MONS. GALANTINO DISQUISISCE DI BIOETICA. PEZZO GROSSO COMMENTA. POI PONE ALCUNE QUESTIONI UN PO’ IMBARAZZANTI…

MarcoTosatti

Mons. Galantino parla di bioetica alla Bocconi. Il collega Domenico Agasso lo intervista. E Pezzo Grosso, che di questi temi se ne intende, fa a fette il segretario generale dell’Ufficio Affari Anche Religiosi del PD (già Cei). Impietosamente. E contrappone al filosofeggiare del prelato (meno male che Bassetti c’è, e parla chiaro di DAT, alimentazione e idratazione ai malati, se no…) argomenti, citazioni, e domande; queste ultime poco misericordiose, e imbarazzanti.

“Mi scusi dottor Tosatti, le rubo pochissimo spazio, quanto merita l’intervista del nostro dotto mons. Galantino (intervista qui sotto riportata …..). L’ analisi del confronto tra bioetica cattolica e bioetica laica, fatta alla conferenza alla Bocconi, “profuma” del pensiero del grandissimo prof. Francesco D’Agostino, presidente emerito dei cosiddetti giuristi cattolici, grande sostenitore delle tesi espresse. Il fatto è che mons. Galantino forse non è stato informato che la bioetica è finita, morta e sepolta, ed è stata sostituita dal biodiritto, inventato, stabilito e decretato dall’ONU, o meglio, dalla Organizzazione mondiale della Sanità che lo imporrà ad ogni governo, contro le etiche superstiziose delle religioni, soprattutto di quella cattolica. Il punto chiave è che è finita la concezione di etica. Sarà la scienza medica a fare l’etica, la morale, poiché l’etica biologica diventa funzione delle scoperte scientifiche (che influenzano le tendenze socioculturali). I nuovi parametri della salute si fondano da qualche tempo sulla qualità della vita verso la vita stessa, con l’intento di migliorare geneticamente l’umanità. Ciò perché la salute non è più assenza di malattie o infermità, bensì è uno stato di benessere psicofisico, mentale e sociale. Invece di farsi illuminare da D’Agostino, mons. Galantino potrebbe leggersi le dichiarazioni di due Direttori Generali dell’OMS che qui riassumo a memoria. (Bruntland nel 1989 sulla salute selettiva: Salute per tutti, ma non per tutto. – Nakajima nel 1991: Le differenze biologiche e genetiche condizionano la salute, dobbiamo perciò essere selettivi per essere sani e produttivi. Mai più etica cattolica). Poi magari leggersi anche il discorso di Obama all’ ONU nel 2000: aborto, eutanasia….senza obiezione di coscienza. E se ha tempo anche il Progetto Fletcher: “Sesso senza concepimento“ con anticoncezionali. “Concepimento senza sesso” con fecondazione in vitro e clonazione. Ma la domanda che vorrei porre a mons. Galantino è: perché i valori non negoziabili sono scomparsi nell’ospedale da campo da lui evocato? Sarà forse perché l’autorità morale ha deciso di non contrastare più le volontà dell’ONU e satelliti? Ciò grazie al “patto di riconciliazione” con il mondo dove la fede non deve influenzare più le leggi dello stato in materia di vita, non intervenendo più nella edificazione della società? O magari anche grazie all’accettazione della “realtà” che spiega che la bioetica, come il dogma, evolve? E pertanto si deve rifiutare di giudicare e valutare, limitandosi a dare al massimo indicazioni alla coscienza? Siamo consapevoli che queste soluzioni “misericordiose” non insegnano a ostacolare il processo di disumanizzazione? Di chi è questa responsabilità?“.

 

DOMENICO AGASSO JR

MILANO

È un’esigenza «imprescindibile del nostro tempo, quella di dar vita a un’attenta analisi e a un confronto sui temi etici e bioetici, poiché la rapidità dello sviluppo tecnologico muta rapidamente gli stili di vita e modifica anche il modo in cui l’uomo concepisce se stesso e il proprio futuro, il rapporto con gli altri e con l’ambiente». Parola di monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei).

