CHIESA, ABUSI E AMBIGUITÀ. CASO ESEMPLARE A PALM BEACH. PRETE CORAGGIOSO DENUNCIA LA DIOCESI.

Marco Tosatti

Un sacerdote, John Gallagher ha citato una diocesi americana per danni. Accusa il suo ex-vescovo, e di conseguenza la diocesi di averlo isolato, allontanato e impedito di continuare la sua carriera perché due anni fa ha denunciato alla polizia un prete indiano in visita. Era un sacerdote con tendenze omosessuali, responsabile di aver mostrato, dopo la messa, una quarantina di foto pornografiche a un ragazzo di quattordici anni. Gallagher ha parlato con il prete, alla presenza di un ex funzionario di polizia, ha raccolto la sua ammissione, e poi lo ha denunciato alla polizia. Che lo ha arrestato.

Ma invece di ricevere elogi e complimenti dal suo vescovo, per lui sono cominciati i guai.

Gallagher, che ha 49 anni ed è sacerdote dal 1992, è irlandese. Dal 2000 è negli USA, e nell’aprile del 2014 gli è stata affidata la parrocchia del sacro Nome di Gesù a Palm beach. Nel dicembre di quello stesso anno dall’India è giunto un sacerdote, Josè Palimatton, come assistente di Gallagher.

A gennaio Palimatton mostrò una quarantina di foto di ragazzi nudi a un giovane di 14 anni che frequentava la Chiesa; e quella sera stessa gli inviò un SMS augurandogli buona notte e sogni d’oro. Il ragazzo raccontò la storia a un amico, che la riferì al maestro del corso, che a sua volta avvisò Gallagher. Gallagher, secondo quanto afferma all’Irish Independent parlò con qualcuno nella diocesi, che gli avrebbe detto: “Dobbiamo farlo andar via, mettilo su un aereo”. Quella stessa persona gli consigliò di non tenere appunti scritti della vicenda: così risulta da un esposto inviato, da un avvocato canonista, in Vaticano, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, da Gallagher.

Gallagher invece volle incontrare Palimatton, alla presenza di un funzionario di polizia in pensione, che prese appunti del colloquio. Palimatton non solo ammise la sua colpa in quel caso, ma avrebbe anche ammesso di aver infastidito in India altri adolescenti. Questa stessa confessione l’avrebbe poi ripetuta agli agenti di polizia di Palm Beach. Gallagher chiamò l’ufficio dello Sceriffo di Palm Beach. Palimatton fu arrestato, processato, condannato a sei mesi e rispedito in India.

E qui cominciarono i guai per Gallagher. “Mi fu reso chiaro che quello che avevo fatto non era quello che avrei dovuto fare”. Due mesi più tardi il vescovo. Mons. Barbarito, lo convocò; Gallagher pensava che avrebbe avuto un riconoscimento. Il vescovo gli disse di continuare ancora per un anno come parroco; ma il giorno dopo la decisione fu rovesciata: “Mi disse che sarei stato degradato. Non fu data nessuna ragione. Disse che se non volevo essere degradato e spostato in un’altra parrocchia avrei dovuto lasciare il sacerdozio”.

Un mese dopo, Gallagher fu ricoverato in ospedale per un sospetto infarto. Chiese a una suora anziana di andare a recuperare i documenti del caso Palimatton a casa sua. La suora lo fece, ma quando tornò di nuovo nell’abitazione del sacerdote trovò ad aspettarla dei funzionari della diocesi che le presero le chiavi. E quando Gallagher uscì dall’ospedale, scoprì che le serrature erano state cambiate. E fu costretto, senza casa, a trovare ospitalità presso un amico.

Gallagher contattò il card. Sean O’Malley, che aveva preceduto Barbarito nella diocesi di Palm Beach, e che presiede la Commissione creata in Vaticano contro gli abusi, ma non ne ebbe alcun aiuto. E a questo punto ha deciso di intraprendere un’azione legale contro il vescovo e la diocesi; che hanno reagito facendo lettere durante la messa domenicale una lettera in cui si negano le accuse e si critica Gallagher….

