SANTITÀ, QUELLA VIOLENZA NON È CIECA. HA UN NOME, CI VEDE BENISSIMO, E MIRA LONTANO…

 

Marco Tosatti

Ho letto oggi il tweet dell’account twitter di Papa Francesco sui fatti di questi giorni. Eccolo: “Prego per tutte le vittime degli attentati di questi giorni. La violenza cieca del terrorismo non trovi più spazio nel mondo”.

Ieri avevo letto alcune frasi pronunciate dal segretario generale della Cei, mons. Galantino, in un trasmissione televisiva, e rilanciate dal SIR, l’agenzia di stampa dei vescovi. “Le contrapposizioni non portano da nessuna parte e fanno soltanto vittime. Questo è vero anche nelle nostre famiglie”, ha detto il prelato. Mi è sembrato un po’ enigmatico. A chi si contrapponevano quei poveretti falciati sulle Ramblas? Ha continuato così, cito il SIR:

Alla domanda su un uso della religione come “strumento di attacco culturale”, il presule ha risposto: “Quando non ce la faccio ad avere ragioni per dire all’altro che deve andare via, allora capita di ammantare tutto di religione e di ideologia. Questa è una strumentalizzazione della religione, perché la religione di per sé non permette di prendere a pedate l’altro”.

Ora qui mi permetto di dissentire, e con motivo. C’è una religione che nei suoi testi sacri, il Corano e gli Hadith, cioè i detti e i fatti di Maometto, in ben 123 (centoventi tre punti) incita esattamente a questo. (Controllate qui, se non mi credete). E anche qui.

Chi ha studiato, e letto testi e storia, e ha una certa esperienza di mondo, anche musulmano, sa benissimo, e ne è felice, del fatto che esistono sicuramente musulmani moderati. Ma si rende anche conto che a causa della sua struttura, e dell’intoccabilità che circonda il Corano, non contestualizzabile né storicizzabile, pena l’accusa mortale di blasfemia, chi ammazza gridando Allahu Akbar ha basi scritturali per farlo, che nessuna fatwa può cancellare.

Difficilmente può apparire (anche vista la storia del suo fondatore, e gli hadith, gesti e parole fondanti al pari del Corano) una religione di pace; o principalmente di pace. Come dicevamo prima, centoventi tre, (123) versi del Corano sono relativi a combattere e uccidere per la causa di Allah. Con obiettivo atei, miscredenti, associatori e, last but not least, chi scegli un’altra religione.

E questo la rende una religione sicuramente diversa dalle altre: dal buddismo e dal cristianesimo sicuramente, anche se in entrambe le manifetsazioni di violenza ci sono sempre state. Ma il Vangelo, testo fondante del cristianesimo, ci mostra Gesù che rifiuta di essere difeso a mano armata da Pietro, nel momento dell’arresto, prologo alla morte. Poi, che i cristiani come chiunque altro ne abbiano fatte di cotte e di crude, è un altro discorso; ma non si può dire che seguissero l’esempio e le parole del fondatore.

Quini è evidente che l’islam ha un problema, e grosso, nel suo rapporto con la violenza. Ci voleva il coraggio e la lucidità intellettuale di Benedetto XVI, per porre il problema sul tappeto. Non si può chiedere ai suoi epigoni altrettanto coraggio e dirittura intellettuale. Ma le fiabe no, per favore. E, Santità, questa violenza non è cieca per niente. Ha un nome, è islamica. Ci vede benissimo, e mira lontano. I ciechi siamo noi…



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PIANA DEGLI ALBANESI. FEDELI IN SOFFERENZA CHIEDONO AIUTO AL PAPA. UNA LETTERA APERTA SU STILUM CURIAE.

Marco Tosatti

Una parte significativa dei fedeli di rito greco della Sicilia è in sofferenza. Tanto in sofferenza da scrivere una lettera aperta al Pontefice; queste persone hanno scelto Stilum Curiae per renderla pubblica, nella speranza che il Pontefice li aiuti a trovare una soluzione. La pubblichiamo subito, e la facciamo seguire da qualche elemento di spiegazione.

Beatissimo Padre, dopo un biennio di continui ricorsi presso la Congregazione delle Chiese Orientali e dopo l’umiliazione del silenzio di essa, e dopo aver interpellato altri dicasteri della Santa Sede, senza avere mai ricevuto alcuna risposta, ricorriamo a Vostra Santità quale ultima istanza e quale Vescovo di Roma, che presiede nella carità a tutte le Chiese.

Noi crediamo che la Chiesa Orientale in Piana degli Albanesi alla luce della Orientalium Ecclesiarum del Vaticano II, del magistero ordinario dei Sommi Pontefici ( Beato Paolo VI, San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI) meriti RISPETTO e sia trattata quale membro vitale dell’Una Santa Cattolica ed Apostolica Chiesa.

La testimonianza di fedeltà lunga ben cinque secoli nata dal martirio in terra d’Albania è un segno dell’amore all’unità della Chiesa nella sua diversità. L’odierno Eparca, da Vostra Santità scelto, rappresenta una ferita ecclesiologica ed ecumenica.

Vostra Santità giustamente abbraccia e ricerca l’unità con i patriarchi ortodossi; il nostro Eparca purtroppo dà segni di disprezzare, ed umilia in Vostro Nome ,la Tradizione della Chiesa Orientale.

La cattolicità quindi, è messa in pericolo dai cattolici stessi. Un ritorno alla prassi orientale ortodossa, Santità, ci sembra essere l’unico mezzo per avere il giusto rispetto ed il diritto all’esistenza.

