PRETI SPOSATI. NE PARLIAMO IN SETTIMANA A ROMA CON IL PAPA, DICE UN VESCOVO IRLANDESE.

Marco Tosatti

La conferenza episcopale irlandese, in visita ad limina questa settimana a Roma, non chiederà ufficialmente al Pontefice di considerare l’idea di permettere che i preti che si sono sposati tornino ad esercitare il ministero. Ma comunque, secondo il vescovo Leo O’Reilly, che ha posto il problema sul tavolo della discussione, è sicuro che il soggetto emergerà nel corso dei colloqui che i vescovi irlandesi avranno con il Papa e con i responsabili dei dicasteri della Curia Romana.

Che notizia è? Potrebbe chiedersi chi mi legge. Si scrive che i vescovi NON faranno una cosa, come se fosse pacifico che avrebbero dovuto o potuto farla. E mentre si sa che i sacerdoti di rito latino non sono sposati.

Ma la notizia è interessante, perché, in sintonia con altri segnali, e informazioni discrete, fa capire che nel gruppo di potere vicino al Pontefice l’argomento è in agenda, insieme, probabilmente a una qualche forma di diaconato femminile e soprattutto all’intercomunione con i protestanti luterani.

Già il fatto che una conferenza episcopale, alla vigilia della visita ad limina ne abbia discusso apertamente, pur senza raggiungere un consenso che permetta una posizione comune, è interessante. Ed è interessante vedere perché questo è accaduto. Nell’articolo che riporta la notizia si fa esplicitamente riferimento a “voci secondo cui il Papa vuole permettere ai preti sposati di tornare al ministero in Brasile su base sperimentale”.

Anche se la discussione all’interno della conferenza episcopale irlandese non ha portato a nessuna conclusione, né nel 2015, quando il tema è stato affrontato la prima volta, né in tempi recenti, i segnali si moltiplicano.

Ed è soprattutto la qualità di chi ne parla che rende interessante la pressione. Per i vescovi tedeschi, o almeno per molti di loro, il celibato non dovrebbe essere obbligatorio per i sacerdoti di rito latino. Già nel 2008 l’allora neo presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, parlava contro “il divieto di riflettere” sul tema del celibato ecclesiastico, affermando fra l’altro che il collegamento tra il sacerdozio e il celibato “non è teologicamente necessario”. Ora, è noto quale sia il rapporto che lega la Chiesa tedesca al Pontefice, e di conseguenza il loro peso nell’agenda papalina.

Ma c’è di più. Il tema del celibato, del ritorno dei preti sposati e della creazione di una forma di sacerdoti particolari, i “viri probati”, cioè laici maturi anche sposati a cui verrebbe dato il potere di amministrare i sacramenti, è da anni la battaglia personale del cardinale brasiliano Claudio Hummes, una delle menti che hanno messo in moto l’elezione di Bergoglio nel 2013, e una delle persone che appaiono nella fotografia della prima apparizione del nuovo papa alla Loggia di San Pietro.

Nel 2006, partendo per Roma, per assumere l’incarico di Prefetto della Congregazione del Clero, Hummes fece notizia “aprendo” all’idea dei preti sposati. “Partendo dalla considerazione che i celibi fanno parte della storia e della cultura cattolica – affermò il cardinale – la Chiesa può riflettere sopra questo tema, poiché il celibato non è un dogma ma una forma disciplinare”. Hummes ricordò che alcuni apostoli erano sposati (anche se lasciarono la famiglia, divenendo apostoli) e la proibizione del matrimonio è giunta alcuni secoli dopo l’istituzione del sacerdozio. Hummes aggiunse che la Chiesa non è una istituzione immobile ma che sa cambiare quando questo è necessario. Considerato che quella intorno al celibato non è una decisione facile che può essere presa in modo repentino, “la Chiesa dovrà in primo luogo discuterne e ridiscuterne”. Era papa Benedetto XVI; e allora alcune cautele, verbali, parvero necessarie. Ora forse meno. Da allora Hummes ha continuato a spingere perché almeno in Amazzonia, dove il rapporto fedeli-sacerdoti-distanze è drammatico, vengano concessi in via sperimentale i viri probati. E consigliando a sacerdoti e vescovi di scrivere al Papa su questo tema, in modo da creare una domanda a cui sia necessario rispondere.

