MIGRANTI. LA VOCE INASCOLTATA DEI VESCOVI AFRICANI. UN CORO.

14 Febbraio 2020 Pubblicato da

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, mentre i nostri sciagurati governanti hanno riaperto per la felicità di tutti coloro che ci guadagnano la tratta degli esseri umani, è interessante dare voce ai vescovi africani, che purtroppo ben poco risalto trovano non solo nella grande stampa, sostanzialmente schierata con le ONG e gli scafisti, oltre che con i recettori nostrani di carne umana, ma persino nei media cattolici . Vi consigliamo di andare su questo sito 

https://drive.google.com/file/d/10Wm4Ia7raJ3LSYvO8IvaHNOR-f4bZGyY/view

Intanto pubblichiamo una raccolta di elementi presenti nella piccola opera. Buona lettura.

   §§§

Sinodo dei Vescovi sul tema La Chiesa in Africa a servizio della

riconciliazione, della giustizia e della pace.

 

2009

Propositio 16

Fuga di cervelli

I paesi e le famiglie africani investono grandi somme di denaro nel formare professionisti per

contribuire a migliorare le condizioni di vita della gente. Purtroppo molti di loro abbandonano il

paese subito dopo la loro specializzazione con la speranza di trovare migliori condizioni di

lavoro e di remunerazione.

Il Sinodo propone:

– che i paesi africani prendano misure urgenti per migliorare le condizioni di vita e di lavoro nel

continente per prevenire la “fuga di cervelli”, affinché le persone non lascino il paese per essere

assorbite nelle società sviluppate;

– che i professionisti esercitino un senso di sacrificio e di servizio verso la propria gente, alle cui

spese sono stati addestrati; e

– che i paesi sviluppati sostengano l’Africa nell’affrontare questo problema, sviluppando centri

di eccellenza accademica che rispondano ai bisogni di uno sviluppo integrale delle società.

 

Propositio 28

Migranti e rifugiati

 

Nel continente africano ci sono circa quindici milioni di migranti che cercano una patria e un

luogo di pace. Il fenomeno di questo esodo rivela l’aspetto delle ingiustizie e crisi socio-

politiche in alcune aree dell’Africa. Migliaia hanno tentato, ed ancora cercano, di attraversare

deserti e mari per raggiungere “pascoli più verdi”, dove credono di ricevere un’istruzione

migliore, guadagnare più soldi, e, in alcuni casi, godere di una maggiore libertà. Purtroppo

questo fenomeno affligge molte nazioni del continente. Ancora oggi, molti rifugiati stanno

languendo in prigione, centinaia sono già morti.

Questa situazione precaria per tanti stranieri dovrebbe suscitare la solidarietà di ciascuno; invece

essa causa molta paura e ansietà. Molti considerano gli immigranti un peso, li guardano con

sospetto e li ritengono un pericolo e una minaccia. Tutto ciò spesso porta ad espressioni di

intolleranza, xenofobia e razzismo.

 

Tra alcuni recenti e preoccupanti sviluppi c’è una legislazione che penalizza tutti gli ingressi

clandestini nelle nazioni straniere e consolati e polizia di frontiera che discriminano negli

aeroporti i passeggeri africani.

Certamente le migrazioni all’interno e fuori del continente sono un dramma con molte

dimensioni, che incide su tutti i paesi, creando destabilizzazione, distruzione di famiglie ed è

spreco del capitale umano dell’Africa.

I Padri sinodali credono innanzi tutto che le politiche e le leggi migratorie restrittive del mondo

contro gli africani violino sempre più il principio della destinazione universale dei beni creati e

gli insegnamenti della Chiesa sui diritti umani, sulla libertà di movimento e sui diritti dei

lavoratori migranti.

Il Sinodo quindi è convinto che sia necessario ed urgente:

– chiedere che il governo applichi la legge internazionale sulle migrazioni in modo giusto e

conveniente senza discriminare i passeggeri africani;

– fornire una cura pastorale speciale per i settori vulnerabili della popolazione dell’Africa, in uno

sforzo congiunto tra le Chiese di origine e le Chiese ospitanti, per ampliare la cura pastorale ai

migranti;

– propugnare un giusto trattamento dei rifugiati in cooperazione con il Pontificio Consiglio per i

Migranti e gli Itineranti, la Commissione Internazionale Cattolica per le Migrazioni e le

Commissioni per la Giustizia e la Pace a tutti i livelli della Chiesa;

– stabilire uffici o “Commissioni” per il Movimento dei Popoli nei segretariati delle Conferenze

Episcopali, incaricati di lavorare insieme e con il Pontificio Consiglio per i Migranti e gli

Itineranti;

– sviluppare programmi di cura pastorale per i migranti e le loro famiglie.

Il Sinodo invita anche i governi africani a creare un clima di sicurezza e di libertà per attuare

programmi di sviluppo e di creazione di lavoro, dissuadendo così i loro cittadini dal lasciare la

casa diventando rifugiati, e a prendere iniziative che incoraggino i rifugiati a ritornare, con

programmi di accoglienza per loro.

 

I Vescovi africani: per Lampedusa c’è anche una

responsabilità africana

 

Come sottolineato in un precedente post, anche in Africa si comincia ad interrogarsi se tragedie

come quella di Lampedusa, correlate al grande numero di profughi e migranti che abbandonano il

continente africano per cercare rifugio o lavoro in Europa, spesso a rischio della vita, non implichino

responsabilità anche dei governanti africani. E’ di qualche giorno fa una presa di posizione dei

vescovi africani che in una nota del Secam (Simposio conferenze episcopali Africa e Madagascar)

fatta pervenire all’agenzia Fides denunciano l’esistenza di precise responsabilità africane che stanno

a monte di tragedie come quelle a cui purtroppo assistiamo sempre più di frequente nel canale di

Sicilia. Si legge, infatti, nella nota .“È sorprendente che così tanti rifugiati dall’Africa orientale

continuano ad intraprendere il pericoloso viaggio verso l’Europa alla ricerca della “libertà” a causa

delle gravi condizioni politiche ed economiche dei loro Paesi di origine”. Dopo aver ricordato la

situazione particolare in cui versano Somalia ed Eritrea, i due Paesi da dove proviene la maggior

parte delle persone coinvolte nella tragedia di Lampedusa, rifacendosi alla Lettera Pastorale dei

Vescovi africani, “Governance, bene comune e transizioni democratiche in Africa”, il comunicato

prosegue: “il dramma della migrazione, con un crescente numero di giovani che rischiano la vita per

abbandonare l’Africa, riflette la profondità del malessere di un continente dove ancora sono forti le

resistenze ad assicurare alle proprie popolazioni lavoro, educazione e salute”.“Dopo oltre 50 anni di

indipendenza, l’Africa è ancora alla prese con violenze senza fine, gruppi armati illegali che

continuano a minacciare la sicurezza della popolazione e dei loro beni che a loro volta provocano la

fuga delle persone, come nel caso dell’incidente di Lampedusa” sottolineano i Vescovi africani. Il

documento conclude, come riporta l’agenzia Fides, facendo appello alla responsabilità delle

istituzioni africane perché operino per coordinare le politiche di controllo dei flussi migratori e

soprattutto inizino un processo di miglioramento delle condizioni di vita dei loro Stati. Si fa altresì

richiesta all’Europa perché riveda la propria legislazione immigratoria e tratti “questi migranti con

maggiore compassione”.Una sfida che, al di là di ogni facile demagogia, chiama in causa,

indistintamente, europei e africani, ognuna per la propria parte.

