dei, ma anzi rispetto a quella poi recupera, più di quanto non sembri. Occorre, lo dico in generale, ripristinare la corretta successione causale fra questi due pronunciamenti, pìano e conciliare, e poi cominciare a porci degli interrogativi seri sulle Commissioni degli anni ’40.

  • Avatar P. Lorenzo Franceschini ha detto:

    Anche in questo apprezzabile saggio si nota la volontà concordista di mettere in continuità consequenziale le indicazioni disciplinari di Pio XII con quelle di Pio X. Ma in realtà, Pio XII realmente spinse in modo efficace e determinante verso un’idea di partecipazione popolare che come tale tendesse a deporre il canto gregoriano e la stessa lingua latina. La portata innovativa è immensa, nel senso, di una discontinuità. Questa è una cosa che va pensata. La Sacrosanctum concilium a riguardo è solo un’inevitabile strascico della Mediator Dei, ma anzi rispetto a quella poi recupera, più di quanto non sembri. Occorre, lo dico in generale, ripristinare la corretta successione causale fra questi due pronunciamenti, pìano e conciliare, e poi cominciare a porci degli interrogativi seri sulle <> degli anni ’40.

  • Avatar Antonio Cafazzo ha detto:

    Ci sono due metodi affinchè la partecipazione alla Messa N.O. giovi.
    Metodo preventivo. Prima di andare a messa entrare nei siti “Stilum Curiae”, “Duc in altum”, etc. e leggere i loro articoli. Immunizza dai coretti con chitarre, omelie sociologiche o zuccherose, Padre Nostri main dans la main…
    Metodo curativo. Dopo la messa entrare nei siti “Stilum Curiae”, etc per resettare il Sistema Operativo della Fede e ripristinare i valori di fabbrica.

  • Avatar Adriana ha detto:

    Anche con la musica sacra più si ” incultura ” e si
    ” universalizza “, più si frammenta in lacerti confusi .