ABORTO È OMICIDIO, DICE UN PROFESSORE. L’UNIVERSITÀ CATTOLICA (?) DI LOVANIO LO METTE SOTTO INCHIESTA.

 

Marco Tosatti

L’aborto è un omicidio? Se la definizione di omicidio della Treccani è corretta (omicidio: Il delitto di chi sopprime una o più vite umane) un’affermazione del genere non dovrebbe suscitare scandalo. In particolare in ambienti cattolici: anche di recente il Pontefice l’ha definito un crimine orrendo. Invece l’Università Cattolica di Lovanio ha aperto un’inchiesta verso un professore ospite che ha osato dire durante una lezione: “La verità è che l’aborto è l’uccisione di una persona innocente. Ed è proprio un omicidio particolarmente abietto, perché l’innocente in questione è senza difesa”.

La frase è contenuta in un testo di quindici pagine intitolato “La philosophie pour la Vie”, destinato a studenti del primo anno di corso in filosofia. Il testo paragona l’aborto allo stupro, considerando che dovrebbe essere considerato “più grave dello stupro”. E anche questo – a rigor di logica – non dovrebbe essere contestabile. Un omicidio è giudicato dal Codice in maniera più pesante di uno stupro.

Il quotidiano belga “LE SOIR” però si è fatto eco della reazione di un sito, “Sinergie Wallonne”, un sito che sostiene l’eguaglianza dei sessi, criticando il professore, Stéphane Mercier, invitato dall’Università cattolica di Lovanio a sostituire un collega in congedo sabbatico. “Ditemi che è un falso” scrive una donna nei commenti su Sinergie Wallonne, indignata per le parole del professore.

E l’Università? Vista la posizione della Chiesa sull’aborto (Catechismo: Non uccidere il bimbo con l’aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita [Didaché, 2, 2; cf Lettera di Barnaba, 19, 5; Lettera a Diogneto, 5, 5; Tertulliano, Apologeticus, 9]. Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita, missione che deve essere adempiuta in modo umano. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l’aborto come l’infanticidio sono abominevoli delitti”), e quella del Pontefice, ci si poteva attendere parole ferme e serene a sostegno del professore.

Invece L’Università cattolica di Lovanio, ha prima preso tempo, e poi ha convocato il docente per aprire un’istruttoria. Mercier sarà ascoltato per chiarire il contenuto del testo   e l’uso che ne verrà fatto all’interno del corso. A prescindere dall’istruttoria, “il diritto all’aborto è iscritto nel diritto belga e il testo di cui siamo venuti a conoscenza è in contraddizione con i valori sostenuti dall’università. Il fatto di veicolare posizioni contrarie a questi valori durante l’insegnamento è inaccettabile”.

Ci aspettiamo che dopo una dichiarazione del genere il card. Versaldi, responsabile dell’Educazione Cattolica in Vaticano, sia saltato sulla sedia e abbia cominciato a sfogliare la sua agenda per vedere chi possa far parte di una commissione d’inchiesta sull’Università che si fregia, a nostro parere impropriamente, del nome di “cattolica”. E immagino che anche l’episcopato belga sia tutto in un fermento scandalizzato….



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VATICANO – LEFEBVRE A UN PASSO DALLA FIRMA DELL’ACCORDO. LE FOTO DELLA POSSIBILE NUOVA SEDE A ROMA

Marco Tosatti

Mi dicono buone fonti che La Fraternità San Pio X e il Vaticano sono a un passo dall’accordo. In realtà, secondo alcuni, mancano solo le firme; e si è in attesa che mons. Fellay dia gli ultimi ritocchi alla sua situazione interna, per giungere poi al grande passo: il rientro totale e ufficiale, come Prelatura personale, dei lefebvriani in seno alla Chiesa di Roma. In questo modo a Francesco riuscirebbe di portare a termine un percorso che aveva avuto inizio nel pontificato di Benedetto XVI, e che si era arenato per questioni teologiche; che però adesso sarebbero superate dalla disponibilità del Pontefice a non chiedere che tutti i puntini sulle “I” siano chiarie e definiti. D’altronde anche mons. Lefebvre scriveva che se il Concilio Vaticano II fosse interpretato nell’ermeneutica della continuità, non ci sarebbe nessun problema per una comunione totale con Roma. E non c’è nessun problema perché all’interno della Chiesa, come già diceva Benedetto, il Concilio sia letto in questo modo. In coda a queste righe riportiamo da “Inter Multiplices Una Vox” delle interessanti considerazioni sviluppate da mons. Fellay nel suo viaggio in Polonia. E anche da queste, sia pure con tutte le cautele del caso, si capisce che il clima può essere maturo per un annuncio importante. D’altronde il Pontefice ha una certa simpatia per i lefebvriani di Lefebvre (meno per i tradizionalisti in casa sua), ereditata, pare, da una buona impressione ricevuta dalla Fraternità quando era arcivescovo di Buenos Aires.

Nell’omelia in Polonia mons. Fellay ha smentito le voci relative all’acquisto di un immobile di proprietà del Vicariato di Roma, Santa Maria Immacolata all’Esquilino, come futura sede della Fraternità. E diceva la verità. Ma in realtà nella prospettiva di una regolarizzazione dei rapporti con la Santa Sede, la Fraternità sarebbe interessata al complesso delle Suore Immacolate di via Monza, un ex scuola-convitto, con una chiesa che da sulla strada. Quel complesso potrebbe diventare la nuova sede romana della FSSPX. Le foto che vedete sono relative a quell’edificio.

 

Durante l’omelia della Messa celebrata in Polonia il 3 marzo 2017, Mons. Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità San Pio X, è ritornato sulle voci circa un’acquisizione immobiliare a Roma. E le ha smentite, prima di fare delle precisazioni sul progetto di prelatura personale proposto alla Fraternità San Pio X nell’estate del 2015. Come aveva già detto nel corso dell’intervista a Radio Courtoisie del 26 gennaio 2017, tale struttura canonica corrisponde ai bisogni e all’apostolato della Fraternità nel mondo.

