CHARLIE GARD. TWITTER BLOCCA L’ACCOUNT @FIGHT4CHARLIE. UN’ONDATA DI PROTESTE SUI SOCIAL.

Marco Tosatti

Twitter sta bloccando il profilo @Fight4Charlie. Ad alcuni utenti, che cercando di entrare sul profilo nato per permettere al bimbo di essere portato negli Stati Uniti per essere sottoposto a una terapia sperimentale, come è desiderio dei genitori, appare la scritta: Attenzione: questo profilo può includere contenuti potenzialmente sensibili. Vedete questo avviso perché twittano immagini o messaggi potenzialmente sensibili. Volete continuare a vederlo?”.

Ovviamente sul sociale dell’uccellino azzurro si stanno scatenando proteste e reazioni. Ma visto il tipo di comportamento politically correct che sia Twitter che Facebook adottano, non è difficile arguire, come è stato sin dall’inizio della campagna, che l’argomento è giudicato non conforme, troppo di destra.

Nel nostro piccolo, ce ne siamo convinti da diversi segnali. Il comunicato pilatesco del vescovi britannici, a cui ha fatto eco la sventurata dichiarazione del Presidente dell’Accademia per la Vita, mons. Vincenzo Paglia. Il silenzio del Pontefice regnante, rotto solo da un tweet generico la sera del 30 giugno, e da un comunicato – tramite il portavoce vaticano, Greg Burke, di poche righe. Nato dopo che i social si erano riempiti di commenti negativi, visto il silenzio all’Angelus di domenica. Da sottolineare en passant che da Santa Marta è arrivato anche ieri, tramite l’Ansa, un messaggio sul tema dei migranti. Dire che ormai siamo di fronte a un fenomeno di esternazione pontificia ossessiva è dir poco. Quando forse, viste le implicazioni finanziarie (enti cattolici compresi), giudiziarie, e di natura para-schiavistica, oltre che la sensibilità delle popolazioni residenti nel teatro dell’invasione, la prudenza sarebbe consigliata.

E inoltre, tornando al tema di Charlie Gard, abbiamo visto che le dichiarazioni di alcuni preti mediatici particolarmente contigui al politically correct, ecclesiale e non, erano in linea con la vulgata #Charliedevemorire.

Poi, dopo la disponibilità di Trump, figuriamoci.

Frai commenti ricevuti, ci sembra interessante questo, che riportiamo:

Per quello che può servire riporto brevemente la disavventura dell’account Twitter del Sito “il bene vincerà” (che curo personalmente):

non appena postai (su Twitter) l’articolo di Francesco Agnoli “Don Milani è pedofilo?”, tempo pochissimi minuti, e l’account immediatamente viene bloccato. Ed è ancora bloccato.

I media ed i social media sono assolutamente controllati.



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A PROVIDENCE, RHODE ISLAND, C’È UN VESCOVO CHE NON LISCIA IL PELO AL MONDO. AVERCENE…

Marco Tosatti

Ho letto sul sito del vescovo Thomas J. Tobin, di Providence, Rhode Island, alcune considerazioni che mi sono sembrate interessanti anche perchè poco in linea con il politicume corretto che troppo spesso si ascolta in giro anche negli ambienti di Chiesa. Il sito da cui abbiamo tratto queste considerazioni si chiama Rhode Island Catholic, ed è il giornale diocesano.

E più leggevo, più pensavo: fortunati i cattolici di Providence, Rhode Island, che hanno un vescovo che non ha paura di parlare e dire cose sagge, apertamente, senza sentire il bisogno di lisciare il pelo alla cultura dominante.

Giudicate voi se mi sbagliavo, e se non vorreste che anche in Italia si leggessero cose così.

Qualche pensiero sparso prima che mi prenda una piccola vacanza per l’estate, scrive Thomas J. Tobin.

– Sono appena passati due anni dalla pubblicazione della Laudato Sì, la storica enciclica di papa Francesco che ci chiama a un impegno rinnovato per la protezione dell’ambiente e la cura della terra, la nostra casa comune. E’ una sfida seria che dovremmo tutti comprendere e abbracciare perché è, dopo tutto, non solo una preferenza papale, ma un mandato divino, una componente importante della nostra fede cattolica.