È per questo, santità, perché non vediamo nessun’altra soluzione, dopo due anni in cui abbiamo cercato con tutti i mezzi un dialogo che ci è stato negato, che chiediamo un Vostro intervento. Ci affidiamo a Voi, Santità, sicuri che saprete trovare la forma e il modo per ottenere che la nostra comunità possa tornare a un modus vivendi compatibile con la Tradizione orientale, che si è perpetuata fino ad oggi, e che purtroppo le azioni del vescovo Gallaro, coscienti ed incoscienti, stanno mettendo in pericolo gravissimo.

Santità, ci aiuti a restare cattolici!

I fedeli italo albanesi di Piana degli Albanesi, Palazzo Adriano, Mezzojuso, Contessa Entellina, eredi di padre Giorgio Guzzetta, i fedeli della concattedrale della Martorana di Palermo.

 

Per dare un punto di riferimento a persone che vivono sparse in un’area territoriale frammentata, è stato creato un gruppo-presidio culturale-religioso su Facebook,  

un “Presidio” per la difesa delle tradizioni culturali e religiose degli Albanesi di Sicilia, gli arbëreshë. La loro storia comincia nel XV secolo, dopo le imprese di Giorgio Castriota, Scanderbeg, quando gli ottomani invadono il loro Paese. Intere comunità cristiane lo abbandonano e si trasferiscono in Calabria e in Sicilia.

Da allora e fino ad oggi la chiesa albanese in comunione con Roma celebra in rito bizantino, e la lingua liturgica è il greco. Ci sono due Eparchie; una a Lungro, in Calabria, e l’altra in Sicilia con centro a Piana degli Albanesi. Due anni fa, dopo vari anni di difficoltà, venne nominato un nuovo vescovo: Giorgio Gallaro, nato in Sicilia, ma emigrato negli Stati Uniti, dove è diventato sacerdote. Di rito latino, poi melchita. E infine viene mandato dagli Stati Uniti in una realtà che per lui è completamente nuova. E qui nascono le prime perplessità. “Non era mai capitato né nella storia della diocesi, né in quella di Lungro, che ci fosse un vescovo non appartenente all’etnia albanese”, ci dicono. “Di solito il vescovo deve essere albanofono, e di rito bizantino. Perché viene nominato vescovo americano, che dal rito latino passa al rito melchita, a quello ruteno e infine si converte al rito bizantino?”. È certamente qualche cosa a cui dovrebbe rispondere la Congregazione per le Chiese orientali, che è diretta, nei suoi tre massimi esponenti, dal cardinale argentino Sandri, da un gesuita e da un domenicano.

A quanto pare il vescovo, che inizialmente aveva destato qualche speranza di riuscire a ricomporre una situazione spesso conflittuale nel clero, non è riuscito a conquistare il cuore di una buona parte dei fedeli. La questione della liturgia, e della lingua creano disagio e scontento: “Ma è normale che il vescovo di Piana degli Albanesi non conosca il greco? È la nostra lingua liturgica. Come fa a celebrare? In italiano.” ci dicono e un altro aggiunge: “Poi c’è anche una parte in arbëreshë, anche questo viene ignorato”. Non solo. Le donne della comunità, quando ha preso possesso della diocesi, si sono messe al lavoro per adattare al suo fisico gli abiti liturgici preziosi del primo vescovo di Piana. “Per noi hanno un significato sia dal punto di vista culturale, che storico; è un lavoro che proviene dalle suore, che hanno fatto un lavoro bellissimo, con ricami d’oro. È una tradizione; c’è un’importanza liturgica. Non li ha mai messi. Si veste all’americana in un modo che fa rabbrividire”. Anche alcune scelte e spostamenti di parroci, molto amati dai fedeli, hanno causato altro scontento e frizioni. Così come il rifiuto del vescovo di accogliere una delegazione di fedeli, o la decisione di accorciare alcune liturgie che gli sembravano troppo lunghe. O il trasferimento in zone decentrate di alcuni sacerdoti che, come ci dicono, “hanno il carisma della voce”: importante per la liturgia, che ha molte parti cantate e salmodiate.

E poi ci sono stati episodi di frizione e protesta che hanno esasperato una situazione che dall’attesa iniziale è passata verso il disagio aperto e la contestazione. Una manifestazione di protesta di centinaia di persone davanti all’episcopio non ha smosso la situazione, così come non sono servite a nulla le lettere scritte da tutti i paesi dell’eparchia a Roma e in Vaticano scritte – in maniera spontanea, non concordata, ci dicono, e firmate – per chiedere un intervento che riporti l’armonia in questa comunità così particolare, e, stranamente, ancora così religiosa. Ci sono vocazioni locali, e per cinque paesi i sacerdoti sono una trentina (c’è anche clero uxorato).

“Abbiamo fatto una grossa manifestazione, molto civile, tranquilla, davanti alla Curia, chiedendo di venirci incontro, di ricevere una delegazione per parlare con lui; è andato a Palermo”. Egualmente, i fedeli della chiesa Martorana di Palermo non avevano accettato il trasferimento del loro parroco, che amavano: “Questi fedeli volevano incontrarsi con lui, e temporeggiava. Tutte donne davanti all’episcopio chiedevano ci apra! Ha chiamato i carabinieri”.

Insomma, ai fedeli disillusi non è rimasta che la strada di un appello al Pontefice, nella speranza che non resti inascoltato.