( dal blog Albe rwandesi 28 ottobre 2013 )

 

I Vescovi africani ai giovani: “Restate in Africa per

costruire un continente migliore”

“Non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri Paesi alla ricerca di impieghi inesistenti in

Europa e in America”. È l’appello lanciato da Mons. Nicolas Djomo,Vescovo di Tshumbe e

Presidente della Conferenza Episcopale della Repubblica Democratica del Congo, ai giovani africani

perché non cerchino soluzioni ai loro problemi al di fuori del proprio Paese ma invece lottino per

costruire una società migliore. Mons. Djomo ha lanciato il suo appello nel discorso di apertura della

riunione della Gioventù Cattolica Panafricana che si tiene a Kinshasa dal 21 al 25 agosto. “Guardatevi

dagli inganni delle nuove forme di distruzione della cultura di vita, dei valori morali e spirituali” ha

detto Mons. Djomo. “Utilizzate i vostri talenti e le altre risorse a vostra disposizione per rinnovare e

trasformare il nostro continente e per la promozione della giustizia, della pace e della riconciliazione

durature in Africa”. “Voi siete il tesoro dell’Africa. La Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha

bisogno di voi” ha rimarcato il Vescovo. Secondo un comunicato inviato all’Agenzia Fides alla

riunione, organizzata dal Simposio delle Conferenza Episcopali di Africa e Madagascar

(SECAM/SCEAM), hanno partecipato 120 delegati provenienti da Gabon, Zimbabwe, Ghana,

Sudafrica, Botswana, Swaziland, Egitto, Congo, Kenya, Uganda, Camerun.Parole chiare, che vanno

ad aggiungersi a precedenti prese di posizione dell’episcopato africano in materia di migrazioni (

leggi post) e che dovrebbero far riflettere anche molti commentatori e uomini di Chiesa, che danno

del fenomeno migratorio letture parziali, dimenticando che alle spalle della poche decine di migliaia

di migranti irregolari ci sono centinaia di milioni di africani che combattono per una vita migliore,

magari contando anche sul nostro aiuto.

( dal blog Albe rwandesi 25 agosto 2015 )

 

Il cardinale nigeriano Onaiyekan: «Emigrare non è una

soluzione»

“Emigrare non è una soluzione ai problemi della Nigeria e dell’Africa. Servono invece politiche che

favoriscano lo sviluppo economico e offrano opportunità in loco ai giovani.” Ad affermarlo, come

riferisce la rivista Africa dei Padri Bianchi, è il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan,

arcivescovo di Abuja, parlando alla Conferenza sulla tratta degli esseri umani, organizzata da Caritas

Internationalis e dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, tenutasi ieri

nella capitale federale nigeriana.«Il traffico di esseri umani – ha detto il prelato – è destinato ad

aumentare il numero di persone frustrate che non possono sbarcare il lunario. Lo sapete, il tempo

di finire gli studi all’università e iniziate a vagare per le strade per tre, quattro, cinque e sei anni,

senza lavoro, e si arriva a 30 o 31 anni senza futuro, ed è molto difficile starsene tranquilli». Il

cardinale, secondo quanto riportato dall’Agenzia Fides, ha poi lanciato un appello al Governo

nigeriano affinché si impegni con provvedimenti efficaci e coordinati a rilanciare l’economia del

Paese. Solo in questo modo è possibile creare posti di lavoro per i giovani ed evitare che questi

lascino il Paese affidandosi ai trafficanti di esseri umani.«Le autorità nigeriane stanno invitando i

giovani a cercare altre possibilità per vivere. Chiedono loro di tornare a coltivare la terra. La ricetta

non è sbagliata, ma il governo deve fare di più per offrire la possibilità ai giovani di coltivare o trovare

altre occupazioni. Bisogna evitare che i ragazzi si siedano, non facciano nulla, rimanendo frustrati».

Spesso ai giovani non rimane altra alternativa che emigrare. «Ma l’emigrazione verso una

destinazione sconosciuta non è la vera risposta – ha affermato ancora il cardinale -. La gente dice

che in Europa o nel Nord America la situazione sarà sempre meglio che in patria. Non è vero. La

situazione a cui vanno incontro all’estero può essere peggiore di quella che stanno affrontando qui…

Almeno qui, non c’è l’inverno, puoi sempre dormire sotto un ponte. Non puoi invece dormire sotto

un ponte là. Morirai di freddo».E’ questo solo l’ultimo degli appelli, che spesso non hanno trovato

spazio nei media cattolici italiani, dei vescovi africani sul grave fenomeno migratorio.

( dal blog Albe rwandesi 15 settembre 2016 )

 

I vescovi africani agli emigranti: restate e create ricchezza

I filmati che mostrano degli emigranti africani arrestati e venduti come schiavi in Libia sono circolati

anche in Africa insieme alla notizia di circa 20.000 detenuti in condizioni inaccettabili. Hanno

suscitato un’ondata di indignazione che ha costretto l’Unione Africana a promettere di riportare a

casa entro poche settimane tutti gli emigranti in difficoltà: beninteso con il sostegno logistico e

finanziario dell’Unione Europea e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, quest’ultima

in realtà impegnata da anni a rimpatriare gli emigranti che chiedono aiuto.Monsignor Benjamin

Ndiaye, arcivescovo della capitale del Senegal Dakar, ne ha parlato il 25 novembre, a margine della

cerimonia di ordinazione di cinque nuovi sacerdoti della sua diocesi. “Non abbiamo il diritto di

lasciare che esistano canali di emigrazione illegale quando sappiamo benissimo come funzionano –

ha detto – tutto questo deve finire”. Insieme alla Nigeria, il Senegal è uno dei paesi africani da cui

partono alla volta dell’Italia più emigranti clandestini. Secondo Monsignor Ndiaye tutte le autorità

religiose devono fare la loro parte e devono collaborare affinchè i giovani si impegnino nello sviluppo

dei rispettivi paesi: “è meglio restare poveri nel proprio paese – ha detto – piuttosto che finire

torturati nel tentare l’avventura dell’emigrazione”. Infine Monsignor Ndiaye ha lanciato un appello

a tutte le personalità autorevoli affinchè si impegnino in attività di sensibilizzazione per far capire ai

giovani i pericoli dell’emigrazione clandestina. Lui stesso si è rivolto ai giovani: “cari ragazzi – ha

detto – tocca a noi costruire il nostro paese, tocca a noi svilupparlo, nessuno lo farà al posto

nostro”.In Nigeria il primo a reagire, il 28 novembre, pochi giorni dopo la diffusione dei video, è

stato il presidente Muhammadu Buhari. Il capo di stato si è detto inorridito al vedere i suoi

connazionali “trattati come capre, venduti per pochi dollari”. Ha quindi dichiarato che tutti gli

emigranti nigeriani bloccati in Libia e altrove saranno riportati a casa e verranno reinseriti nella vita

sociale ed economica del paese. Inoltre ha giurato che farà tutto il possibile per impedire che altri

nigeriani intraprendano il pericoloso viaggio verso l’Europa: combatterà la corruzione, sconfiggerà

definitivamente Boko Haram e altri gruppi armati, migliorerà i servizi pubblici, a partire da quello

scolastico. Nei giorni successivi anche i vescovi nigeriani hanno preso la parola, affidandosi

all’agenzia di stampa Catholic News Service. Lo hanno fatto richiamando con fermezza sia il governo

che la popolazione alle loro responsabilità. “Il governo nigeriano – ha detto Monsignor Joseph

Bagobiri, vescovo di Kafachan – dovrebbe far capire ai giovani che c’è più speranza di vita in

Nigeria di quanta pensino di trovarne in Europa o altrove. Il paese ha ricchezze e risorse immense.