– Detto ciò, le reazioni negative alla decisione del presidente Trump di ritirarsi dall’accordo sul clima di Parigi sono state sopra le righe, persino isteriche. Se possiamo essere d’accordo sulla necessità di controllare il riscaldamento globale e di proteggere l’ambiente, se sia o no l’accordo di Parigi il migliore o il solo strumento per raggiungere quell’obiettivo è un dibattito legittimo. Nella sua enciclica papa Francesco dice: “La Chiesa sa che deve essere incoraggiato un dibattito onesto fra gli esperti, rispettando opinioni divergenti”.

– E mi sembra anche che alcuni dei politici liberal e dei personaggi di Hollywood che hanno attaccato il presidente Trump sulla sua decisione sul clima potrebbero fare parecchio di più essi stessi per proteggere l’ambiente se rinunciassero ai loro frequenti viaggi internazionali, ai loro jet privati, agli splendidi yacht, alle residenze lussuose, alle feste sfarzose.

Da molte parti oggi continuiamo a sentire che la Chiesa deve “ascoltare” di più – i millennial, la comunità LGBTQ, i transgender, le femministe e un sacco di altri gruppi con agende particolari. Capisco. È importante che parliamo e ci ascoltiamo l’un l’altro, e so bene come chiunque che la consultazione è parte indispensabile della ita della Chiesa oggi. Comunque quando Gesù ha dato mandato agli Apostoli di andare avanti, ha dato loro il comando di insegnare, non di ascoltare, no?

– E mentre è istruttivo per la Chiesa ascoltare i gruppi con interessi speciali, è anche necessario che quei gruppi ascoltino la Chiesa, dal momento che la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, conserva e promuove le verità del Vangelo e l’insegnamento di Cristo. Incontro e accoglienza sono pratiche virtuose, ma non a spese della verità.

– Nel commentare il declino nel numero di sacerdoti nella diocesi, una lettera recente nel Providence Journal suggeriva che la risposta alla mancanza di preti sia permettere preti sposati e donne prete. “Evolvere o estinguersi”, consigliava l’autore della lettera. In altre parole la Chiesa deve cambiare i suoi insegnamenti e se vuole sopravvivere e prosperare. “Prosperare…vuoi dire come le Chiese protestanti mainline?” mi sono detto.

Le Chiese protestanti mainline come è noto non stanno affatto prosperando, anzi. Anche se hanno preti sposati, donne prete e vescovi di entrambi i tipi.



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GENOCIDIO ARMENO, TROVATA A GERUSALEMME LA “PISTOLA FUMANTE”. OGGI IN TUTTO IL MONDO SI RICORDA LO STERMINIO.

Marco Tosatti

Centodue anni fa a Costantinopoli cominciava con il massacro di intellettuali, uomini politici e gente comune il genocidio degli Armeni, il primo del secolo dei genocidi, l’evento da cui Hitler e i suoi complici avrebbero tratto ispirazione e know how per il massacro degli ebrei. Quest’anno la data, che viene ricordata in tutto il mondo dalle comunità e dalle Chiesa armene è segnata da una scoperta particolare e particolarmente importante. Taner Akcam, uno studioso di storia che insegna negli Stati Uniti, nell’università del Massachusetts, ha reso noto di aver portato alla luce e decifrato una prova decisiva per assegnare al governo centrale turco dell’epoca la responsabilità dello sterminio.

La Turchia porta avanti da sempre una politica negazionista attiva e aggressiva. È di qualche settimana fa la notizia che l’Ambasciata di Turchia in Italia ha inviato una lettera a diversi sindaci italiani per intimare loro di non usare più la parola “genocidio” per definire le stragi avvenute dal 1915 al 1919, costate la vita a un milione e mezzo di armeni cristiani. L’ultimo comune italiano che aveva riconosciuto il genocidio armeno, con una delibera comunale, è stato Agnone, in provincia di Isernia. Molti altri comuni hanno già preso questa decisione.