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MIGRANTI, IL PAPA, IL CARDINALE. L’ABATE FARIA NE DICE QUATTRO ALLA CHIESA. “L’ITALIA È UN PAESE IN GINOCCHIO”.

Marco Tosatti

“Serve un impegno sempre più generoso nel favorire la cultura dell’accoglienza e della solidarietà, promuovendo così la pace e la fraternità tra i popoli”. Così papa Francesco, due giorni fa, in un messaggio indirizzato ai partecipanti all’incontro internazionale “Mediterraneo: un porto di fraternità”, promosso dalla diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, con il sostegno di numerose istituzioni e realtà associative. Un evento al quale hanno preso parte 250 giovani di 31 Paesi. Nel messaggio inviato al vescovo locale, Vito Angiuli, il Papa incoraggia la comunità cristiana e i giovani dei Paesi mediterranei, “come pure tutte le persone di buona volontà, a considerare la presenza di tanti fratelli e sorelle migranti un’opportunità di crescita umana, di incontro e di dialogo, come anche un’occasione per annunciare e testimoniare il Vangelo della carità”.

Dopo lo spunto di legalità e di saggezza versato dal cardinale Bassetti nel mare di retorica migrantista sparsa a piene mani e piedi da molti prelati, è la prima volta che il Pontefice ossessionato dalle migrazioni si esprime sul tema.

Sarà una coincdenza o forse no ci è arrivato proprio quel giorno uno sfogo dell’Abate Faria. Eccolo.

Le recenti “frenate” delle gerarchie del Vaticano mi costringono a dover tornare su un tema che già affrontai in precedenza. Pur nell’ossequio dovuto ai miei superiori, mi rendo conto che alcuni di essi (non pochi, purtroppo) vivono come in una bolla al di fuori della realtà, una bolla che si nutre di parole talismano, come direbbe Plinio Correa de Oliveira, parole come “solidarietà, accoglienza, misericordia”, parole con un profondo significato cristiano quando esse sono ancorate tomisticamente alla realtà. Ma quando vengono brandite senza aggancio alla stessa, divengono pericolose.

Ci sono dei fatti. L’Italia è un paese in ginocchio da molti punti di vista, politico, economico, sociale. Non può sostenere il peso di grandi ondate migratorie pena il collasso. Gli stranieri che vengono e vivono onestamente siano sempre i benvenuti.

Ma non c’è posto per tutti.

Purtroppo il fenomeno di acquiescenza delle gerarchie vaticane si riversa profondamente nel vivere civile anche di coloro che – mal gliene incolga – non professano più la fede cattolica (e sono sempre di più…). Si deve accogliere chi vuol essere accolto, chi si vuole integrare, chi rispetta usi e leggi del paese che lo accoglie. Chi pensa che vivere di accattonaggio come scelta di vita e non come immediata necessità, sia compatibile con la nostra società, deve essere disilluso e eventualmente allontanato. Queste persone sono quelle che a volte rincorrono e assalgono turisti o gente del posto per rubare i portafogli. Tutti sanno da dove proviene il problema. Nulla si fa per risolverlo, spesso spaventati dalle parole “solidarietà, accoglienza, misericordia” usate malamente, senza nessun aggancio alla realtà e contro ogni possibile insegnamento della morale e dell’etica cattolica.

Abate Faria

Adesso aspettiamo i fulmini canonici sul povero abate…

QUI TROVATE IN SPAGNOLO UN COMMENTO DI MONTSE SANMARTI SU COMO VARA DE ALMENDRO.



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MIGRANTI, LE RESPONSABILITÀ DELLA CHIESA E DEI VESCOVI. LA LETTERA DI UN COMMENTATORE DI STILUM CURIAE.

Marco Tosatti

Ieri, a commento della lettera di Pezzo Grosso in tema di migranti e responsabilità, scrivevo:  “Il cardinale Bassetti ha parlato, giustamente, di etica della responsabilità. Vogliamo chiederci quante vite – di quelle perite in mare – si sarebbero salvate, se invece di incoraggiare con gesti e parole lo sbarco indiscriminato il nostro governo – e i vescovi, e il Primate d’Italia, che è il Papa – avessero detto parole di legalità e di saggezza, tese a una politica simile a quella che tutti gli altri Paesi del mondo praticano, dalla Spagna all’Australia? C’è una responsabilità in tutto questo, o le cosiddette buone intenzioni (irrorate di soldi) bastano a placare le coscienze? Io, se fossi uno dei predicatori del migrantismo selvaggio, un piccolo tarlo roditore di dubbio me lo sentirei, in coscienza. Forse anche una talpa. O almeno un criceto…”.

Mi ero chiesto se forse non fossi stato troppo duro. Oggi però ho visto che anche l’ex presidente della Camera (e ci tocca rimpiangerlo!) Luciano Violante afferma che la sinistra “ha perso il contatto col popolo” e ha “confuso il politicamente corretto con il politicamente praticabile, la politica con l’estetica” quando si è parlato di questo problema; e ho letto il commento a Stilum Curiae di ieri, che vi riporto integralmente:

“Bassetti afferma:

‘Sapete – dice ad Avvenire il cardinale – che non c’è una donna fra i migranti accolti qui che non sia stata violentata? E sapete che tutti vengono continuamente minacciati di essere affogati se non cedono ai ricatti di vere e proprie mafie che gestiscono i traffici dei migranti?’.

