ALFIE E IL TWEET DEL PONTEFICE. SUPER EX: ERA IL MINIMO SINDACALE…

Marco Tosatti

 

In queste ore a Londra dei giudici decidono se applicare o meno la condanna a morte per Alfie Evans, già decisa dai medici di un discusso ospedale, contro la volontà dei genitori che vorrebbero cercare altre cure per il loro figlio di due anni. Sapete come la pensiamo: si tratta di un esproprio statuale di quello che è più sacro per ciascuno di noi, e cioè la speranza. Veramente il volto di questa dittatura di menzogne in cui viviamo e a causa della quale spesso moriamo è tremendo e grottesco, imbellettato di parole come diritti, democrazia, e ipocrisia. Ci ha scritto Super Ex (Ex di Movimento per la Vita, Ex di Avvenire e si molte altre cose, ma non ancora Ex cattolico, anche se c’è da dire che ce la mettono tutta per farlo diventare anche questo…) in tema di Alfie, e del Pontefice regnante. Eccolo.

Caro Marco,

tutti i giornali parlano dell’intervento di Bergoglio per Alfie Evans. Di cosa si tratta? Di un’omelia? Di un Angelus? Di un’ intervista interminabile a Scalfari? Di un appuntamento con i suoi genitori, a Roma, in Vaticano? Di un invito ai medici a rispettare la vita? Di un monito ai giudici: “attenti, la vita non è vostra proprietà!”?

Nulla di tutto ciò. Stiamo parlando di un tweet. Un cinguettio, pio pio…flebile flebile.

Se il passato insegna qualcosa, sappiamo cosa è successo per Charlie Gard: richiesto da migliaia e migliaia di persone, e da giornali a tutta pagina, Bergoglio si scomodò, solo all’ultimo… anche allora con un tweet! Fu spontaneo, sentito, zeppo di passione? Probabilmente fu soltanto perchè gli venne spiegato che tacere del tutto diventava incredibilmente imbarazzante e controproducente. Per Charlie un cinguettio impersonale, in zona Cesarini; dopo Charlie, la legge sul biotestamento in italia: in questo caso neppure in tweet (forse in Vaticano non c’era segnale per la rete). Per Alfie, ripetiamolo, un tweet.

Ora, che a Bergoglio di eutanasia, aborto, matrimoni e adozioni gay non importi nulla, si è capito. Baterebbero le nomione di Paglia e Galantino a dimostrarlo.

Ma che vi siano cattolici pro life che continuano a rilanciare il tweet di Bergoglio pro Alfie quasi avesse compiuto un gesto eroico, un sovraumano atto di ribellione e di coraggio contro la cultura di morte, fa davvero sorridere!

Il cattolicesimo non disprezza la ragione e il buon senso, doni di Dio: per questo sarebbe meglio che chi ritiene inopportuno criticare Bergoglio per il suo assordante silenzio, evitasse, appunto, di parlare. Meglio tacere, che dire e ribadire che “il papa ha parlato in difesa di Alfie”: per favore, no! Guardiamo la realtà in faccia, perchè è attraverso di essa che Dio ci parla.

Si può notare la verità, si può tacere, ma fingere di credere ad un tweet è mentire.


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CHIESA CATTOLICA DOVE VAI? PUCCETTI: BIOETICA, DA CAFFARRA A PAGLIA.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, oggi vi offriamo il testo che Renzo Puccetti, medico, scrittore, ed esperto di Bioetica, ha presentato al Convegno del 7 aprile a Roma intitolato “Chiesa cattolica dove vai?” in ricordo del cardinale Carlo Caffarra. La sua relazione, molto giustamente, si intitola “Da Caffarra a Paglia: la rivoluzione nella bioetica”, e tratta del drammatico cambiamento avvenuto in questo campo.


Eminenze, eccellenze, reverendi padri e reverende madri, signori, signore, vi porgo il mio deferente saluto, ringrazio gli organizzatori per avermi concesso l’onore e il privilegio d’intervenire su un tema al quale il cardinale Caffarra ha dato tanto e dal quale ho ricevuto tanto. Prima di procedere è necessario fornire alcune precisazioni: che cos’è la bioetica? È una disciplina. Cosa fa? Esprime giudizi di moralità su procedure biomediche. Come procede? Attraverso un confronto interdisciplinare.

Essa non è il regno dell’opinione, dell’ignoranza, della superficialità fatua, vacua ed autoreferenziale Il primo istituto di bioetica in Italia è stato fondato da monsignor Elio Sgreccia. A generazioni di bioeticisti egli ha insegnato un approccio triangolare alle questioni bioetiche: la valutazione degli aspetti scientifici, di quelli antropologici ed infine l’espressione di un giudizio di moralità o immoralità, cioè il giudizio su un atto come bene o male. Nel mio intervento volutamente parlerò soltanto di idee. Nel 1948 Richard Weaver disse: “Le idee hanno conseguenze”. Anni dopo George Weigel precisò che le cattive idee hanno conseguenze disastrose. Dunque concordo con Eric Metaxas, dobbiamo stare molto attenti alle idee che ci vengono impiantate nel cervello. Intendo dimostrare che in ciascuno dei tre ambiti del metodo triangolare vi sono oggi problemi, gravi problemi. A partire dall’approccio scientifico. Tutti voi ricordate il caso di Charlie Gard, affetto da gravissima patologia mitocondriale, deceduto a seguito della rimozione della ventilazione da parte dei medici inglesi. Un membro della PAV ha pubblicamente affermato che nel caso di Charlie Gard l’accanimento terapeutico era “plateale”.

In quella stessa occasione il bioeticista cattolico definì l’accanimento terapeutico così: “interventi medici futili, inutili, privi di prospettive, altamente tecnologici, altamente invasivi, e in molti casi tali da dare forti sofferenze al malato”. Ma la ventilazione non è futile quando assicura l’ossigenazione dei tessuti e questa impedisce la morte della persona.

Se la vita di Charlie Gard era priva di prospettive, allora quali sono le prospettive di un malato di Alzheimer, di un paziente oncologico in fase avanzata, di un soggetto in stato vegetativo o di minima coscienza?