Ne ha parlato Il Messaggero 

L’ambasciatore, con un’iniziativa che è certamente assimilabile a un’interferenza e un’ingerenza improprie, consiglia ai comuni di “astenersi a prendere parte a iniziative unilaterali”. E’ una mossa diplomatica che avrebbe meritato un richiamo ufficiale da parte della Farnesina, di cui però non si ha notizia; e sembra improbabile che Alfano trovi il coraggio necessario a farlo. Nonostante che nel1987 il Parlamento Europeo abbia votato una Risoluzione in cui si riconosceva che “durante la Prima Guerra Mondiale i massacri perpetrati dalla Turchia costituiscono crimini riconosciuti dall’Onu come genocidio. La Turchia è obbligata a riconoscere tale genocidio e le sue conseguenze”. Risoluzione ribadita anche il 15 aprile del 2015 in cui si deplorava “fermamente ogni tentativo di negazionismo”.

Adesso Taner Akcam, della Clark University, ha aggiunto un elemento fondamentale alla massa di prove che testimoniano come la distruzione della più grande comunità cristiana del Medio Oriente fosse stata pianificata, e non frutto di circostanze casuali, per quanto drammatiche, come sostengono i negazionisti. Akcam ha trovato nell’archivio del Patriarcato Armeno di Gerusalemme uno dei telegrammi cifrati con gli ordini relativi al massacro. Subito dopo la fine della guerra i processi svoltisi in Turchia portarono all’incriminazione di numerosi responsabili, fra cui Behaddin Shakir. La prova fondamentale fu un telegramma in codice, poi decifrato. Ma negli anni successivi, con l’inizio della politica negazionista il telegramma e altre prove, fra cui testimonianze giurate, scomparvero, lasciando gli storici in difficoltà. “Questa è la pistola fumante”, ha dichiarato al New York Times Taner Akcam. Il telegramma, in codice, inviato da un alto ufficiale a Erzerum, chiedeva notizie a un suo collega sul campo su come stessero procedendo deportazione e massacro degli Armeni nell’Anatolia orientale. Shakir fuggì in Germania, prima di essere processato, ma fu ucciso da due armeni le cui famiglie erano state distrutte nel Genocidio.

C’è molta attesa per vedere in che modo Donald Trump affronterà il problema del riconoscimento o meno del Genocidio armeno. Obama promise di farlo, ma per due mandati consecutivi si rimangiò la promessa. Il riconoscimento del genocidio armeno, Mètz Yeghern, il Grande Male, in armeno, è un problema anche in Israele. Nei giorni scorsi la Knesset ha rinviato la discussione sull’eventuale riconoscimento del genocidio Armeno per non creare problemi nei rapporti con la Turchia.

Ecco il link all’articolo del New York Times



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SE I NOBEL PER L’ECONOMIA LO CRITICANO, SIGNIFICA CHE THE DONALD HA RAGIONE: ETTORE GOTTI TEDESCHI

 

Ci sembra interessante rilanciare un articolo di Ettore Gotti Tedeschi apparso su “La Verità” di oggi, intitolato: “Se i Nobel per l’economia lo criticano, significa che The Donald ha ragione”. Ettore Gotti Tedeschi è un esperto e docente di economia e finanza, ed è stato Presidente dello IOR. 

Sul quotidiano francese LeMonde di venerdi 3 febbraio, con questo titolone : “Joseph Stiglitz : Trump détruit l’ordre géopolitique mondial “, con sottotitolo “ les perdants de la mondialisation seront les premierès victimes de Trump “, il premio Nobel rilascia una intervista che a dir poco mi ha sorpreso.