Mons. Fellay ha dichiarato che la proposta scritta inviata da Roma alla Fraternità prevede che il prelato a capo di questa nuova struttura canonica dovrà essere un vescovo. Come verrà designato? Il Papa sceglierebbe fra tre nomi (la terna) presentati dalla Fraternità. E’ anche previsto che vengano accordati alla Fraternità altri vescovi ausiliari.

E il Superiore generale ha aggiunto: “Tutto ciò che esiste adesso sarà riconosciuto in tutto il mondo. Anche i fedeli. Essi faranno parte di questa prelatura col diritto di ricevere i sacramenti e gli insegnamenti dai sacerdoti della Fraternità. Sarà anche possibile accogliere delle congregazioni religiose, come in una diocesi: cappuccini, benedettini, carmelitani e altri… Questa prelatura è una struttura che non sarà sotto l’autorità dei vescovi locali. Sarà autonoma”.

Tuttavia, secondo Mons. Fellay, vi è uno sviluppo ancora più importante e interessante di questo progetto di struttura canonica: un cambiamento che si è prodotto all’interno della Congregazione per la Dottrina della Fede. La Fraternità San Pio X potrà mantenere le sue obiezioni contro la libertà religiosa, l’ecumenismo e la nuova Messa. Queste funeste conseguenze del Concilio non sono più considerate come vincolanti o come condizioni necessarie per essere riconosciuti interamente cattolici.

Mons. Fellay allude qui alle dichiarazioni di Mons. Guido Pozzo sull’accettazione del concilio Vaticano II, cosa che secondo lui non è più un criterio di cattolicità. Questo stesso punto di vista è stato ribadito dai vescovi che hanno visitato i seminari della Fraternità San Pio X nel 2015, in base a quanto era stato convenuto nella riunione del 2014 con il cardinale Müller.

Nella sua omelia, il Superiore generale ha affermato sull’argomento: «nelle discussioni che abbiamo avuto con i vescovi inviati da Roma, essi ci hanno detto che queste questioni sono delle questioni aperte.»

Perché Roma è cambiata su questo punto? Mons. Fellay ritiene che la cosa sia dovuta alla gravità della situazione nella Chiesa e al vero caos che vi regna. Egli ha chiarito le sue affermazioni riferendo le parole del cardinale Gerhard Ludwig Müller, che ha chiesto alla Fraternità San Pio X di unirsi a lui nella lotta contro i modernisti. Ma al tempo stesso, la Congregazione per i religiosi ritiene che la Fraternità sia sempre scismatica, mentre invece Papa Francesco dice che essa è cattolica. Ed ha aggiunto: «Vi sono molte contraddizioni, vi è una lotta tra vescovi, tra cardinali, una situazione nuova… Roma non è più unita, ma divisa. A tal punto che certuni ritengono che le cose sono andate troppo oltre. E ci dicono: “voi dovete fare qualcosa, dovete resistere”.

Mons. Fellay ha parlato anche del sostegno e delle lettere che ha ricevuto da parte di vescovi, come aveva già fatto nella sua intervista a Radio Courtoisie. A proposito di altri vescovi, ha detto: «Ve ne sono che parlano, che resistono, noi non siamo soli.». Secondo lui: «è iniziata nella Chiesa tutta un’opera di rinnovamento».

Al tempo stesso, Mons. Fellay non è cieco: “Questo non significa che noi dobbiamo precipitarci, noi dobbiamo procedere con una grande prudenza e assicurare il nostro avvenire mettendoci in condizione di impedire ogni possibilità di trabocchetto. Di conseguenza, in una tale situazione, noi non ci precipitiamo”.

Mons. Fellay ha parlato anche dell’interesse paradossale che Papa Francesco ha per la Fraternità San Pio X: “Un papa che non si cura della dottrina, che guarda alle persone e che ci conosce dall’Argentina. Egli ha apprezzato il lavoro che abbiamo fatto là. E per questo ha delle buone disposizioni nei nostri confronti, mentre al tempo stesso è contro il conservatorismo. E’ come una contraddizione. Ma io ho potuto constatare a più riprese che egli è capace di fare veramente delle cose per noi”.

Per concludere, Il Superiore generale ha affermato che egli non sa se ci sarà un riconoscimento canonico: “Andiamo o no verso un riconoscimento? Io non lo so, non penso, ma il Papa può sorprenderci. Questo sembra impossibile, ma egli l’ha già fatto più volte… Allora, noi dobbiamo continuare a pregare molto, a chiedere alla nostra Protettrice, la Santa Vergine Maria, di continuare a guidarci”.



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L’AGNELLO E IL DRAGONE. DIALOGO A DUE VOCI FRA IL CARDINALE JOSEPH ZEN E IL MAESTRO AURELIO PORFIRI SULLA CINA E IL VATICANO

Marco Tosatti

L’Agnello e il Dragone è un dialogo a due voci fra il cardinale cinese Joseph Zen, già arcivescovo di Hong Kong, e Aurelio Porfiri, compositore, musicista, professore di musica liturgica, direttore di coro, scrittore ed educatore. Un romano con sette anni di esperienza professionale ed esistenziale a Macao. Naturalmente il tema è la Cina, e soprattutto il suo rapporto con la religione, e con quella cattolica, proprio adesso che sono in corso contatti ad altissimo livello fra Pechino e Roma nell’ottica di arrivare a un equilibrio di rapporti.

E’ impossibile sintetizzare tutti gli spunti e i suggerimenti contenuti nel libro, che d’altronde per le sue dimensioni ridotte è di agevole lettura. Il cardinale Joseph Zen è timoroso che il desiderio di arrivare comunque a un “successo” nelle trattative spinga il Vaticano a cedere su punti essenziali. Consiglia di non essere arrendevoli, anzi: “Il governo ha paura della forza, ancora adesso con tutta la forza che hanno! Dove c’è il clero numeroso e forte hanno paura! Invece quando uno si mostra debole, ti schiacciano”.

