SAN PIETRO: ORGANO A CANNE O ORGANO DIGITALE? LA RIFLESSIONE DI UN COMPOSITORE SPECIALISTA DI MUSICA DIGITALE.

Marco Tosatti

In un articolo uscito qualche giorno fa abbiamo ospitato un interessante riflessione del maestro Aurelio Porfiri in merito a una questione che è emersa nelle settimane passate, riguardante l’uso o meno di un organo digitale in San Pietro in sostituzione dell’organo a canne presente nella basilica. L’articolo ha spinto uno dei lettori abituali di Stilum Curiae a offrire il suo contributo alla discussione, e siamo felici di presentare la sua opinione.

“Egregio maestro Porfiri,

ho letto il suo intervento nel blog del dott. Tosatti a riguardo della recente controversia dell’organo nella basilica di san Pietro.

Non ci conosciamo, ma sono un musicista e compositore professionista e possessore di uno studio di registrazione digitale. Mi creda, quindi, quando le dico che ho conoscenza della materia.

Tanto per ribadire, produco i miei album anche con l’ausilio di strumenti digitali e ne conosco quindi potenzialità e limiti.

Sono entrato in ‘contatto’ con la controversia tramite la visione dell’intervista a mons. Palombella (link sotto), che spiega le ragioni dell’adozione di uno strumento digitale.

Poi, ho letto quanto lei ha scritto nel blog del dott. Tosatti.

Sento dunque il dovere di condividere con lei e con i lettori alcune considerazioni non tanto per iniziare una diatriba ma, se non altro, per dare spunto di riflessione veniente da una voce diversa.

Inizio dalle argomentazioni di mons. Palombella perché, a mio avviso, danno il quadro chiaro del problema.

Mons. Palombella afferma che era necessario far sentire “con pertinenza” il suono dell’organo a canne in basilica cosa non possibile, attualmente, per via della necessaria microfonazione dell’organo presente in basilica.

Continua affermando che la situazione della basilica di san Pietro è del tutto “particolare” in quanto fino alla riforma liturgica del CVII la basilica non veniva usata per le celebrazioni. La liturgia veniva fatta “nell’altare della Cattedra”. Dunque, con le celebrazioni dei vari papi in basilica sono nate nuove esigenze. Secondo mons. Palombella, e non sbaglia, l’organo a canne adatto a coprire uniformemente col suo suono la basilica, dovrebbe essere grande come mezza basilica, cosa chiaramente irrealistica.

Ecco quindi che entra in gioco la tecnologia digitale proprio per le esigenze, diciamo, più ‘grandi’.

Sempre secondo mons. Palombella, infatti, l’attuale organo risponde solo alle esigenze celebrative nella zona dell’altare della Cattedra. E tuttavia, come afferma il monsignore, quando si celebra la liturgia nell’altare della Cattedra, “siamo obbligati a usare l’organo a canne ivi residente, perché meglio di questo non c’è”. Ma quando ci sono esigenze di liturgia nella basilica o peggio ancora nella piazza antistante, peraltro liturgia trasmessa dai network, allora per far sentire tutta la gamma timbrica dell’organo a canne c’è bisogno di uno strumento digitale.

Le parole appena ora riportate sono tratte da questa intervista:  

Impostato così, come ce lo espone mons. Palombella, siamo davanti a un problema prettamente tecnico e auspicherei, sinceramente, che rimanesse su questo piano.

In altre parole, e lo dico per chi leggerà, non credo che sia saggio attribuire la scelta di un organo digitale a una motivazione teologica o dottrinale come se i sostenitori del digitale fossero quelli dalla fede annacquata mentre i sostenitori dell’organo vero siano i fedeli alla fede e alla tradizione.

Sarebbe bene allora che chi si accosta alla disamina della problematica per farsi un’idea riesca a staccarsi dalle diatribe teologiche e provi ad allinearsi a una discussione tecnica, benchè non ne sia esperto.

Personalmente non darò giudizi di merito sulla scelta dell’organo digitale. Ma cercherò di limitarmi a dare indicazioni utili a chi non è familiare con la materia.