Non è il primo caso del genere, e ci sono siti che accusano apertamente la Chiesa statunitense di ospitare al suo interno troppi sacerdoti con tendenze omosessuali, che si coprirebbero a vicenda. Massimo Introvigne ricorda che secondo il rapporto del John Jay College l’81 per cento dei sacerdoti condannati per abusi in USA avevano tendenze omosessuali. Un dato che certamente non è molto politically correct. Ma è statistica, non opinioni.



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PRETI SPOSATI. NE PARLIAMO IN SETTIMANA A ROMA CON IL PAPA, DICE UN VESCOVO IRLANDESE.

Marco Tosatti

La conferenza episcopale irlandese, in visita ad limina questa settimana a Roma, non chiederà ufficialmente al Pontefice di considerare l’idea di permettere che i preti che si sono sposati tornino ad esercitare il ministero. Ma comunque, secondo il vescovo Leo O’Reilly, che ha posto il problema sul tavolo della discussione, è sicuro che il soggetto emergerà nel corso dei colloqui che i vescovi irlandesi avranno con il Papa e con i responsabili dei dicasteri della Curia Romana.

Che notizia è? Potrebbe chiedersi chi mi legge. Si scrive che i vescovi NON faranno una cosa, come se fosse pacifico che avrebbero dovuto o potuto farla. E mentre si sa che i sacerdoti di rito latino non sono sposati.

Ma la notizia è interessante, perché, in sintonia con altri segnali, e informazioni discrete, fa capire che nel gruppo di potere vicino al Pontefice l’argomento è in agenda, insieme, probabilmente a una qualche forma di diaconato femminile e soprattutto all’intercomunione con i protestanti luterani.

Già il fatto che una conferenza episcopale, alla vigilia della visita ad limina ne abbia discusso apertamente, pur senza raggiungere un consenso che permetta una posizione comune, è interessante. Ed è interessante vedere perché questo è accaduto. Nell’articolo che riporta la notizia si fa esplicitamente riferimento a “voci secondo cui il Papa vuole permettere ai preti sposati di tornare al ministero in Brasile su base sperimentale”.

Anche se la discussione all’interno della conferenza episcopale irlandese non ha portato a nessuna conclusione, né nel 2015, quando il tema è stato affrontato la prima volta, né in tempi recenti, i segnali si moltiplicano.

Ed è soprattutto la qualità di chi ne parla che rende interessante la pressione. Per i vescovi tedeschi, o almeno per molti di loro, il celibato non dovrebbe essere obbligatorio per i sacerdoti di rito latino. Già nel 2008 l’allora neo presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, parlava contro “il divieto di riflettere” sul tema del celibato ecclesiastico, affermando fra l’altro che il collegamento tra il sacerdozio e il celibato “non è teologicamente necessario”. Ora, è noto quale sia il rapporto che lega la Chiesa tedesca al Pontefice, e di conseguenza il loro peso nell’agenda papalina.

Ma c’è di più. Il tema del celibato, del ritorno dei preti sposati e della creazione di una forma di sacerdoti particolari, i “viri probati”, cioè laici maturi anche sposati a cui verrebbe dato il potere di amministrare i sacramenti, è da anni la battaglia personale del cardinale brasiliano Claudio Hummes, una delle menti che hanno messo in moto l’elezione di Bergoglio nel 2013, e una delle persone che appaiono nella fotografia della prima apparizione del nuovo papa alla Loggia di San Pietro.

Nel 2006, partendo per Roma, per assumere l’incarico di Prefetto della Congregazione del Clero, Hummes fece notizia “aprendo” all’idea dei preti sposati. “Partendo dalla considerazione che i celibi fanno parte della storia e della cultura cattolica – affermò il cardinale – la Chiesa può riflettere sopra questo tema, poiché il celibato non è un dogma ma una forma disciplinare”. Hummes ricordò che alcuni apostoli erano sposati (anche se lasciarono la famiglia, divenendo apostoli) e la proibizione del matrimonio è giunta alcuni secoli dopo l’istituzione del sacerdozio. Hummes aggiunse che la Chiesa non è una istituzione immobile ma che sa cambiare quando questo è necessario. Considerato che quella intorno al celibato non è una decisione facile che può essere presa in modo repentino, “la Chiesa dovrà in primo luogo discuterne e ridiscuterne”. Era papa Benedetto XVI; e allora alcune cautele, verbali, parvero necessarie. Ora forse meno. Da allora Hummes ha continuato a spingere perché almeno in Amazzonia, dove il rapporto fedeli-sacerdoti-distanze è drammatico, vengano concessi in via sperimentale i viri probati. E consigliando a sacerdoti e vescovi di scrivere al Papa su questo tema, in modo da creare una domanda a cui sia necessario rispondere.