Anche un altro brasiliano che appare in termini di familiarità con il Pontefice, l’ex sacerdote francescano Leonardo Boff ha toccato apertamente l’argomento, in un’intervista, in cui accennava alla possibilità di “sorprese” da parte del Pontefice in questo campo e in quello del diaconato alle donne.

Ecco perché, in questo quadro, la non-notizia dei vescovi irlandesi appare piena di significato. Anche se forse il perdurare dello stallo, e dell’oggettiva confusione, legato all’Amoris Laetitia può rallentare il processo. Aprire un altro fronte di sicuro vivacissimo confronto può sembrare eccessivo per la stabilità della barca di Pietro al Pontefice regnante.

FRANCESCO, LA CURIA E IL GOVERNO. EPISODI CHE RENDONO PERPLESSI. MA QUESTO PAPA E’ BUONO?

Marco Tosatti

Ormai i rimproveri del Papa alla Curia non sorprendono più nessuno. Diciamo che hanno assunto un tono quasi rituale. Dalla lettura delle sue parole sembra che si sia scagliato contro eventuali resistenze alla riforma curiale. Ma questo può lasciare perplessi. Fino ad ora la riforma si è centrata sull’accorpamento di alcuni pontifici consigli e dicasteri, e nel varo della nuova Segreteria per le Comunicazioni. Ma non sembra che nessuna di queste iniziative abbia suscitato particolari malumori. E il progressivo spogliamento della Segreteria dell’Economia di alcune ampie prerogative che il Pontefice stesso le aveva assegnato è avvenuto con l’assenso del Pontefice stesso. E anche lì non sembra che i principali interessati si siano incatenati ai cancelli di San Pietro. Chi è riuscito a manovrare per riavere i soldi e il potere che il primo Motu Proprio sembrava sottrarre è ben soddisfatto. E Pell anche se si sente un po’ tradito, e forse un po’ ingenuo, per aver creduto alle esortazioni tipo “vada avanti senza guardare in faccia nessuno” provenienti da Alto Loco ha assorbito la botta da vecchio atleta australiano.

Allora forse lo sdegno del sovrano aveva altri motivi e bersagli.

Quello che si percepisce in Curia è diverso; e si tratta non di resistenza, ma di timore, scontento e di sentimenti che si collocano in un altro contesto.

Ci sono stati raccontati da fonte degna di fede diversi episodi. Ne riportiamo un paio, senza commenti.

Il primo riguarda le nomine vescovili. Si trattava qualche tempo fa di fare un vescovo, non in Italia. Il nunzio ha preparato la terna. Un cardinale, capo di dicastero, forse lo stesso titolare della Congregazione per i Vescovi,  durante l’assemblea ordinaria ha preso la parola, dicendo: il primo candidato indicato è ottimo, il secondo è buono. Ma vorrei mettere in guardia dal terzo, che conosco bene, da quando era seminarista, e che presenta problemi sia sul piano della dottrina che della morale, risponde poco ai criteri necessari. Ma il terzo era amico di qualcuno; e un altro porporato, della cerchia al potere attualmente, si è scagliato contro il collega, accusandolo di scorrettezza. La riunione si è chiusa senza ulteriori decisioni. Ma il giorno dopo il segretario personale del Pontefice si è presentato in Congregazione dicendo che la scelta era caduta sul terzo.