L’intervistatore gli chiede : “Voi denunciate da anni gli eccessi della mondializzazione fonte di ineguaglianza. Il protezionismo di Trump può esser una soluzione?”. Stiglitz risponde : “ No. L’ironia è che le persone che ne hanno più sofferto nei 25 anni passati saranno le prime vittime. . “. Mio commento : Se Stiglitz spiegasse anzitutto con chiarezza chi sono le vittime e la sua visione sull’origine di questi eccessi, dimostrerebbe di aver giustamente meritato il Nobel e di saper proporre soluzioni. Invece coglie l’occasione per   attaccare il rischio di populismo politico in Usa ed Europa. La risposta giusta è : Il vero grande disordine si crea negli anni settanta grazie alle dottrine del nuovo ordine mondiale che come prima azione frenano le nascite (solo in occidente), e questo fenomeno avvia il processo di disordine economico-geopolitico mondiale. Di per sé la globalizzazione ha creato un riequilibrio economico inimmaginabile grazie alla delocalizzazione produttiva realizzata dai paesi occidentali verso quelli orientali, per beneficiare dei loro bassi costi di produzione. Pur nell’errore originale,  ciò ha permesso a due terzi del pianeta ( persino in Africa) di avviare piani di crescita economica. Lo squilibrio si è invece paradossalmente creato nei cosiddetti paesi occidentali ( Usa, Europa in primis) perché da paesi produttori che erano, si sono trasformati in paesi consumatori, mentre i paesi asiatici e affini si son trasformati repentinamente in paesi produttori, ma non ancora consumatori. L’occidente ha deindustrializzato creando presupposti per il suo crollo economico. Il cosiddetto protezionismo nei confronti di alcuni settori industriali diventa ora indispensabile per far riprendere settori trainanti dell’economia ( esposti alla competizione fondata su forme quasi di schiavismo lavorativo) e riavviare un nuovo ciclo in paesi come gli Usa, sull’orlo del fallimento economico e sociale. In Occidente, le vittime son stati i giovani senza lavoro, le persone in età matura operanti in settori impiegatizi sostituibili dalle tecnologie, gli anziani.

La seconda domanda : “ se il protezionismo non è una risposta come si può proteggere le vittime della mondializzazione ? “. La risposta è da vero premio Nobel. ” La priorità è aiutarli a formarsi… “ cioè acquisire nuove competenze e creare nuovi lavori …. ( ci vuole una generazione per riuscirci?). Dice anche che non sarà la rilocalizzazione in patria a creare nuovi impieghi, ma saranno investimenti, per esempio, nella   sanità, cura degli anziani, proponendo di trovare le risorse   con tasse e riduzione spese militari . Ma Stiglitz, premio Nobel per l’economia, di che sta parlando ? Per creare nuove competenze e nuovi lavori, come si fa se non reimportando in patria quei settori trainanti l’economia, quei settori che creano investimenti e sviluppano tecnologie ? proprio come l’automobile che sviluppa un indotto che può arrivare a quintuplicare gli effetti di creazione posti di lavoro e di investimento, purchè realizzati all’interno del paese. Stiglitz annuncia, come un oracolo, che prodotte in case le auto costeranno più care per gli americani.  Ma conosce Stiglitz il potenziale tecnologico americano ( ottenuto proprio grazie agli investimenti nella difesa,che crearono Silicon Valley) che quando applicato a quei settori da rilocalizzare in patria, permetterà di crescere la competitività domestica “quasi “ vicino a quella dei paesi a basso costo. Ciò perché questi paesi, costretti a ridurre le esportazioni in occidente, per evitare collassi delle proprie economie, dovranno creare domanda interna, aumentando il potere di acquisto, perciò i costi.  Tra poco, se Trump non fa errori, per molti settori economici, il costo di produzione domestico in USA   sarà quasi equivalente a quello importato, ma con un effetto trainante elevatissimo. Grazie alla potenza tecnologica, gli Usa son riusciti negli ultimi pochi anni a diventare persino indipendenti nelle produzioni energetiche. L’intervistatore chiede al premio Nobel se i progetti di fare opere infrastrutturali beneficeranno la crescita. La risposta è ambigua, si, forse si potranno fare, ma conclude ironizzando che i repubblicani non credono al cambio climatico. . Lasciando immaginare che Trump lo peggiorerà con le sue scelte.

Successiva domanda è infatti sul clima : che farà Trump ? Risposta del Nobel in economia : “ Trump sta distruggendo l’ordine geopolitico mondiale avviato dopo la seconda guerra mondiale. ” Spiegando che gli Usa ripiegheranno su sé stessi fuori dalla comunità internazionale. Ma con una affermazione criptica :” Dans quatre ans, il y aura peut etre un autre président américain qui déciderà de rejoindre à nouveau le club. ” Quale club, il club di Roma e affini ? Intende il club che ha creato i dissesti della globalizzazione forzandone scelte contrarie a tutte le leggi naturali cominciando dal frenare le nascite nel mondo occidentale ? Ma quale ordine ? Chi ha distrutto l’ordine geopolitico mondiale son stati proprio i predecessori di Trump.