Il cardinale fa l’esempio di vescovi in Cina che “vengono trattati come degli oggetti” perché si lasciano prendere e portare dove vogliono gli uomini del governo, magari a un’ordinazione che per Roma è illegittima. “E non protestano. Uno dovrebbe dire: non ci vado!!”. L’alternativa è quella di subire ritorsioni: “Va bene! E allora? Devi fare il vescovo. Ma se non hai agito contro la tua coscienza, ti rispettano”.

Con tutto che Joseph Zen è salesiano, non risparmia critiche al cardinale Tarcisio Bertone, per la sua opera come Segretario di Stato. “Bertone? Non ha fatto niente. Lui doveva aiutare il papa, no? Il Papa santissimo, bravissimo (Benedetto XVI. N.D.R.) io lo amo immensamente, ma è un Papa timido. E Bertone doveva essere forte! Lui doveva aiutare! Invece no!”.

Il cardinale Zen teme che nel desiderio di arrivare a un accordo la Santa Sede sacrifichi la Chiesa delle catacombe, cioè quei vescovi, sacerdoti e fedeli che pur di restare fedeli a Roma e al Papa hanno subito persecuzioni e prigionia. Sintetizza così il loro sentimento: “Mi ricordo di un’espressione apparsa già molto tempo fa su un sito Internet cattolico in Cina: ‘Da tanti anni i nostri nemici non sono riusciti a farci morire. Ora ci tocca morire per mano del nostro Padre. Va bene, andiamo a morire’”.



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PROVE GENERALI DI DITTATURA IN NOME DELL’OMOFOBIA. È TEMPO CHE LA CHIESA PARLI FORTE E CHIARO, DICE IL CARD. EIJK.

Marco Tosatti

Partiamo da Utrecht, dove il cardinale Willem Jacobus Eijk, arcivescovo della città, ha lanciato un appello: che la Chiesa, il magistero Romano, creino un documento il tema di Gender. “È urgente” ha detto il presule ad ACIstampa, perché la pressione sia a livello nazionale che internazionale, spinta dalle grandi agenzie, sta diventando sempre più forte. “Non direi necessariamente ci voglia una enciclica. Può essere anche un documento di altro tipo, come un’istruzione da parte della Congregazione della Dottrina della Fede. È importante però che sia un documento autoritativo della Chiesa su questa teoria. Perché vediamo che le organizzazioni internazionali fanno molta pressione sulle nazioni per introdurre questa teoria, soprattutto nel mondo dell’educazione”, ha detto il cardinale.

Il porporato ha ricordato che la Chiesa si è espressa molte volte sulla teoria del genere, sia nel numero 151 dell’enciclica Laudato Si, e anche nell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia. “Ma non come tema centrale. È invece opportuno un documento concentrato sul tema della teoria del genere. Serve alla gente, perché sente parlare della teoria del genere da parte dei mass media, nel mondo della politica, nelle scuole, ovunque. Soprattutto la Chiesa è chiamata a dare il suo punto di vista”. E cioè far capire alla gente il perché la Chiesa non accetta la teoria del genere: la teoria del genere implica che il ruolo dell’uomo e della donna sia completamente distaccato dal sesso biologico. Questo è incompatibile con la visione dell’uomo che presenta la Chiesa, con la Sacra Scrittura alla base della dottrina. La teoria del genere vede il corpo come qualcosa di secondario, qualcosa di estrinseco alla natura umana, che non partecipa alla dignità della persona come tale, come valore intrinseco della persona. Per la Chiesa, spiega il cardinale, il sesso biologico in linea con il corpo umano è intrinseco alla natura umana. “È evidente come la teoria del genere si contrapponga alla visione della Chiesa Cattolica. Una visione che si può comprendere, tra l’altro, basandosi sulla pura ragione umana, con argomenti filosofici, senza fare riferimento alla rivelazione”. È un’antropologia dualista che sta pervadendo tutta la società, ha influsso su quasi tutti i campi del pensiero, inclusa l’etica medica, e cambia il modo di sentire e di percepire se stessi. “Per questo è urgentissimo presentare la vera visione dell’uomo in questo mondo, altrimenti perderemo la strada”.

Se ce ne fosse bisogno, la conferma che c’è una guerra in corso ce l’ha data un messaggio di CitizenGo. “CitizenGO è sotto attacco in tutto il mondo. Abbiamo osato disturbare le frequenze della “colonizzazione ideologica” denunciata da Papa Francesco. Abbiamo osato ricordare che, sì, due più due fa quattro. Non fa cinque o sei. Fa quattro. E basta. Nei giorni scorsi i nostri sistemi informatici centrali sono stati attaccati da organizzazioni Lgbt che hanno paralizzato la possibilità di inviare petizioni e altre campagne in tutto il mondo. All’origine di questa furia c’è quel che è accaduto in Spagna, dove CitizenGO ha il suo quartier generale”.

Nelle scorse settimane le associazioni Lgbt hanno invaso le principali città spagnole con manifesti come questo qui sotto:

 

“Ci sono bambine col pene e bambini con la vagina”. È esattamente quello di cui parlava Eijk, cioè ideologia gender in pieno. “ Un attacco micidiale al buon senso comune” lo definisce CitzenGo, che ha reagito. Tramite l’associazione gemella HazteOir (che significa “Fatti Sentire”), con cui CitizenGO agisce in Spagna, ha iniziato a far girare per le strade di Madrid il “Bus che non mente”. Un enorme pullman con scritto, semplicemente, che i bambini hanno il pene e le bambine la vagina.