I nigeriani non dovrebbero ridursi a mendicanti andandosene alla ricerca di una ricchezza illusoria

all’estero”.Spetta ai nigeriani sviluppare il loro paese, ha aggiunto Monsignor Jilius Adelakan,

vescovo di Oyo, evidenziando le responsabilità collettive: “Incominciamo a sviluppare il nostro paese

in modo da renderlo un luogo in cui è desiderabile e piacevole vivere, facciamo in modo che siano

gli stranieri a voler venire da noi”.Ai tanti giovani che non vedono l’ora di

andarsene Monsignor Bagobiri ha consigliato di non sprecare denaro per un viaggio rischioso, un

progetto senza prospettive: “se i nigeriani emigrati clandestinamente, invece di spendere così tanto

per il viaggio, avessero investito quelle somme di denaro in maniera creativa in Nigeria, in attività

economiche, adesso sarebbero degli imprenditori, dei datori di lavoro. Invece sono ridotti in

schiavitù e sottoposti ad altre forme disumane di trattamento in Libia”.

(La Nuova Bussola, 21/12/2017).

 

Vescovi egiziani e migrazione

Quello del vescovo egiziano copto di Alessandria, mons Anba Ermia, è solo l’ultimo allarme. Ha

dichiarato: “L’immigrazione in Europa? Mandano avanti i giovani e poi arrivano gli sheik per il

lavaggio del cervello che li fa diventare estremisti. Così la jihad sta arrivando anche da voi in Italia e

negli altri paesi europei” (Il Giornale, 2 febbraio 2018). Qualche giorno fa è stato il patriarca

Ignace Younan a dire ai governi europei, rei di favorire l’emigrazione dei Cristiani dalle loro terre:

“Non alimentate le migrazioni dei Cristiani. Vogliamo rimanere in Medio Oriente” (ACS, febbraio

2018).

 

Vescovi del Ghana alzano la voce contro la migrazione illegale

Si alza forte e chiara la voce dei vescovi del Ghana attorno al problema dell’immigrazione illegale di

tanti giovani uomini e donne che decidono di lasciare il Paese in cerca di una vita migliore in Europa.

FERMIAMO L’ESODO ILLEGALE

Riunitasi in assemblea plenaria dal 9 al 16 novembre scorsi a Techiman – situata nella regione di

Brong Ahafo, zona particolarmente colpita dal fenomeno in questione – la conferenza episcopale

ghanese ha infatti avuto modo, riporta Crux, «di ascoltare le lamentele delle autorità tradizionali e

politiche, del vescovo ospite e di altre parti interessate sulla migrazione irregolare a Techiman,

Nkoranza e nella regione di Brong Ahafo nel complesso» e di farsi dunque un’idea dei numeri della

questione; facendo riferimento all’anno 2017, e prendendo in considerazione solamente i rimpatri

dalla Libia, sono stati 4.092 i giovani costretti a fare ritorno a casa: ma questa è esclusivamente la

punta dell’iceberg di un fenomeno purtroppo massiccio e radicato. Hanno dichiarato i vescovi:

«Siamo rattristati dalla sfortunata perdita di vite nel deserto e nel Mar Mediterraneo di giovani

uomini e donne che si imbarcano in questi perigliosi viaggi. Condividiamo le ansie delle famiglie che

hanno perso i contatti con i loro parenti, che sono partiti per questi viaggi e pregano per il loro

ritorno sicuro. Come parte del nostro impegno a ridurre al minimo l’alto livello di migrazione in

questa parte del nostro paese, abbiamo incaricato la Caritas Ghana, la nostra organizzazione di

sviluppo e soccorso, di dare priorità alle azioni per affrontare questa minaccia nella regione di Brong

Ahafo e nell’intero paese».

DAL GHANA VERSO LA LIBIA

Samuel Zan Akologo, direttore della Caritas, fa eco ai prelati, affermando che la situazione è oramai

«calamitosa»: «Due città di Brong Ahafo (Techiman e Nkoranza), nella diocesi di Techiman», ha

affermato, «sono famose per i loro centri di reclutamento aperti. 700 migranti irregolari sono stati

rimpatriati dagli Stati Uniti in un solo colpo. Ci sono ancora molte persone in attesa di rimpatrio».

E la stessa Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) riconosce che il Ghana risulta

essere uno dei Paesi con il maggior numero di migranti illegali, soprattutto verso la Libia, da dove

tentano poi l’attraversata del Mediterraneo: un viaggio della speranza che, stando sempre ai dati

della IOM, negli ultimi quattro anni ha visto coinvolti 400.000 migranti e rifugiati africani, ben

15.000 dei quali hanno perso la vita.Di fronte a questa situazione, dunque, i vescovi ghanesi hanno

preso un pubblico impegno per ridurre le migrazioni, sollecitando anche il governo a intervenire.

Nel fare questo, la chiesa locale si impegna – riporta l’Agenzia Fides – a «ridurre la disoccupazione

giovanile, lanciando due nuovi programmi: investimenti di forte impatto sociale e iniziative per le

imprese sociali».

 

E IL GHANA NON E’ UNA DISCARICA PER RIFIUTI ELETTRONICI

Un altro tema affrontato dai vescovi è poi stato quello dell’ambiente. Il Ghana è infatti «uno dei

maggiori destinatari di rifiuti elettronici globali. Diverse aree del suo territorio sono inquinate da

metalli pesanti contenuti in dispositivi elettronici gettati in enormi discariche aperte», senza

dimenticare inoltre la mole sempre più consistente di rifiuti di vario genere che viene abbandonata

a cielo aperto. Accanto a questo, desta preoccupazione la desertificazione che, denunciano i vescovi,

«aggrava la povertà della popolazione locale e addirittura li priva del loro sostentamento agricolo».

(Il Timone del 4 dicembre 2018 )

 

Dalla Sierra Leone/ “Islamismo e povertà, ecco perché si parte per l’Europa”

La fede debole dell’Europa, l’immigrazione, i problemi di un Paese alla prese con

un’economia che non offre lavoro: parla mons. Natale Paganelli, vescovo

missionario a Makeni

Ha detto che molte persone in Italia e in Europa non vogliono più svolgere certi

mestieri. Quale sarebbe la soluzione?

Ogni Paese europeo dovrebbe essere capace di stabilire quanti stranieri possono lavorare sul

suo territorio. Così, i migranti uscirebbero dai loro Paesi di origine con i documenti in regola,

con un permesso di residenza e di lavoro. Ovviamente, nei Paesi di destinazione dovrebbe

esistere una struttura di integrazione preparata per loro, come per esempio in provincia di

Bolzano.

Non le pare un po’ utopico?