Inizio dalla prima e più importante obiezione:

lo strumento digitale non è come lo strumento vero.

Lei afferma con parole chiare questo concetto (tratte dalla sua intervista riportata in Stilum Curiae): “non c’è un momento in cui io dimentico che l’organo campionato non è la “real thing”, ma è appunto un surrogato.”.

Questa affermazione, insieme a quelle simili, dicono una verità che però è una mezza verità.

Prendiamo ad esempio uno strumento a corda, tipo una chitarra. Con lo strumento vero io pizzico una corda ed essa suona. Nel caso della stessa chitarra campionata io tocco un tasto di un pianoforte virtuale e riproduco il suono della corda senza doverla pizzicare. Ovvio che in questo caso la differenza è palese perché in un caso utilizzo un mezzo ‘meccanico’ (il movimento delle dita o della mano) mentre nell’altro manca questo movimento.

Ma quando si tratta dell’ascolto, cioè dell’audizione del risultato, la differenza scompare perché, se il campione, o clone, dello strumento è fatto bene, non ci sarà nessuna differenza sonora. Questa mia ultima affermazione è avvalorata da prove sul campo a cui nessuno, ad oggi, è mai riuscito a superare.

Senza farne il nome, ma uno dei più grandi e attuali compositori di musica sacra è stato sottoposto all’ascolto, senza riferimenti visivi, di archi veri e campionati. Ebbene, il menzionato compositore non è riuscito a distinguere quale, ascoltando, era lo strumento vero o quale quello ‘clonato’. Ribadisco che ad oggi, in presenza di strumenti campionati da professionisti con mezzi professionali, è pressochè impossibile trovare qualcuno che riesca a sentire la differenza fra i due risultati.

Ci sarebbe però la visione del suonare uno strumento digitale. Mi spiego: se suono una chitarra campionata con un clic del mouse vedo subito che il suono viene da un campione. Ma nel caso dell’organo a canne digitale in basilica è di sicuro stata usata tutta la struttura fisica dell’organo vero, cioè ne hanno sicuramente riprodotto uno chassis contenente i tasti pesati, i pedali, i pulsanti dei timbri, e via dicendo. Stando così le cose, è virtualmente impossibile stabilire chi suona cosa. Provare per credere!

Del resto, basta ragionare su un altro fatto: quando voglio registrare una chitarra, o farla ascoltare in un concerto, sono costretto a usare un amplificatore che a sua volta viene dotato di un microfono che catturerà le frequenze dello strumento, esattamente come avviene per l’organo nella Cattedra laterale della basilica quando le celebrazioni sono ‘estese’.

Il microfono poi trasferisce il ‘catturato’ a una consolle, o mixer, perché è avvenuta la trasformazione di un suono analogico (appunto la chitarra reale) a un segnale digitale (quanto catturato dal microfono).

Alla fine, quando l’ascoltatore ascolta il suono della chitarra dalle casse di un impianto sonoro, non ascolta il suono che ascolterebbe appoggiando l’orecchio vicino alla mano del chitarrista, ma ascolta il ‘trasformato in digitale di quel suono.

È la stessa identica cosa che avviene all’organo della Cattedra: per le celebrazioni ad ampio raggio sonoro, tipo quelle che vedono impiegata nell’intera basilica o addirittura la piazza, l’organo della Cattedra deve necessariamente essere microfonato e quindi verrà poi ascoltato non come se si fosse nella Cattedra, a pochi metri da esso, ma da un impianto sonoro il quale lo riprodurrà come trasformato dai microfoni utilizzati.

Ora…fin qui non ci sarebbero problemi: basta microfonare!

Il problema è la microfonatura è procedura di una complicatezza fuori dal comune perché dipende da innumerevoli fattori.

È da tenere presente che il microfono cattura il suono come onda sonora che viaggia nell’aria. Ma l’aria è disturbata dalla temperatura, umidità, e via dicendo. Quindi, non è assolutamente detto che se metto il microfono a due metri dalle canne basse dell’organo della Cattedra e lo lascio immobile, fra un ora quel microfono catturi di nuovo e lo stesso identico suono. Oltre a ciò letteralmente ogni millimetro di spostamento dei microfoni catturano differenti gamme di frequenze dello strumento stesso.

