DISPACCI DALLA CINA. LO STALLO DI HONG KONG, TIMORI PER IL FUTURO.

2 Settembre 2019 Pubblicato da --

Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, il Maestro Aurelio Porfiri ci ha inviato i suoi abituali Dispacci, che oggi sono totalmente dedicati alla situazione della sua seconda città del cuore, dopo Roma ovviamente, e cioè Hong Kong. Una città in cui la situazione dei rapporti politici, umani e civili sta cambiando rapidamente, e in maniera preoccupante. Buona lettura.

 

Dove porterà lo stallo in Hong Kong?

La situazione di Hong è in uno stato di stallo da almeno due mesi, anche se a giudizio di tutti il confronto è divenuto con il tempo sempre più violento. In questa ultima settimana di agosto ci si confronta oramai con un clima quasi da guerriglia, che include arresti di leader democratici di primo piano, come Joshua Wong. Minacce che viaggiano su internet, regolamenti di conti, combattimenti improvvisi…Hong Kong si è mutata profondamente dalla città pacifica che era.

Si registra anche il tentativo di pestaggio di Jimmy Sham, rappresentante del Civil Human Rights Front, il gruppo che ha organizzato le manifestazioni che hanno raccolto milioni di persone. La richiesta per una manifestazione da svolgersi il 31 agosto è stata respinta dalla polizia ma questo certo non ha fermato i manifestanti.

Ancora scene di guerriglia il 31 agosto e il primo settembre, e ancora come obiettivo l’aeroporto, centro strategico e nevralgico per l’economia di Hong Kong. Sullo sfondo di queste lotte c’è la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

Eppure il capo dell’esecutivo di Hong Kong aveva promesso di incontrare rappresentanti di “all walks of life” ma ha specificato che incontrare non vuol dire accettare le richieste. Molti hanno l’impressione che questo suo atteggiamento serva a temporeggiare. Perché una soluzione vera al momento non c’è.

E Carrie Lam ha dato una risposta interessante alcuni giorni fa sulla sua ostinazione nel non voler ufficialmente ritirare la legge sull’estradizione che al momento risulta sospesa. Ha detto di non poter pronunciare la parola “ritirare”. Interessante, vero?

Perché, io penso, un ritiro formale vorrebbe implicitamente ammettere che il sistema legale cinese e le garanzie di un giusto giudizio sono veramente altamente inaffidabili. E questo il capo dell’esecutivo di Hong Kong non può permettersi di dirlo per ovvie ragioni.

La Cina “rassicura” tutti mandando foto e video di carrarmati ed esercitazioni militari al confine con Hong Kong, un modo molto cinese per dire “non tirate la corda”. Comunque vada ho l’impressione che Hong Kong non tornerà mai come prima.

Si continuando ad attendere reazioni da parte dei leader religiosi e della società civile. La Chiesa cattolica in Hong Kong si è schierata accanto ai manifestanti, prima molto cautamente e poi con più decisione, certamente sempre da posizioni non violente.

Sembra che la lotta di chi protesta contro il governo raccolga un pubblico trasversale. Ma quello che ci si chiede, come direbbe Maurizio Costanzo, è cosa c’è dietro l’angolo.

“AsiaNews”, in un articolo del 31 agosto così descriveva la situazione: “Stamane un raduno cristiano a Wan Chai si è trasformato in una marcia illegale quando le persone hanno cominciato a confluire su Chater Garden, spingendo le autorità a chiudere strutture ricreative ed una stazione della metropolitana. Nel frattempo, aumentano i timori per un intervento della Cina nel Territorio: media di Pechino affermano che una forza paramilitare si sta movendo verso Shenzhen, la città continentale al confine con Hong Kong.

Il clima nel territorio resta testo: ieri la polizia ha arrestato noti attivisti per la democrazia e almeno tre legislatori, per il loro presunto coinvolgimento in precedenti manifestazioni contro il disegno di legge sull’estradizione – ora sospeso. I manifestanti antigovernativi avevano indetto per oggi un raduno ed una marcia. Citando timori per la sicurezza pubblica, la polizia ha negato i permessi ed il Civil Human Rights Front si è trovato costretto ad annullare gli eventi. Già nella serata di ieri era però chiaro che i divieti non avrebbero fermato le proteste, mentre le forze dell’ordine promettevano che avrebbero fatto rispettare la legge. Le autorità hanno eretto nuove barricate vicino al Liason Office – il dipartimento che rappresenta il governo centrale della Cina – e portato in strada cannoni ad acqua, in previsione di nuovi scontri. Nel primo pomeriggio, migliaia di manifestanti si sono riversati nell’isola di Hong Kong, bloccando le strade. Nel tentativo di eludere il divieto alle proteste, la folla trasportava croci e cantava “alleluia” come nei raduni religiosi, che non richiedono severe autorizzazioni. Oggi ricorre il quinto anniversario del rifiuto di Pechino alla richiesta di suffragio universale nella città, che nel 2014 ha innescato il “Movimento degli ombrelli” (Occupy Central)”. Leggere queste righe mi fa sinceramente impressione, sembra si stia parlando di Kabul. A cosa siamo arrivati…

Ci sono comunque due temi importanti a cui prestare attenzione nell’immediato futuro: a chi conviene la deriva violenta di queste proteste? Che cosa c’è veramente dietro a quanto sta accadendo? Come ho detto molte volte, in Cina nulla è come appare.

Aurelio Porfiri

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