SAN PIETRO. ORGANO A CANNE O ORGANO DIGITALE/CAMPIONATO? UNA RIFLESSIONE DEL MAESTRO AURELIO PORFIRI.

Marco Tosatti

Stilum Curiae ha chiesto al maestro Aurelio Porfiri un contributo sulla discussione attualmente in corso relativa all’organo a canne della basilica di San Pietro, e la sua eventuale sostituzione con un organo digitale. Aurelio Porfiri è Honorary Master and Organist for the Church of Santa Maria dell’Orto a Roma, oltre Honorary Master and Organist al Saint Joseph Seminary Chapel (Macau, China). È anche direttore della rivista “Altare Dei”, e autore di numerose opere su musica sacra e liturgia. La più recente, uscita poche settimane orsono, è “Ci chiedevano parole di canto: La crisi della musica liturgica”. 

LA FILOSOFIA DEL “QUASI COME”

Aurelio Porfiri

Non molti forse sanno che lo scomparso Umberto Eco, non credente ma certamente da apprezzare come uomo di grande cultura e conoscenza, fu un acuto osservatore non solo delle realtà nostrane, ma anche di quelle di oltreoceano, con speciale riferimento a quella americana. Un suo divertente libricino oramai datato ma che credo ripubblicato, dal nome Dalla periferia dell’impero, ci offre alcune interessanti osservazioni sui nostri statunitensi. Ve ne offro qualcuna: “L’olografia non poteva prosperare che in America, un paese ossessionato dal realismo dove, perché una rievocazione sia credibile, deve essere assolutamente iconica, copia rassomigliante, illusionisticamente “vera” della realtà rappresentata” (pag. 14); “voi siete stati sfiorati dal brivido della grandezza artistica, avete avuto la più vibrante emozione spirituale della vostra vita e avete visto l’opera d’arte più opera d’arte che ci sia al mondo [sta parlando dell’Ultima Cena di Leonardo]. Sta lontano, a Milano, che è una cosa come Firenze, tutto Rinascimento, forse non ci andrete mai, ma la voce vi ha avvertito che l’affresco originale è ormai rovinato, quasi invisibile, incapace di darvi l’emozione che avete ricevuto dalla cera a tre dimensioni, che è più reale e ce n’è di più” (pag. 28); “La filosofia del Palace [of Living Arts di Buena Park, Los Angeles] non è “noi vi diamo la riproduzione affinché vi venga voglia dell’originale”, bensì “noi vi diamo la riproduzione affinché voi non sentiate più il bisogno dell’originale” (pag. 29). Questo rapporto peculiare che hanno gli americani con l’artificiale, il facsimile, il riprodotto, il vero e il falso, denuncia sempre un’assenza, l’assenza dell’originale rispetto a ciò che è copia, di ciò che è “essenzialmente” e che loro, vista la loro storia recente, in molti casi non possiedono (parlando in generale, ovviamente).

Mi venivano in mente queste cose quando mi hanno chiesto di riflettere sulla querelle per la presenza di un organo digitale/campionato in sostituzione dell’organo a canne nella Basilica di San Pietro per accompagnare le liturgie papali (come segnalato in questo post dal blog Messa in Latino). Ovviamente, lo dico in partenza, non ho motivo di dubitare della buona fede delle persone coinvolte e che hanno preso decisioni nell’uno o nell’altro senso, proprio per questo, con pacatezza e con l’ausilio della ragione, vorrei appuntare alcune idee al riguardo.

Dicevamo degli americani, i quali quando trovano la persona giusta per qualche cosa, come ricordava sempre Umberto Eco nel libro citato, la chiamano “the real thing”, la cosa reale. Quindi anche loro, perlomeno a livello linguistico, identificano il giusto con il vero. Ciò che è giusto è anche vero. Ora, noi sappiamo che la musica per la liturgia ha, tra le sue esemplarità, quella che riguarda il ruolo dell’organo a canne, una esemplarità (cioè un modello di riferimento) che viene ribadita in tutti i documenti magisteriali fino ad oggi, senza negare posto ad altri strumenti ma “a patto che….”. Per l’organo a canne non servono spiegazioni, esso in Chiesa è in casa sua, gli altri strumenti sono ospiti e vanno disciplinati con alcune “regole di comportamento”. Quindi c’è una verità del suo ruolo nella liturgia, che viene dalla tradizione artistica, legislativa ed estetica.

Ma l’organo campionato cosa è? Esso è un surrogato dell’organo, tanto surrogato che ne “campiona” i suoni, li riproduce, è un imitatore della “real thing”. Personalmente non ho nulla contro l’organo digitale, anzi ne incoraggio l’uso laddove non sia possibile avere un organo a canne. Io suono tutte le domeniche un organo digitale, la chiesetta dove suono non avrebbe le risorse per potersi permettere un organo a canne. Malgrado questo, non c’è un momento in cui io dimentico che l’organo campionato non è la “real thing”, ma è appunto un surrogato. C’è un’assenza. Ma se il surrogato diviene il padrone fino ai livelli più alti, se anche liturgie che noi pensiamo come esemplari ne fanno uso, esso non surroga più nessuno, ma diviene lui “real thing”, ma in questo caso una falsa “real thing”, in quanto questo uso andrebbe contro tutta la tradizione normativa della Chiesa in questo campo.

