AMORIS LAETITIA. FATE VOBIS ERA UN BUON VESCOVO, SI DICEVA. MA NON SI PARLAVA DI PAPI…

Marco Tosatti

“Fate vobis era un buon vescovo” mi dicevano i miei vecchi. Intendendo dire: che ciascuno faccia come gli pare. Mi è tornata in mente questa frase d’altri tempi leggendo diverse notizie di questi giorni legate all’Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica pubblicata dopo i Sinodi sulla Famiglia, che ha suscitato interpretazioni diverse e contrastanti, da cui sono nati i “Dubia” dei quattro cardinali primi firmatari, a cui se ne sono aggiunti in forme e contesti diversi molti altri. “Dubia” inviati al Papa, come è giusto; a cui però non ha risposto, e ormai sono passati sei mesi.

E le notizie di cui si legge anche in questi giorni fanno riflettere che non sarebbe male che trovasse qualche minuto – non ce ne vogliono molti – per rispondere con un “sì” o con un “no”, facendo uscire dalle ambasce tanti cattolici, e dall’ambiguità delle interpretazioni multicolori quella che dovrebbe essere una linea di condotta unica per la Chiesa, dall’Alaska alle Fiji.

“Né lassismo, né rigorismo”, è la linea indicata dal Papa nell’Esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, dice in un’intervista al SIR mons. Pio Vito Pinto, il Decano della Rota. Che è un bello slogan, ma in pratica non aiuta molto. Anzi, neanche un po’. Anche se mons. Pinto, quello che aveva accennato e poi corretto alla possibilità di sberrettamento dei quattro cardinali da parte del Papa, cerca di appoggiarsi sull’aperturista cardinale di Vienna: “Come ha detto il cardinale Schönborn durante il nostro corso, tutti gli “ismi” sono sbagliati, specialmente in un campo delicato come quello delle situazioni di difficoltà delle famiglie. Per questo bisogna uscire dal piano delle idee astratte e incarnarsi nella tessuto concreto della comunità: a differenza di uno specialista – come un membro dei tribunali, o di un docente di diritto canonico – il parroco è in grado di individuare gli “ismi” che potranno impedire lo sviluppo, o hanno creato il fallimento, nella coppia singola che ha di fronte, e la prova essenziale è nei fatti”

Poi c’è la Radio vaticana, che proprio ieri ricorda che “La Conferenza episcopale di Malta ha elaborato le linee-guida per l’applicazione del capitolo ottavo dell’Esortazione apostolica “Amoris Laetitia” siglata da Papa Francesco nel 2016. Intitolato “Accompagnare, discernere e integrare la fragilità”, il capitolo è dedicato alle coppie che vivono situazioni irregolari, con “un invito – sottolineano i vescovi maltesi – alla misericordia ed al discernimento pastorale, alla luce delle varie realtà sociali” attuali. In particolare, mons. Charles Scicluna e mons. Mario Grech spiegano che le linee-guida, destinate ai sacerdoti, avranno lo scopo di ‘accompagnare’ le coppie in difficoltà verso una maggiore “consapevolezza della loro situazione, alla luce degli insegnamenti di Gesù”. ‘È un messaggio rilevante – scrivono i presuli – per le coppie e le famiglie che si trovano in situazioni complesse, soprattutto quelle separate, divorziate o in nuova unione’. Sono persone che ‘non hanno perso la speranza in Gesù, sottolinea la Chiesa di Malta. Alcune di esse desiderano ardentemente vivere in armonia con Dio e con la Chiesa e ci interpellano per sapere cosa fare per ricevere i Sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia’. Di qui, l’invito di mons. Scicluna e mons. Grech affinché tali coppie chiedano l’aiuto di un assistente spirituale, che le accompagni in questo loro percorso: ‘Abbiamo il dovere – si legge nel documento – di esercitare l’arte dell’accompagnamento’ e di diventare una fonte di fiducia, speranza e inclusione per coloro che chiedono di vedere Gesù, in particolare per quelle persone che sono più vulnerabili”, “in uno spirito di autentica carità’”.

E’ un discorso più sfumato, rispetto al testo originario, di qualche settimana fa, in cui alla fine si affidava alla coscienza dei singoli interessati l’opzione finale: eucarestia sì, eucarestia no.