E’ quanto sta accadendo in Giappone: ultimamente ha richiesto 350mila lavoratori,

indicando i Paesi che potevano far richiesta dei posti di lavoro. E’ quanto ha fatto il Canada.

Quando ero in Messico ho verificato come funzionava: davano visti temporanei per lavorare

sei mesi nella pesca, permettendo così di guadagnare quanto permetteva di vivere bene gli

altri sei mesi a casa loro.

( Il Sussidiario, 11.03.2019 )

 

Card. Sarah su migrazioni, globalizzazione ed Europa

Riprendiamo qui di seguito ampi stralci dell’articolo apparso ieri, a firma Antonio Socci, su Libero,

riportante pensieri del card. Robert Sarah su argomenti di stretta attualità come migrazioni,

gloablizzazione, Europa. I temi sono ripresi dall’intervista concessa dallo stesso cardinale a Valeurs

Actuelles, in sede di presentazione del nuovo libro, appena uscito in Francia (in italiano arriverà a

fine estate), che s’ intitola Le soir approche et déjà le jour baisse, titolo che richiama il passo del

Vangelo sui pellegrini di Emmaus.”A chi si è addormentato con le chiacchiere monotone e

“politicamente corrette” delle élite clericali che lisciano il pelo ai salotti delle ideologie dominanti,

scrive Socci, il nuovo libro del card. Robert Sarah provocherà uno choc. È sulla linea del magistero

di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II non solo sui temi dottrinali, ma anche sulle questioni sociali

del presente.

Il cardinale africano giganteggia nella Chiesa attuale per la sua autorevolezza, la sua spiritualità, per

il suo distacco dalle lotte curiali e per la sua coraggiosa voce di verità. Specialmente sul tema

dell’emigrazione lui, africano proveniente da un villaggio poverissimo, è totalmente controcorrente

rispetto al clericalismo di sinistra. Mette in guardia dalla «barbarie islamista» (come dalla barbarie

materialista), appoggia i paesi di Visegrad che difendono le loro identità nazionali e boccia il Global

Compact sulle migrazioni. Ormai – dice – «ci sono molti paesi che vanno in questa direzione e ciò

dovrebbe indurci a riflettere. Tutti i migranti che arrivano in Europa vengono stipati, senza lavoro,

senza dignità È questo ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di

schiavismo che è diventata la migrazione di massa. Se l’Occidente continua per questa via funesta

esiste un grande rischio – a causa della denatalità – che esso scompaia, invaso dagli stranieri, come

Roma fu invasa dai barbari. Parlo da africano. Il mio paese è in maggioranza musulmano. Credo di

sapere di cosa parlo».

LE IDEE

Così, in un’ intervista.

È un grido d’ allarme sulla Chiesa, sull’Europa e sulla sua Africa che ritiene danneggiata dall’ ondata

migratoria: «C’ è una grande illusione che consiste nel far credere alla gente che i confini saranno

aboliti.Gli uomini si assumono rischi incredibili. Il prezzo da pagare è pesante. L’ Occidente è

presentato agli africani come il paradiso terrestre (). Ma come si può accettare che i paesi siano

privati di così tanti loro figli? Come si svilupperanno queste nazioni se così tanti loro lavoratori

sceglieranno l’ esilio?» Il prelato si chiede quali sono le strane organizzazioni «che attraversano l’

Africa per spingere i giovani a fuggire promettendo loro una vita migliore in Europa? Perché la

morte, la schiavitù e lo sfruttamento sono così spesso il vero risultato dei viaggi dei miei fratelli

africani verso un eldorado sognato? Sono disgustato da queste storie. Le filiere mafiose dei

trafficanti devono essere sradicate con la massima fermezza. Ma curiosamente restano del tutto

impunite». Non si può far nulla? Il prelato cita «il generale Gomart, ex capo dell’intelligence militare

francese», il quale di recente ha spiegato: «Questa invasione dell’ Europa da parte dei migranti è

programmata, controllata e accettata. Niente del traffico migratorio nel Mediterraneo è ignorato

dalle autorità francesi, militari e civili». Sarah si dice traumatizzato da quello che è accaduto negli

anni scorsi: «La barbarie non può durare più. L’ unica soluzione duratura è lo sviluppo economico

in Africa. L’ Europa non deve diventare la tomba dell’ Africa». Perciò «si deve fare tutto affinché gli

uomini possano rimanere nei paesi in cui sono nati».

IL GLOBAL COMPACT

Così il cardinale si schiera pure contro il Global Compact che invece è sostenuto da Bergoglio:

«Questo testo ci promette migrazioni sicure, ordinate e regolari. Ho paura che produrrà esattamente

il contrario. Perché i popoli degli Stati che hanno firmato il testo non sono stati consultati? Le élite globaliste hanno paura della risposta della democrazia ai flussi migratori?».Sarah ricorda che hanno

rifiutato di firmare questo patto paesi come Stati Uniti, Italia, Australia, Polonia e molti altri.Poi il

cardinale critica il Vaticano che lo appoggia: «Sono stupito che la Santa Sede non sia intervenuta

per cambiare e completare questo testo, che mi sembra gravemente inadeguato».E boccia le élite

europee: «Sembra che le tecnostrutture europee si rallegrino dei flussi migratori o li incoraggino.

Esse non ragionano che in termini economici: hanno bisogno di lavoratori che possano essere pagati

poco.Esse ignorano l’ identità e la cultura di ogni popolo. Basta vedere il disprezzo che ostentano per

il governo polacco».Alla fine di questa strada – avverte Sarah – c’ è solo l’ autodistruzione. Secondo

il cardinale si è approfittato della pur giusta lotta «contro tutte le forme di discriminazione» per

imporre l’ utopia della «scomparsa delle patrie».Ma questo «non è un progresso». Il

multiculturalismo non va confuso con la carità universale: «La carità non è un rinnegamento di sé.

Essa consiste nell’ offrire all’ altro ciò che di meglio si ha e quello che si è. Ora, ciò che di meglio l’

Europa ha da offrire al mondo è la sua identità, la sua civiltà profondamente irrigata di

cristianesimo». Invece, secondo il cardinale, l’ attuale globalizzazione «porta a un’ omologazione

dell’ umanità, mira a tagliare all’ uomo le sue radici, la sua religione, la sua cultura, la storia, i

costumi e gli antenati. Così diventa apolide, senza patria, senza terra. È a casa dappertutto e da

nessuna parte». Perciò il prelato spezza una lancia a favore dei paesi cosiddetti sovranisti: «I paesi,

come quelli del gruppo di Visegrad, che si rifiutano di perdersi in questa pazza corsa sono

stigmatizzati, a volte persino insultati. La globalizzazione diventa una prescrizione medica

obbligatoria. Il mondo-patria è un continuum liquido, uno spazio senza identità, una terra senza

storia».

( dal blog Albe rwandesi 8 aprile 2019 )

 

Le Conferenze episcopali dell’Africa occidentale ai giovani: “Basta emigrazione irregolare”

Una preghiera a Dio affinché i giovani africani siano “piùconsapevoli dei pericoli dell’emigrazione

irregolare” e credano “in se stessi e nella loro capacità di avere successo in Africa”. Ad elevarla al cielo sono

stati i vescovi delle conferenze nazionali e interterritoriali dell’Africa occidentale che costituiscono il Recowa-

Cerao, i quali si sono riuniti a Ouagadougou, inBurkina Faso, dal 14 al 20 maggio, per la Terza Assemblea

Plenaria. Al termine dell’incontro hanno pubblicatoun comunicato e un messaggio pastorale, in entrambi i

documenti si fa riferimento alla piaga dell’emigrazione di massa, la quale priva l’Africa di forze giovani

conducendole, spesso, versoviaggi insperati, sofferenze, morte.