Quindi adesso la CEI scopre che il traffico di esseri umani che finora ha protetto (La campagna di Galantino “Liberi di partire e liberi di restare”) e promosso comporta dei costi umani pazzeschi? Papa Francesco che tutti i giorni ideologicamente promuove le migrazioni di massa, anche contro il parere dei vescovi dei paesi da cui provengono gli emigrati? Le migliaia di emigrati che sono morti in mare solo quest’anno nel tentativo di raggiungere l’Italia, chi è che ha alimentato questa corsa disperata?

I principali responsabili di questo caos sono il papa e i suoi proconsoli come Galantino. Bassetti ha solo fiutato l’aria e si sta rendendo conto che i laici si stanno stancando delle insulsagggini ideologiche del Vaticano e dei vescovi. Insulsaggini fatte sulla pelle degli altri, africani e italiani.

Questo papato è un disastro: papa Francesco non è nemmeno consapevole dei danni che sta facendo. E’ troppo pieno di sé ( la Santa Sede ha autorizzato la stampa di magliette con Bergoglio Superpope per finanziare l’obolo di San Pietro), il ministero di Pietro è diventato una pagliacciata, ma una pagliacciata tragica. Le vacuità ideologiche di questo vecchio gesuita privo di cultura e gonfio di arrogante ideologia stanno presentando il conto, ma il loro autore non ammetterà mai la propria responsabilità”.

C’è da chiedersi però perché la Chiesa a livello centrale, e italiano, non ha dato ascolto ai ripetuti commenti negativi dei vescovi dei Paesi africani, e dei responsabili di governo di quegli stessi Paesi che ci avvertivano che era la feccia, che cercava di raggiungere l’Europa. La sinodalità e il decentramento tanto sbandierati in questo caso non servono? Ed era, ed è così difficile vedere la rete di interessi, da quelli criminali a quelli geopolitici, a quelli semplicemente economici o ambigui di chi gestisce da lontano questa drammatica storia, approfittando delle debolezze politiche e culturali di questo Paese devastato nei cervelli e nel buon senso, prima che in ogni altra cosa? La Chiesa, a livello centrale, messa sull’avviso dai vescovi locali, dovrebbe essere in grado di vedere chi e cosa c’è dietro la messinscena dell’ “uomo a mare”. Dovrebbe. E mettere in guardia, grazie a quella che era la sua saggezza e prudenza secolari. A meno che…

Trovale l’articolo in tedesco qui: http://beiboot-petri.blogspot.it/?m=1



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PEZZO GROSSO SPARA ALTO: CHIEDE A BASSETTI, DOPO IL DISCERNIMENTO SUI MIGRANTI, LA TESTA DI GALANTINO…

Marco Tosatti

Pensavamo che Pezzo Grosso fosse in vacanza, godendosi un riposo meditato. Invece – nel week end di Ferragosto! – ci è arrivata una mail. Motivata, come vedrete, dalle parole di maggior saggezza che siamo riusciti ad ascoltare da un responsabile episcopale o della Cei negli ultimi mesi in tema di clandestini o migranti, come preferite chiamarli, e del traffico di esseri umani verso le nostre coste, fonte di benefici economici per quelli che sappiamo; e da cui il mondo ecclesiale non sembra escluso, anzi…Ma ecco la lettera. E poi ci riserviamo un post scriptum con la punta avvelenata…

Pezzo Grosso scrive a Tosatti, chiedendo di pubblicare una lettera aperta a Bassetti  :

“Quindi  mons. Bassetti legge Pezzo Grosso su Stilum Curiae e condivide le sue  analisi e i  suoi suggerimenti. Bene, bravo mons. Bassetti. Ma non basta. Affinché il Suo intervento sui migranti non appaia un gioco delle parti tra Lei e il suo segretario Galantino, deve fare di più. Deve farlo altrimenti in tutti noi albergherà il sospetto, che già si è insinuato, che per fare tutti contenti si continui a utilizzare la strategia del “NI NI, SO SO”, anziché quella  del”  Si Si, No No “ auspicato dal Fondatore del cristianesimo. La strategia del “Ni Ni, So So” sembra esser invece stata adottata in questo pontificato in ogni occasione. I messaggi contraddittori  vanno di moda in questo pontificato, ma anche le correzioni  confondenti. Ciò avviene sia a livello di governo della chiesa universale, dove Parolin corregge  Bergoglio, sia a quello della Cei, dove Bassetti corregge Galantino. Ma il Segretario di Stato  non può “licenziare” il Papa, mentre  il Presidente della Cei può (deve) licenziare il suo Segretario. Altrimenti caro mons. Bassetti, anche lei darà l’impressione di voler  contentare tutti, deludendo invece tutti. Non ci si deve  limitare a dichiarazioni contraddittorie ed opposte perché sembrino “pluraliste”, quando invece sono solo  contraddittorie su cosa è bene e cosa è male, giusto o sbagliato. Se lei vuole fare il bene dei migranti, della popolazione residente più  povera e vulnerabile, della Chiesa stessa, lei ora deve rimuovere Galantino, lo deve licenziare. Con effetti che lei stesso stenterà a credere: la crescita del prestigio della Cei e la conseguente crescita dell’8 per mille, da destinare naturalmente a opere di evangelizzazione, non sociali”.