Vatican Insider ha intervistato il Vescovo emerito di Cassano all’Jonio a margine di una conferenza all’Università Bocconi su «Bioetica cattolica e bioetica laica: fra storia ed attualità», organizzata da Res ethica, associazione di studenti dell’Ateneo milanese. Nell’incontro il Presule aveva dialogato con il filosofo Giovanni Fornero.

Eccellenza, di che cosa hanno bisogno oggi etica e bioetica?

«Come Aristotele, parliamo della felicità quale fine del cammino dell’uomo, ma lo facciamo in un contesto che così spesso assimila la felicità al divertimento, da non vederne più i contorni. Siamo così lontani dalla identificazione aristotelica tra etica e politica, che spesso ricadiamo in qualche forma più o meno celata di individualismo. Abbiamo così radicata l’idea che l’agire corretto sia conformità a una norma, che il ricorso al tema delle virtù, ben più radicate nell’uomo – in quanto suoi abiti interni – di quanto possano esserlo le leggi, rimane parziale e secondario. Abbiamo tanta gente osservante ma infelice, ligia ma non necessariamente virtuosa.

Anche la bioetica risente di queste incertezze e, come l’etica, manca di un terreno comune per un confronto costruttivo. È l’antropologia il fattore dirimente, poiché è a partire dalla visione sui costitutivi dell’essere umano che si assume, che la cultura e la società prendono una forma o un’altra».

Quali sono le ricadute sulle questioni bioetiche della presenza sempre più determinante della tecnologia?

«Il tema della vita rischia sconfitte. Il corpo, se è avvertito come oggetto esterno alla persona, diviene disponibile, in sé e negli altri, e si fa largo l’aspettativa, o ancor più la pretesa, che qualunque problema, perfino quelli collegati con il limite della propria esistenza, trovino una soluzione nel progredire della scienza o nell’illusione di una possibile “vita fisica senza fine”. Viene qui banalizzata o svuotata di senso l’esperienza della morte, con forti ricadute sul senso stesso della vita».

Qual è lo «stato di salute» e qual è il ruolo delle relazioni umane?

«Lo sforzo di riconoscere il valore del corpo e la sua centralità, in una concezione unitaria della persona, significa assicurare anche una concezione relazionale, aperta e solidale della persona umana. La corporeità, infatti, quale elemento che dà forma e caratterizza tutta l’esperienza umana, dice relazione, contatto con il mondo circostante e dialogo con esso. Il corpo lo si riceve dalla relazione originaria con i genitori, ed è attraverso di esso, nella scoperta di un “tu” con cui si relaziona, che il soggetto scopre di esistere come “io”. È la prospettiva fatta propria dal Personalismo comunitario che, con Emmanuel Mounier e non solo, assume come tratto essenziale dell’essere uomo, e quindi come esperienza originaria, l’esperienza più semplice e più comune ad ogni uomo: quella del rapporto con gli altri uomini e del contatto con le cose che lo circondano. È la prospettiva fatta propria anche da Martin Buber, per il quale alla domanda su chi è l’uomo non si può rispondere se non ricorrendo alla intersoggettività. Questa rimane una delle intuizioni fondamentali del pensatore ebreo e della sua filosofia dialogica, o meglio della sua “ontologia del tramite”. Vera ed unica alternativa all’individualismo e al collettivismo, per Buber, l’intersoggettività trova la sua esplicitazione proprio attraverso la relazione».

Che cosa sono per lei l’eutanasia e il suicidio assistito?