Come dobbiamo intendere ora l’organo digitale? Dobbiamo dire che esso è “quasi come” fosse un organo? Ma non possiamo dirlo, allo stesso modo per cui non possiamo dire che in senso lato che una riproduzione dell'”Ultima Cena” Leonardesca è “quasi come” fosse l’originale. Essa riproduce, come un imitatore può riprodurre perfettamente una voce, ma l’imitatore non può diventare la persona imitata. Quindi questa filosofia del “quasi come” può essere accettabile? No, perché andando verso il basso (dal superiore all’inferiore) non c’è fine ai “quasi come” e si sa dove si è partiti ma non si sa dove si può arrivare. Se anche l’uso dell’organo a canne rimanesse in auge nelle celebrazioni papali e tutto il mondo usasse gli organi campionati, questo rimarrebbe un argine potente allo sfacelo totale.

La situazione sembra ancora più singolare quando si pensa che la Basilica ha vari organi, tra cui uno che è veramente monumentale (e che conosco bene, avendolo suonato per 16 anni). Quindi come si giustifica il surrogato in presenza del padrone di casa? Ho sentito che si adduceva come giustificazione una cattivo funzionamento dello stesso organo. Io ho diretto in Basilica a settembre e l’organo suonava perfettamente. E poi, i guasti possono essere riparati, se eventualmente ci fossero. Allora l’organo digitale doveva essere una soluzione di momentaneo ripiego, non divenire “la nuova esemplarità”. Ricordiamo che esso, seppure può essere definito in senso lato e impreciso “quasi come” un organo a canne, non è e non potrà mai essere un organo a canne, perché di esso non possiede quello che Rosmini definiva “il sentimento fondamentale” (usando, questa volta sì, il termine “sentimento” in senso lato e platonizzante), l’essenza di quello che lo fa essere qualcosa e non un’altra. Vorrei qui aiutarmi con un grande attore italiano, Gigi Proietti, che ha codificato una interessante distinzione fra il falso e il finto. Se io dico che oggi interpeto Amleto, tutti sanno che io non sono Amleto, tutti cioè aderiscono alla finzione scenica. Se io dico che sono veramente Amleto, qui non c’è finzione scenica, questo è falso.

Alcuni mi hanno detto che l’organo digitale garantirebbe una migliore amplificazione nella Basilica. Potrebbe essere, non ho elementi per dare un giudizio. Ma facciamo un esempio: se ho un luminare che deve fare lezione e la sua voce non è stentorea che farò? Amplifico meglio il luminare, non faccio fare la lezione al sostituto perché ha la voce più forte. Il sostituto non è il titolare. Quindi, in questo caso sembra quasi un mettere da parte l’organo a canne (l’esemplarità) per altro, per il suo surrogato.

Questo dominio della tecnologia nella liturgia potrebbe essere pericoloso: se dobbiamo giudicare le cose in base a come risultano nella loro manipolazione tecnologica, allora perché non estendere questo a tutto, compreso prendere in considerazione di usare delle registrazioni di altissima fedeltà piuttosto che l’esibizione del coro dal vivo o usare uno speaker registrato che legge l’omelia del Papa o un cantore intonatissimo che canta al posto suo. Ma questo ci sembra assurdo. In quanto non si risolve un problema creandone un altro e attentando alle essenze delle cose. Va salvaguardato il ruolo del coro, del celebrante, dell’organo a canne, dei lettori, pur se a volte essi possono essere non così perfetti. Perfezioniamoli, ma non degradiamoli.

Réginald Garrigou-Lagrange, nel suo “La sintesi tomistica” diceva: “Il perfetto proviene di certo come dalla causa materiale, però essa non passa dalla potenza all’atto se non sotto l’influsso di un atto antecedente e superiore, che agisce per un fine superiore proporzionato. Quindi soltanto ciò che è superiore spiega ciò che è inferiore, altrimenti il più deriverebbe dal meno, il più perfetto dal meno perfetto, contrariamente ai principi di ragion d’essere, di causalità efficiente e di finalità. Questa è la confutazione del materialismo o dell’evoluzionismo, nei quali ogni grado superiore al precedente rimane senza spiegazione, cioè senza causa (libro IX)”. Ora, noi abbiamo un organo a canne di grandissimo pregio (e sembra funzionante) e un organo digitale senz’altro molto ben fatto ma che si pone per un dato di fatto come inferiore rispetto al superiore (il quale superiore è esattamente ciò da cui prende la sua ragione di essere, prendendone anche il nome). Come potrà spiegarsi, dopo quanto detto, che esso ne prende il posto?



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