ALLARME DELL’ABATE FARIA. HA LETTO IN UN ARTICOLO CHE FORSE IL PAPA HA CANCELLATO L’INFERNO, E LO RIVUOLE INDIETRO. SUBITO!

Marco Tosatti

Come al solito devo scusarmi con l’Abate Faria, perché tardo sempre a pubblicare le riflessioni che mi manda. Ma fra una scomunica qua, anzi doppia, un’operazione anti-terrorismo della Polizia contro un camion-vela recante lo stendardo inquietante di San Wojtyla e un appello sui giornali a verificare se il papa è davvero il papa l’attualità preme e fa la prepotente.

L’Abate Faria qualche giorno fa deve aver letto l’articolo di Rosso Porpora in cui fra le altre cose si scriveva: “Se è vero che Jorge Mario Bergoglio ha parlato talvolta dell’inferno (vedi ad esempio il “Convertitevi, ancora c’è tempo per non finire all’inferno!”, rivolto ai mafiosi durante l’incontro con ‘Libera’ del 21 marzo 2014), in diverse altre occasioni – specie recenti – l’ha addirittura implicitamente negato. Come il 23 agosto 2017, quando ha parlato dell’immagine della fine della storia come di “una immensa tenda dove Dio accoglierà tutti gli uomini per abitare definitivamente con loro”, replicando l’11 ottobre 2017 quando ha rilevato che alla fine della storia c’è Gesù misericordioso e “tutto verrà salvato. Tutto”. Qui non si può non osservare che “tutto” comprende evidentemente “tutti”. Perciò niente inferno. Del resto, commentando il Vangelo della domenica come tradizione all’Angelus, Francesco ha preso l’abitudine di censurare i passi più duri, come – il 15 ottobre 2017 – il famoso “là sarà pianto e stridor di denti”.  L’impressione che se ne trae è che Jorge Mario Bergoglio la parola ‘inferno’ non la pronunci volentieri (forse perché – come dice lui – è un po’ furbo o perché effettivamente ci crede poco?). E ciò non fa altro che accrescere la gran confusione dottrinale che regna tra i cattolici (tra i catto-fluidi, no… quelli bevono o fingono di bere tutto e il contrario di tutto!)”.

Si deve essere allarmato, l’Abate Faria. Perché mi ha scritto cos^:

“Mi si dice che all’inferno non va nessuno e che i diavoli, quindi, sono in cerca di nuova occupazione. Ora, perché negare alle persone il diritto di poter andare all’inferno? Cornelio Fabro diceva che uno dei problemi che più lo aveva intrigato, era quello della libertà. Ma se il mio comportamento non viene sanzionato da Dio per quello che è, nel bene e nel male, significa in definitiva che non sono libero, tutto è già deciso.

Ovviamente non ci si augura per nessuno di andare all’inferno, ma la mancanza di libertà è un inferno ancora più grande.

Se qualcuno mi dirà: vai all’inferno!, potrò aggiungere “almeno spero!”.

Abate Faria”.

Insomma, come direbbero a Roma: aridatece l’Inferno…



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AMOR PERDUTO DI ANTONIO SOCCI. PER CAPIRE DANTE CATTOLICO, E RICORDARCI CHE L’INFERNO C’È. E SE C’È, FORSE NON È VUOTO…

Marco Tosatti

Amor Perduto si chiama l’ultimo libro di Antonio Socci: un’avventura coraggiosa, e bellissima, di tradurre l’Inferno di Dante in prosa, una prosa che spesso non dimentica la poesia, ma che la spiega, la rende comprensibile, soprattutto nei suoi passaggi più elaborati, carichi di riferimenti che forse erano ovvii o quasi a molti all’epoca della Commedia, ma che inevitabilmente si offrono carichi di oscurità al lettore di oggi. Giustamente Socci lancia un’idea provocatoria: che è quella di imparare la Divina Commedia a memoria, perché questo è il solo modo di penetrarvi, facendo rotolare versi e canti sulla lingua, quasi essere permeati. Chi scrive afferma che – pur con tutta la difficoltà dell’impresa – Socci ha ragione: nella sua pochezza chi scrive ne ha imparato, per suo gusto e desiderio, quando era ragazzo, diversi brani. E indubbiamente sono una ricchezza e un vera risorsa, li si sente “propri” come non accade nella semplice lettura. Ciò detto, credo che più semplicemente sia molto godibile la lettura dei due testi affiancati: quello originale, e la traduzione compiuta con “Amor Perduto”.

Poi c’è, oltre al testo, l’Introduzione. Che è anch’essa da leggere attentamente, soprattutto se si è cattolici, o si pensa di esserlo. Perché di questo, giustamente si tratta: della discrasia fra un’identità affermata, e la sua realtà esistenziale, e di fede. E qui naturalmente ritroviamo tutto l’Antonio Socci che conosciamo. Quello che altri sussurrano,  Socci lo grida. È il suo modo di essere, bellissimo secondo noi, da vero toscano privo, grazie a Dio, di rispetti umani e ipocrite viltà.

Quello che c’è da dire si dice, al mondo al Papa e all’imperatore e anche – con il dovuto rispetto – al buon Dio. Ché al dio dei toscani può anche capitare di fare una bischerata. E allora è giusto e fraterno farglielo notare, no?