Se la tecnologia avanzata e l’invasività sono indicatori di accanimento, allora sono soggetti ad accanimento i portatori di pace-maker, Defibrillatori, pompe insuliniche e di impianti cocleari, tutti interventi ad altissima tecnologia?

Ed infine, non vi sono forse forti sofferenze nel sostenere trapianti e chemioterapie? Certo, esse sono proporzionate, perché comunque, pur procurando sofferenza, questi interventi alleviano una sofferenza maggiore.

Cito un altro caso. Ancora una volta vede come protagonista un membro di un’importante istituzione della Chiesa Cattolica deputata alla difesa della vita. Nel 2009 questo membro è stato coautore di un articolo in cui sono state utilizzate cellule staminali umane della linea MP002.5 le cui caratteristiche sono descritte in un articolo dello stesso anno dalla dottoressa Camilla Karlsson.

In quell’articolo la dottoressa Karlsson indicava in un lavoro del 2005 la spiegazione della procedura di produzione di quella linea di staminali embrionali umane.

Gli autori vi spiegano anche chiaramente di avere ottenuto le cellule a partire da embrioni prodotti da tecniche di fecondazione in vitro donati per le ricerche.

Eppure nel 2000 in uno specifico documento la stessa Pontificia Accademia aveva stabilito che non è moralmente lecito utilizzare staminali embrionali reperibili in commercio o fornite da altri ricercatori.

Un infortunio? Se è così si tratta di un infortunio recidivante, perché lo stesso ricercatore nominato nell’istituzione posta a protezione della vita nel 2016, compare tra gli autori di uno studio dove vengono utilizzate cellule mesenchimali ottenute da polmoni fetali. Nei metodi dello studio viene indicato che le cellule sono state fornite dall’azienda Novogenix.

Nel dicembre 2016 il Congresso degli Stati Uniti nomina una commissione per fare luce sullo scandalo della vendita dei tessuti da aborti praticata da cliniche affiliate alla Planned Parenthood. L’avvocato della Novogenix ammette che la sua azienda aveva un contratto con la Planned Parenthood di Los Angeles per ricevere tessuti e cellule da aborti volontari del primo e secondo trimestre per un corrispettivo di 45 $ a campione. Gustando un’insalata il capo dei servizi medici della Planned Parenthood d’America, ammetteva con totale tranquillità che le sue cliniche vendevano polmoni, fegati, arti interi dei bambini abortiti. È questo un modo rispettoso della dignità personale dell’embrione umano? Se si ribalta il giudizio di moralità sull’impiego di questi tessuti per la ricerca, ammettendo gli autori nei più alti consessi pro-vita, allora si cambia tutto l’impianto della collaborazione al male e si introduce il criterio etico consequenzialistico ed utilitaristico, oppure quello intenzionalistico. Un’azione sarebbe dunque buona se porta a benefici, o se è animata da buone intenzioni. E qui siamo allora di fronte ad un grande problema sulle fonti della moralità degli atti umani e sulla negazione delle azioni intrinsecamente malvagie. Siamo ad un cambiamento profondo dei criteri per esprimere la moralità delle azioni. Ed io, con tutto lo sforzo che posso fare, non riesco ad individuare nessuna continuità rispetto a ciò che mi è stato insegnato.

Ritorniamo agli aspetti scientifici, dove i problemi sembrano non essere isolati. In un’altra Pontificia Accademia è stato apprezzato John Bongarts, dal 1973 membro esperto dell’organizzazione per il controllo delle nascite di Population Council. Egli è l’autore della formula che porta il suo nome dei determinanti prossimi della fertilità. Essa postula matematicamente una costante del movimento per i diritti riproduttivi: contraccezione e aborto sono tra loro in rapporto inverso, all’aumentare della contraccezione diminuiscono gli aborti.Tuttavia abbiamo una mole di dati empirici che smentiscono questo assunto. In tre distinti studi il 90% delle donne che abortiscono ha usato la contraccezione nel mese in cui sono rimaste incinte, o dopo averla interrotta, cioè erano state esposte alla mentalità contraccettiva. Qualcuno sembra avere suggerito l’adozione del condom. Questo studio ecologico che presentai al Congresso Mondiale di Ginecologia a Roma, indica che negli Stati della federazione americana dove il condom è più utilizzato si registrano più aborti (è la linea in verde nel grafico). E in un altro contributo pubblicato sul British Medical Journal con la professoressa Maria Luisa Di Pietro mostrammo che lo stesso andamento si ha per la relazione tra uso del condom e infezioni da HIV.

In Francia, dove il 97% delle donne sessualmente attive che non cercano una gravidanza usa la contraccezione, Si registrano stabilmente oltre 200.000 aborti.

In questo studio svedese il rimborso totale dei contraccettivi in alcune regioni non si associa a minori tassi di aborto rispetto alle zone dove i contraccettivi sono a pagamento. Nel celebrato programma CHOICE dove nell’area di St. Louis sono stati elargite gratuitamente spirali e altri LARC, il numero di aborti è diminuito in misura minore rispetto all’area di Kansas City che veniva utilizzata come campione di controllo.

Un altro nuovo membro della Pontificia Accademia per la Vita ha scritto: “Se la responsabilità del generare è ciò a cui rimandano questi “metodi” (Continenza periodica n.d.r.), allora si può comprendere come nelle situazioni in cui essi siano impossibili o impraticabili, occorra trovare altre forme di responsabilità”.

Pare che si ignori che non esistono situazioni cliniche che rendano impossibile adottare i metodi naturali. E pare che si ignori che le altre forme di responsabilità ormonale abbiano tra i meccanismi d’azione possibili quello di rendere l’endometrio inospitale all’embrione, cioè un meccanismo abortivo. Di queste considerazioni non ho ricevuto minimamente eco in questi mesi di studio dei documenti che portarono alla redazione di Humanae vitae da parte di Papa Paolo VI e di annunci mediatici che da quei documenti cercano di trarre materiale per ribaltare la posizione sulla contraccezione di venti secoli di storia della morale cattolica. Allora formulo una pressante richiesta: si conceda l’accesso a quelle carte agli studiosi, senza limitarlo ad un gruppo ristretto. Si mostri quella volontà di trasparenza di cui è stato fatto sfoggio mediatico.