Un altro caso è decisamente più triste. Un capo dicastero ha ricevuto l’ordine di sbarazzarsi di tre dei suoi impiegati (che lavorano in Vaticano da diversi lustri), senza spiegazioni.  Ha ricevuto le lettere ufficiali: “Per venerato incarico Le chiedo di voler dimettere…”. L’ordine era: rimandateli alla diocesi o alla famiglia religiosa di appartenenza. E’ rimasto molto perplesso, perché si trattava di ottimi preti, e di persone professionalmente fra le più capaci. Ha evitato di obbedire, e ha chiesto a più riprese udienza al Papa. Ha dovuto attendere, perché per varie volte l’incontro è stato spostato. Infine è stato ricevuto. Ha detto: Santità, ho ricevuto queste lettere, ma non ho fatto nulla, perché gli interessati sono fra i migliori del mio dicastero…che cosa hanno fatto? La risposta è stata: e io sono il papa, e non devo dare ragioni a nessuno delle mie decisioni. Ho deciso che devono andare via, e devono andare via. Si è alzato, e gli ha porto la mano, a significare che l’udienza era finita. Entro il 31 dicembre due dei tre lasceranno il dicastero in cui hanno lavorato per anni, senza sapere il perché. Per il terzo, a quanto pare, c’è stata una proroga. Ma c’é un risvolto che se vero, come pare, é ancora più sgradevole. Uno dei due si esprimeva liberamente, forse troppo,  su alcune decisioni del Papa. Qualcuno, molto amico di uno strettissimo collaboratore del Pontefice, ha ascoltato, e riferito. Il malcapitato ha ricevuto una telefonata molto dura dal Numero Uno. E poi il congedo.

Ma il gossip non era anatema, nel regno di papa Bergoglio?

Il goffo tentativo di inviare una commissione di inchiesta a un soggetto di diritto internazionale come l’Ordine di Malta, indipendente dalla Santa Sede, con cui si scambia ambasciatori, e che di conseguenza non puo’ essere inquisito dall’esterno, é un altro sintomo della febbre autocratica che sembra pervadere il Vaticano.

Non c’è da stupirsi se il clima, dietro le Mura e nei Palazzi, non sia esattamente sereno. E c’è da chiedersi quale credito dare a tutto questo sfanfarare sulla misericordia.



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IL PAPA, L’ANNO SANTO, IL FUTURO DELLA CHIESA. UNA SENSAZIONE PERSONALE.

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Marco Tosatti

Non pigliatemi per matto; ma ho la sensazione che il Pontefice non lascerà passare questo momento così solenne, la chiusura dell’Anno Giubilare della Misericordia, senza annunciare qualche gesto, o iniziativa di notevole impatto. Siamo nel puro campo delle speculazioni, per cui prendetele per quello che sono e valgono. E soprattutto non siate così generosi da pensare che magari godo in questo momento di qualche “inside information”. Ma tant’è, quest’impressione esiste.

In quale direzione potrebbe muoversi, questa ipotetica iniziativa? Le previsioni sono uno sport estremo, e con il Pontefice regnante ancora di più. Ma per amore del rischio e della scommessa vediamo di imbastire qualche cosa di plausibile.

Sappiamo tutti della grande stima che Jorge Bergoglio nutriva e nutre per il cardinale Carlo Maria Martini, uno degli esponenti di spicco del gruppo di “San Gallo” che secondo il card. Danneels avrebbe posto le basi per l’elezione dell’arcivescovo argentino.

Nel 1999 l’arcivescovo di Milano aveva pronunciato una frase che era stata letta come un invito a organizzare un nuovo Concilio, il Vaticano III: “Siamo indotti a interrogarci se, quaranta anni dopo l’indizione del Vaticano II, non stia a poco a poco maturando, per il prossimo decennio, la coscienza dell’utilità e quasi della necessità di un confronto collegiale e autorevole tra tutti i vescovi su alcuni dei temi nodali emersi in questo quarantennio”.

Lo stesso porporato chiarì in seguito che non aveva voluto riferirsi a un nuovo Concilio. E non ci sembra probabile che papa Bergoglio voglia mettersi su una strada così impegnativa e onerosa da tutti i punti di vista.

Ma Martini avanzò anche altri spunti, che invece potrebbero essere molto più praticabili, e in linea con quella “sinodalità” proclamata dal vertice della Chiesa.

Ve ne offriamo alcuni, contenuti nell’intervista rilasciata al quotidiano romano Il Tempo, il 7 aprile 2004.