La reazione è stata immediata. “Alcuni gruppi Lgbt hanno attaccato i nostri siti web e hanno paralizzato la nostra attività online per giorni, e ancora oggi continuano gli attacchi. Il Sindaco ultra-progressista di Madrid, Manula Carmena di Podemos, ci ha denunciati per ‘istigazione all’odio’, e la polizia, con un atto assolutamente fuori dalla legge contro cui abbiamo già fatto ricorso coi nostri legali, ha sequestrato il ‘Bus che non mente’, che è tuttora rinchiuso in un parcheggio giudiziario. Altri esponenti socialisti (e popolari) e i capi delle associazioni Lgbt spagnole hanno invocato addirittura la galera”.

Il presidente Arsuaga ha tenuto un’affollatissima conferenza stampa per denunciare la gravissima violazione della libertà di opinione ed espressione, rivendicando il diritto di dire la semplice verità su un dato biologico incontestabile. “Abbiamo fatto subito preparare un camper sostitutivo, che sta girando per le principali città spagnole”. Il “Bus che non mente” ha scandalizzato, ovviamente, i bigotti dell’ideologia omologata, fra cui Chelsea Clinton, la figlia di Hillary, che ha auspicato che l’autobus non giri mai negli USA.

Dice il comunicato: “Purtroppo per lei l’ufficio americano di CitizenGO ha già avviato una campagna di raccolta fondi per portare anche per le strade americane il ‘Bus che non mente’. E in Italia? Vogliamo forse essere da meno? Assolutamente no! Se vuoi aiutarci a far girare anche per le città italiane un grande pullman del buon senso comune, che svegli le coscienze non solo sull’ideologia Gender ma anche contro l’utero in affitto, clicca qui”.

Questo è il link per partecipare alla campagna.

E sempre dalla Spagna – e chiudiamo con questa notizia, è stata creata una polizia specializzata per i reati di omotransfobia. LGBTIpol, questo il nome della neonata associazione, composta da agenti della Guardia Civil e del Cuerpo Nacional de Policía, si avvarrà nel suo operato del supporto dell’Asociación de abogados contra los delitos de odio, presieduta da Manuel Ródenas. Avverte “Osservatorio Gender” che “Il nuovo corpo di polizia arcobaleno è stato presentato lo scorso 12 gennaio presso l’ambasciata italiana di Madrid, ricevendo l’applauso entusiasta del nostro ambasciatore Stefano Sannino, dichiaratamente gay e sposato con un catalano di Barcellona, che ha così salutato l’iniziativa: ‘L’obiettivo è che tutti possiamo vivere in pace con il nostro modo di essere e che non dobbiamo più lottare quotidianamente per far valere i nostri diritti’”.La costituzione di Lgtbipol ha sollevato prevedibili polemiche tra cui quella di Rocío Monasterio, responsabile per gli Affari sociali del partito Vox, che sui social ha così criticato l’istituzione di un ente “fortemente ideologizzato”: “Abbiamo bisogno di un corpo di polizia specifico per ogni tipo di reato e movimento? Ci sarà una polizia religiosa? Un’altra per i crimini contro le persone eterosessuali?”.

In realtà l’unico esempio di polizia “dedicata” che ci venga in mente adesso è quella dei Muṭawwiʿa, in Arabia Saudita, emanazione del Comitato per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio. Che, ovviamente, se mette le mani su un omosessuale, o una signora scollacciata sarebbero affari loro. Come si dice? Gli estremi si toccano; e concordano in dittatura e totalitarismo. E i mass media a tenere bordone.



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SALVARE LA MUSICA SACRA. DICHIARAZIONE-DENUNCIA AL PAPA FIRMATA DA OLTRE DUECENTO MAESTRI ED ESPERTI MONDIALI.

Marco Tosatti

Il 5 marzo ricorre il cinquantesimo anniversario di “Musicam Sacram”, l’ultimo grande documento dedicato in maniera totale alla musica che deve accompagnare la liturgia. Fu approvato da Paolo VI, e portava la firma di due cardinali: Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna e presidente del “Consilium” per l’attuazione della costituzione conciliare sulla liturgia, e Arcadio Larraona, Prefetto della sacra congregazione dei riti. A cinquanta anni di distanza più di duecento musicisti, musicologi ed esperti di musica sacra rendono pubblica una dichiarazione, rivolta ai responsabili della Chiesa, per cercare di riportare sui binari della correttezza una situazione che ai loro occhi è degenerate e sta degenerando.

I promotori di questa presa di posizione sono due musicisti e musicologi di grande fama. Aurelio Porfiri, direttore della rivista internazionale “Altare Dei” edita a Macao e Hong Kong e autore di libri e saggi sulla musica sacra e la liturgia, e l’americano Peter A Kwasniewski, professore di teologia e filosofia e direttore di coro al Wyoming Catholic College.

La “Dichiarazione sulla situazione attuale della musica sacra” si apre così: “Noi sottoscritti – musicisti, sacerdoti, insegnanti, studiosi e amanti della musica sacra – offriamo umilmente alla comunità cattolica di tutto il mondo questa dichiarazione, esprimendo il nostro grande amore per il patrimonio di musica sacra della Chiesa e la nostra profonda preoccupazione riguardo il suo difficile stato attuale”. Vengono ricordati documenti e la storia dell’amore che la Chiesa ha sempre avuto questa forma espressiva; e poi si afferma: “Alla luce del pensiero della Chiesa così frequentemente espresso, noi non possiamo evitare di essere preoccupati per la situazione attuale della musica sacra, che è quantomeno drammatica, con abusi nel campo della musica sacra che sono ora la norma, piuttosto che l’eccezione. Noi riassumeremo qui alcuni di questi elementi che contribuiscono allo stato presente di desolazione in cui versa la musica sacra nella liturgia.