E poi c’è la notizia che l’arcivescovo di Ottawa, Terrence Prendergast, ha deciso di sostenere il documento emesso nel settembre 2016 dai vescovi dell’Alberta, in Canada, in cui si definiva “erroneo” per i cattolici divorziati e risposati ricevere l’eucarestia. Prendergast lo ha descritto come “una guida su come accompagnare le famiglie con compassione e attenzione pur mantenendo l’insegnamento immodificabile della Chiesa sul sacramento del matrimonio e l’eucarestia”. Le linee guida, emanate per l’Alberta e i territori del Nord Ovest, ricordano che “può accadere che attraverso i media, gli amici, la famiglia, le coppie siano portate a credere che c’è stato un cambiamento nella pratica della Chiesa, così che ora sia possibile per persone divorziate e risposate civilmente ricevere la Comunione, semplicemente se hanno una conversazione con un prete. Questa opinione è erronea”. I vescovi devono accompagnare quelle coppie “in un cammino di guarigione e riconciliazione”, e a consultare un tribunale matrimoniale. E se non possono o vogliono separarsi dovranno vivere in castità come fratello e sorella.

Cattolici sono a Malta, cattolici a Ottawa, cattolici a Vienna e cattolici nell’Alberta e nei territori del Nord Ovest. Come si fa a non vedere che una risposta chiara, valida per tutti, è necessaria e urgente? Sarebbe un gesto di grande, reale, misericordia. “Fate vobis era un buon vescovo”. Ma non si parla di papi…



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AMORIS LAETITIA FA IL PRIMO “MARTIRE”. È UN SACERDOTE COLOMBIANO. NEGA L’EUCARESTIA PER I DIVORZIATI RISPOSATI.

Marco Tosatti

E’ purtroppo confermata una notizia che quando l’ho letta parecchie ore fa mi è sembrata irreale. Un sacerdote colombiano è stato sospeso a divinis da suo vescovo per aver espresso le sue critiche e il suo disaccordo con l’esortazione apostolica Amoris Laetitia, nella parte che si riferisce all’eucarestia per i divorziati risposati. La notizia è stata data da Adelante La Fè, che ha postato anche una testimonianza audio, in spagnolo del sacerdote.

Luis Alberto Uribe Medina, così si chiama il sacerdote, della diocesi di Pereira, è stato convocato dal suo vescovo, Rigoberto Corredor. Uribe Medina, secondo quanto afferma un comunicato della diocesi, ha “espresso pubblicamente e privatamente il suo rifiuto del magistero dottrinale e pastorale del Santo Padre Francesco, soprattutto per quanto riguarda il matrimonio e l’eucarestia”. E’ inutile spiegare che si tratta delle famose noticine del documento che contraddicono il magistero precedente; quello della Chiesa fino al 2016, ciò che hanno insegnato San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, oltre al Catechismo della Chiesa cattolica, che si presume sia ancora valido.

Il comunicato della diocesi afferma che a causa della sua posizione il sacerdote “si è separato pubblicamente dalla comunione con il Papa e con la Chiesa”. Di conseguenza in base al Codice di Diritto Canonico, come eretico e scismatico e apostata è colpito dalla scomunica Latae Sententiae, e rimosso dalla sua posizione ecclesiastica.

Secondo Adelante la Fè, che ha consultato diverse “fonti affidabili”, la colpa di Uribe Medina riguarda il rifiuto di applicare le nuove norme di accesso all’eucarestia per i divorziati risposati il cui primo matrimonio sia ancora valido

Voci analoghe – sanzioni canoniche per i sacerdoti che non volevano applicare le norme permissive dell’Amoris Laetitia – erano corse anche dopo il comunicato in cui i due vescovi di Malta, Scicluna e Grech, avevano emanato norme interpretative che in pratica attribuiscono ai singoli fedeli il potere di decidere o meno se accostarsi all’eucarestia, indipendentemente dalla loro situazione matrimoniale. Sui social era corsa la notizia secondo cui il vescovo di Gozo, Mario Grech, avrebbe minacciato la sospensione a divinis per i sacerdoti refrattari.

Il vescovo ha negato la notizia. Un comunicato sulla pagina Facebook della diocesi afferma che “Ciò che è dichiarato da alcune fonti dei media in riferimento al vescovo Mario Grech, e in particolare che ‘minaccia che i preti saranno sospesi a divinis se rifiutano la Comunione ai divorziati risposati è assolutamente falso”.