Sul Sinodo: “Questa intuizione si è sviluppata solo in parte. I Sinodi hanno avuto il grande merito di mettere insieme i vescovi, di farli conoscere, di permettere loro di scambiarsi pareri. Ma non sono diventati quel Consiglio permanente della Chiesa che si era proposto il Concilio, quindi c’è ancora della strada da fare”.

La proposta: “La mia proposta andava in una direzione diversa. Convocare, di tanto in tanto, delle assemblee sinodali veramente rappresentative di tutto l’episcopato e – perché no – universali (Sinodi e Concilio sono la stessa parola) per affrontare questioni in agenda nella vita della Chiesa. Un’esperienza che valga a sciogliere qualcuno di quei nodi disciplinari e dottrinali che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino della Chiesa”.

Capacità decisionale: “Sì, i Sinodi, sin dall’inizio hanno mostrato difficoltà a fondere il rispetto delle opinioni di tutti i vescovi con una capacità decisionale reale. La dimensione decisionale, teorizzata, non è stata esercitata. Non vedo perché tale capacità decisionale non possa comprendere l’intero episcopato …”.

Partecipazione al Conclave. Alla domanda: – Lei vede solo cardinali in Conclave o il Conclave potrebbe essere arricchito da altre presenze? –, Martini rispondeva: “Le proposte sono state tante. Potrebbe essere ragionevole rappresentare meglio le Conferenze Episcopali con la presenza, in Conclave, dei Presidenti delle stesse Conferenze. Non nego che il Collegio dei Cardinali abbia già una sua rappresentatività, però un Conclave allargato terrebbe maggiormente conto della articolazione della Chiesa che guarda al Papa come momento fondante della propria unità”.

Dimissioni: “E’ bene mettere dei limiti di età anche nella Chiesa. Ci possono essere casi di persone estremamente vitali, ma è meglio seguire le prudenze umane biologiche e dare spazio ai giovani. Compiuto il proprio dovere ci si fa da parte. Nella Chiesa ci sono persone sagge che possono far sentire la loro opinione anche al di là di un semplice ballottaggio”.

E’ interessante notare come questa opinione sia stata messa in pratica, sia pure in maniera molto personale, proprio dal cardinale che per molto tempo è stato considerato un avversario dell’arcivescovo di Milano, e cioè da papa Ratzinger….



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LE CATTOLICHE E GLI ISPANICI PREFERISCONO HILLARY A TRUMP. CONTRO IL PARERE DI NON POCHI VESCOVI.

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Marco Tosatti

Un sondaggio recentissimo sostiene che il 51 per cento dei cattolici appoggia Hillary Clinton per la Casa Bianca, contro un 40 per cento a favore di Donald Trump. Il sondaggio, reso noto il 31 ottobre, era curato congiuntamente dal  Public Religion Research Institute (PRRI) e da Policy Research and Catholic Studies dell’Università cattolica della America a Washington.

Sono gli ispanici, e le donne bianche che garantiscono il vantaggio. Nella precedente elezione, quella che vedeva Obama contro Mitt Romney, i valori erano 50 per Obama contro 48 per cento a favore di Romney

I cattolici bianchi preferiscono Trump a Hillary con il 48 contro il 41 per cento. Ma gli altri cattolici danno a Clinton un 78 per cento. E non c’è da sorprendersi che Trump abbia così poco successo con gli ispanici, vista la sua posizione sull’immigrazione clandestina e sull’idea di costruire un muro fra Messico e Stati Uniti, e di farne pagare i costi al Messico.

Nell’appoggio dei cattolici bianchi a Trump non si vedono grosse differenze fra fasce d’età. Il vantaggio è di 49 contro il 40 per cento dai 18 ai 49 anni, ed è del 47 contro il 41 per cento sopra i 50 anni di età. La grande differenza invece avviene nel genere. Gli uomini bianchi cattolici danno il 53 per cento di preferenza a Trump e il 33 per cento a Hillary; ma le donne bianche preferiscono Hillary con il 49 per cento contro il 38 per cento. Il sondaggio afferma che la divisione per genere è evidente in tutti i gruppi religiosi, ma è più marcata fra i cattolici.

