LA POLIFONIA NELLA CHIESA. UN ARTICOLO DEL MAESTRO PORFIRI.

13 Febbraio 2020 Pubblicato da 10 Commenti --

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il Maestro Aurelio Porfiri questa volta ci parla della polifonia, nella pratica liturgica della Chiesa cattolica. Un articolo che interesserà di sicuri molti dei nostri lettori, che nei giorni scorsi hanno scambiato opinioni sul blog in merito alla musica che si ascolta nelle chiese. Buona lettura.

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Polifonia nella pratica liturgica della Chiesa cattolica: un introduzione

La pratica della polifonia nasce direttamente sul tronco del canto gregoriano prima della svolta dell’anno mille. Questo sviluppo (che si accorda perfettamente alla nostra idea di Tradizione, come vedremo) viene fatto partire dal secolo IX, periodo della “rinascita carolingia”. L’autore anonimo di un trattato di questo periodo, Musica enchiaridis, descrive una pratica polifonica che partiva dal canto gregoriano. Questa pratica veniva chiamata dal greco “diaphonia”. ”Polifonia” significa combinare simultaneamente due o più linee melodiche diverse. Creare quindi un rapporto di consonanza e simultaneo tra due o più entità melodiche differenti. Alcuni vedono come forma latente di polifonia, anche quella in cui un coro di uomini e donne cantano la stessa melodia, in quanto l’intonazione degli uomini li porta naturalmente a cantare la stessa melodia ma un’ottava più bassa. Quindi le donne cantano la melodia A, gli uomini cantano la stessa melodia A ma tutto un’ottava sotto, per via della diversa estensione di voce. Certo, qui non si può parlare di vero e proprio collegamento armonico in quanto l’unico intervallo impiegato è l’ottava che dà di per sé l’esatta ripetizione della melodia, solo ad altezza diversa. Ma, dicevamo, intorno all’anno mille c’è chi cominciò a sperimentare intervalli diversi da quello inevitabile (in cori misti) del canto “all’ottava”, come le quarte e le quinte (grazie alle suggestioni pitagoriche), dando così vita a sovrapposizioni armoniche senz’altro più suggestive e interessanti. Nel tempo queste sovrapposizioni si diversificheranno notevolmente, anche grazie all’apporto della famosa Scuola di Notre Dame (XII-XIII secolo) e segnatamente all’opera dei maestri Leoninus (fine del XII secolo) e Perotinus (inizio XIII secolo). Sono forti i contatti tra questo tipo nascente di tecnica musicale e la retorica.

Nel tardo medioevo (XIII-XIV secolo), mentre il canto gregoriano trascorre un periodo che gli studiosi definiscono di “decadenza”, la polifonia diventa sempre più rigogliosa, sviluppando complicatissimi modi ritmici e mensurali. La scrittura si evolve sempre più, per permettere la piena espressione degli impulsi dettati dalle nuove esigenze musicali. Durante il XV secolo, soprattutto in area fiamminga, la polifonia conosce uno sviluppo magnifico grazie a celebrati maestri come, ad esempio, Dufay ed Obrecht che portano la totalità dell’intreccio polifonico ad un livello di complessità (e, probabilmente, anche di cerebralità), mai visto prima, questo fatto verrà anche testimoniato dalla complessità della struttura contrappuntistica. Tutto questo confluirà nella grande stagione italiana della polifonia, nel XVI secolo, quella che vedrà operare a Roma i più grandi maestri di questa arte, sommo fra tutti Giovanni Pierluigi da Palestrina e poi con lui, Tomaso Ludovico da Victoria e Orlando di Lasso. Questi grandi maestri, portarono un’umanità nuova nella polifonia, una semplificazione dalle complicazioni del secolo precedente e un’autentica commozione che però si nutriva sempre delle esigenze rituali e non cercava mai di forzarle. Non dimentichiamo che Roma fu uno dei centri più importanti della polifonia rinascimentale, ma non l’unico, basti pensare a Venezia (per riferimenti a questi periodi vedi: F. Alberto Gallo, “Il medioevo II”, Edt – Torino 1986).

Nei due secoli successivi, con l’avvento del tonalismo, l’esplosione definitiva della policoralità e le nuove esigenze portate avanti dal mondo barocco con la signoria del basso continuo e quindi con il preponderante ruolo del basso che diviene il fondamento della composizione a sostegno della melodia, la polifonia si trasforma, acquista sicuramente in spettacolarità ma, forse, perde qualcosa in profondità. Si andrà avanti così anche nel XIX secolo, quando il discorso polifonico lascia oramai il posto al gusto del periodo, che era quello del mondo dell’opera. Ma sempre in questo secolo si creeranno le condizioni per una riscoperta della polifonia rinascimentale, specie grazie all’opera di appassionati gravitanti in area germanica e che daranno vita all’associazione Santa Cecilia, che avrà uno sviluppo importante anche nel nostro paese e che avrà importanza specialmente a sostegno della riforma istigata da san Pio X. Si riproporrà la polifonia del rinascimento come modello di purezza e spiritualità e molti musicisti, specialmente nell’area germanica, cercheranno un ritorno a quelle fonti. Sul come, è un altro  problema.

La pratica polifonica conoscerà nuovo vigore grazie all’opera del Maestro Cardinal Domenico Bartolucci, che dimostrerà nelle sue composizioni uno spiccatissimo senso della scrittura contrappuntistica in contrapposizione a Lorenzo Perosi e Licino Refice, grandi nomi della musica sacra novecentesca ma con una visione della composizione più armonica. Inoltre, con il Maestro Bartolucci, si ritornerà ad una riscoperta della grande musica rinascimentale depauperata dalle visioni romantiche non assenti nei riformatori ottocenteschi e si rivaluterà il linguaggio musicale d’elezione della polifonia classica e del canto gregoriano, quello modale. Purtroppo l’influenza di questa riscoperta sarà molto limitata per via dei sommovimenti successivi al Concilio Vaticano II e alle letture ideologiche del documento di cui ci stiamo occupando, la Sacrosanctum Concilium, un documento letto al di fuori della tradizione normativa della Chiesa, che sarà bene andare a vedere.

Aurelio Porfiri

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