Questa mancanza di comprensione liturgica e teologica va insieme con l’aver abbracciato il secolarismo. Il secolarismo di stili musicali pop ha contribuito alla desacralizzazione della liturgia e allo stesso tempo il secolarismo dettato dalle esigenze di profitto di un certo tipo di mercato ha favorito l’imposizione di mediocri repertori di musica per le parrocchie. Ha incoraggiato un antropocentrismo nella liturgia che mette in pericolo la vera natura della stessa. In ampi settori della Chiesa al giorno d’oggi c’è una relazione scorretta con la cultura, che può essere vista come una ‘rete di connessioni’. Nell’attuale situazione della musica liturgica (e della liturgia in se stessa, perché le due sono legate), noi abbiamo interrotto questa rete di connessioni con il nostro passato e abbiamo provato a collegarci ad un futuro che però non ha significato senza contatto con il suo passato. Oggi la Chiesa non sta attivamente usando la sua ricchezza culturale per evangelizzare, ma è piuttosto essa stessa usata da una cultura secolarizzata, nata in opposizione alla Cristianità, che destabilizza quel senso di adorazione che è al cuore della fede Cristiana. Ci sono gruppi che spingono per un “rinnovamento” che non riflette l’insegnamento della Chiesa ma serve solo la propria agenda, visione del mondo e interessi. Questi gruppi hanno alcuni dei loro membri in importanti posti di comando, da dove loro possono mettere in pratica i loro piani, la loro idea di cultura e il modo in cui noi dovremmo avere a che fare con tematiche di attualità. In alcuni paesi potenti lobbies hanno contribuito alla sostituzione de facto di repertori liturgici fedeli alle direttive del Vaticano II con repertori di bassa qualità”.

La dichiarazione afferma poi che “Un’altra causa di decadenza della musica sacra è il clericalismo, l’abuso di posizioni e status da parte del clero. Il clero, che è al giorno d’oggi spesso poveramente educato nella grande tradizione della musica sacra, continua a prendere decisioni sul personale da impiegare e sulle direttive da offrire, contravvenendo spesso lo spirito autentico della liturgia e il rinnovamento della musica sacra, così richiesto a nostri giorni. Più che spesso alcuni membri del clero contraddicono gli insegnamenti del Vaticano II in nome di un supposto ‘spirito del Concilio’”.

La dichiarazione prosegue poi con lo sguardo rivolto al futuro:

“Può sembrare che ciò che abbiamo detto sia pessimistico, ma noi manteniamo la speranza che ci sia una via per uscire da questo inverno. Le seguenti proposte sono offerte in spiritu humilitatis, con l’intenzione di recuperare la dignità della liturgia e della sua musica nella Chiesa”.

Consigliamo chi sia interessato a leggere direttamente la Dichiarazione sulla pagina di Altare Dei.



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UN’INCHIESTA DELLA GENDARMERIA SUL FINTO OSSERVATORE ROMANO? SPERIAMO CHE SIA UNO SCHERZO ANCHE QUESTO…

Marco Tosatti

La Gendarmeria vaticana sta indagando. Per scoprire chi ha ideato una falsa prima pagina dell’Osservatore Romano in cui – siamo sempre a Carnevale – si ironizza benevolmente sul silenzio perdurante del Pontefice regnante ai “Dubia” presentati da quattro cardinali sulla comunione ai divorziati risposati il cui primo matrimonio sia ancora valido. Si ipotizza una fronda anti Bergoglio.

La Gendarmeria vaticana! E non dubitiamo che il generale Domenico Giani saprà scovare gli autori di una burla che – siamo sicuri – sarà stata apprezzata anche dal Pontefice, che spesso ha ringraziato Dio per averlo dotato, dice, del senso dell’humour.

Che forse però difetta un po’ altrove. Se c’è un’inchiesta è perché qualcuno ha dato mandato al Generale Giani di iniziarla; per quanto lo conosciamo, da molti anni, da buon militare con pratica sul campo e nei servizi di intelligence, da buon militare agisce come gli viene ordinato.

L’Osservatore finto titolava a nove colonne: “Ha risposto”. E devo dire che un sorriso me lo ha strappato, quando un amico me lo ha inviato qualche giorno fa. Devo dire però che non sono riuscito a vedere in esso nient’altro che il divertissement di qualche persona di spirito, certamente al corrente di tutta la confusione e la divisione che l’esortazione apostolica Amoris Laetitia sta provocando nel mondo cattolico. E non per cattiveria di animo di nessuno, o per odio – ma perché mai? – verso il Papa. Semplicemente perché su un tema delicato e controverso da sempre il documento è ambiguo, checché ne dicano i difensori, e contraddice, non apertamente, ma in maniera obliqua tutto il Magistero precedente e il Catechismo della Chiesa. Che non sono regole dottrinali, ma ciò a cui i cattolici guardano per avere luce.

E’ l’assenza di risposte chiare a domande chiare che provoca tutto ciò, scherzi e buontemponerie comprese. Serve a poco criminalizzare i perplessi e i dubbiosi, come sembrerebbero voler fare certi iperpapisti e certe tricoteuses.

Le inchieste, poi, temo che possano aggiungere solo ridicolo allo scherzo. Quando si arriva ai tribunali, l’immagine del Vaticano ne esce sicuramente male. Ricordiamoci i processi recenti, per materie ben più gravi…Figuriamoci poi per una finta pagina di giornale! Anche perché nel clima attuale, in cui c’è chi dice che siano controllate mail e telefoni, tazebao e video umoristici sono destinati a fiorire. Proprio ieri un’amica americana me ne ha inviato uno, che vi offro qui.

Si intitola Hotel Sanctae Martae.

Per chi non legge l’inglese: si parla di Santa Marta, dei suoi presunti sotterranei, in cui sarebbero rinchiusi “alcuni cavalieri sleali” (Ordine di Malta) e “una manciata di Francescani dell’Immacolata”; ma principalmente “i critici dell’Amoris Laetitia”. Fra cui le intere conferenze episcopali della Polonia e del Kazakistan…E l’arcivescovo Schneider sussurra al protagonista: “Se esci vivo da qui, informa la Fraternità Sacerdotale S.Pio X”, cioè i lefebvriani.

Che facciamo, mandiamo dal Vaticano una rogatoria di arresto negli Stati Uniti?