La piaga dell’emigrazione

Grazie all’impegno missionario e caritatevole della Chiesa, nonché all’abnegazione dei suoi figli-rilevano i presuli

-, l’Africa negli ultimi anni ha mosso degli importanti passi in avanti. Tuttavia – si legge nel messaggiopastorale –

non sono mancate “minacce inaspettate, tragedie senza precedenti e nuovi disastri che cercano di

annientaretutti questi sforzi per lo sviluppo sociale e il progresso umano”. L’elenco è lungo: epidemie, disastri

ambientali, violenze settarie, attacchi alla democrazia,difficoltà a raggiungere riconciliazioninazionali, le nuove forme di terrorismo e di povertà e, appunto, “l’emigrazione che colpisce giovani africani attratti dalla sete di una vita migliore, ma che si interrompe bruscamente tra le onde del Mediterraneo o nel deserto

libico”. Di qui l’esortazione al Signore per rendere “più consapevoli” i giovani dei “pericoli dell’emigrazione

irregolare”. I vescovi lanciano un appello ad aiutare questa gioventù “a trovare opportunità per guadagnarsi da vivere”. Ma l’attenzione dell’Assemblea è rivolta anche a “tutti coloro che tornano da una sforturnata

esperienza di emigrazione”. “Lavoriamo – affermano – perché possano trovare sempre nella Chiesa

un’accoglienza pastorale e spirituale che permettaloro di reintegrarsi nel proprioPaese e nella propria comunità ecclesiale per vivere pienamente la propria fede”.

 

“Non credete alle false promesse che portano alla schiavitù”

Il messaggio dei vescovi si rivolge poi direttamente ai giovani: “Voi rappresentate il presente e il futuro dell’Africa,

che deve lottare con tutte le sue risorseper la dignità e la felicità dei suoi figli e figlie.In questo contesto,

non possiamo tacere sul fenomeno delle vostre migrazioni, specialmente in Europa.I nostri cuori

come pastori e padri soffrono nel vedere queste barche sovraccariche di giovani, donne e bambiniin balia delle onde del Mediterraneo”. “Certo – prosegue il messaggio -,comprendiamo la vostra sete di felicità e

di benessere che i vostri Paesi non vi offrono.Disoccupazione, miseria, povertà rimangono mali che

umiliano.Tuttavia, non dovete sacrificare la vostra vita lungo strade pericolose e destinazioni

incerte.Non lasciatevi ingannare dalle false promesse che vi porteranno alla schiavitù e ad un futuro

illusorio!Con il duro lavoro e la perseveranza potrete avere successo in Africa e, cosa più importante, rendere

questo continente una terra prospera”.

 

Il doppio appello

Il tema dell’emigrazione torna poi nel comunicato finale. “È triste notare che molti, nella loro ricerca di migliori

condizioni di vita, sono stati vittime di rapitori, commercianti di schiavi.Molti sono morti in alto mare o

nel deserto.Non dobbiamo permettere che una tale tragedia continui”, scrivono i vescovi dell’Africa

occidentale. Di qui due richieste, una rivolta ai Paesi d’origine e un’altra ai Paesi ospitanti. “Chiediamo ai nostri governi di promuovere una nuova cultura di leadership nel servizio, nella giustizia, nel patriottismo e di creare un ambiente favorevoleaffinché gli africani possano vivere e prosperare nel nostro continente”,

scrivono i vescovi. E poi: “Dichiariamo che migranti e rifugiati africani costituiscono capitale umano e ricche

risorse spirituali per i Paesi verso cui emigrano. Chiediamo quindi che la dignità dei migranti e dei

rifugiati sia rispettata ovunque e sempre”. (Federico Cenci: In Terris 22 maggio 2019)

https://fr.allafrica.com/stories/201905210275.html

Vescovo nigeriano rompe tabù: «Utili anche i muri per
fermare le migrazioni»
Città del Vaticano – Decisamente controcorrente, quasi politicamente scorretto, il vescovo
nigeriano Matthew Hassan Kukah di Sokoto, una popolosa città della Nigeria, osserva i flussi
migratori crescenti e i drammi connessi, per dire chiaro e tondo che erigere dei muri o delle barriere
come deterrente per le migrazioni è una cosa comprensibile. «Naturalmente costruire ponti è
molto meglio che erigere dei muri, ma i paesi hanno il compito di portare avanti politiche nazionali
per il bene comune, per proteggere i propri cittadini. I muri non necessariamente significano che
nessuno deve entrare, ma che i paesi sono liberi di regolare i propri flussi migratori. In un processo
tanto complicato come quello attuale, la dignità umana deve essere garantita come i diritti dei
migranti debitamente rispettati».
( Il Messaggero 16 Ottobre 2019 di Franca Giansoldati)

Monsignor Antoniazzi, vescovo di Tunisi: dobbiamo
accogliere bene i migranti ma anche aiutarli a restare in Africa
La Conferenza episcopale italiana, su iniziativa del presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti, ha
promosso a Bari, dal 19 al 23 febbraio, l’incontro di riflessione e spiritualità “Mediterraneo, frontiera
di pace”. Parteciperanno poco più di cinquanta vescovi in rappresentanza delle Conferenze
episcopali dei 19 Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Fra gli altri, vi sarà padre Ilario
Antoniazzi: 71 anni (di cui quasi cinquanta trascorsi in Medio Oriente) dal 2013 è arcivescovo di
Tunisi (Tunisia). La diocesi (l’unica del Paese) può contare su circa 40 sacerdoti di 15 nazionalità e
90 religiose di varie congregazioni. Le chiese sono cinque e vi fanno riferimento circa 40.000
cattolici, quasi tutti stranieri: studenti e migranti dall’Africa subsahariana e lavoratori provenienti
da diversi Paesi.In questa conversazione con Vatican Insider l’arcivescovo Antoniazzi riflette
sull’incontro in terra pugliese.
Come giudica l’iniziativa ideata dal cardinale Bassetti?
«È indubbiamente lodevole. Conoscendo bene la regione mediterranea so che l’incontro non sarà
certo risolutivo poiché i problemi che affliggono quest’area del mondo sono molteplici e gravi. Se
tuttavia noi vescovi ci metteremo nelle mani del Signore e ci impegneremo, con spirito sinodale,
confido che qualche risultato buono potremo guadagnarlo riuscendo anche a ravvivare il desiderio
di pace di tutti i popoli del Mediterraneo. Dobbiamo essere ottimisti e, come dice san Paolo, sperare
contro ogni speranza. Durante l’incontro noi vescovi avremo modo di stare insieme, conoscerci
meglio e rafforzare i legami di amicizia: sarà consolante poter condividere i problemi, poter ricevere
e offrire parole di incoraggiamento».
Il Comitato scientifico organizzatore dell’incontro, nell’invitare le Conferenze
episcopali, ha chiesto ai vescovi di segnalare i problemi e le questioni intra-ecclesiali ed extra-ecclesiali che considerano più rilevanti e urgenti. Lei quali temi extra-ecclesiali ha proposto?