Ed è qui che entra la tecnologia digitale. Un organo a canne può essere campionato in maniera che contenga tutte le gamme timbriche desiderate e una volta catturate niente può più disturbarle in modo che non vengano ‘fuori’ all’ascolto.

Certo: l’organo deve essere campionato in maniera impeccabile e con mezzi assolutamente professionali. E inoltre, essendo che la campionatura avviene proprio grazie ai microfoni, questi dovranno essere piazzati nei luoghi giusti da chi conosce l’organo come le proprie tasche. Ultimo elemento necessario, va campionato lo strumento che si desidera avere, quindi è molto probabile che l’organo digitale in uso in basilica sia proprio la campionatura di quello della Cattedra.

La difficoltà della microfonatura vuole anche rispondere a un’altra sua obbiezione, fatta con il paragone del ‘luminare’. Cito testualmente:

Ma facciamo un esempio: se ho un luminare che deve fare lezione e la sua voce non è stentorea che farò? Amplifico meglio il luminare, non faccio fare la lezione al sostituto perché ha la voce più forte. Il sostituto non è il titolare. Quindi, in questo caso sembra quasi un mettere da parte l’organo a canne (l’esemplarità) per altro, per il suo surrogato.

Il paragone usato non è capace di spiegare la portata nè del problema (la voce non stentorea) nè della soluzione (amplifico meglio il luminare).

Infatti per amplificare (solo amplificare!) il luminare basta, in realtà, un microfono, anche di scarsa caratura, e per giunta messo davanti alle labbra. Che sia in un punto o nell’altro non importa: basta che prenda, indipendentemente dalla bontà del timbro vocale.

Ma qui non si tratta di ascoltare un discorso tipo lezione universitaria, il quale ha valore solo nei contenuti esplicati. Qui si tratta di catturare tutta la gamma di timbri presenti in un organo avente per altro una certa stagionatura di legni e di altri materiali. È chiaro dunque che il mettere un microfono e via, come si farebbe a una conferenza, non può bastare per i motivi suddetti.

Una ulteriore obiezione, che lei ha soltanto menzionato come sentito dire, riguarda la sostituzione del digitale per cattivo funzionamento dell’attuale organo della Cattedra. Ma anche questa motivazione è stata confutata proprio dalle parole del monsignore il quale afferma che “non c’è nulla di meglio dell’attuale organo” quando però si fanno le messe e le celebrazioni limitate alla zona della Cattedra. Addirittura mons. Palombella dice testualmente che “siamo obbligati a usarlo”.

Riguardo alla pericolosità del sostituire col digitale tutto quanto si può, non posso che essere d’accordo. Ma anche in questo caso si devono fare dei distinguo. Esempio potrebbe essere l’uso del messale sotto forma di tablet, cosa peraltro già in atto da anni. Tutti i casi simili al ‘tablet’ però sono scelte che si fanno quasi per capriccio e non per utilità. In altre parole non è che si userebbe il digitale perché la versione cartacea non fa il suo lavoro. Il messale cartaceo lo fa benissimo il suo mestiere, e da che lo fa, sostituirlo risulta essere un capriccio.

Ma il caso dell’organo non è affatto così perché quello digitale da possibilità che l’organo della Cattedra non può dare o se lo da lo fa è a prezzo di grandi sforzi tecnologici.

Quindi il distinguo andrebbe fatto sulla necessità reale della sostituzione e dichiarare pericolosa la sostituzione solo quando in effetti non v’è necessità.

Mi fermo qui.

Ringrazio il dott. Tosatti per avermi permesso di condividere le mie considerazioni e lei, maestro Porfiri, per le sue parole che sebbene diverse dalle mie, inducono a una riflessione.

Michael Mellner”.



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SAN PIETRO. ORGANO A CANNE O ORGANO DIGITALE/CAMPIONATO? UNA RIFLESSIONE DEL MAESTRO AURELIO PORFIRI.