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MANELLI, LE RAGIONI DEL DECRETO. DIMISSIONATO UN VESCOVO FILIPPINO PERCHÉ AMICO DEI FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA.

Marco Tosatti

Sono le resistenze, forti, ancora presenti all’interno dei Francescani dell’Immacolata, e del ramo femminile dell’istituto alla base del “Decreto” di cui abbiamo scritto ieri, e che rende nettamente più severe le condizioni di clausura di padre Stefano Manelli, fondatore dell’istituto stesso, e attualmente residente ad Albenga, in un convento dei FFI. E’ lo stesso decreto a spiegarlo: “Due successivi Commissariamenti, decretati dopo una Visita Apostolica, hanno incontrato e tuttora incontrano forti resistenze”.

Le resistenze si spiegano perché molti religiosi ritengono che nulla di quanto è stato voluto dal Fondatore, e già approvato dalla Santa Sede, possa essere modificato, “soprattutto in alcuni elementi ritenuti parte del proprio carisma”. Il documento ammette poi che “le tensioni e le divisioni sono un ulteriore elemento di disgregazione”.

E poi c’è il problema dei soldi. Un problema che “accresce le difficoltà per affrontare i bisogni essenziali della vita quotidiana”. Spiega il Decreto che il gruzzolo dell’Istituto, lasciato da benefattori entusiasti dell’opera creata da Manelli, è gestito da “associazioni composte da persone laiche”. E una “moderna interpretazione del principio nihil possedere di secolare tradizione”. Ma in questo caso “permette un accumulo di beni completamente sottratto ad ogni controllo canonico, in quanto gestito autonomamente dalle associazioni civili”.

La Santa Sede obietta però che “i beni temporali dei quali si tratta sono in sostanza beni ecclesiastici perché donati per la maggior parte non alle associazioni civili ma all’Istituto”. All’Istituto dunque spetterebbe la loro gestione.

Il documento continua con un’ammissione di sostanziale impotenza. “Allo stato delle cose il Commissario e la Commissione si trovano nell’impossibilità di far progredire un cammino, che necessariamente richiede modifiche alle Costituzioni, la cui approvazione è riservata alla Santa Sede che ha concesso la prima approvazione delle medesime”. Il che sembrerebbe voler dire che la bozza delle nuove Costituzioni è già pronta, anche se non è ancora stata resa nota ai diretti interessati.

Fra l’altro, le disposizioni nei confronti di Manelli e dei FFI affermano che l’Istituto non potrà ricevere postulanti per un anno nel ramo maschile, e tre anni nel ramo femminile. Sia in un caso che nell’altro si “dovrà organizzare la formazione” delle future formatrici.

Ancora una volta mi chiedo che cosa avranno mai fatto i FFI, e padre Stefano Manelli in particolare. Ai miei pazienti lettori devo anche confessare che la mia frequentazione dei Francescani dell’Immacolata è praticamente nulla. Ho incontrato una volta padre Alfonso Bruno, che non è esattamente un fan di padre Manelli, e ci siamo lasciati come ci eravamo trovati. Cioè con pochissima simpatia reciproca. Ma da un punto di vista professionale mi stupisce che tanta severità sia accompagnata da tanta poca chiarezza nelle accuse. Lasciando da parte, ovviamente, il fango mediatico e televisivo agitato dagli “ex”, che però non ha trovato per ora veste giuridica ufficiale, né sul versante italiano né su quello vaticano. Gli “ex”, come vediamo in altre organizzazioni di Chiesa e non, difficilmente giocano un ruolo di testimoni equilibrati e imparziali.

La Santa Sede vuole chiudere il caso FFI, e l’indizio che l’Anno della Misericordia è davvero finito e dimenticato la abbiamo anche da un’altra decapitazione. Questa volta si tratta di un arcivescovo filippino, che solo pochi giorni fa ha difeso a voce alta l’episcopato dagli attacchi del nuovo Presidente, Rodrigo Duterte. Ieri la Sala Stampa vaticana ha annunciato le dimissioni dell’arcivescovo metropolita filippino di Lipa Mons. Ramon Arguelles. Non è stata data nessuna spiegazione, e come pare ormai sia abitudine (contraria alla trasparenza e all’informazione) non è stato neanche aggiunto, come era buona abitudine fare: “in base all’art. XXX del Codice…”. Arguelles non è malato, ha 73 anni, quindi il suo tempo sarebbe scaduto fra due anni, ma avrebbe una colpa molto grave. Avrebbe incardinato nella sua diocesi dei Francescani dell’Immacolata che avevano lasciato dopo il Commissariamento. Non solo: avrebbe permesso la creazione di un’associazione di “Fratelli dei Francescani e dell’Immacolata”. Il sito Messa in Latino afferma che “nostre fonti riferiscono di un messaggio sul Vescovo stesso. ‘Oggi […] hanno parlato con il Vescovo e ha detto che lui non ha mai dato le dimissioni e ha scoperto questa notizia su internet, lui non sa niente, a lui non è stato comunicato neppure che è stato dimesso’. Altre fonti arrivate ora parlano di una richiesta informale di disponibilità alle dimissioni, senza che sia stata formalizzata alcuna rinuncia”.



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CHIESA, ABUSI E AMBIGUITÀ. CASO ESEMPLARE A PALM BEACH. PRETE CORAGGIOSO DENUNCIA LA DIOCESI.

Marco Tosatti

Un sacerdote, John Gallagher ha citato una diocesi americana per danni. Accusa il suo ex-vescovo, e di conseguenza la diocesi di averlo isolato, allontanato e impedito di continuare la sua carriera perché due anni fa ha denunciato alla polizia un prete indiano in visita. Era un sacerdote con tendenze omosessuali, responsabile di aver mostrato, dopo la messa, una quarantina di foto pornografiche a un ragazzo di quattordici anni. Gallagher ha parlato con il prete, alla presenza di un ex funzionario di polizia, ha raccolto la sua ammissione, e poi lo ha denunciato alla polizia. Che lo ha arrestato.