E questa è certamente una buona notizia. Ma che non migliora se non di poco la situazione generale. Una situazione di pressioni, minacce, intimidazioni, e – se è vero quello che ha affermato un giornalista informato con Edward Pentin – il cui input potrebbe provenire dalla cerchia stessa del Pontefice, che in oltre trentacinque anni di esperienza professionale in questo campo non ho mai sperimentato. Vediamo sacerdoti e religiosi che ne fanno e ne dicono di tutti i colori, e continuano senza che nessuno si sogni di disturbare la loro libertà di opinione e di espressione. Una reazione di questo genere, oltre a rivelare di quale materia reale sia la misericordia di cui tanto si parla, è probabilmente anche un segno di nervosismo. Mentre non si placa la rispettosa, e perseverante, richiesta di chiarimenti al Pontefice espressa dai “Dubia”, e da molte altre voci, il timore che perplessità e resistenze dilaghino spinge a reagire con la rigidità tanto deprecata da successore di Pietro. Brutti tempi, per la Chiesa.



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I TEDESCHI AMMETTONO: AMORIS LAETITIA HA PROVOCATO UNO SCISMA DI FATTO. IL PAPA DEVE CHIARIRE.

Marco Tosatti

Non modera i termini Guido Horst, commentatore del giornale cattolico tedesco Tagespost in un breve articolo sullo stato della Chiesa dopo l’Amoris Laetitia. “Uno scisma di fatto”, così scrive. Un termine che se non sbagliamo è già stato usato nel recente passato dal vescovo ausiliare di Astana, Athanasius Schneider.

E’ indicativo di una divisione che si allarga ogni giorno, invece di comporsi, il fatto che nello stesso tempo il quotidiano gestito dalla Segreteria della Conferenza Episcopale Italia, Avvenire, dedichi invece un articolo a dire che in realtà tutto va bene, e si chiede “Chissà che cosa servirà ancora per porre fine a un dibattito che a sempre più fedeli appare pretestuoso?”.

Ma leggiamo che cosa dice Horst, nel suo articolo che si intitola proprio così: “Uno scisma di fatto”. Lo potete leggere nell’originale QUI, e QUI la traduzione in inglese di OnePeterFive. Horst legge le dichiarazioni rilasciate dal cardinale Müeller come una conferma che “Non ci sarà nessuna risposta da parte di Francesco alle domande , e in particolare ai dubbi del quattro cardinali”.

Ma la risposta è già venuta da Malta, aggiunge Horst. Quando i due vescovi dell’isola “Istruisce i pastori del suo piccolo Stato insulare che ogni divorziato risposato può decidere da solo con Dio se ricevere la Comunione , quello significa chiaramente che ogni Chiesa locale può fare come vuole. Il solco si approfondisce. Firenze contro Roma, la Polonia contro l’Argentina, Malta contro Milano. Questo è ciò che si chiama uno scisma di fatto”.

Aggiungiamo qui una breve nota: speriamo che non sia vero quanto riportato sul vescovo di Gozo, Mario Grech, di sospendere a divinis i preti che non concedano la comunione ai divorziati risposati. Anche se nel clima che vive la Chiesa di oggi può apparire una minaccia plausibile, con tanti saluti alla libertà di coscienza.

Il problema, afferma Horst, è il Papa muto. “Il Papa è silenzioso riguardo alla lettera dei cardinali e così si rifiuta indirettamente di fare una dichiarazione chiara su come i paragrafi controversi (in realtà si tratta di noticine, N.D.R.) dell’Amoris Laetita devono essere letti alla luce delle dichiarazioni dei papi precedenti”. E del Catechismo della Chiesa cattolica, aggiungiamo. Così “Roma non è più un’autorità che da’ chiarezza, ma un’osservatrice tranquilla che osserva silenziosamente come e in quanto tempo l’unità dell’assistenza pastorale della Chiesa va a pezzi”. E i preti, i singoli preti, su cui si scaricano in ultima analisi tutte le pressioni del caso “Vengono lasciati soli”.

Parole dure, in particolare perché vengono da qualcuno che non può certo essere classificato fra gli avversari o i critici del regno attuale. Come è certamente a favore del Papa il commento di Björn Odendahl sul sito dei vescovi tedeschi, Katholisch.de, in cui lamenta, da progressista, il mutismo del Pontefice: “Sotto un aspetto, scrive, i conservatori hanno ragione: le parole del Papa non sono abbastanza chiare. Dovrebbe alzare la voce e mettere presto fine a questi avvenimenti che danneggiano la Chiesa”.

Secondo noi è improbabile che lo faccia, permettendo che la Chiesa subisca una divisione, su un tema centrale come l’eucarestia e le parole di Gesù sul matrimonio, probabilmente inedita in tempi moderni.