E se i metodi naturali fossero semplicemente una contraccezione cattolica, diversa dalla contraccezione solo per il fatto di essere “green” e non invece un comportamento performativo, in grado di modificare in profondità il centro decisionale delle persone che li adottano, perché gli sposi che la usano hanno un tasso di divorzio che è la metà o un terzo di quello registrato nei matrimoni dove si fa uso della contraccezione?

E perché tra di loro gli aborti sono un quinto rispetto alla popolazione generale?

E se la responsabilità procreativa può essere esercitata sottraendo la procreazione al sesso, perché non potrebbe messere fatto sottraendo il sesso alla procreazione? Se si può fare un male per ottenere un bene, perché non accettare il male di oltre un milione di vite umane embrionali per ottenere centomila vite umane neonatali?

E perché non aggiungere al sacrificio gli oltre 57.000 embrioni accumulatisi nei congelatori? Ciò è il risultato di 10 anni di fecondazione in vitro in Italia.

Nel 1972 Elizabeth Anscombe difese Humanae vitae con molti argomenti tra cui uno di stampo analitico. Se si può chimicamente amputare l’apertura alla vita tenendo ferma la sessualità tra uomo e donna, perché non farlo naturalmente variando il sesso degli attori della sessualità? Acquisito questo paradigma, come si fa a non dare ragione al collaboratore della comunicazione vaticana che promuove l’abbandono dell’indicazione degli atti omosessuali come “intrinsecamente disordinati” considerandoli “diversamente ordinati”? E come impedire la responsabilità generativa con altri metodi quando i metodi naturali sono impraticabili?

Desidero terminare con un pensiero che ritengo possa compiacere gli amanti dell’ecumenismo. Esso dice: «Il silenzio di fronte al male è esso stesso un male: Dio non ci riterrà senza colpa. Non parlare è parlare. Non agire è agire» L’autore è Dietrich Bonhoeffer. Credo che sia un diritto dei laici quello di ricevere più rispetto intellettuale, morale e spirituale dalla Chiesa attraverso i suoi uomini e le sue istituzioni. Tanto più quando vi sono persone che sull’insegnamento appreso hanno messo in gioco tutta la loro vita. Una di queste, il cardinale Caffarra, ora ci vede dal cielo, un’altra invece ci vede dalla sala, è una mia amica, ma soprattutto un’amica e discepola del Cardinale Caffarra che ha incarnato la Chiesa in uscita verso le periferie esistenziali ben prima che quaesta diventasse un’espressione di uso comune. È la fondatrice di Casa Betlemme, Flora Gualdani, a cui invito i presenti a tributare un applauso. Grazie.


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PADRE PIO CONTRO SATANA. LA BATTAGLIA FINALE

CHIESA CATTOLICA, DOVE VAI? SABATO A ROMA. SU AUTORITÀ PAPALE E CONFUSIONE.

Marco Tosatti

“Chiesa cattolica, dove vai?” è il titolo del convegno che avrà luogo sabato 7 aprile a Roma, e che vedrà la partecipazione del cardinale Brandmueller, del cardinale Burke, di mons, Athanasius Schneider e di altri oratori. L’ingresso è libero, e non è necessaria nessuna prenotazione. Il sottotitolo del convegno è una frase del cardinale Carlo Caffarra, in uno dei suoi ultimi interventi: “Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione”.

I temi saranno diversi, e certamente di grande delicatezza e importanza. Uno di essi riguarderà i limiti del potere del Pontefice all’interno della Chiesa, in particolare in materia di dottrina; un argomento che peraltro è stato trattato recentemente dall’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Gerhard Müller, in un lungo articolo su First Things e di cui potete leggere brani salienti in italiano qui.

In calce trovate il programma del convegno. Fra l’altro, si può ricordare che il card. Brandmueller è l’autore di un libro molto significativo, “La Chiesa e il diritto ad errare” (Libreria editrice Vaticana, 1992), in cui affronta il caso Galilei ricordando le strumentalizzazioni storiche, riconoscendo gli errori di Galilei, ed anche gli errori degli uomini di Chiesa, che sbagliarono proprio nell’esegesi ritenendo di vedere una contraddizione tra Copernico e la Bibbia. Con l’avallo di Giovanni Paolo II e la stima, poi di Benedetto XVI, Brandmueller partì dal caso Galilei per spiegare che la Chiesa non avanza alcuna pretesa di infallibilità, né per sé, né per i papi, se non in pochi, precisi e determinati casi. E questo ha certamente un legame attuale con quanto alcuni iper-papisti affermano a proposito di un documento come Amoris Laetitia, cioè una semplice esortazione apostolica; per non parlare delle non-interviste a Eugenio Scalfari…

Il convegno avrà luogo nel nome del cardinale Carlo Caffarra; e un evento del genere era certamente un suo desiderio. Quindi il ricordo del porporato troverà ampio spazio nelle relazioni del convegno. Il cardinale era uno dei firmatari dei “Dubia” – che ancora attendono una risposta da parte del Pontefice – centrati sul discusso capitolo VIII di Amoris Laetitia, e sulle ancora più discusse “noticine” che aprono la strada alla comunione per i divorziati risposati, il cui primo legame sia ancora valido.

La giornata di convegno si chiuderà con la lettura di una Dichiarazione di fede al Magistero di sempre della Chiesa cattolica.

Chiesa cattolica, dove vai?

“Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione” (Card. Carlo Caffarra)

Roma 7 aprile 2018

Preghiera in cappella: ore14.30

Apertura lavori ore 15

Introduce e modera Francesca Romana Poleggi

Cardinal Walter cardinal Brandmüller: “On consulting the Faithful in Matters of Doctrine” di Newman (30 minuti)

Cardinal Raymond Leo Burke: I limiti dell’autorità papale nella dottrina della Chiesa (30 minuti)

Mons. Athanasius Schneider: “La Sede Apostolica di Roma come cathedra veritatis” (20 minuti)

Prof Valerio Gigliotti: “I limiti alla plenitudo potestatis del Papa nella storia del diritto e della Chiesa” (15 minuti)

Pausa

Saluto del cardinal Zen (10 min): La Chiesa oggi in Cina

Marcello Pera: un breve intervento

Renzo Puccetti: Da Caffarra a Paglia: la rivoluzione nella bioetica (15 minuti)

Breve videointervista a Carlo Caffarra su Humane vitae

(con videointervista sull’enciclica al cardinale, dal min.20.10 al 24.10)

Lettura Declaratio (10 min)

L’evento si svolgerà The Church Village (sala La Rambla), Via di Torre Rossa 94, 00165 Roma


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DA CAFFARRA A PAGLIA. LA RIVOLUZIONE NELLA BIOETICA. AL CONVEGNO DEL 7 APRILE 2018 A ROMA.

Marco Tosatti

“Da Caffarra a Paglia: la rivoluzione nella boetica” sarà il tema di un intervento al Convegno del 7 aprile prossimo, a Roma. “Chiesa cattolica, dove vai?” è il titolo del convegno, che si svolgerà in una giornata.
Il convegno sta prendendo forma. In particolare il ricordo di Carlo Caffarra, il porporato scomparso l’anno scorso sarà affidato a due laici: uno specialista in bioetica, Renzo Puccetti, bioeticista, e Francesca Romana Poleggi giornalista e scrittrice. Puccetti medico, socio fondatore della Società Medico Scientifica interdisciplinare è autore di vari libri, fra i quali uno sulla Humanae Vitae, molto apprezzato dal cardinale Caffarra. “I veleni della contraccezione” è il titolo dell’opera, pubblicata dalle Edizioni Studio Domenicano di Bologna con cui il cardinale aveva un intenso rapporto.

“Il libro narra la scoperta della pillola, il suo sviluppo e la diffusione, le lobbies del controllo demografico, la risposta dei metodi naturali, la battaglia tra vescovi, teologi, medici, associazioni di laici, il ruolo di Paolo VI, lo scontro sulla contraccezione negli anni che precedettero e seguirono il Concilio Vaticano II, la redazione dell’Humanae vitae, la fedeltà e la ribellione al Papa. Ed ancora la dottrina dei padri della Chiesa, lo strappo degli anglicani, il Magistero dei pontefici, le mosse di Giovanni Paolo II, l’insegnamento di Benedetto XVI, le conseguenze della diffusione della mentalità contraccettiva sulla famiglia e la società”.

E’ quindi un libro storico, che ricostruisce tutto il dibattito nella Chiesa precedente all’enciclica; lo rende particolarmente interessante il fatto che il suo autore sia un medico e bioeticista, che ama i numeri, e che basa i suoi ragionamenti sui dati. Il titolo del suo intervento sarà: “Da Caffarra a Paglia: la rivoluzione nella bioetica”. Inutile sottolineare quanto il tema sia di grande attualità in questo periodo, come ben sa chi segue Stilum Curiae e le vicende legate a casi come quelli di Charlie, Isaiah e Alfie.
Francesca Romana Poleggi è una giornalista e scrittrice particolarmente attiva nelle battaglie per la vitae contro l’aborto e l’utero in affitto. Il suo libro più recente, dell’anno scorso, è “La ‘fine’ della politica del figlio unico in Cina?”.


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ALFIE. SPERIAMO CHE IL VATICANO DICA FORTE E CHIARO: NON LO UCCIDETE. MA SE LO FATE, NON SIA IN MIO NOME.

Marco Tosatti

Il caso Alfie, e la strumentalizzazione da parte del giudice britannico del messaggio rivolto dal Pontefice nel novembre scorso alla Pontificia Accademia per la Vita per giustificare la soppressione del piccolo continuano a creare reazioni. Diversi blog, come “Oltre il giardino”   e il Blog di Costanza Miriano si battono per difendere il diritto dei genitori di continuare a sperare, e a cercare modi di salvare loro figlio contro la richiesta dell’ospedale inglese, approvata dal giudice, di sospendere gli aiuti alla vita. Scrive Costanza Miriano: “Alfie Evans è un bambino gravemente malato a cui 14 mesi fa avevano fatto una prognosi molto infausta: si pensava che sarebbe morto a breve, invece è ancora qui fra noi. Solo che, purtroppo per lui, è inglese, e l’ospedale di Liverpool ha deciso che la sua vita non è degna. I genitori si sono opposti, la cosa è finita davanti a un tribunale, fino all’Alta Corte di giustizia. E mentre Alfie continua a vivere nonostante le previsioni dei medici, il giudice ha ordinato che gli sia staccato il ventilatore. E la cosa intollerabile è che lo ha fatto citando a sostegno delle proprie tesi un passo della lettera di Papa Francesco a monsignor Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita”.

Mentre “Oltre il giardino” si esprime così: <Il giudice ha riconosciuto la fede cattolica dei genitori di Alfie, e a tal proposito ha detto che “è importante che queste credenze siano considerate nell’ampia gamma di fattori rilevanti” in relazione agli “interessi superiori” di Alfie. Per questo il giudice Hayden ha consentito che nella documentazione del procedimento fosse inserito anche il passo riportato dal sig. Mylonas (che rappresenta la posizione dell’ospedale) che fa riferimento alla lettera del Papa a mons. Paglia. Il giudice la riporta perché, a suo parere, “La posizione della Chiesa cattolica romana è talvolta rappresentata in modo imprecisa nei casi relativi a queste difficili questioni etiche”. Ed è a questo punto che il giudice riporta un lungo passaggio della lettera, del quale riporto la parte saliente ai nostri fini: “Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”>.

Per leggere entrambi gli interventi nella loro integralità rimandiamo ai link già citati.