Marco Tosatti

Stilum Curiae ha chiesto al maestro Aurelio Porfiri un contributo sulla discussione attualmente in corso relativa all’organo a canne della basilica di San Pietro, e la sua eventuale sostituzione con un organo digitale. Aurelio Porfiri è Honorary Master and Organist for the Church of Santa Maria dell’Orto a Roma, oltre Honorary Master and Organist al Saint Joseph Seminary Chapel (Macau, China). È anche direttore della rivista “Altare Dei”, e autore di numerose opere su musica sacra e liturgia. La più recente, uscita poche settimane orsono, è “Ci chiedevano parole di canto: La crisi della musica liturgica”. 

LA FILOSOFIA DEL “QUASI COME”

Aurelio Porfiri

Non molti forse sanno che lo scomparso Umberto Eco, non credente ma certamente da apprezzare come uomo di grande cultura e conoscenza, fu un acuto osservatore non solo delle realtà nostrane, ma anche di quelle di oltreoceano, con speciale riferimento a quella americana. Un suo divertente libricino oramai datato ma che credo ripubblicato, dal nome Dalla periferia dell’impero, ci offre alcune interessanti osservazioni sui nostri statunitensi. Ve ne offro qualcuna: “L’olografia non poteva prosperare che in America, un paese ossessionato dal realismo dove, perché una rievocazione sia credibile, deve essere assolutamente iconica, copia rassomigliante, illusionisticamente “vera” della realtà rappresentata” (pag. 14); “voi siete stati sfiorati dal brivido della grandezza artistica, avete avuto la più vibrante emozione spirituale della vostra vita e avete visto l’opera d’arte più opera d’arte che ci sia al mondo [sta parlando dell’Ultima Cena di Leonardo]. Sta lontano, a Milano, che è una cosa come Firenze, tutto Rinascimento, forse non ci andrete mai, ma la voce vi ha avvertito che l’affresco originale è ormai rovinato, quasi invisibile, incapace di darvi l’emozione che avete ricevuto dalla cera a tre dimensioni, che è più reale e ce n’è di più” (pag. 28); “La filosofia del Palace [of Living Arts di Buena Park, Los Angeles] non è “noi vi diamo la riproduzione affinché vi venga voglia dell’originale”, bensì “noi vi diamo la riproduzione affinché voi non sentiate più il bisogno dell’originale” (pag. 29). Questo rapporto peculiare che hanno gli americani con l’artificiale, il facsimile, il riprodotto, il vero e il falso, denuncia sempre un’assenza, l’assenza dell’originale rispetto a ciò che è copia, di ciò che è “essenzialmente” e che loro, vista la loro storia recente, in molti casi non possiedono (parlando in generale, ovviamente).

Mi venivano in mente queste cose quando mi hanno chiesto di riflettere sulla querelle per la presenza di un organo digitale/campionato in sostituzione dell’organo a canne nella Basilica di San Pietro per accompagnare le liturgie papali (come segnalato in questo post dal blog Messa in Latino). Ovviamente, lo dico in partenza, non ho motivo di dubitare della buona fede delle persone coinvolte e che hanno preso decisioni nell’uno o nell’altro senso, proprio per questo, con pacatezza e con l’ausilio della ragione, vorrei appuntare alcune idee al riguardo.

Dicevamo degli americani, i quali quando trovano la persona giusta per qualche cosa, come ricordava sempre Umberto Eco nel libro citato, la chiamano “the real thing”, la cosa reale. Quindi anche loro, perlomeno a livello linguistico, identificano il giusto con il vero. Ciò che è giusto è anche vero. Ora, noi sappiamo che la musica per la liturgia ha, tra le sue esemplarità, quella che riguarda il ruolo dell’organo a canne, una esemplarità (cioè un modello di riferimento) che viene ribadita in tutti i documenti magisteriali fino ad oggi, senza negare posto ad altri strumenti ma “a patto che….”. Per l’organo a canne non servono spiegazioni, esso in Chiesa è in casa sua, gli altri strumenti sono ospiti e vanno disciplinati con alcune “regole di comportamento”. Quindi c’è una verità del suo ruolo nella liturgia, che viene dalla tradizione artistica, legislativa ed estetica.