Ma invece di ricevere elogi e complimenti dal suo vescovo, per lui sono cominciati i guai.

Gallagher, che ha 49 anni ed è sacerdote dal 1992, è irlandese. Dal 2000 è negli USA, e nell’aprile del 2014 gli è stata affidata la parrocchia del sacro Nome di Gesù a Palm beach. Nel dicembre di quello stesso anno dall’India è giunto un sacerdote, Josè Palimatton, come assistente di Gallagher.

A gennaio Palimatton mostrò una quarantina di foto di ragazzi nudi a un giovane di 14 anni che frequentava la Chiesa; e quella sera stessa gli inviò un SMS augurandogli buona notte e sogni d’oro. Il ragazzo raccontò la storia a un amico, che la riferì al maestro del corso, che a sua volta avvisò Gallagher. Gallagher, secondo quanto afferma all’Irish Independent parlò con qualcuno nella diocesi, che gli avrebbe detto: “Dobbiamo farlo andar via, mettilo su un aereo”. Quella stessa persona gli consigliò di non tenere appunti scritti della vicenda: così risulta da un esposto inviato, da un avvocato canonista, in Vaticano, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, da Gallagher.

Gallagher invece volle incontrare Palimatton, alla presenza di un funzionario di polizia in pensione, che prese appunti del colloquio. Palimatton non solo ammise la sua colpa in quel caso, ma avrebbe anche ammesso di aver infastidito in India altri adolescenti. Questa stessa confessione l’avrebbe poi ripetuta agli agenti di polizia di Palm Beach. Gallagher chiamò l’ufficio dello Sceriffo di Palm Beach. Palimatton fu arrestato, processato, condannato a sei mesi e rispedito in India.

E qui cominciarono i guai per Gallagher. “Mi fu reso chiaro che quello che avevo fatto non era quello che avrei dovuto fare”. Due mesi più tardi il vescovo. Mons. Barbarito, lo convocò; Gallagher pensava che avrebbe avuto un riconoscimento. Il vescovo gli disse di continuare ancora per un anno come parroco; ma il giorno dopo la decisione fu rovesciata: “Mi disse che sarei stato degradato. Non fu data nessuna ragione. Disse che se non volevo essere degradato e spostato in un’altra parrocchia avrei dovuto lasciare il sacerdozio”.

Un mese dopo, Gallagher fu ricoverato in ospedale per un sospetto infarto. Chiese a una suora anziana di andare a recuperare i documenti del caso Palimatton a casa sua. La suora lo fece, ma quando tornò di nuovo nell’abitazione del sacerdote trovò ad aspettarla dei funzionari della diocesi che le presero le chiavi. E quando Gallagher uscì dall’ospedale, scoprì che le serrature erano state cambiate. E fu costretto, senza casa, a trovare ospitalità presso un amico.

Gallagher contattò il card. Sean O’Malley, che aveva preceduto Barbarito nella diocesi di Palm Beach, e che presiede la Commissione creata in Vaticano contro gli abusi, ma non ne ebbe alcun aiuto. E a questo punto ha deciso di intraprendere un’azione legale contro il vescovo e la diocesi; che hanno reagito facendo lettere durante la messa domenicale una lettera in cui si negano le accuse e si critica Gallagher….

Non è il primo caso del genere, e ci sono siti che accusano apertamente la Chiesa statunitense di ospitare al suo interno troppi sacerdoti con tendenze omosessuali, che si coprirebbero a vicenda. Massimo Introvigne ricorda che secondo il rapporto del John Jay College l’81 per cento dei sacerdoti condannati per abusi in USA avevano tendenze omosessuali. Un dato che certamente non è molto politically correct. Ma è statistica, non opinioni.



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PRETI SPOSATI. NE PARLIAMO IN SETTIMANA A ROMA CON IL PAPA, DICE UN VESCOVO IRLANDESE.

Marco Tosatti

La conferenza episcopale irlandese, in visita ad limina questa settimana a Roma, non chiederà ufficialmente al Pontefice di considerare l’idea di permettere che i preti che si sono sposati tornino ad esercitare il ministero. Ma comunque, secondo il vescovo Leo O’Reilly, che ha posto il problema sul tavolo della discussione, è sicuro che il soggetto emergerà nel corso dei colloqui che i vescovi irlandesi avranno con il Papa e con i responsabili dei dicasteri della Curia Romana.

Che notizia è? Potrebbe chiedersi chi mi legge. Si scrive che i vescovi NON faranno una cosa, come se fosse pacifico che avrebbero dovuto o potuto farla. E mentre si sa che i sacerdoti di rito latino non sono sposati.

Ma la notizia è interessante, perché, in sintonia con altri segnali, e informazioni discrete, fa capire che nel gruppo di potere vicino al Pontefice l’argomento è in agenda, insieme, probabilmente a una qualche forma di diaconato femminile e soprattutto all’intercomunione con i protestanti luterani.

Già il fatto che una conferenza episcopale, alla vigilia della visita ad limina ne abbia discusso apertamente, pur senza raggiungere un consenso che permetta una posizione comune, è interessante. Ed è interessante vedere perché questo è accaduto. Nell’articolo che riporta la notizia si fa esplicitamente riferimento a “voci secondo cui il Papa vuole permettere ai preti sposati di tornare al ministero in Brasile su base sperimentale”.

Anche se la discussione all’interno della conferenza episcopale irlandese non ha portato a nessuna conclusione, né nel 2015, quando il tema è stato affrontato la prima volta, né in tempi recenti, i segnali si moltiplicano.

Ed è soprattutto la qualità di chi ne parla che rende interessante la pressione. Per i vescovi tedeschi, o almeno per molti di loro, il celibato non dovrebbe essere obbligatorio per i sacerdoti di rito latino. Già nel 2008 l’allora neo presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, parlava contro “il divieto di riflettere” sul tema del celibato ecclesiastico, affermando fra l’altro che il collegamento tra il sacerdozio e il celibato “non è teologicamente necessario”. Ora, è noto quale sia il rapporto che lega la Chiesa tedesca al Pontefice, e di conseguenza il loro peso nell’agenda papalina.