«Un’antropologia che consideri con più serietà il limite come elemento che struttura l’esistenza stessa dell’essere umano, in ogni suo aspetto, pone le basi per un diverso rapporto tra l’uomo e la tecnologia, l’uomo e la vita, l’uomo e la malattia. È muovendo da questa consapevolezza che Papa Francesco ha definito la Chiesa come “ospedale da campo”, impegnata anzitutto a curare le ferite di un’umanità imperfetta, per la quale però il limite può divenire occasione di incontro e di misericordia, e quindi si fa porta per l’umano.

Al contrario, tante concezioni bioetiche odierne, ignorando il carattere costitutivo e fontale della relazionalità, oltre a quello della fragilità, sviliscono il valore dell’esistenza personale, osservata con le due lenti, che formano uno stesso occhiale, dell’individualismo e del rifiuto del limite, che rende assurda la sofferenza. Nasce da qui, a mio parere, la via dell’eutanasia o del suicidio assistito. Faccio fatica a ritenerli segno di civiltà evoluta, come con eccessiva sicurezza si sente dire. Questa via rappresenta una risposta sociale, a mio parere, troppo superficiale e sbrigativa ai reali bisogni di chi soffre a causa di gravi malattie o infermità. La sua pratica suggerisce un messaggio falso e deleterio: esistono vite che, per le loro condizioni contingenti, non sono (o non sono più) degne di essere vissute. E la società preferisce liberarsene (anche in termini economici), anziché farsene carico. Una simile logica avrebbe come effetto finale quello di creare nella comunità umana una “sacca di scarto” virtuale, l’insieme di coloro la cui vita sarebbe ritenuta “non degna” e, di conseguenza, non meritevole di essere sostenuta dalla comunità».

E l’aborto?

«La nostra società prevede vite di scarto anche ogni qual volta considera l’aborto una conquista di civiltà e un diritto civile. I 6 milioni di aborti legali – più quelli nascosti – praticati negli ultimi 40 anni si traducono in altrettante persone che non sono tra noi».

Che cosa accomuna queste pratiche?

«Ciò che viene a mancare è la relazione: il soggetto non è più visto e non si percepisce come parte di una famiglia, come soggetto importante per altri ai quali verrebbe a mancare, ma solo come soggetto autonomo, nel caso dell’eutanasia, o come oggetto da eliminare, senza conseguenze sugli altri, nel caso dell’aborto.

Il contesto nel quale è maturato è abbastanza articolato, ma mi sembra negativamente emblematica la teoria di H.T. Engelhardt, che porta all’estremo la concezione utilitaristica e quindi individualistica del soggetto, arrivando ad affermare che: “I feti, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in coma senza speranza costituiscono esempi di non-persone umane”. Ciò che le riduce al rango di non-persone umane è l’assenza di coscienza di sé come essere-in-relazione. Ammettere l’esistenza di un dualismo tra persona e natura umana significa che quando le polarità di questo dualismo non sono attivamente compresenti, “gli esseri umani non sono persone”. Dentro alla categoria di non persone, secondo questa teoria dagli effetti incalcolabili sulla società – sebbene i suoi fautori la ritenessero solo un terreno di studio teoretico e non direttamente applicabile – potrebbero di volta in volta rientrare categorie diverse di persone, a seconda dei parametri scelti per delimitare l’essere persona o meno, spalancando di fatto le porte alla discriminazione, nonché alla paura di rientrare, presto o tardi, nella categoria di “non-persona”».

Dunque qual è la via da percorrere?

«Un’antropologia relazionale e solidale, fondata sulla consapevolezza del limite e sul bisogno di attenzione e cura che ogni persona porta in sé. È questa visione dell’uomo che Papa Francesco porta avanti dal giorno della sua elezione, e che ha descritto nelle due fondamentali Esortazioni “Evangelii gaudium” e, soprattutto, “Amoris laetitia”. Soprattutto quest’ultimo testo richiederebbe un approfondimento, che chiarisca le sostanziali novità che produce nell’etica e gli effetti di una visione dell’uomo improntata alla misericordia e alla condivisione».



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