Solo nell’ultima domanda Stiglitz da una risposta che condivido (ironicamente). Gli si chiede se l’Europa deve difendere il libero scambio contro un presidente protezionista. La risposta è “ Bisogna mantenere un sistema mondiale aperto. Se lo si chiude si perde. Ma la mondializzazione deve proteggere i perdenti …e ce n’è anche troppi”. Bene, ma ripeto la domanda, chi sono i perdenti e perché lo sono, Stiglitz lo ha capito ? Io credo che siano quelli che han votato la Brexit, hanno votato Trump e voteranno partiti populisti in Europa. Ma gli Stiglitz hanno capito perché ? Dalla intervista non si intende. I più deboli che lui vorrebbe far difendere non vogliono farsi più difendere da chi vorrebbe lui, avendo perso fiducia   proprio nel “club” evocato da Stiglitz. Han perso fiducia negli Obama, Clinton e compagnia bella. Cioè in coloro che pretenderebbero oggi di risolvere un problema mondiale agendo sugli effetti anziché sulle cause del problema. E le cause del problema rifiutano persino di considerarle, perché, con disprezzo, le considerano “morali”. Ed è vero, sono state la mancanza di valori morali che han provocato miseria morale che a sua volta ha generato miseria economica e sociale. L’intervista conferma che l’economia non è una scienza e pertanto il Nobel non dovrebbe neppure esser riconosciuto, ma conferma anche che sarebbe necessaria una forte Autorità Morale   che evangelizzasse a dovere nel mondo globale.

Articolo apparso su La Verità.



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IVANKA TRUMP SI È CONVERTITA UFFICIALMENTE ALL’EBRAISMO. LA CONFERMA DEL RABBINO CAPO DI ISRAELE.

Marco Tosatti

Ivanka Trump adesso è ufficialmente di religione ebraica: Yitzhak Yosef, il rabbino capo sefardita di Israele, ha espresso il suo parere: La conversione al giudaismo di Ivanka Trump non ha bisogno di nessuna indagine ulteriore, e non c’è bisogno di nessuna chiarificazione aggiuntiva a questo avvenimento. Quindi Ivanka Trump, la figlia del presidente degli Stati Uniti, è ufficialmente riconosciuta come ebrea.

La conversione di Ivanka è stata oggetto di controversie. C’era chi si chiedeva se rispondesse ai requisiti stabiliti dal Rabbinato Capo di Israele, in relazione al grado di fiducia accordato ai rabbini della Diaspora in tema di conversioni. E a questo si aggiungevano le polemiche relative al Rabbinato Capo di Israele, perché i critici affermavano che le corti rabbiniche israeliane mancavano di criteri chiari e uniformi quando si trattava di convalidare le conversioni avvenute fuori da Israele stesso. Spesso si trattava di un giudizio fornito caso per caso.

Per quel che riguarda Ivanka Trump, la sua conversione era passata al vaglio particolarmente dal Consiglio Rabbinico di America (RCA); e questo grazie a un accordo stipulato fra questo organismo e il Rabbinato Capo di Israele.

Ivanka è stata convertita dal rabbino Haskel Lookstein, un religioso molto noto a New York. Per avere ulteriori dettagli, potete leggere questo articolo di World Religion News, in inglese. Di conseguenza se il precedente inquilino della Casa Bianca, Obama, aveva dei collegamenti familiari con l’islam, il suo successore, Donald Trump, ne ha con l’ebraismo. Il che appare anche coerente con il suo proclamato sostegno a Israele.



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HILLARY, TRUMP. LA RELIGIONE CONTA ANCORA ALLE ELEZIONI? PARE DI SÌ. UN MESSAGGIO PER IL PAPA.

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Marco Tosatti

La religione, la libertà religiosa, i principi “non negoziabili” come l’aborto e altre quisquilie del genere contano ancora, negli Stati Uniti. E’ questo uno dei risultati che la vittoria di Donald Trump ha portato alla luce, anche se questo elemento, così scomodo agli occhi del politically correct e dei mass media omologati viene spesso trascurato nelle analisi, che preferiscono arpeggiare su altri temi.