Ma c’è di più. Il tema del celibato, del ritorno dei preti sposati e della creazione di una forma di sacerdoti particolari, i “viri probati”, cioè laici maturi anche sposati a cui verrebbe dato il potere di amministrare i sacramenti, è da anni la battaglia personale del cardinale brasiliano Claudio Hummes, una delle menti che hanno messo in moto l’elezione di Bergoglio nel 2013, e una delle persone che appaiono nella fotografia della prima apparizione del nuovo papa alla Loggia di San Pietro.

Nel 2006, partendo per Roma, per assumere l’incarico di Prefetto della Congregazione del Clero, Hummes fece notizia “aprendo” all’idea dei preti sposati. “Partendo dalla considerazione che i celibi fanno parte della storia e della cultura cattolica – affermò il cardinale – la Chiesa può riflettere sopra questo tema, poiché il celibato non è un dogma ma una forma disciplinare”. Hummes ricordò che alcuni apostoli erano sposati (anche se lasciarono la famiglia, divenendo apostoli) e la proibizione del matrimonio è giunta alcuni secoli dopo l’istituzione del sacerdozio. Hummes aggiunse che la Chiesa non è una istituzione immobile ma che sa cambiare quando questo è necessario. Considerato che quella intorno al celibato non è una decisione facile che può essere presa in modo repentino, “la Chiesa dovrà in primo luogo discuterne e ridiscuterne”. Era papa Benedetto XVI; e allora alcune cautele, verbali, parvero necessarie. Ora forse meno. Da allora Hummes ha continuato a spingere perché almeno in Amazzonia, dove il rapporto fedeli-sacerdoti-distanze è drammatico, vengano concessi in via sperimentale i viri probati. E consigliando a sacerdoti e vescovi di scrivere al Papa su questo tema, in modo da creare una domanda a cui sia necessario rispondere.

Anche un altro brasiliano che appare in termini di familiarità con il Pontefice, l’ex sacerdote francescano Leonardo Boff ha toccato apertamente l’argomento, in un’intervista, in cui accennava alla possibilità di “sorprese” da parte del Pontefice in questo campo e in quello del diaconato alle donne.

Ecco perché, in questo quadro, la non-notizia dei vescovi irlandesi appare piena di significato. Anche se forse il perdurare dello stallo, e dell’oggettiva confusione, legato all’Amoris Laetitia può rallentare il processo. Aprire un altro fronte di sicuro vivacissimo confronto può sembrare eccessivo per la stabilità della barca di Pietro al Pontefice regnante.

L’ORDINE DI MALTA RIBADISCE: NESSUNA COOPERAZIONE CON LA COMMISSIONE VATICANA. SIAMO UNO STATO INDIPENDENTE.

 

Marco Tosatti

L’Ordine di  Malta annuncia che non  ha nessuna intenzione di cooperare con la Commissione istituita dalla Segreteria di Stato vaticana per indagare sull’ordine dopo che il Gran Maestro dell’Ordine di Malta, Fra’ Matthew Festing, aveva sollevato dall’incarico di Gran Cancelliere Albrecht Freiherrvon Boeselager (fratello, peraltro, di Georg Freiherr von Boeselager, nominato lo scorso 15 dicembre tra i tre nuovi membri del Consiglio di Sovrintendenza dello Ior), e con molte aderenze in Vaticano e in Segreteria di Stato.

Un comunicato di oggi afferma che l’Ordine, in risposta alle attività messe in atto da un Gruppo nominato dalla Segreteria di Stato del Vaticano, considera appropriato ribadire che la sostituzione dell’e Gran Cancelliere era un atto di governo interno dell’Ordine. Così, considerando l’irrilevanza legale di questo Gruppo e dei suoi atti relativamente alla struttura legale dell’Ordine di Malta, ha deciso che non coopererà con esso. Questo è per proteggere la sua sovranità da iniziative che sostengono di essere dirette a oggettivamente a mettere in questione o persino a limitare tale Sovranità”.

Il comunicato ricorda come l’Ordine di Malta sia un soggetto di diritto internazionale , e che “la natura religiosa dell’Ordine non pregiudica l’esercizio di prerogative sovrane spettanti all’Ordine in quanto è riconosciuto dagli Stati come soggetto di diritto internazionale”. Fra l’altro, l’Ordine ha una rappresentanza diplomatica presso la Santa Sede, come ogni altro Stato che gode di rapporti diplomatici con il Vaticano, e ne è perciò indipendente.

Nel comunicato si nega anche che il Gran Cancelliere rimosso e sostituito possa rientrare nelle categorie di affiliati che eventualmente potrebbero fare appello a uno status religioso; apparteneva alla Seconda Classe, non a quella dei  Cavalieri di Giustizia. “E’ chiaro che in termini legali un rifiuto di un commando ‘in Obbedienza’ non giustifica in nessun modo il coinvolgimento di superiori religiosi, tanto più se non appartengono al’Ordine”.

I membri della Seconda classe possono fare appello contro le misure disciplinari che considerino troppo dure davanti al Tribunale Magistrale.

“La mancanza di cooperazione con il Gruppo citato dunque ha strette spiegazioni legali, e così non può e non è in nessun modo da considerare una mancanza di rispetto verso Sua Eminenza il Segretario di Stato”.

L’iniziativa della Santa Sede resta di conseguenza difficile da capire e da spiegare; non era difficile immaginare che l’Ordine avrebbe difeso la sua sovranità nei confronti di una mossa diplomaticamente e religiosamente molto discutibile. Fra l’altro mentre la Santa Sede stessa sta dando dimostrazioni continue di  una gestione del suo personale certo non ispirata alla trasparenza e al rispetto degli individui.



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