 Il cardinale Bassetti ha parlato, giustamente, di etica della responsabilità. Vogliamo chiederci quante vite – di quelle perite in mare – si sarebbero salvate, se invece di incoraggiare con gesti e parole lo sbarco indiscriminato il nostro governo – e i vescovi, e il Primate d’Italia, che è il Papa – avessero detto parole di legalità e di saggezza, tese a una politica simile a quella che tutti gli altri Paesi del mondo praticano, dalla Spagna all’Australia? C’è una responsabilità in tutto questo, o le cosiddette buone intenzioni (irrorate di soldi) bastano a placare le coscienze? Io, se fossi uno dei predicatori del migrantismo selvaggio, un piccolo tarlo roditore di dubbio me lo sentirei, in coscienza. Forse anche una talpa. O almeno un criceto…



QUI TROVATE L’ARTICOLO IN SPAGNOLO CON UN COMMENTO DI MONTSE SANMARTÌ


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DISORIENTAMENTO PASTORALE. UN LIBRO DI DANILO QUINTO SULLA CHIESA E I TEMPI CHE VIVIAMO. DA LEGGERE.

 

Marco Tosatti

Oggi voglio parlare di un libro duro e difficile, come lo è stata, e lo è, la vita di chi l’ha scritto, Danilo Quinto. Una vita nel Partito Radicale, e poi una conversione profonda. Che lo porterà a scrivere la sua prima opera, “DA SERVO DI PANNELLA A FIGLIO LIBERO DI DIO – Dalla più formidabile macchina mangiasoldi della partitocrazia italiana per arrivare a Cristo”, con la prefazione di Mons. Luigi Negri, allora vescovo di Ferrara (Edizioni Fede & Cultura).

Il libro di oggi invece è “Disorientamento pastorale. La fallacia umanistica al posto della verità rivelata?”, con un’introduzione teologica di mons. Antonio Livi, per i tipi della Casa editrice Leonardo da Vinci.

Un’introduzione che molto opportunamente si intitola: che cosa succede con papa Francesco? Perché la libertà di linguaggio del Pontefice, e la sua disinvoltura nel trattare i problemi alla presenza di giornalisti ed estranei fanno sì che molti discorsi e molte iniziative di papa Francesco siano “visti dall’opinione pubblica come una radicale riforma, se non proprio una rivoluzione, della Chiesa cattolica, con l’apparente rifiuto del magistero precedente al Vaticano II, l’adozione sistematica del linguaggio proprio del progressismo teologico e la definitiva rinuncia all’annuncio del Vangelo in termini dogmatici”.

Sappiamo che non tutto ciò che viene detto dal pontefice ha un significato autentico di “magistero”; “ma le parole di papa Bergoglio sono interpretate dai media di ispirazione anticattolica (cioè da quasi tutti i media purtroppo) come espressione di riformulare in modo radicale la dottrina cristiana”.

Da qui lo sconcerto e il disorientamento, sempre più palpabili, fra i “fedeli della strada”; di qui il libro di Danilo Quinto, un libro estremamente documentato e ricco di citazioni e riferimenti. Non solo ai pronunciamenti più o meno estemporanei e sorprendenti del Pontefice regnante, ma anche, come contrappunto, a ciò che scrivevano e pensavano sugli stessi argomenti studiosi, pontefici precedenti, dottori della Chiesa e santi.

È, a mio personale giudizio, un libro prezioso e deprimente. Deprimente perché la quotidianità cancella molta memoria, e ci impedisce di ricordare, uno dopo l’altro, i motivi di perplessità o di sincero scandalo occasionati da parole di un Pontefice di cui forse la prudenza e il giudizio ponderato non sono le virtù più evidenti. “In piena coscienza – scrive Danilo Quinto – mi sento di affermare che ogni giorno – anche quello dell’omelia quotidiana è un fatto sorprendente – il papa usa un linguaggio che si presta all’ambiguità e genera confusione rispetto ai dogmi della Chiesa cattolica”.

La lista è lunga. Episodi, prese di posizione, elogi (quello a Emma Bonino, che Danilo Quinto conosce benissimo, avendo lavorato con lei per anni e anni è esemplare nella sua – chiamiamola così, ingenuità), letture problematiche del Vangelo; tanto lunga che sarebbe troppo cercare di completarla. Ma credo che sia un libro, quello di Danilo Quinto, che valga la pena di leggere, anche perdonando certi toni che provengono ex abundantia cordis. L’autore ha pagato un prezzo alto, può permetterseli.

 

QUI, SU COMO VARA DE ALMENDRO TROVATE L’ARTICOLO IN SPAGNOLO.



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BURKE: ATTENTI A NON CADERE NELL’IDOLATRIA DEL PAPATO. NON OGNI PAROLA DEL PAPA È MAGISTERO…

Marco Tosatti

Il cardinale Raymond Leo Burke, Patrono del Sovrano militare ordine di Malta, sta tenendo una serie di conferenze negli Stati Uniti. Il 22 luglio parlava al “Forum della Chiesa che insegna”. In quell’occasione ha notato che trattare ogni parola pronunciata dal Pontefice come se fosse insegnamento ufficiale della Chiesa sarebbe “cadere in un’idolatria del papato”.

I cattolici devono cercare di restare fedeli a Cristo e alla Chiesa che ha fondato e imparare a discernere fra “le parole dell’uomo che è papa e le parole del papa come vicario di Cristo in terra”.

“Papa Francesco ha scelto di parlare spesso nel suo primo corpo, il corpo dell’uomo che è papa. In effetti persino in documenti che in passato rappresentavano un insegnamento più solenne, dichiara chiaramente che non sta offrendo un insegnamento magisteriale ma il suo proprio pensiero”.

Ma, ha aggiunto il cardinale. “Quello che sono abituati a un modo diverso di parlare papale vogliono rendere ogni sua dichiarazione in qualche modo parte del Magistero. Agire così è contrario alla ragione e a ciò che la Chiesa ha sempre compreso”.