«Il problema maggiore che stiamo vivendo è quello delle migrazioni: molti tunisini e centinaia di
persone arrivate qui dall’Africa subsahariana, vogliono partire per l’Europa in cerca di un futuro
migliore. Si teme che presto, a tutti costoro, si aggiungeranno i libici in fuga da un Paese che sta
sprofondando nel caos: il governo tunisino sta già allestendo campi di accoglienza ad hoc. Sul tema
delle migrazioni ho maturato questa convinzione: dobbiamo lavorare non solo, ovviamente, per
assicurare ai migranti un’accoglienza rispettosa della loro dignità, ma anche per scoraggiare queste partenze che stanno drammaticamente impoverendo l’Africa e che espongono i migranti giunti in
Europa a patire violenze, avvilimenti, prepotenze di ogni genere. Soffro molto quando vengo a
conoscenza di tutte queste sofferenze. Ovviamente, chi fugge da guerre e fame deve essere accolto!
Ma affermare che in tutta l’Africa vi sono guerre e fame sarebbe una falsità. Le Chiese si stanno
molto prodigando per i migranti, gli esempi felici di accoglienza non mancano: purtroppo paiono
essere gocce nel mare. Mi addolora il disprezzo verso l’Africa che l’Europa manifesta.Mi fa soffrire
il fatto che se un italiano lascia il proprio Paese viene definito un cervello in fuga mentre se a partire
è un africano è semplicemente un migrante. In Europa non ci si rende conto che anche i giovani
africani sono cervelli in fuga e la loro partenza contribuisce a impoverire sempre più un continente
già pesantemente sfruttato. E in un continente senza giovani la speranza è destinata a affievolirsi
sino a morire. Un giorno un cardinale africano mi diceva che ogni giovane che parte è come un albero
che viene sradicato dalla collina. Prima o poi la collina, sempre più privata dei suoi alberi, finirà per
franare. È questo che vogliamo?».
La Conferenza Episcopale Italiana, nel 2017, ha avviato la campagna “Liberi di partire,
liberi di restare” per promuovere l’accoglienza e l’integrazione dei migranti, e, allo
stesso tempo, offrire opportunità (educative e professionali) per evitare la migrazione
poiché ogni essere umano deve poter vivere dignitosamente nella propria terra. I
salesiani, nel 2015, hanno varato il progetto “Stop Tratta” che si propone di informare
capillarmente chi intende emigrare dall’Africa subsahariana per ragioni economiche
dei gravi rischi che il viaggio comporta e offrire opportunità di lavoro a chi decide di
restare in patria. Come valuta queste iniziative?
«Sono iniziative che percorrono la strada giusta: qui in Tunisia partecipiamo al progetto della Cei
attraverso la Caritas locale. Il problema è che in Africa le persone considerano soltanto il “liberi di
partire”: e quindi si sentono autorizzate e quasi invitate a emigrare. Il “liberi di restare” viene del
tutto ignorato. Io e i sacerdoti della diocesi non incoraggiamo mai i tunisini e i migranti giunti
dall’Africa subsahariana a partire per l’Europa: cerchiamo sempre di dissuaderli sia spiegando i
pericoli e la vita difficile cui andranno incontro, sia aiutandoli, per quanto possiamo, a fare ritorno
nel loro Paese di origine e a costruire lì una vita buona».
Vi è qualche iniziativa in ordine alle migrazioni che vorrebbe proporre durante
l’incontro di Bari?
«Non penso a una iniziativa specifica. Vorrei far presente che i ripetuti e accorati appelli
all’accoglienza, necessari ai cuori induriti d’Europa, qui in Africa vengono totalmente fraintesi e
considerati veri e propri inviti a partire. A mio giudizio dovremmo tutti impegnarci per affiancare a
questi doverosi richiami sia parole chiare sull’importanza di restare nei propri Paesi di origine sia
ulteriori progetti per sostenere chi non vuole partire».
Quale pensa sia il tema intra-ecclesiale più importante da affrontare?
«Direi il dialogo con l’Islam. Non basta convivere pacificamente con i musulmani, bisogna giungere
a vivere bene con loro. Dovremmo impegnarci maggiormente per costruire un dialogo capace di
edificare con i musulmani rapporti basati sull’amore, la benevolenza, il rispetto, la concordia. In
Tunisia la Chiesa si sta spendendo molto per raggiungere questo obiettivo e i primi risultati si
vedono. Qui si vive insieme serenamente, non ci si limita a convivere. Quando persone provenienti
dall’Europa (pochissime, purtroppo) vengono a trovarci restano sorprese nel constatare i nostri
buoni rapporti con i musulmani. La Tunisia non è il Paese dei terroristi, noi cattolici non siamo mai
stati minacciati né offesi. Vorrei proprio che i fedeli italiani si accorgessero di noi: la nostra Chiesa,
piccola, fragile ma molto viva, è di fatto sconosciuta; le comunità cattoliche tunisine si sentono
ignorate, incomprese, non apprezzate: ciò è per me motivo di sofferenza. Certo, riceviamo sostegno
e aiuti, anche economici, dalla Cei, ma desidererei molto che i fedeli italiani venissero a visitarci».
Pensa che un gemellaggio con una diocesi italiana potrebbe essere utile?

«Certo! E si potrebbero anche organizzare pellegrinaggi sui passi di sant’Agostino: la Tunisia è stata
terra cristiana per lungo tempo e ha donato al cristianesimo figure esemplari. Forse in Italia non ci
si rende conto che la Chiesa tunisina ha molto da offrire».
Quali ricchezze porta in dono?
La nostra è una Chiesa autenticamente universale: i cattolici – studenti, imprenditori, operai,
diplomatici, migranti – provengono da Europa, Africa e Asia. Restano in Tunisia per un numero
limitato di anni: un quarto di loro parte ogni anno per tornare nel Paese d’origine o emigrare e viene
sostituito da nuovi fedeli. Nonostante questi continui mutamenti, le nostre comunità sono molto
vive. Noi seminiamo per amore del Signore consapevoli che non vedremo i frutti del nostro lavoro,
sappiamo accontentarci di piccoli successi e ne gioiamo, senza mai cedere allo scoraggiamento.
Credo che questa nostra esperienza possa essere utile alle Chiese europee che mi pare si scoraggino
facilmente quando non raccolgono grandi successi».
Quali frutti spera possa portare l’incontro di Bari?
«Sorretti dalla speranza, fiduciosi nell’amore del Signore, animati da un sincero desiderio di
collaborazione, noi vescovi dovremo anzitutto impegnarci a seminare cominciando a gettare il seme
buono dell’amicizia e della stima reciproca. I frutti arriveranno».
( La Stampa/ Vatican Insider di Cristina Uguccioni 31 Gennaio).

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29 commenti

  • MARIO ha detto:

    Propongo una mia riflessione (discutibile?) sul fenomeno dei flussi migratori in rapporto allo sviluppo economico dei paesi in via di sviluppo.

    Negli ultimi cento anni la tecnologia ha abbattuto quasi completamente le barriere che dividevano l’umanità (in termini di spazio, comunicazione e conoscenza) e il mondo è diventato così piccolo da sembrare quasi un villaggio globale, dove però le disuguaglianze economiche sono rimaste finora pressoché inalterate.