E’ un elemento di grande interesse, e che dovrebbe far suonare qualche campanello anche a Roma, dove il Papa o chi per lui sta pianificando una decisa campagna di rovesciamento della Conferenza Episcopale, giudicata troppo attenta alla battaglia sui valori fondamentali – vita, famiglia, libertà religiosa – e troppo poco ossessionata dai migranti, anche se anche in quel campo la loro posizione è chiara.

Il 23 per cento dei votanti, in questa tornata presidenziale, erano cattolici. E a Trump è andato il 52% di un elettorato tradizionalmente democratico, contro il 45% a Hillary; nonostante che – come c’era da aspettarsi – i latinos abbiano scelto la Clinton. Gli evangelici hanno votato in maniera schiacciante per Trump: 81 per cento contro 16 per cento a Hillary. Hanno battuto anche le percentuali (78-21) accordate a Bush. Il voto cattolico, nelle elezioni precedenti, era sempre andato a Obama in forma maggioritaria.

Chi ha seguito i social network in questi ultimi mesi, ha potuto rendersi conto, più di quanto apparisse sui mass media, che temi come aborto, libertà religiosa, famiglia e compagnia cantante fossero presenti in maniera forte. Le frasi di Hillary sulla necessità di modificare alcuni comportamenti e credenze religiose anche con l’aiuto della legge, la sua disponibilità a considerare fattibile l’aborto fino al nono mese di gravidanza e così via hanno probabilmente giocato un ruolo sull’elettorato religioso. Così come forse è stato di rilievo il riferimento di Trump, che non ha avuto quasi eco sui mass media, al fatto che il Paese sembrava avviato a “una cultura di morte”, una frase che a molti ricordava quella coniata da Giovanni Paolo II e Madre Teresa.

Non si può dimenticare che forse per la prima volta nelle elezioni di un presidente USA c’era stata – come definirla? Un’ingerenza? Un interferenza? – del Pontefice regnante, che rispondeva tornando dal viaggio oltreoceano a una domanda sui muri, e sul famoso muro fra Messico e Stati Uniti. Parlando di Trump disse. “Una persona che pensa soltanto di fare muri e non a fare ponti, non è cristiana. Ma – ha aggiunto – bisogna vedere se Trump ha detto così le cose”. Donald Trump reagì seccamente: “Per un leader religioso mettere in dubbio la fede di una persona è vergognoso. Io sono orgoglioso di essere cristiano e come presidente non permetterò alla cristianità di essere continuamente attaccata e indebolita, proprio come sta avvenendo adesso, con l’attuale presidente americano”. Poi ovviamente padre Lombardi e la diplomazia di entrambe le parti smussarono gli spigoli.

Resta il fatto che i cattolici Usa hanno dato la loro preferenza a un candidato di un’altra confessione (Trump è protestante) sgridato dal Papa. Una risposta? Forse. Come è stata una risposta il fatto che fra i candidati alla presidenza e alla vicepresidenza della Conferenza Episcopale USA non ci sia nessuno del manipolo nominato da Roma per alterare gli equilibri della Chiesa americana. Che però sembra in sintonia con il Paese. C’è il sospetto che sul dossier “Stati Uniti” il Pontefice dia l’orecchio ad anziani consiglieri, discussi e discutibili, legati a schemi vecchi, e viziati ideologicamente.

HILLARY, TRUMP. I VERI SCONFITTI SONO I GIORNALI; IN USA E ANCHE DA NOI.

faccia-mia-vicina

Marco Tosatti

La sconfitta più clamorosa non l’ha subita Hillary Clinton. L’ha subita un modo di fare giornalismo che più lontano da quello che dovrebbero essere le regole del gioco non potrebbe essere.

Negli Stati Uniti – e in Italia – i mass media si sono schierati spudoratamente a favore della lobby di potere e interessi guidata dai Clinton. Non solo nei commenti: oscurando notizie che avrebbero potuto danneggiare la candidata democratica, esaltando al massimo tutti i possibili elementi negativi del suo rivale, insultando – come razzisti, semi-analfabeti, bigotti e chi più ne ha più ne metta tutti coloro che non sostenevano la responsabile del disastro libico e siriano, grande alleata – e finanziata – da sauditi e Qatar.