“È semplicemente sbagliato e dannoso per la Chiesa ricevere ogni dichiarazione del Santo Padre come un’espressione di insegnamento papale o di Magistero”.

Burke ha definito “assurdo” per chiunque pensare che papa Francesco come Vicario di Cristo sulla terra possa ufficialmente “insegnare qualche cosa che non è in accordo con quello che i suoi predecessori, per esempio San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno insegnato solennemente”.

Il porporato ha aggiunto che fare una distinzione fra “le parole dell’uomo che è papa e le parole del Papa come Vicario di Cristo” è cruciale per mostrare “il massimo rispetto” per l’Ufficio Petrino. “Senza la distinzione, perderemmo facilmente rispetto per il papa o saremmo portati a pensare che, se non siamo d’accordo con le opinioni personali dell’uomo che è papa, allora dobbiamo spezzare la comunione con la Chiesa”. Ogni dichiarazione del Papa deve essere capita “nel contesto dell’insegnamento costante e nella pratica della Chiesa, per evitare che confusione e divisione sull’insegnamento e la pratica della Chiesa entrino nel suo corpo per grande danno alle anime e a grande danno all’evangelizzazione del mondo”.

Poco più di un anno fa il porporato, che ha chiesto al Pontefice insieme ad altri cardinali un incontro per chiarire dubbi nati da Amoris Laetitia senza ricevere risposta, aveva espresso perplessità sul fatto che l’esortazione apostolica fosse un atto di magistero.

I cattolici poi devono stare attenti a non farsi ingannare da insegnamenti falsi: “I fedeli non sono liberi di seguire opinioni teologiche che contraddicono la dottrina contenuta nelle Sacre Scritture e nella sacra Tradizione, e confermata dal magistero ordinario, anche se queste opinioni stanno trovando un ampio ascolto nella Chiesa e non sono corrette dai Pastori, come i pastori sarebbero obbligati a fare”.

ECCO LA TRADUZIONE IN SPAGNOLO DI COMO VARA DE ALMENDRO

 



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IL PADRONE DEL MONDO. PROFETICO: MA BENSON NON AVEVA PREVISTO UN’IPOTESI CHE È QUI, PROPRIO ORA.

Marco Tosatti

Cari stilumcuriali, ho passato questi pochi giorni di riposo lontano dal computer e in compagnia di un libro che non avevo ancora letto, e che certamente molti di voi già conoscono, “Il padrone del mondo” di Robert Hugh Benson. Un’opera che secondo alcuni è servita – anche – di ispirazione a George Orwell per “1984”. Chi non lo avesse ancora letto, accolga il mio umile consiglio e lo legga. È stato scritto nel 1907, ed è un romanzo “distopico”, cioè che descrive una società immaginaria dai contorni opposti a quelli dell’utopia: cioè brutti.

L’ha scritto un sacerdote anglicano, figlio dell’arcivescovo di Westminster, e successivamente entrato nella Chiesa cattolica.

Era il 1907, e dunque Robert Hugh non aveva fatto in tempo a vedere (morirà nel 1914) la più spaventosa (fino ad allora) carneficina organizzata mai accaduta sulla faccia della terra, la Rivoluzione di Ottobre, il comunismo, il nazismo e la soffice dittatura del politically correct che ha preso silenziosamente il posto, o si è affiancata dolcemente a quegli abomini. Ma come vedrete, o avete già visto, l’ha profetizzata, fino alle case per l’eutanasia. Eppure Benson viveva nel cuore dell’Inghilterra vittoriana, e scriveva in un momento storico in cui il positivismo, la scienza e i progressi tecnici (che usa abilmente nel libro, sia in maniera positiva che negativa, distruzione aerea compresa…) sembravano garantire all’umanità grazie anche alla perdita di terreno delle “superstizioni” (leggi religioni) un futuro radioso e finalmente libero da ceppi secolari. Tutti elementi che rendono ancora più interessante la sua acuta visione profetica.

Leggendolo, per quello che riguarda la persecuzione della Chiesa, se decide di restare fedele a quanto insegnato e trasmesso, il che per il momento non sempre sembra sia il caso, anzi, mi è venuta in mente una frase del cardinale statunitense Francis George: “Mi aspetto di morire nel mio letto, il mio successore morirà in prigione a il suo successore morirà da martire nella pubblica piazza. Il suo successore raccoglierà i frammenti di una società distrutta e lentamente aiuterà a ricostruire la civiltà, come la Chiesa ha fatto così spesso nella storia umana”.

Sia George che soprattutto Benson, persone di fede integerrima, calcolavano la possibilità dell’apostasia per convenienza o per paura; ma non quella dell’apostasia interna, dell’astuzia dei chierici che affermano: non cambia nulla, e spargono semi di confusione. E soprattutto non tenevano in conto la possibilità di una Chiesa che invece di combattere a viso aperto lo Spirito del Mondo vi si assoggettasse. Barattando il martirio con gli applausi e gli elogi…

 

TROVATE SU COMO VARA DE ALMENDRO LA TRADUZIONE IN SPAGNOLO E UN COMMENTO DI MONTSE SANMARTÌ.



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MONS. SCHNEIDER: CHIESA, CRISI SENZA PRECEDENTI. “DEINFALLIBILIZZARE” IL CONCILIO VATICANO II.

