IL M° PORFIRI SULLA CAPPELLA SISTINA: LA VOCALITÀ ROMANA.

10 Ottobre 2019 Pubblicato da --

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, con piacere ospitiamo la quarta ed ultima puntata delle riflessioni del  M° Aurelio Porfiri dedicate alla Cappella Sistina e al suo coro. Buona lettura.

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LA VOCALITÀ ROMANA

Ho già precisato in precedenza, che quando parliamo di Roma non parliamo solo di un luogo fisico, di un luogo situato in precise coordinate geografiche, ma parliamo anche e soprattutto di un luogo dello spirito. Per questo molte persone si possono dire “romane” pur non essendo nate a Roma e questo soprattutto in senso cattolico. Quell’essere romano non detrae nulla all’essere proveniente da un’altra area geografica, ma significa partecipare ad una dimensione spirituale che non ha radici nel passato ma nell’eterno. Allo stesso modo quando parliamo di vocalità della scuola romana, non ci riferiamo al cantare come si canta a Roma, ma a quello stile che veniva coltivato in contesti precisi, primo fra tutto quello della Cappella Sistina. Ora, non si intende affermare che nel corso della sua lunga storia il coro della Cappella Sistina sia stato sempre all’altezza della situazione, ma certamente esso ha tenuto a coltivare uno stile alto che servisse per solennizzare in modo unico celebrazioni uniche, come erano quelle della corte pontificia. La cantabilità romana era nobile, fiera, espressiva, non sentimentale. Il cantore era un predicatore, proclamava le verità cattoliche servendosi della musica. Nelle sue Istituzioni Harmoniche, il teorico rinascimentale Gioseffo Zarlino affermava: “Hanno opinione finalmente li Chromatisti, che nelle cantilene si possino vsare qual si voglia interuallo cantando, quantunque non habbia la sua forma, o proportione collocata tra i Numeri harmonici: & si muoueno con questa ragione; che potendo la Voce formare ogni interuallo; & essendo necessario di imitare il parlar famigliare nel proferir le parole, come vsano gli Oratori, & vuole anco il douere; non è inconueniente, che si possa vsar tutti quelli interualli, che fanno al proposito, per potere esprimere i concetti, che sono con tenuti nelle parole, con quelli accenti, & altre cose, nel modo, che ragionando li proferimo; acciò muouino gli affetti. A i quali si risponde, che veramente è grande inconueniente: imperoche altro è parlare famigliarmente; & altro è parlare modulando, o cantando. Ne mai hò vdito Oratore (poi che dicono, che bisogna imitargli Oratori, accioche la Musica muoua gli affetti) che vsi nel suo parlare quelli cosi strani, & sgarbati interualli, che vsano costoro: percioche quando li vsasse, non so vedere, in qual maniera potesse piegar l’animo del Giudice, & persuaderlo a fare il loro volere; si come è il suo fine; se non per il contrario: Conciosia che quantunque si potesse fare il tutto commodamente in vna parte della cantilena, & si vdissero tali accenti fatti con proposito, & che facessero buoni effetti; tuttauia nelli accompagnamenti si vdirebbeno cose tanto ladre, che sarebbe dibisogno chiudersi le orecchie”. È molto importante questa distinzione fra il parlare familiare e il parlare modulato, che è tipico del cantore.

 

Alcuni pensano di risolvere il problema del livello mediocre di molta coralità italiana imitando altre scuole, prima fra tutte quella inglese. Certamente abbiamo molto da imparare dagli inglesi per quello che riguarda il rispetto che hanno all’attività corale e alla sua importanza nelle celebrazioni liturgiche, ma non dobbiamo dimenticare che ogni modo di cantare riflette un carattere e il modo inglese, pur piacevole, certamente non può adattarsi all’indole latina, che bisognerebbe cercare di ritrovare e non abbandonare per sempre. Nello stile inglese si cerca molto di far funzionare l’insieme mentre nella nostra si esalta il singolo cantore che, se bravo, sarà la scaturigine del senso dell’insieme, non sarà questo insieme corale una cosa costruita a priori. A volte nella pur ammirabile coralità inglese, si ha l’impressione di una ricerca di un “suono ideale” che però si colloca in concezioni tardo romantiche di cori angelici e arpe.

Purtroppo noi italiani abbiamo molto poco da opporre al giorno d’oggi, vista la situazione miserevole della musica di Chiesa e quindi della coralità. Eppure, invece di rincorrere scuole che a noi non si confanno culturalmente e vocalmente, dovremmo ritrovare il senso profondo della nostra vocazione artistica e spirituale.

Aurelio Porfiri

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8 commenti

  • deutero.amedeo ha detto:

    x Veritiero.
    A proposito di Amazzonia…..
    Ai tempi in cui la grande industria italiana (FIAT, Innocenti) costruiva impianti in America Latina (Brasile, Venezuela-Orinoco) a riguardo della cultura delle popolazioni locali si raccontava la seguente storiella.
    Un piccolo aereo monomotore , mentre stava compiendo una missione di esplorazione sulla foresta Amazzonica, ebbe un guasto e precipitò nei pressi di una zona abitata da una piccola tribù. Il Capo della tribù, dopo essere accorso sul luogo del disastro, così riferì alla popolazione: — il grande uccello caduto ha un guscio molto duro, ma la polpa è squisitaaaa –
    Così dicevamo negli anni 60-70 del XX secolo. Adesso facciamo parte del discepolato che ha tutto da imparare. Mah, posso dire mah? Non se ne può più, posso dire non se ne può più?

    • deutero.amedeo ha detto:

      @Tosatti.
      Questa mi è venuto spontaneo scriverla qui ma la memorizzo per la prossima discussione sull’Amazzonia. Qualcosa in contrario?

  • Il veritiero ha detto:

    Dal mese prossimo come coro avrete gli indiani dell’amazzonia.
    Vi ritrovate gli indios con i riti sciamanici e i funghi allucinogeni messicani. Tanto il totem ( albero ) gia lo hanno piantato

  • gotti tedeschi ha detto:

    ho già commentato altre volte il pensiero e l’opera di Porfiri , molto più importante di quello che non appaia pensando alla musica sacra . Il tema torna ad essere la liturgia della messa., il cui maggior valore sta nel cambiare il cuore dell’uomo, ciò si ottiene aiutando la sua -partecipazione interiore – al Sacrificio Eucaristico che si rinnova. La musica sacra , evocata da Porfiri, promuove detta partecipazione interiore , come nessun altra musica , che spessissimo invece distrae . Con responsabilità del celebrante . Conseguentemente la musica sacra è valore divino. Grazie maestro .

    • maurizio rastello ha detto:

      Buonasera; sono curioso di sapere a quale altra musica si riferisca ed in quale modo specifico distragga. Magari un cenno anche alla responsabilità del celebrante sarebbe gradito.