Ma l’organo campionato cosa è? Esso è un surrogato dell’organo, tanto surrogato che ne “campiona” i suoni, li riproduce, è un imitatore della “real thing”. Personalmente non ho nulla contro l’organo digitale, anzi ne incoraggio l’uso laddove non sia possibile avere un organo a canne. Io suono tutte le domeniche un organo digitale, la chiesetta dove suono non avrebbe le risorse per potersi permettere un organo a canne. Malgrado questo, non c’è un momento in cui io dimentico che l’organo campionato non è la “real thing”, ma è appunto un surrogato. C’è un’assenza. Ma se il surrogato diviene il padrone fino ai livelli più alti, se anche liturgie che noi pensiamo come esemplari ne fanno uso, esso non surroga più nessuno, ma diviene lui “real thing”, ma in questo caso una falsa “real thing”, in quanto questo uso andrebbe contro tutta la tradizione normativa della Chiesa in questo campo.

Come dobbiamo intendere ora l’organo digitale? Dobbiamo dire che esso è “quasi come” fosse un organo? Ma non possiamo dirlo, allo stesso modo per cui non possiamo dire che in senso lato che una riproduzione dell'”Ultima Cena” Leonardesca è “quasi come” fosse l’originale. Essa riproduce, come un imitatore può riprodurre perfettamente una voce, ma l’imitatore non può diventare la persona imitata. Quindi questa filosofia del “quasi come” può essere accettabile? No, perché andando verso il basso (dal superiore all’inferiore) non c’è fine ai “quasi come” e si sa dove si è partiti ma non si sa dove si può arrivare. Se anche l’uso dell’organo a canne rimanesse in auge nelle celebrazioni papali e tutto il mondo usasse gli organi campionati, questo rimarrebbe un argine potente allo sfacelo totale.

La situazione sembra ancora più singolare quando si pensa che la Basilica ha vari organi, tra cui uno che è veramente monumentale (e che conosco bene, avendolo suonato per 16 anni). Quindi come si giustifica il surrogato in presenza del padrone di casa? Ho sentito che si adduceva come giustificazione una cattivo funzionamento dello stesso organo. Io ho diretto in Basilica a settembre e l’organo suonava perfettamente. E poi, i guasti possono essere riparati, se eventualmente ci fossero. Allora l’organo digitale doveva essere una soluzione di momentaneo ripiego, non divenire “la nuova esemplarità”. Ricordiamo che esso, seppure può essere definito in senso lato e impreciso “quasi come” un organo a canne, non è e non potrà mai essere un organo a canne, perché di esso non possiede quello che Rosmini definiva “il sentimento fondamentale” (usando, questa volta sì, il termine “sentimento” in senso lato e platonizzante), l’essenza di quello che lo fa essere qualcosa e non un’altra. Vorrei qui aiutarmi con un grande attore italiano, Gigi Proietti, che ha codificato una interessante distinzione fra il falso e il finto. Se io dico che oggi interpeto Amleto, tutti sanno che io non sono Amleto, tutti cioè aderiscono alla finzione scenica. Se io dico che sono veramente Amleto, qui non c’è finzione scenica, questo è falso.

Alcuni mi hanno detto che l’organo digitale garantirebbe una migliore amplificazione nella Basilica. Potrebbe essere, non ho elementi per dare un giudizio. Ma facciamo un esempio: se ho un luminare che deve fare lezione e la sua voce non è stentorea che farò? Amplifico meglio il luminare, non faccio fare la lezione al sostituto perché ha la voce più forte. Il sostituto non è il titolare. Quindi, in questo caso sembra quasi un mettere da parte l’organo a canne (l’esemplarità) per altro, per il suo surrogato.

Questo dominio della tecnologia nella liturgia potrebbe essere pericoloso: se dobbiamo giudicare le cose in base a come risultano nella loro manipolazione tecnologica, allora perché non estendere questo a tutto, compreso prendere in considerazione di usare delle registrazioni di altissima fedeltà piuttosto che l’esibizione del coro dal vivo o usare uno speaker registrato che legge l’omelia del Papa o un cantore intonatissimo che canta al posto suo. Ma questo ci sembra assurdo. In quanto non si risolve un problema creandone un altro e attentando alle essenze delle cose. Va salvaguardato il ruolo del coro, del celebrante, dell’organo a canne, dei lettori, pur se a volte essi possono essere non così perfetti. Perfezioniamoli, ma non degradiamoli.