 

MARCO TOSATTI

Con colpevole ritardo – ma ci siamo imposti, salvo casi particolarissimi, di non fare più di un post al giorno – vi offriamo una riflessione del vescovo Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, una delle personalità più lucide e coraggiose di cui la Chiesa dispone oggi. E’ un editoriale che è apparso in Rorate Coeli, in inglese, e su un blog italiano, Ultimo Papa. Chi volesse leggerli integralmente è opportuno vada a queste due fonti. Noi presentiamo alcuni passaggi particolarmente interessanti. Scrive mons. Schneider:

“L’attuale situazione di crisi senza precedenti della Chiesa è paragonabile con la crisi generale del IV secolo, quando l’arianesimo aveva contaminato la stragrande maggioranza dell’episcopato, assumendo una posizione dominante nella vita della Chiesa. Dobbiamo cercare di affrontare questa attuale situazione da un lato con realismo e, dall’altro, con uno spirito soprannaturale, con un profondo amore per la Chiesa, nostra madre, che soffre la Passione di Cristo a causa di questa tremenda e generalizzata confusione dottrinale, liturgica e pastorale. Dobbiamo rinnovare la nostra fede nel credere che la Chiesa sia nelle mani sicure di Cristo e che Egli intervenga sempre per rinnovare la Chiesa nei momenti in cui la barca della Chiesa sembra che si stia per capovolgere, come è il caso evidente nei giorni nostri”.

Questa frase risuona come un richiamo alle parole che Benedetto XVI ha scritto nel suo ricordo in mortem del card. Meisner.

Continua il vescovo: “Per quanto riguarda l’atteggiamento verso il Concilio Vaticano II, dobbiamo evitare due estremi: un rifiuto completo (come i sedevacantisti e una parte della Società di San Pio X) o una “infallibilizzazione” di tutto ciò di cui il concilio ha parlato” scrive il vescovo, che ricorda come “Il Vaticano II fu una legittima assemblea presieduta dai Papi e dobbiamo mantenere verso questo Concilio un atteggiamento rispettoso. Tuttavia, ciò non significa che ci sia proibito esprimere fondati dubbi o rispettosi suggerimenti di miglioramento su alcuni elementi specifici, sempre basandoci su tutta la tradizione della Chiesa e sul suo costante Magistero”.

Infatti, è costante nella Chiesa una prassi: “Le dichiarazioni dottrinali tradizionali e costanti del Magistero durante un periodo secolare hanno precedenza e costituiscono un criterio di verifica sull’esigenza delle dichiarazioni magistrali posteriori. Le nuove affermazioni del Magistero devono, in linea di principio, essere più esatte e più chiare, ma non dovrebbero mai essere ambigue e apparentemente contrarie alle precedenti dichiarazioni magistrali”.

Ne consegue che eventuali dichiarazioni ambigue del Vaticano II devono essere lette e interpretate secondo le affermazioni di tutta la Tradizione e del costante Magistero della Chiesa.

“In caso di dubbio, le affermazioni del Magistero costante (i Concili precedenti e i documenti dei Papi, il cui contenuto dimostra di essere una tradizione sicura e ripetuta nei secoli sempre nello stesso senso) prevalgono su quelle dichiarazioni, oggettivamente ambigue o nuove del Vaticano II, che difficilmente concordano con specifiche affermazioni del magistero costante e precedente”.

Ne consegue che “Il Vaticano II deve essere visto e ricevuto come è e come veramente fu: un concilio prevalentemente pastorale. Questo concilio non aveva l’intenzione di proporre nuove dottrine o quantomeno di proporle in forma definitiva. Nelle sue dichiarazioni il concilio ha confermato in gran parte la dottrina tradizionale e costante della Chiesa”.

Mons. Schneider ribadisce allora che “Alcune delle nuove affermazioni del Vaticano II (ad esempio collegialità, libertà religiosa, dialogo ecumenico e interreligioso, atteggiamento verso il mondo) non hanno un carattere definitivo e dal momento che apparentemente o veramente non concordano con le dichiarazioni tradizionali e costanti del Magistero, devono essere completate da spiegazioni più esatte e da integrazioni più precise di carattere dottrinale”.

Mons. Schneider ricorda alcuni casi nella storia della Chiesa in cui dichiarazioni di alcuni concili ecumenici sono stati corretti successivamente grazie a un sereno dibattito teologico.

Di conseguenza “Bisogna creare nella Chiesa un clima sereno di discussione dottrinale su quelle affermazioni del Vaticano II, ambigue o che hanno causato interpretazioni erronee. In una discussione così dottrinale non c’è nulla di scandaloso, ma al contrario, può essere un contributo per mantenere e spiegare in modo più sicuro e integrale il deposito della fede immutabile della Chiesa.

Non si deve enfatizzare tanto un certo Concilio, assolutizzandolo o avvicinandolo alla realtà orale (Sacra Tradizione) o scritta (Sacra Scrittura) della Parola di Dio. Il Vaticano II stesso ha giustamente affermato (cfr Verbum Dei, 10) che il Magistero (Papa, Concilio, magistero ordinario e universale) non è al di sopra della Parola di Dio, ma sotto di essa, soggetto ad essa, essendo solo suo servitore (della parola orale di Dio=Tradizione Sacra e della Parola scritta di Dio=Sacra Scrittura).

Da un punto di vista oggettivo, le affermazioni del Magistero (papi e concili) di carattere definitivo hanno più valore e peso rispetto alle dichiarazioni di carattere pastorale, che hanno naturalmente una qualità variabile e temporanea a seconda delle circostanze storiche o che rispondono a Situazioni pastorali di un certo periodo di tempo, come avviene per la maggior parte delle affermazioni del Vaticano II”.