    Nei prossimi cento anni verranno inevitabilmente abbattute (o ridotte drasticamente) anche le distanze delle disuguaglianze economiche tra paesi cosiddetti sviluppati e paesi in via di sviluppo.
    Questo processo sarà simile a quello dei vasi comunicanti, dove chi sta in basso sale e chi sta in alto scende, fino a portarsi tendenzialmente a livello (o quasi), con conseguenze imprevedibili sul piano della conflittualità a livello mondiale.

    Una delle conseguenze più evidenti di questo processo economico, che potremmo anche definire di osmosi, è il fenomeno sempre più macroscopico e destabilizzante dei flussi migratori.
    Esso è dovuto alle naturali aspirazioni dell’uomo, che tende istintivamente a spostarsi dove sa che le condizioni di vita (materiali e non solo) sono migliori, a prescindere dalle difficoltà che può incontrare (vedi anche urbanesimo, megalopoli, ecc.).
    E questo fenomeno tenderà a crescere sempre di più, in proporzione alle possibilità economiche di chi decide di emigrare.

    Per cui credo che anche l’aiuto economico ai paesi in via di sviluppo, seppur lodevole e necessario, anziché ridurre i flussi migratori, tenderà ad aumentarli purtroppo.

    Per evitare o ridurre quindi gli effetti destabilizzanti di un inarrestabile riequilibrio economico globale e di un tendenziale progressivo incremento dei flussi migratori, credo che un controllo equilibrato di questi fenomeni sia assolutamente indispensabile.
    In questo contesto anche l’impegno dei vescovi africani a disincentivare l’emigrazione potrà dare un contributo importante.

  • Astore da Cerquapalmata ha detto:

    Articolo interessante perché va oltre alla questione dei porti aperti o chiusi, va alla radice del problema: le POLITICHE IMMIGRAZIONISTE.
    Quanto il Papa e certi Vescovi siano avulsi dal sentire bimillenario della Chiesa è emerso quando disse, in riferimento al popolo dei barconi, che l’immigrazione, non doveva essere considerata un’emergenza, ma la NORMALITA’.
    Una frase che fu vista come l’imprimatur papale a quel tipo di immigrazione fatta di barconi e gommoni.
    Cioè: visto che l’esodo biblico tanto c’è allora è normale.
    Non mi stupisco, allora, del fatto che il Papa non abbia mai parlato dell’omosessualità come peccato mortale: visto che tanto c’è, potrebbe essere considerata normale o, se no, al massimo, una forma di immaturità.
    Ma se ci fosse coerenza, chi non considera i gommoni e i barconi come un fenomeno normale, dovrebbe fare altrettanto con la “terza guerra mondiale a pezzi”.
    Tanto c’è…

    • MARIO ha detto:

      Faccio notare che il peccato mortale DEVE essere riferito non all’omosessualità in se stessa, ma alla PRATICA dell’omosessualità.
      Non si può scherzare o fraintendere su queste cose…

      • Astore da Cerquapalmata ha detto:

        Naturalmente… Lo davo per scontato, ma ha fatto bene a specificarlo.
        Di questi tempi non va dato nulla per scontato

  • MARIO ha detto:

    Nell’opera “La voce (inascoltata) della Chiesa d’Africa sulle migrazioni”, cui fa riferimento l’odierno post del Dott. Tosatti, mi hanno colpito tra l’altro le parole di Mons. Ilario Antoniazzi, arcivescovo di Tunisi dal 2013 (con 50 anni di missione in Medio oriente), e che qui riporto:

    “(n.d.r. – Domanda intervistatore) Quale pensa sia il tema intra-ecclesiale più importante da affrontare?
    «Direi il dialogo con l’Islam. Non basta convivere pacificamente con i musulmani, bisogna giungere a vivere bene con loro. Dovremmo impegnarci maggiormente per costruire un dialogo capace di
    edificare con i musulmani rapporti basati sull’amore, la benevolenza, il rispetto, la concordia.
    In Tunisia la Chiesa si sta spendendo molto per raggiungere questo obiettivo e i primi risultati si vedono. Qui si vive insieme serenamente, non ci si limita a convivere.
    Quando persone provenienti dall’Europa (pochissime, purtroppo) vengono a trovarci, restano sorprese nel constatare i nostri buoni rapporti con i musulmani. La Tunisia non è il Paese dei terroristi, noi cattolici non siamo mai stati minacciati né offesi.”

    Credo che queste parole siano la conferma di quanto possa essere utile anche il Documento di Abu Dhabi, nella prospettiva (seppur lenta) e nell’impegno reciproco per una convivenza pacifica tra cristiani e mussulmani nei paesi a maggioranza islamica.

  • Lucia ha detto:

    Comunque al netto dei migranti che erano gia delinquenti in patria , sono destinati tutti a fare gli schiavi nei campi delle mafie qui al Sud distruggendo definitivamente quel po di agricoltura che era rimasta o in cantieri in giro per l ‘ Italia anche quelli non tanto onesti e gli altri a delinquere .Come affermo il cardinal Sarah tra 10 anni saranno qui a pentirsi amaramente di aver creduto alle fandonie dei mafiosi africani a cui si sono consegnati ma ahime temo che sfogheranno la loro rabbia su di noi che li abbiamo ” accolti ” .Sara un esercito di maschi che non mettera mai su famiglia , che per un africano o un medioorientale e qualcosa di inconcepibile , non oso immaginare cosa succedera……o meglio lo immagino , sara terribile .Purtroppo dai commenti sui social e dai discorsi che sento nel giro delle amicizie , cio sta portando al fatto che adesso tutti invocano programmi di contraccezione sistematica , in pratica sterilizzazione per gli africani anche da chi fino a poco tempo fa non avrebbe mai affermato un simile pensiero .Questo facilitera l’ approvazione dell ‘ aborto anche in Africa e da cio che ho letto ci sarebbe persino un crollo nelle donazioni alle onlus che operano in Africa al servizio dei bambini abbandonati perche molti donatori hanno fatto questo pensiero ” Se con i nostri soldi questi bambini vengono curati e studiano , ce li ritroveremo in Italia fra una decina di anni …..” .Ecco quest ‘ immigrazione incoraggiata persino dal Vaticano ha tarpato le ali alla generosita di tanti italiani e seminato nell ‘ animo di tanti di noi una diffidenza ostile che mai prima d ‘ ora si era vista che aumenta ad ogni crimine di questi poveri ” pellegrini ” e che ci ridurra a teatro di guerriglia urbana in ogni angolo d ‘ Italia sullo stile sud- Americano o addirittura nigeriano .Saranno contenti allora i vertici del vaticano ?

  • Paolo Giuseppe ha detto:

    Il documento proposto che riporta la voce di molti vescovi africani, mi stimolerebbe ad un intervento fiume, ma ve lo risparmio. Sorvolo su alcune affermazioni fuori luogo di alcuni vescovi africani e vengo al dunque, mettendo in fila alcune realtà e lasciando a voi lettori le conclusioni:
    – l’Europa occidentale e con essa l’Italia, sono civiltà morte perchè prive di valori vitali;
    – la natalità è precipitata a 1,30 nati per donna in età fertile, parametro che porta all’estinzione di un popolo;
    – l’espansione incontrollata degli spacciatori di droga dimostra che i consumatori di droga sono ormai un esercito;
    – al di là per il rispetto dovuto alle persone omosessuali, l’omosessualità è diventata una opzione di vita attraente per molti e, per definizione, l’omosessualità è un’opzione sterile;
    – in Italia entrano i migranti che decidono di farlo e non coloro che hanno i requisiti per entrare: ciò significa la totale rinuncia a governare il fenomeno migratorio (rimpatri e ricollocamenti in Europa sono barzellette);
    – santa madre chiesa asseconda l’immigrazione selvaggia per vergognose ragioni di bottega e null’altro;
    – ecc., ecc., ecc., ecc.
    Quizzone finale: la nostra società/civiltà è viva e vegeta oppure è morta e sarà sostituita da una civiltà islamico/africana/cinese?