In questi giorni ci sono state dichiarazioni di diversi vescovi. Ultima quella dell’arcivescovo di Denver, Samuel J. Aquila, che ha scritto sul suo giornale diocesano che “I cattolici in buona coscienza non possono appoggiare candidati che promuoveranno l’aborto. Il diritto alla vita è il più importante e fondamentale dei diritti, perché la vita è necessaria per ciascuno degli altri diritti. Ci sono temi che possono essere dibattuti legittimamente dai cristiani, per esempio quali politiche siano più efficaci per occuparsi dei poveri, ma l’uccisione diretta della vita umana innocente deve essere contrastata in ogni momento da ogni seguace di Gesù Cristo”. Ora è noto che Hillary Clinton è appoggiata e finanziata da Planned Parenthood, la più grande – e discussa – organizzazione di promozione dell’aborto negli Stati Uniti e a livello mondiale, e sostiene l’aborto praticamente fino al momento della nascita. Per vedere la posizione di alcuni vescovi cliccate su questo link. E su questo.



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PER I VESCOVI TEDESCHI MARIA ERA UN PO’ VERGINE. FORSE. UNA NUOVA EDIZIONE DELLA BIBBIA, OBBLIGATORIA.

Marco Tosatti

 

 

Per la nuova Bibbia dei vescovi tedeschi Maria era un po’ vergine, forse. Lifesitenews ha un articolo di cui mi sembra interessante dare conto, per capire come sensibilità e modo di presentare dogmi e questioni di fede stiano cambiando.

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La Conferenza episcopale tedesca ha presentata una nuova “traduzione unificata” (Einheitsübersetzung) della Bibbia che rappresenta una modernizzazione significativa, e diventerà il testo di riferimento dal 2017 per tutta l’area germanofona: Germania, Austria, una parte del Belgio, Svizzera, Lussemburgo e Sud Tirolo. Si chiama unificata perchè dalla prima pubblicazione, nel 1962, si pensava potesse essere una versione ecumenica, che unificasse cattolici e protestanti in Germania. Ma nel 2005 i protestanti tornarono alla traduzione di Lutero.

Il responsabile del progetto di ricerca, il vescovo emerito Joachim Wanke, ha detto che si tratta di una “revisione moderata” del testo vecchio. La nuova edizione si offre come più coraggiosa nel presentare il linguaggio biblico, ha dichiarato a kath.net.

 

Così, dal momento che secondo la tradizione ebraica il nome di Dio non può essere pronunciato Yahweh è sostituito con Signore. Secondo il presidente della German Bible Association, Michael Theobald, ogni paragrafo presenta qualche novità.

Quando l’apostolo Paolo nomina due nuovi seguaci, non sono più uomini, Andronico e Junias; sembra, in base a nuovo ricerche che fossero un uomo e una donna. Il che ha portato a discutere se il termine “apostolo” possa essere applicato indifferentemente alle donne come agli uomini.

L’articolista di Lifesitenews si sofferma in particolare su un passaggio molto importante di Isaia (7:14), in cui si legge una profezia della venuta del Messia: “Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”. Il nuovo testo legge: “la vergine ha concepito e partorisce un figlio”. “Il cambiamento sembra suggerire che la vergine non è affatto più una vergine, dopo aver concepito, e nello stesso tempo si rimuove l’impeto profetico, cambiando i tempi dal futuro al passato”, scrive il commentatore. Questa tendenza continua, con una nota in cui si spiega che la parola ebraica “halmah” significa giovane donna , più che vergine. Questa interpretazione è oggetto di una controversia secolare fra studiosi ebraici e cristiani. Senza entrare nel dettaglio, si ricorda che la traduzione in greco della Bibbia, denominata dei Settanta, usa il termine greco parthenos, che ha solo il significato, non ambiguo, di vergine. E nell’annunciazione, come riportata da Luca 81:31) si dice “resterà incinta”, e non più che “partorirà un figlio”.

Il nuovo testo sostituirà l’edizione del 1979. Fra l’altro, si fa notare che a differenza dell’inglese, o dell’italiano, lingue in cui esistono diverse traduzioni della Bibbia, in tedesco il testo unico è quasi sempre l’unico punto di riferimento per i fedeli.