Mons. Schneider elenca i quattro punti fondamentali del Vaticano II: “Il contributo originale e prezioso del Vaticano II consiste nella chiamata universale alla santità di tutti i membri della Chiesa (cap. 5 di Lumen Gentium), nella dottrina sul ruolo centrale della Madonna nella vita della Chiesa (cap. 8 della Lumen Gentium), nell’importanza dei fedeli laici nel mantenere, difendere e promuovere la fede cattolica e nel loro dovere di evangelizzare e santificare le realtà temporali secondo il senso perenne della Chiesa (cap. 4 della Lumen Gentium), nel primato dell’adorazione di Dio nella vita della Chiesa e nella celebrazione della liturgia (Sacrosanctum Concilium , nn 2, 5-10). Il resto si può considerare in una certa misura secondario, temporaneo e, in futuro, probabilmente dimenticabile”.

Ma ecco che cosa è accaduto: “Invece di vivere questi quattro aspetti, una considerevole parte della nomenclatura teologica e amministrativa nella vita della Chiesa ha promosso, negli ultimi 50 anni e promuove ancora oggi ambigue dottrine, pastorali e liturgiche, distorcendo così l’intenzione originaria del Concilio o abusando delle dichiarazioni dottrinali meno chiare o ambigue per creare un’altra chiesa, una chiesa di tipo relativista o protestante”.

E continua: “Il problema della crisi attuale della Chiesa consiste in parte nel fatto che alcune affermazioni del concilio Vaticano II, oggettivamente ambigue o quelle poche dichiarazioni difficilmente concordanti con la costante tradizione magistrale della Chiesa, sono state “infallibilizzate”. In questo modo è stato bloccato un sano dibattito con una correzione necessariamente implicita o tacita. Allo stesso tempo si è dato l’incentivo a creare affermazioni teologiche in contrasto con la tradizione perenne”.

Conclude mons. Schneider: “Dobbiamo liberarci dalle catene dell’assolutizzazione e della totale “infallibilizzazione” del Vaticano II. Dobbiamo agire in un clima di sereno e rispettoso dibattito nel sincero amore per la Chiesa e per la fede immutabile della Chiesa”. Infatti “L’ambiguità nella dottrina della fede e nella sua applicazione concreta (nella liturgia e nella vita pastorale) minaccia l’eterna salvezza delle anime e sarebbe quindi anti-pastorale, poiché l’annuncio della chiarezza e dell’integrità della fede cattolica e la sua fedele applicazione concreta è la volontà esplicita di Dio”.



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MARTINI, IL CONCLAVE E PAPA BERGOGLIO. CI HA SCRITTO UN PEZZO GROSSO, CON UNA SUA TESTIMONIANZA.

MARCO TOSATTI

Cari amici del blog, ieri ho avuto una sorpresa. Avete letto – e alcuni di voi anche discusso – il messaggio che mi ha mandato don Ariel Levi di Gualdo. Ho trovato nella mia casella di posta una lettera scritta da un Pezzo Grosso; un nome molto noto, un cattolico, che però non ha niente a che fare direttamente con il Vaticano o la Cei. Ve la giro. E approfitto dell’occasione per ricordare che Stilum Curiae, ospita contributi esterni perché gli sembrano interessanti. Non perché li condivida in tutto o in parte; se sembra che possano arricchire la nostra informazione e dibattito trovano spazio in questo piccolo blog.

Ecco comunque la lettera del Pezzo Grosso, che, devo ammettere, mi ha creato un certo disagio.

“Gentile dottor Tosatti, un amico mi ha segnalato il suo pezzo ‘Martini non voleva Bergoglio’ e la successiva lettera del teologo Ariel Levi di Gualdo. Da ben 4 anni sento dire che ‘nessuno’ voleva Bergoglio; ma allora chi lo ha nominato? Lo sento sempre più criticare in quasi tutti gli ambienti, persino in quelli laicisti, ormai. Percepisco, anche se ci sono arrivato con fatica e con molte discussioni con teologi , “l’opera“ che sta compiendo. Ma continuo a domandarmi , ma chi lo ha eletto in Conclave sapeva cosa avrebbe fatto? Mica si è eletto da solo. E’ possibile che il Papa rinunciatario non abbia cercato di organizzare la sua successione ? ( in modo di dare senso strumentale alla rinuncia e orientarla ad un obiettivo). Vorrei ora raccontare una storia vera, la mia coscienza mi stimola a raccontarla in questo momento di manifesta presa di consapevolezza di ciò che sta succedendo nella chiesa. Non posso fare nomi, che farei peraltro solo in confessionale (ma solo sapendo chi è il confessore, in più). Il successore di Benedetto XVI veniva eletto il 13 marzo 2013. Due o tre giorni dopo mi trovavo a Roma a pranzo con una importante personalità del mondo politico-economico internazionale, molto ben collegata e informata; riporto a memoria la conversazione. Mi domanda: ‘Che ne pensi di questo nuovo Papa appena eletto?’. Rispondo: ‘nulla più di quello che ho letto sui giornali’. Mi dice ‘Questo Papa produrrà dei danni alla tua Chiesa, enormi e irreversibili…’ .

Sono quattro anni che non penso che a questo commento; un commento che mi insinua il dubbio che detta elezione fosse stata voluta e pianificata. Non solo: anche la certezza che il successore di Benedetto XVI fosse ben conosciuto. Caro Tosatti, ho voluto confidarle quanto esposto, pur volendo necessariamente mantenere riservato il mio nome”.

Ammetto che mi ha creato un certo disagio.



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