Stilum Curiae, che si è occupato qualche giorno fa del caso di Alfie, simile ahimè ad altri (Charlie Gard, Isaiah) in cui qualcuno di esterno, ospedali o giudici, decidono se si vive o si muore, vuole rilanciare le ansietà e le preoccupazioni espresse da molti. E chiede però che dalla Santa Sede venga una parola per negare che una strumentalizzazione così smaccata delle parole del Pontefice venga fatta passare come buona, per avvalorare una decisione che non viene dalla famiglia dell’interessato. Sappiamo che in queste ore questa stessa richiesta viene avanzata, personalmente, con telefonate e e-mail, al Pontefice. Il gruppo Facebook “Pray4Alfie” ha voluto postare un appello al Pontefice affinché intervenga. Ecco il link:

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1787672351537220&id=1785326571771798

Speriamo che il Vaticano dica, con chiarezza e ad alta voce: non uccidete Alfie, ma se lo fate, non sia in mio nome.


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PADRE PIO CONTRO SATANA. LA BATTAGLIA FINALE

 

 

 

LA FAKENEWS DEL PAPA E LA LEGGE SUL FINE VITA. IL CASO BRANDI IN PARLAMENTO. LA VITTORIA DEL BUS DELLA LIBERTÀ.

Marco Tosatti

Questa mattina devo esprimere tutta la mia solidarietà ai colleghi vaticanisti. Capisco la loro sofferenza. Come ben scrive Giovanni Tridente, “Oggi è il trionfo del titolismo”. Parliamo ovviamente della notizia del messaggio del Pontefice in tema di accanimento terapeutica ed eutanasia. E della cosiddetta “apertura” del Pontefice alla legge sul fine vita. Va da sé che nel messaggio, preparato, come è ben probabile, con l’ausilio della Pontificia Accademia per la Vita, come quasi sempre accade in queste occasioni, di legge non si parla. E il “no” all’accanimento terapeutico, non è esattamente una notizia fresca: risale al 1958, proclamato da quel sinistrorso radicaleggiante di papa Pacelli, e ribadito, senza soluzione di continuità da quei bombaroli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Quindi capisco molto bene la sofferenza dei colleghi, e i contorcimenti di alcuni di essi, certamente più consci di me di questo fatto, simpaticamente violentati dalle autorità del loro giornale con titoli enfatici sulla legge, che in realtà poco corrispondono agli articoli. Che tipo di Fakenews è questa? Perché se non è una fakenews al 100 per 100, almeno al 75 per cento lo è. Poi, come vedrete se avete la pazienza di leggerlo (lo pubblico in integrale in fondo) il messaggio insieme a molte cose buone contiene anche delle ambiguità, che peraltro, e chiedo scusa se sospetto ingiustamente, penserei di attribuire alla consulenza della Pontificia Accademia per la Vita, il cui presidente, come ricorderete, parlava positivamente dello spirito di Marco Pannella   . E senza voler entrare nel tema vi raccomando la lettura di questo articolo della Nuova Bussola Quotidiana, scritto da un esperto. (  ) . Ma ormai ci siamo rassegnati: l’ambiguità è un tratto caratteristico di questo regno, e riflette evidentemente delle caratteristiche personali ben radicate.

Come abbiamo detto, trovate in calce l’intervento integrale del Papa.

il caso del camion vela di caffarra in parlamento

E sempre in tema di vita e valori, e di persone che per essi si battono, senza ambiguità, registriamo con piacere una notizia, che riportiamo:

“LA LIBERTA’ DI MANIFESTAZIONE DEL PENSIERO IN ITALIA. LA VICENDA SULLA CENSURA AL CAMION VELA IN RICORDO DI CAFFARRA E L’INTERROGATORIO DI TONI BRANDI FINISCONO IN PARLAMENTO

ROMA – 16 novembre 2017

Per aver voluto tributare omaggio in modo lecito, legittimo e legale alla memoria del Cardinal Caffarra, insieme a Giovanni Paolo II ideatore e fondatore della Pontificia Accademia della Vita, l’associazione ProVita Onlus ha subito un’ingerenza ingiustificata della Polizia di Stato: la “vela” è stata fermata per due ore e il presidente, Toni Brandi, è stato interrogato per 45 minuti al Commissariato. (di Borgo, n.d.r.)

Questa grave limitazione alla libertà di manifestazione del pensiero dovrà essere giustificata dal Ministro Minniti ai Parlamentari Centinaio, Fedriga, Meloni, Malan, Pagano e Roccella, i quali hanno presentato interrogazioni scritte in proposito, delle quali si può leggere cliccando su questo link.

Della vicenda ci eravamo occupati QUI.

IL BUS DELLA LIBERTà HA VINTO IL PROCESSO. LA BATTAGLIA PER IL CONSENSO INFORMATO AL MIUR

E allo stesso tempo, e sempre in tema di difesa di esseri umani, e di valori, parliamo della vittoria ottenuta da Generazione Famiglia contro l’assurda decisione dello IAP d proibire il messaggio anti-gender del Bus della Libertà. Ecco il comunicato:

Cari amici,

una bellissima notizia…

VITTORIA!

abbiamo vinto il ricorso contro l’ingiunzione dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP), che ci ordinava di interrompere la campagna di affissioni iniziata a Roma a fine settembre in occasione del tour del Bus della Libertà.

Questo ci suscita due sentimenti sicuri.

Primo: una grande soddisfazione. Tener duro, perseverare, crederci, sacrificarsi per arrendersi agli esiti “fatali”… rende e ripaga.

Secondo: un’immensa gratitudine. Nei confronti di chi? Vostri! Oltre a tutti voi che ci seguite e sostenete sempre in mille modi con grande entusiasmo, molti di voi hanno risposto anche all’appello che avevamo fatto per aiutarci a pagare le spese legali per affrontare questo caso.

Grazie a tutti!

L’udienza davanti al Giurì dello IAP si è svolta venerdì scorso, a Milano. In quella sede, il Comitato di Controllo dell’Istituto ha confermato tutte le “accuse”.

In primis, il fatto che il messaggio: “Basta violenza di genere: i bambini sono maschi, le bambine sono femmine” fosse nel complesso ingannevole e soprattutto discriminatorio.

Abbiamo passato le settimane scorse a smontare questi rilievi, con una profonda ricerca anche nella giurisprudenza passata dello IAP, ma anche citando i casi concreti di abusi verificatisi nelle scuole a causa dell’Ideologia Gender.