Réginald Garrigou-Lagrange, nel suo “La sintesi tomistica” diceva: “Il perfetto proviene di certo come dalla causa materiale, però essa non passa dalla potenza all’atto se non sotto l’influsso di un atto antecedente e superiore, che agisce per un fine superiore proporzionato. Quindi soltanto ciò che è superiore spiega ciò che è inferiore, altrimenti il più deriverebbe dal meno, il più perfetto dal meno perfetto, contrariamente ai principi di ragion d’essere, di causalità efficiente e di finalità. Questa è la confutazione del materialismo o dell’evoluzionismo, nei quali ogni grado superiore al precedente rimane senza spiegazione, cioè senza causa (libro IX)”. Ora, noi abbiamo un organo a canne di grandissimo pregio (e sembra funzionante) e un organo digitale senz’altro molto ben fatto ma che si pone per un dato di fatto come inferiore rispetto al superiore (il quale superiore è esattamente ciò da cui prende la sua ragione di essere, prendendone anche il nome). Come potrà spiegarsi, dopo quanto detto, che esso ne prende il posto?



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SUMMORUM PONTIFICUM. UNA “NUOVA” MESSA VETUS ORDO A SAN PIETRO. MOLTI GIOVANI, UN SEGNO DI VITALITÀ.

Marco Tosatti

Si è svolto a Roma, dal 14 al 17 settembre, l’annuale pellegrinaggio dei fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano, la cosiddetta “messa tridentina”. Uno dei momenti topici di questo evento, nel decennale del Motu Proprio Summorum Pontificum emanato da Benedetto XVI, è stata la Messa nella Basilica di San Pietro in Vaticano, messa celebrata da S.E Mons. Pozzo, che ha presieduto il sacro rito in sostituzione del Cardinal Carlo Caffarra, scomparso pochi giorni prima.

La Messa ha visto la partecipazione di migliaia di fedeli, tanti giovani. Probabilmente per la prima volta dopo decenni è stata commissionata al Mº Aurelio Porfiri una nuova Messa, eseguita in quella occasione, chiamata propriamente “Missa Summorum Pontificum”, in cui si prevedevano anche interventi dei fedeli nel canto di alcune parti.

Non è questo il luogo per esprimere giudizi, o preferenze. Personalmente chi scrive trova che la messa secondo il vetus ordo esprime in maniera maestosa la sacralità profonda del sacrificio che si consuma sull’altare; e questo è qualche cosa che non sempre, per non dire troppo spesso, si perde nel modo in cui molti sacerdoti celebrano nella messa di Paolo VI. Che, se celebrata in maniera degna, è certamente bellissima e sacrale; ma forse permette delle “libertà” che la messa antica non concede. C’è da chiedersi perché in tutto il mondo molti giovani siano attratti da questo rito antico; probabilmente perché ha una sua bellezza evidente, e la bellezza è uno strumento di comunicazione profondo. Il fatto che sia stata creata una “nuova” messa per accompagnare la messa vecchia è una risposta e un segnale di vitalità al di là di polemiche stantie. Fermo restando che non si vede – e questo da un punto di vista laico e libertario – perché sia necessario fare difficoltà a fedeli e sacerdoti che desiderano partecipare al sacrificio eucaristico nel modo in cui si è svolto per secoli e secoli.

Abbiamo raccolto un parere da una persona che assisteva alla cerimonia, e lo partecipiamo con voi: “Ecco la Tradizione in cammino, la Tradizione che smentisce coloro che vedono solo rigidità nei fedeli legati a questa forma. Pur nel rispetto assoluto del rito e dei testi si può osare, facendo in modo che la Chiesa sia sempre madre anche della cultura, non del culturame. Moltissimi fedeli e sacerdoti hanno mostrato apprezzamento per la vitalità mostrata in questa occasione. Come al solito, qualcuno ha “abbaiato contro”, mai come in questa occasione sono apparsi latrati al vento”.



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