Eppure molte delle notizie che gettavano una luce allarmante su Hillary, i suoi legami, i suoi scheletri nell’armadio giravano liberamente sui Social. Non le riprendevano i giornali legati a lei e alle persone nell’ombra che manovrano finanziamenti, sondaggi e opinione pubblica. Ma evidentemente gli elettori, loro sì, hanno visto, letto e sentito. E il buon senso, la teologia del male minore, ha prevalso.

Sarebbe interessante, da un punto di vista sociologico, riuscire a chiarire quale ruolo hanno giocato i social nel formare l’opinione dei votanti.

A dispetto della grancassa che i media negli USA (e nel nostro piccolo, anche da noi) hanno battuto senza sosta per Hillary.

Due osservazioni. La prima: questa campagna ha segnato – se mai ce ne fosse bisogno – la fine del mito del giornalismo anglosassone rispetto al resto del mondo. Come già per la copertura della guerra in Siria, i mass media hanno dimostrato la loro incapacità a svolgere un lavoro imparziale. Ma anche l’incapacità a fare il loro mestiere, cioè a cogliere elementi di dubbio e incertezza in quelle che certificavano come magnifiche sorti e progressive di Hillary.

Quanta credibilità ha perso, negli Usa e da noi, un’informazione tanto chiaramente inaffidabile?



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LE CATTOLICHE E GLI ISPANICI PREFERISCONO HILLARY A TRUMP. CONTRO IL PARERE DI NON POCHI VESCOVI.

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Marco Tosatti

Un sondaggio recentissimo sostiene che il 51 per cento dei cattolici appoggia Hillary Clinton per la Casa Bianca, contro un 40 per cento a favore di Donald Trump. Il sondaggio, reso noto il 31 ottobre, era curato congiuntamente dal  Public Religion Research Institute (PRRI) e da Policy Research and Catholic Studies dell’Università cattolica della America a Washington.

Sono gli ispanici, e le donne bianche che garantiscono il vantaggio. Nella precedente elezione, quella che vedeva Obama contro Mitt Romney, i valori erano 50 per Obama contro 48 per cento a favore di Romney

I cattolici bianchi preferiscono Trump a Hillary con il 48 contro il 41 per cento. Ma gli altri cattolici danno a Clinton un 78 per cento. E non c’è da sorprendersi che Trump abbia così poco successo con gli ispanici, vista la sua posizione sull’immigrazione clandestina e sull’idea di costruire un muro fra Messico e Stati Uniti, e di farne pagare i costi al Messico.

Nell’appoggio dei cattolici bianchi a Trump non si vedono grosse differenze fra fasce d’età. Il vantaggio è di 49 contro il 40 per cento dai 18 ai 49 anni, ed è del 47 contro il 41 per cento sopra i 50 anni di età. La grande differenza invece avviene nel genere. Gli uomini bianchi cattolici danno il 53 per cento di preferenza a Trump e il 33 per cento a Hillary; ma le donne bianche preferiscono Hillary con il 49 per cento contro il 38 per cento. Il sondaggio afferma che la divisione per genere è evidente in tutti i gruppi religiosi, ma è più marcata fra i cattolici.

In questi giorni ci sono state dichiarazioni di diversi vescovi. Ultima quella dell’arcivescovo di Denver, Samuel J. Aquila, che ha scritto sul suo giornale diocesano che “I cattolici in buona coscienza non possono appoggiare candidati che promuoveranno l’aborto. Il diritto alla vita è il più importante e fondamentale dei diritti, perché la vita è necessaria per ciascuno degli altri diritti. Ci sono temi che possono essere dibattuti legittimamente dai cristiani, per esempio quali politiche siano più efficaci per occuparsi dei poveri, ma l’uccisione diretta della vita umana innocente deve essere contrastata in ogni momento da ogni seguace di Gesù Cristo”. Ora è noto che Hillary Clinton è appoggiata e finanziata da Planned Parenthood, la più grande – e discussa – organizzazione di promozione dell’aborto negli Stati Uniti e a livello mondiale, e sostiene l’aborto praticamente fino al momento della nascita. Per vedere la posizione di alcuni vescovi cliccate su questo link. E su questo.



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LA GUERRA DEI CLINTON (E DI OBAMA) AI CATTOLICI USA. CHI CONSIGLIA LE SINGOLARI SCELTE DEL VATICANO?