La nostra linea difensiva è stata questa: il messaggio non esprime in alcun modo un giudizio sulla condizione personale di chi non si riconoscesse nel proprio sesso biologico. Non è mai stato, non è e non sarà mai nostro scopo occuparci in alcun modo di questo.

Il nostro messaggio denuncia casi concreti di violenta costrizione ai danni di bambini e bambine affinché adottino comportamenti e attitudini naturalmente propri del sesso opposto. Costringere i bambini a fare le femmine e le bambine a fare i maschi.

Questo è assolutamente inaccettabile, e abbiamo fatto di tutto per restare liberi di poterlo denunciare.

È stata una linea vincente, e siamo rimasti liberi. Tutti noi!

E ora, torniamo a concentrarci sugli obiettivi della nostra associazione. Prima di tutto: entrare a far parte del Forum Nazionale delle Associazioni di Genitori nelle Scuole (FONAGS) accreditato presso il Ministero dell’Istruzione. Siamo nella fase conclusiva della domanda di accesso.

Una volta nel FONAGS, migliaia di genitori avranno dentro il Ministero dell’Istruzione una rappresentanza nuova capace di fare qualcosa che spesso serve ma che non sempre altre realtà hanno avuto coraggio di fare: sbattere i pugni.

A proposito: è urgente firmare e diffondere questa petizione per chiedere al Ministro Fedeli di inserire nella riforma in corso del Patto Educativo di Corresponsabilità anche il Consenso Informato Preventivo da richiedere ai genitori prima di inserire qualsiasi attività sulla sessualità e sull’affettività in orario scolastico.

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

AI PARTECIPANTI AL MEETING REGIONALE EUROPEO

DELLA “WORLD MEDICAL ASSOCIATION”

SULLE QUESTIONI DEL “FINE-VITA”

[Vaticano, Aula Vecchia del Sinodo, 16-17 novembre 2017]

Al Venerato Fratello

Mons. Vincenzo Paglia

Presidente della Pontificia Accademia per la Vita

Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita.

Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.

Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.

È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.

Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.

Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.

Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.

In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete.

Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione.

Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.

Dal Vaticano, 7 novembre 2017

Francesco



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HUMANAE VITAE, SMENTITA DELLA SMENTITA? UN GRUPPO DI LAVORO ESISTE. *****BIELLA, BONINO IN CHIESA. IMPEDITO IL DIBATTITO.

Marco Tosatti

Ci sono alcune cose che fanno piacere. L’11 maggio scrivevamo che “In Vaticano indiscrezioni di buona fonte fanno filtrare che il Pontefice sarebbe sul punto di nominare – o avrebbe addirittura già formato – una commissione segreta per esaminare ed eventualmente studiare modifiche alla posizione della Chiesa in tema di contraccezione, così come è stata fissata nel 1968 da Paolo VI nell’enciclica Humanae Vitae. Fu quello l’ultimo documento del genere firmato da papa Montini, e era la formalizzazione di quanto il Concilio Vaticano II aveva elaborato su questo tema. Non abbiamo avuto finora conferme ufficiali dell’esistenza e della composizione di questo organismo; ma un richiesta di conferma, o di smentita, avanzata presso le sedi competenti finora non ha avuto risposta. Il che potrebbe costituire in sé un segnale. Nel senso che se la notizia fosse totalmente infondata non ci vorrebbe molto per dirlo”.

Qualche giorno più tardi il sito cattolico statunitense OnePeterFive riprendeva la notizia, confermandone la solidità. E il 14 giugno il prof. Roberto de Mattei, su Corrispondenza Romana forniva alcuni dettagli. De Mattei scriveva: “Sarà mons. Gilfredo Marengo, docente al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, il coordinatore della commissione nominata da papa Francesco per “reinterpretare”, alla luce della Amoris laetitia, l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, in occasione del cinquantenario della sua promulgazione, che cadrà il prossimo anno. Le prime indiscrezioni sull’esistenza di questa commissione, ancora “segreta”, riportate dal vaticanista Marco Tosatti, erano di buona fonte. Possiamo confermare che esiste una commissione, composta da mons. Pierangelo Sequeri, preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, dal prof. Philippe Chenaux, docente di Storia della Chiesa presso la Pontificia Università Lateranense e da mons. Angelo Maffeis preside dell’Istituto Paolo VI di Brescia. Il coordinatore è mons. Gilfredo Marengo, docente di Antropologia teologica del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II e membro del Comitato Direttivo della rivista CVII-Centro Vaticano II Studi e ricerche”.

Il 4 luglio scorso sul quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, rilasciava un’intervista a Luciano Moia. Scrive oggi su La Nuova Bussola Quotidiana Lorenzo Bertocchi: “Il giornalista impegnatissimo sul fronte del rinnovamento della teologia morale instaurato da Amoris laetitia, chiedeva al prelato se certe «manipolazioni mediatiche» a proposito di ‘una commissione segreta per la “revisione” di Humanae vitae’, l’enciclica di papa Paolo VI sulla contraccezione e l’amore umano, corrispondessero a realtà. Non solo, Moia citava anche un ‘presunto elenco di esperti e di teologi – da Pierangelo Sequeri a Gilfredo Marengo – che sarebbero coinvolti in questo progetto’. E poi la domanda fatidica: ‘C’è qualcosa di vero in tutto questo?’. ‘Proprio nulla’, rispondeva Paglia, anzi ‘è un tempo opportuno perché la Chiesa aiuti tutti a reinventare la forza della generatività mentre il mondo rischia sterilità’.

Due giorni fa Radio Vaticana ospitava un’intervista con mons. Gilfredo Marengo. Nella stessa dichiara che si dichiara che c’è “un gruppo di ricerca sull’Enciclica, in vista del 50° anniversario”. Faceva anche i nomi dei membri del gruppo impegnati nel lavoro: monsignor Pierangelo Sequeri, preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, il prof. Philippe Chenaux, docente di Storia della Chiesa presso la Pontificia Università Lateranense e mons. Angelo Maffeis preside dell’Istituto Paolo VI di Brescia. Gli stessi indicati dal prof. de Mattei.