    • don GG ha detto:

      la prego di fare lettura e riflessione sull’episodio biblico, Genesi 11 e segg. sulla Torre di Babele . La chiesa di Bergoglio sta lottando per questo.

    • LucioR ha detto:

      «Quizzone finale»

      Mi perdoni, ma è un quizzino. Tipo: “Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?”.

      (Ma capisco che la sua era una domanda retorica)

  • Marco Matteucci ha detto:

    Broglio si è sempre rifiutato con pervicacia d’incontrare Salvini reo di aver ostentato il Santo Rosario, ma in compenso da udienza a J-Ax, colui che ha cantato insieme a Danti e Nina Zilli la canzone blasfema “TU E D’IO”
    … ILLUMINANTE, NON C’È CHE DIRE!

    • Marco Matteucci ha detto:

      P.S.
      Volevo scrivere Bergoglio, ma l’assistente di Google funziona alla grande!

    • Marco Matteucci ha detto:

      Sembra inoltre che il rapper al termine del colloquio abbia rilasciato la seguente dichiarazione:
      “Non credo in Dio, ma credo in Bergoglio”….MIRACOLO!

  • stilumcuriale emerito ha detto:

    Gli uomini non hanno bisogno di essere spronati a mettersi in cammino perchè lo sanno già fare da soli. Il compito di chi dirige consiste nel tracciare delle rotte, indicare percorsi che conducano alla meta. Sembra che questo semplice concetto non sia ben chiaro nella mente del Santo Padre e dei suoi epigoni.

  • Incubo ha detto:

    Tosatti……tre settimane fa la Meloni da Parolin….
    Oggi il braccio destro di Orban dal Papa a discutere cordialmente di Europa e migranti….
    Non è che tra un po’ leggeremo sul Bollettino di Tosatti e de Mattei a colloquio presso la sala stampa???

  • stilumcuriale emerito ha detto:

    A volte tornare indietro è più saggio che insistere nell’andare avanti. Avviare processi senza sapere quale sia la meta è più stolto che rimanere fermi. L’enorme spreco di energie e risorse in inutili congressi, convegni, sinodi per risolvere problemi che il buon senso (come dimostrano molti punti dell’articolo) ha già risolto è una follia, anzi, una calamità. Poi i risultati sono quelli che si vedono.

  • Adriana ha detto:

    Non solo i Vescovi… L’85% degli Ivoriani prima di partire lascia un impiego o una fonte di reddito nel luogo
    d’origine “. Così all’agenzia Dire Goita Insiata Quattara , dirigente del ministero della Costa d’Avorio per l’Integrazione africana e la diaspora : ” Se partono è perchè sono alla ricerca di qualcosa di meglio , inseguono un’Illusione ” . Un’ ” illusione ” che per Ong, Onlus e Charitas significa invece introiti reali-ssimi – -.

  • Kwizera ha detto:

    A proposito di migrazioni, una delle poche voci levatasi all’interno della Chiesa italiana a dare una lettura realistica del fenomeno migratorio è quella del vescovo di Ventimiglia e Sanremo, mons Antonio Suetta. Qui la sua lettera pastorale in argomento https://alberwandesi.blogspot.com/2018/07/le-realistiche-riflessioni-di-un.html

  • VITMARR ha detto:

    Un piccolo calcolo per capire quanto si potrebbe fare solo in italia a favore dei migranti che sbarcano . Nel 2019 ne sono sbarcati 11471 , non sono tutti africani ma supponiamo che lo siano e che provengano tutti dalla Nigeria(preciso che non sono quelli in accoglienza nel 2019 (91429) ma solo quelli sbarcati). Un pasto in un ristorante economico in Nigeria costa 1,26 euro e quindi 2 pasti + colazione vengono circa 3 euro. Prendiamo ora la cifra spesa per i migranti nel governo Gentilini e cioè 5 miliardi . Cifra che allora non ha destato preoccupazioni di non sostenibilità nella stampa e nelle tv ( ma che invece le destò per le previsione di incasso del ICI sulla prima casa nel governo Monti). In queste ipotesi , se i miei calcoli sono corretti,con quella cifra le persone sbarcate potrebbero essere mantenute per 398 anni.
    http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/it/documentazione/statistica/cruscotto-statistico-giornaliero

    • VITMARR ha detto:

      Ovviamente il numero è iperbolico. Serve a comprendere quanto si può fare in loco in rapporto al poco che si realizza qui. Ma i soldi vanno utilizzati soprattutto per creare lavoro in Africa

  • Sconsolata ha detto:

    La condizione ineludibile per un approccio corretto e proficuo al dramma delle migrazioni, come in ogni altra situazione di crisi – a mio modesto avviso – risiede nel superamento di quella supponenza di taluni attori, che spesso debordano dal proprio ruolo. Opponendo la tendenza ad una retorica sentimentalistica (per motivi che dovrebbero essere oggetto di un incisivo esame psicologico e sociologico) all’ascolto, in spirito di umiltà e servizio, di ogni voce dal e sul campo. Spesso limitando, se non addirittura aggravando, la ricerca di soluzioni che tengano conto dei bisogni reali di ogni e di tutti i cittadini del mondo.

  • Laura-Clara mantovani ha detto:

    …da un pezzo mi sono convinta che questo pontificato è profondamente razzista. Infatti disprezza i pastori africani e ha adottato lo schiavismo dei negrieri come fosse una forma suprema di carità.

    • Diana ha detto:

      Sono dolorosamente d’accordo con lei. Ciò che più mi scandalizza è che usare categorie come quella di “razza” (“gli europei non sono una razza nata qui”) o di “meticciato” che arricchirebbe i popoli, sottintende una concezione grossolanamente materialista dell’uomo, vergognosa per un religioso, empia per chi siede sulla cattedra di Pietro e lancia proclami quasi non avesse consapevolezza di avere delle responsabilità politiche, morali tout-court (lascio da parte quelle spirituali). È come se, migranti e ospiti tutti, fossimo bestiame da accoppiamento e non identità, lingua, memoria, civiltà, cultura, in diligente consonanza con il globalismo, che ci vorrebbe tutti esseri sradicati, anodini, persino senza sesso.

  • Andrea ha detto:

    Ave Maria, il link al sito non sembra essere attivo.
    Potete controllare?

  • Nicola Buono ha detto:

    http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/7282.html

    Il Cardinale Giacomo Biffi sulla immigrazione.

  • Nicola Buono ha detto:

    ” cercano in Europa un luogo di pace” . E nel momento in cui sono arrivati da noi in Europa ed Italia, è finita per noi europei la pace sociale ( per sempre), e comincia il momento delle tasse ( altissime) per mantenerli.