Crediamo che non lo farà perché ci sembra illuminante quello che ha detto l’arcivescovo Bruno Forte nell’aprile del 2016. Durante il Sinodo il Papa gli avrebbe confidato: “Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati e risposati, questi non sai che casino che ci combinano. Allora non ne parliamo in modo diretto, fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io”. Mons. Forte è stato Segretario speciale del Sinodo dei Vescovi, autore della discussa “Relazione intermedia” sconfessata dal Presidente dell’Assemblea, il card. Ërdo, e sostanzialmente non accolta dai gruppi di lavoro del Sinodo. E mons. Forte ha commentato: “Tipico di un gesuita”. Aggiungendo che l’esortazione apostolica “non rappresenta una nuova dottrina, ma l’applicazione misericordiosa di quella di sempre”. Se l’aneddoto raccontato da mons. Forte è vero, e non c’è motivo di dubitarne, si capisce meglio il grado di confusione e di ambiguità, oltre che di diversità di interpretazioni, suscitato dall’esortazione apostolica. Cioè una voluta mancanza di chiarezza che riporta alla mente le polemiche e le accuse laiciste che da secoli hanno per bersaglio la Compagnia di Gesù. Frutto di una strategia impostata sin da prima che i lavori del Sinodo del 2014 avessero inizio.



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L’ORDINE DI MALTA RIBADISCE: NESSUNA COOPERAZIONE CON LA COMMISSIONE VATICANA. SIAMO UNO STATO INDIPENDENTE.

 

Marco Tosatti

L’Ordine di  Malta annuncia che non  ha nessuna intenzione di cooperare con la Commissione istituita dalla Segreteria di Stato vaticana per indagare sull’ordine dopo che il Gran Maestro dell’Ordine di Malta, Fra’ Matthew Festing, aveva sollevato dall’incarico di Gran Cancelliere Albrecht Freiherrvon Boeselager (fratello, peraltro, di Georg Freiherr von Boeselager, nominato lo scorso 15 dicembre tra i tre nuovi membri del Consiglio di Sovrintendenza dello Ior), e con molte aderenze in Vaticano e in Segreteria di Stato.

Un comunicato di oggi afferma che l’Ordine, in risposta alle attività messe in atto da un Gruppo nominato dalla Segreteria di Stato del Vaticano, considera appropriato ribadire che la sostituzione dell’e Gran Cancelliere era un atto di governo interno dell’Ordine. Così, considerando l’irrilevanza legale di questo Gruppo e dei suoi atti relativamente alla struttura legale dell’Ordine di Malta, ha deciso che non coopererà con esso. Questo è per proteggere la sua sovranità da iniziative che sostengono di essere dirette a oggettivamente a mettere in questione o persino a limitare tale Sovranità”.

Il comunicato ricorda come l’Ordine di Malta sia un soggetto di diritto internazionale , e che “la natura religiosa dell’Ordine non pregiudica l’esercizio di prerogative sovrane spettanti all’Ordine in quanto è riconosciuto dagli Stati come soggetto di diritto internazionale”. Fra l’altro, l’Ordine ha una rappresentanza diplomatica presso la Santa Sede, come ogni altro Stato che gode di rapporti diplomatici con il Vaticano, e ne è perciò indipendente.

Nel comunicato si nega anche che il Gran Cancelliere rimosso e sostituito possa rientrare nelle categorie di affiliati che eventualmente potrebbero fare appello a uno status religioso; apparteneva alla Seconda Classe, non a quella dei  Cavalieri di Giustizia. “E’ chiaro che in termini legali un rifiuto di un commando ‘in Obbedienza’ non giustifica in nessun modo il coinvolgimento di superiori religiosi, tanto più se non appartengono al’Ordine”.

I membri della Seconda classe possono fare appello contro le misure disciplinari che considerino troppo dure davanti al Tribunale Magistrale.

“La mancanza di cooperazione con il Gruppo citato dunque ha strette spiegazioni legali, e così non può e non è in nessun modo da considerare una mancanza di rispetto verso Sua Eminenza il Segretario di Stato”.

L’iniziativa della Santa Sede resta di conseguenza difficile da capire e da spiegare; non era difficile immaginare che l’Ordine avrebbe difeso la sua sovranità nei confronti di una mossa diplomaticamente e religiosamente molto discutibile. Fra l’altro mentre la Santa Sede stessa sta dando dimostrazioni continue di  una gestione del suo personale certo non ispirata alla trasparenza e al rispetto degli individui.



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