In buona sostanza: confermata la notizia, e anche, se vogliamo, di una certa – chiamiamola così – discrezione dell’esistenza di questo insieme di lavoro. Tanto che né le fonti istituzionali a cui avevamo fatto richiesta a maggio, senza avere risposta, né l’arcivescovo Paglia, che avrebbe modulato in maniera diversa la sua smentita, né il collega Moia, specialista di questi temi per il giornale dei vescovi evidentemente ne erano al corrente. Come dicevamo: sono cose che fanno piacere. E ci confermano nella nostra grande fiducia e rispetto – con sane profonde riserve – verso le smentite ufficiali


LA BONINO IN CHIESA A BIELLA. C’ERA ANCHE SILVIO VIALE. IMPEDITI DOMANDE E INTERVENTI SCOMODI. ALLONTANATO CHI PARLAVA DI ABORTO.

C’era anche Silvio Viale, il noto abortista (“sì, i bambini li frullo”) che ha introdotto in Italia la pillola abortiva RU 486 ieri pomeriggio a Ronco di Cossato nella parrocchia di San Defendente a sentire Emma Bonino dal presbiterio parlava di immigrazione e accoglienza, su invito del parroco, don Mario Marchiori. Ha parlato anche, a favore dell’incontro, il direttore della Caritas diocesana, don Perini. Nel recente passato, negli incontri precedenti, don Perini aveva mostrato un certo favore per le tesi sull’eutanasia. Chi era presente ci dice che gli organizzatori non hanno permesso repliche o dibattito di nessun genere. Il dott. Leandro Aletti, una figura storica dell’antiabortismo italiano, sin dagli anni ’70, ha cominciato a fare una domanda ed è stato subissato di urla di “Vergogna! Vergogna!”. Tutto questo in chiesa; e gli è stato subito tolto il microfono. Un’altra persona, Alberto Cerutti, ha chiesto come mai non sono stati accolti i sei milioni di bambini abortiti grazie alla legge 194, ed è stato subito allontanato dai carabinieri, presenti in chiesa insieme alla polizia e alla Digos.

Ieri il sito “In Terris” ha contattato il vescovo di Biella, mons. Gabriele Mana, che ha dichiarato: ““E’ un’iniziativa autonoma del parroco – ha risposto – ritengo inopportuno il luogo, i contenuti possono essere positivi ma forse era meglio farla in un luogo pubblico di carattere civile. Comunque si lavora non tanto con l’imposizione ma con la persuasione”. C’è da chiedersi perché una risposta così tardiva e inefficace: se davvero l’opinione dell’ordinario era quella, e cioè che il luogo fosse inopportuno, come sembra a molti che pensano che una chiesa non sia semplicemente uno spazio multifunzionale, certamente la diocesi avrebbe potuto trovare un ambito diverso da uno spazio consacrato in cui far parlare la responsabile della soppressione d moltissime vite innocenti.



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CHARLIE GARD. TWITTER BLOCCA L’ACCOUNT @FIGHT4CHARLIE. UN’ONDATA DI PROTESTE SUI SOCIAL.

Marco Tosatti

Twitter sta bloccando il profilo @Fight4Charlie. Ad alcuni utenti, che cercando di entrare sul profilo nato per permettere al bimbo di essere portato negli Stati Uniti per essere sottoposto a una terapia sperimentale, come è desiderio dei genitori, appare la scritta: Attenzione: questo profilo può includere contenuti potenzialmente sensibili. Vedete questo avviso perché twittano immagini o messaggi potenzialmente sensibili. Volete continuare a vederlo?”.

Ovviamente sul sociale dell’uccellino azzurro si stanno scatenando proteste e reazioni. Ma visto il tipo di comportamento politically correct che sia Twitter che Facebook adottano, non è difficile arguire, come è stato sin dall’inizio della campagna, che l’argomento è giudicato non conforme, troppo di destra.

Nel nostro piccolo, ce ne siamo convinti da diversi segnali. Il comunicato pilatesco del vescovi britannici, a cui ha fatto eco la sventurata dichiarazione del Presidente dell’Accademia per la Vita, mons. Vincenzo Paglia. Il silenzio del Pontefice regnante, rotto solo da un tweet generico la sera del 30 giugno, e da un comunicato – tramite il portavoce vaticano, Greg Burke, di poche righe. Nato dopo che i social si erano riempiti di commenti negativi, visto il silenzio all’Angelus di domenica. Da sottolineare en passant che da Santa Marta è arrivato anche ieri, tramite l’Ansa, un messaggio sul tema dei migranti. Dire che ormai siamo di fronte a un fenomeno di esternazione pontificia ossessiva è dir poco. Quando forse, viste le implicazioni finanziarie (enti cattolici compresi), giudiziarie, e di natura para-schiavistica, oltre che la sensibilità delle popolazioni residenti nel teatro dell’invasione, la prudenza sarebbe consigliata.

E inoltre, tornando al tema di Charlie Gard, abbiamo visto che le dichiarazioni di alcuni preti mediatici particolarmente contigui al politically correct, ecclesiale e non, erano in linea con la vulgata #Charliedevemorire.

Poi, dopo la disponibilità di Trump, figuriamoci.

Frai commenti ricevuti, ci sembra interessante questo, che riportiamo:

Per quello che può servire riporto brevemente la disavventura dell’account Twitter del Sito “il bene vincerà” (che curo personalmente):

non appena postai (su Twitter) l’articolo di Francesco Agnoli “Don Milani è pedofilo?”, tempo pochissimi minuti, e l’account immediatamente viene bloccato. Ed è ancora bloccato.

I media ed i social media sono assolutamente controllati.



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CHARLIE GARD E IL PAPA. TROPPO POCO, E, SPERIAMO NON TROPPO TARDI. STORIA DI UN IMBARAZZO.