Anche un altro brasiliano che appare in termini di familiarità con il Pontefice, l’ex sacerdote francescano Leonardo Boff ha toccato apertamente l’argomento, in un’intervista, in cui accennava alla possibilità di “sorprese” da parte del Pontefice in questo campo e in quello del diaconato alle donne.

Ecco perché, in questo quadro, la non-notizia dei vescovi irlandesi appare piena di significato. Anche se forse il perdurare dello stallo, e dell’oggettiva confusione, legato all’Amoris Laetitia può rallentare il processo. Aprire un altro fronte di sicuro vivacissimo confronto può sembrare eccessivo per la stabilità della barca di Pietro al Pontefice regnante.

L’ORDINE DI MALTA RIBADISCE: NESSUNA COOPERAZIONE CON LA COMMISSIONE VATICANA. SIAMO UNO STATO INDIPENDENTE.

 

Marco Tosatti

L’Ordine di  Malta annuncia che non  ha nessuna intenzione di cooperare con la Commissione istituita dalla Segreteria di Stato vaticana per indagare sull’ordine dopo che il Gran Maestro dell’Ordine di Malta, Fra’ Matthew Festing, aveva sollevato dall’incarico di Gran Cancelliere Albrecht Freiherrvon Boeselager (fratello, peraltro, di Georg Freiherr von Boeselager, nominato lo scorso 15 dicembre tra i tre nuovi membri del Consiglio di Sovrintendenza dello Ior), e con molte aderenze in Vaticano e in Segreteria di Stato.

Un comunicato di oggi afferma che l’Ordine, in risposta alle attività messe in atto da un Gruppo nominato dalla Segreteria di Stato del Vaticano, considera appropriato ribadire che la sostituzione dell’e Gran Cancelliere era un atto di governo interno dell’Ordine. Così, considerando l’irrilevanza legale di questo Gruppo e dei suoi atti relativamente alla struttura legale dell’Ordine di Malta, ha deciso che non coopererà con esso. Questo è per proteggere la sua sovranità da iniziative che sostengono di essere dirette a oggettivamente a mettere in questione o persino a limitare tale Sovranità”.

Il comunicato ricorda come l’Ordine di Malta sia un soggetto di diritto internazionale , e che “la natura religiosa dell’Ordine non pregiudica l’esercizio di prerogative sovrane spettanti all’Ordine in quanto è riconosciuto dagli Stati come soggetto di diritto internazionale”. Fra l’altro, l’Ordine ha una rappresentanza diplomatica presso la Santa Sede, come ogni altro Stato che gode di rapporti diplomatici con il Vaticano, e ne è perciò indipendente.

Nel comunicato si nega anche che il Gran Cancelliere rimosso e sostituito possa rientrare nelle categorie di affiliati che eventualmente potrebbero fare appello a uno status religioso; apparteneva alla Seconda Classe, non a quella dei  Cavalieri di Giustizia. “E’ chiaro che in termini legali un rifiuto di un commando ‘in Obbedienza’ non giustifica in nessun modo il coinvolgimento di superiori religiosi, tanto più se non appartengono al’Ordine”.

I membri della Seconda classe possono fare appello contro le misure disciplinari che considerino troppo dure davanti al Tribunale Magistrale.

“La mancanza di cooperazione con il Gruppo citato dunque ha strette spiegazioni legali, e così non può e non è in nessun modo da considerare una mancanza di rispetto verso Sua Eminenza il Segretario di Stato”.

L’iniziativa della Santa Sede resta di conseguenza difficile da capire e da spiegare; non era difficile immaginare che l’Ordine avrebbe difeso la sua sovranità nei confronti di una mossa diplomaticamente e religiosamente molto discutibile. Fra l’altro mentre la Santa Sede stessa sta dando dimostrazioni continue di  una gestione del suo personale certo non ispirata alla trasparenza e al rispetto degli individui.



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