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Marco Tosatti

L’arcivescovo di Filadelfia, Charles J. Chaput, ha scritto sul giornale diocesano della sua città dei danni provocati dalle iniziative di infiltrazione organizzate dal gruppo di potere Obama-Clinton nei confronti della Chiesa cattolica americana, nel tentativo di farle abbandonare, a almeno rallentare, la sua battaglia per la difesa della vita e della libertà religiosa. Ve ne riportiamo alcuni passi, rimandando i lettori che sono a loro agio con l’inglese al reportage di Kevin J. Jones per Catholic News Agency.

Chaput incontrò due esponenti di Catholics United, un’organizzazione parareligiosa di appoggio ai democratici e alla cultura di Obama. “Fu un’esperienza interessante – scrive -. Entrambi erano ovviamente agenti della campagna di Obama e del Partito Democratico, creature di una macchina politica, non uomini di Chiesa; meno interessati all’insegnamento cattolico che alla sua influenza. E presumibilmente, per loro, i vescovi erano abbastanza ottusi da essere usati come strumenti, o almeno per impedire loro di aiutare l’altra parte”.

Catholics United è balzato agli onori delle cronache dopo essere stato menzionato nelle e-mails hackerate dall’account di John Podestà il manager della campagna di Hillary Clinton, e già chief of staff di Bill, oltre che ex presidente del Center for American Progress, un think-tank.

Sandy Newman, presidente dell’organizzazione Voices for Progress, scrisse a Podestà in merito all’opposizione che la Chiesa cattolica faceva al piano sanitario di Obama, che prevedeva che i dispensari cattolici fornissero non solo anticoncezionali, ma anche pillole abortive.

“Ci vuole una Primavera Cattolica, in cui i cattolici stessi chiedano la fine di una dittatura medievale e l’inizio di una piccola democrazia e rispetto per l’eguaglianza di genere nella Chiesa”, e suggeriva l’idea di “piantare i semi di una rivoluzione”.

Podestà rispondeva: “Abbiamo creato Cattolici in Alleanza per il bene comune per organizzare un momento come questo. Ma credo che manchi la leadrship…dovrà essere un movimento dal basso”.

Scrive Chaput (che non è affatto vicino ai repubblicani, anzi) : “i due uomini speravano che i miei confratelli vescovi e io stesso vorremmo resistere a identificare la posizione della Chiesa su un singolo tema (leggi: aborto) e politiche partigiane”.

E tuttavia “Grazie al loro lavoro e ad attivisti come loro, i cattolici americani hanno dato una mano a eleggere un’amministrazione che è stata la più testardamente ostile da molte generazioni verso le istituzioni religiose, i credenti, le loro preoccupazioni e la libertà. IL danno culturale fatto dalla Casa Bianca ha, apparentemente, reso non necessario il corteggiamento dei vescovi americani. Ma dal male si può sempre passare al peggio”. Sulle elezioni attuali lamenta che in un Paese dove l’idea di scelta è “la religione di Stato non ufficiale” il menù a disposizione “sia rimarchevolmente piccolo”.

Catholics United dopo il 2008 ha dato vita a iniziative critiche della Chiesa; hanno ricevuto finanziamenti dalla Gill Foundation e dalla Arcus Foundation, creature di due attivisti LGBT impegnati nel finanziamento a gruppi di dissenso cattolico. E Catholics in Alliance for Common Good, organizzazione sorella, ha ricevuto finanziamenti – centinaia di migliaia di dollari – dalla Open Society Foundation di George Soros.

Tutto questo trova sponde in Vaticano? Sembra proprio di sì, in particolare fra il ristretto cerchio al vertice, e nel Consiglio dei Nove. Ma questa è un’altra storia. Qui ci limitiamo a rilevare, come abbiamo già fatto l’incongruenza fra le recenti nomine vescovili – e cardinalizie – negli Stati Uniti con quello che il Pontefice dice riguardo a temi come l’aborto, le unioni omosessuali e in generale l’ideologia Gender. C’è un evidente, prolungato attacco portato contro i valori, e i fedeli cattolici, ma i consiglieri del Pontefice propongono scelte che sembrano in linea più con gli aggressori che con gli aggrediti.



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