Marco Tosatti

Troppo poco, e speriamo ardentemente, non troppo tardi. Ci riferiamo alla linea impacciata che il Papa e il Vaticano ha seguito nella vicenda Charlie Gard. Una linea che è stata costituita essenzialmente da tre punti. La dichiarazione del presidente dell’Accademia per la Vita, l’arcivescovo Paglia (che, en passant diciamo può rivelarsi una delle scelte meno felici di questo regno, che di scelte discutibili abbonda); un tweet di @Pontifex, in cui non si parlava di Charlie Gard; e infine della dichiarazione di Greg Burke.

Per la dichiarazione di mons. Paglia vi rimandiamo all’articolo che abbiamo scritto qualche giorno fa.

Questo è il tweet: “Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo”. E’ della sera del 30 giugno.

E infine questa è la dichiarazione di Greg Burke, di ieri: “Il Santo Padre – dichiara il portavoce vaticano, – segue con affetto e commozione la vicenda del piccolo ed esprime la propria vicinanza ai suoi genitori. Per essi “prega, auspicando che non si trascuri il loro desiderio di accompagnare e curare sino alla fine il proprio bimbo”.

In realtà quest’ultima dichiarazione suona come una sconfessione di quanto dichiarato dai vescovi inglesi e da mons. Paglia; in particolare per quanto riguarda il desiderio e il naturale diritto dei genitori di percorrere ogni via possibile che dia speranza di salvezza per il piccolo.

Qualche riflessione.

Sono giorni e giorni che il mondo cattolico è mobilitato contro l’eutanasia di Charlie. Sin dalla prima sera, con un rosario in piazza San Pietro, sotto quella che era la finestra del Papa. Ma il Pontefice è nel suo bunker di Santa Marta, circondato da suoi fedeli e meno fedeli, e non può averlo visto. Però a Santa Marta, come all’Ambasciata inglese, come all’ospedale sono arrivate molte telefonate.

La lentezza della reazione può far pensare a due cose. La prima: l’informazione che giunge al Pontefice è fortemente condizionata da quello che scrivono i mass media mainstream che di Charlie si sono occupati poco o niente, più importanti i concerti. E il Pontefice sappiamo – l’ha detto egli stesso – che cosa legge.

Questo vuoto comunicativo è stato rafforzato dall’atteggiamento dei suoi vari spin doctor e giannizzeri comunicativi. Basta leggere certi accenni di vescovi e preti sul timore che il caso di Charlie sia “strumentalizzato politicamente” per capire che il bambino a cui i genitori vogliono dare un’ultima chance per quanto labile, e la burocrazia tanatologica britannica e internazionale no, sia considerato un caso “di destra”. Non è Trump, l’aborrito Trump, che è pro-life? Vade retro! Questa etichettatura – ma quanto è ideologico, questo regno! – ha contribuito a non far capire che la battaglia non è solo per Charlie, ma per il diritto di non venire terminati per ordini superiori un giorno anche contro il parere magari nostro, magari di chi ci vuole bene, se c’è.

Così quello che in teoria dovrebbe essere un tema, e una battaglia, eminentemente cattolica: due genitori che lottano per la speranza, solo ben tardi è giunta all’attenzione del Pontefice, e anche lì, permettetemi di dirlo, non è che si sia rovinato. Solo dopo che la rete era piena di messaggi di cattolici sbalorditi dal suo silenzio all’Angelus Greg Burke ha emanato il comunicato, che tradisce tutto lo sforzo e l’imbarazzo della situazione. Greg Burke: il Papa degli imprevisti, delle visite a sorpresa, delle telefonate a questo e a quello non si è speso personalmente. Almeno per quello che ci è stato dato di sapere. Non ci sembra che abbiamo assistito a un episodio esaltante. Né per la Chiesa, né per la sua comunicazione.



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QUESTA SÌ CHE È UNA NOVITÀ IN VATICANO. C’È UN ABORTISTA ALLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA.

Marco Tosatti

La Pontificia Accademia per la Vita ha da ieri quarantacinque nuovi membri ordinari. La cosa straordinaria è che uno di questi, il professore Nigel Biggar, è abortista. Secondo quanto riporta il Catholic Herald insegna ad Oxford, dove è Regius Professor of Moral and Pastoral Theology. In dialogo con il filosofo Peter Singer, nel 2011, secondo quanto ha scritto la rivista Standpoint, Biggar ha detto: “Sarei propenso a tracciare una linea per l’aborto a diciotto settimane dopo il concepimento, che è più o meno il primo periodo in cui c’è qualche evidenza di attività cerebrale, e quindi di coscienza. In termini di mantenere un forte impegno sociale a conservare la vita umana in forme limitate, e in termini di non diventare troppo casual per ciò che riguarda la vita umana , abbiamo bisogno di tracciare una linea in maniera molto conservative”.

Per giustificare quella che comunque sembra una palese contraddizione, fra difendere la vita umana, e decidere di eliminarla, Biggar ha detto: “Non è chiaro che un feto umano sia dello stesso tipo di cosa come un adulto o un essere umano maturo, e quindi meriti lo stesso trattamento. Allora diventa un problema di dove tracciare la linea, e non c’è nessuna ragione assolutamente cogente di tracciarla in un posto piuttosto che in un altro”.

Personalmente trovo che per essere qualcuno che insegna ad Oxford questa dichiarazione non sia uno sfoggio eccezionale né di semplice logica, né di scienza. Ma ciascuno è libero di non essere consequenziale in quello che dice e fa.

Non si capisce però che cosa ci faccia nella Pontificia Accademia per la Vita una persona che propone l’aborto alla diciottesima settimana, che corrisponde al quinto mese; potete trovare alcuni dettagli sulla situazione dell’essere umano al quinto mese su questo sito, che non è un sito pro-life, ma uno dei soliti di informazione generale frequentato da chi sta per avere un bambino.

Quella di Biggar è certamente una scelta che pone dei problemi, e soprattutto, ancora una volta, come spesso accade in questo regno, questioni importanti. Chi ha consigliato la sua nomina? Perché il responsabile della Pontificia Accademia, mons. Paglia, l’ha scelto, se era al corrente della sua posizione? Il Pontefice ne è stato informato?


Se volete leggere l’articolo in spagnolo cliccate su Como Vara de Almendro



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