Così, se Romano Guardini accenna alla possibilità di una reale visione avuta da Dante come origine del suo viaggio, Socci lo afferma con maggiore vigore:

“Si potrebbero fare diverse ipotesi, tuttavia è doveroso privilegiare quella dichiarata apertamente dallo stesso Dante: un fatto storico, cioè una visione di Beatrice dopo la morte della ragazza. Lo ha capito Romano Guardini che, nel suo memorabile saggio su Dante, racconta di aver avuto, un giorno, d’improvviso, l’intuizione che gli ha dischiuso l’enigma. Accadde quando realizzò che ‘il concetto di visione è fondamentale per comprendere la Divina Commedia’.Guardini afferma di ritenere che ‘nella storia interiore della genesi della Divina Commedia esperienze di tipo visionario abbiano avuto una parte determinante. Questa opinione’ – riprende Guardini – ‘è un’ipotesi che non può essere fondata su documenti, tranne che sulla già citata conclusione della Vita Nuova. La sua verosimiglianza può essere dimostrata unicamente con il fatto che essa è in grado di chiarire il carattere del poema meglio di ogni altra possibile ipotesi’. A me non pare che una così limpida affermazione di Dante, come quella che conclude la Vita Nuova sia una prova da poco o una ‘informazione’ che si possa facilmente snobbare, anche perché – fra l’altro – egli era un cattolico vero, difficilmente poteva fingere o mentire su cose sacre e conosceva bene la portata spirituale di quello che stava scrivendo”.

“Amor Perduto” è l’Inferno dantesco. Già, l’Inferno…ascoltando molta gente di Chiesa oggi sembra che l’Inferno non ci sia più, chiuso, delocalizzato, dismesso.

Diceva il card. Ratzinger a Vittorio Messori:

“Il fatto è che oggi tutti, anche nel clero, ci crediamo talmente buoni da non poter meritare altro che il paradiso. Siamo impregnati di una cultura che, a forza di alibi e di attenuanti, vuol togliere agli uomini il senso della loro colpa, del loro peccato”. E aggiungeva: Lo osservi: tutte le ideologie della modernità sono unite da un dogma fondamentale. E, cioè, la negazione di quella realtà che la fede lega all’Inferno: il peccato. Eppure è proprio per salvarci dalla drammatica e incombente possibilità della dannazione eterna che il Figlio di Dio è venuto sulla terra a morire con un supplizio orribile. Ma nei tempi moderni si preferisce glissare su un pericolo così angosciante”.

E Paul Claudel, un autore che forse dovrebbe essere riletto quotidianamente da preti, vescovi e papi: “Una cosa mi turba profondamente ed è che i sacerdoti non parlano più dell’Inferno. Lo si passa pudicamente sotto silenzio. Si sottintende che tutti andranno in cielo senza alcuno sforzo, senza alcuna convinzione precisa. Non dubitano nemmeno che l’Inferno sta alla base del cristianesimo, che fu questo pericolo a strappare la Seconda Persona alla Trinità e che la metà del Vangelo ne è piena. Se io fossi predicatore e salissi in cattedra, proverei in primo luogo il bisogno di avvertire il gregge addormentato dello spaventoso pericolo che sta correndo”.

Eppure, fa notare Socci, l’esistenza dell’inferno è una garanzia di libertà, per gli uomini; è la conferma della loro capacità e possibilità di scelta.
Dante ci ha provato. “Ma Dante era un cattolico vero e per questo non poteva cadere nella papolatria”, ricorda Socci, perché cattolicesimo è libertà dal clericalismo: “Proprio il suo cattolicesimo gli consentiva questa assoluta libertà dal clericalismo e dal bigottismo: il vero cattolico sa distinguere la funzione dalla persona e sa che la persona – anche se ricopre il più alto ufficio ecclesiastico – non è affatto impeccabile e deve anch’essa salvarsi l’anima”.



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PEZZO GROSSO COMMENTA IL NUOVO VANGELO DI SCALFARI (E DEL PAPA?). E CHIEDE UNA FORTE SMENTITA VATICANA.

 
Marco Tosatti

Questa volta nella lettera che Pezzo Grosso mi ha scritto ieri, dopo aver letto Eugenio Scalfari illustrare il nuovo umanesimo della Chiesa, basato secondo lui, sui pilastri di Martini, Paglia e Bergoglio, colgo un senso di reale smarrimento. leggete e ditemi se condividete questa sensazione. Ancora una volta, in questi tempi in cui chi dovrebbe dire una parola sembra si occupi solo di immigrazioni si rimpiange che siano informatori occasionali a gettare sprazzi di luce sulla “pensée profonde” del N.1. Leggiamo la lettera, a cui ho aggiunto una piccola postilla.

“Caro Tosatti, nei suoi colloqui con il Papa Bergoglio, trascritti a memoria su Repubblica,   Scalfari, il grande e primo ‘convertito’ dal Pontefice, oggi su Repubblica a pag. 26 fa tre affermazioni che devo assolutamente commentare per Stilum Curiae.

La prima è che il Papa, al fine di incontrare la ‘modernità’ è alla fin fine ‘relativista dichiarato’. In virgolettato Scalfari riporta una frase del Papa: ‘Noi credenti e ovviamente soprattutto noi presbiteri e noi vescovi crediamo nell’Assoluto, ma ciascuno a suo modo, perché ciascuno ha la sua testa e il suo pensiero. Quindi la nostra Verità assoluta, da tutti noi condivisa, è però diversa da persona a persona. …Un tipo di relativismo c’è dunque anche tra noi’. Bene, ce ne eravamo accorti, nulla di nuovo.

Andiamo alla seconda. Scalfari, nella sua ricerca sull’origine del bene e del male, si domanda: ‘A chi si deve l’esistenza del Demonio?’ . Il lettore ha letto bene; Scalfari, per rispetto scrive demonio con la D maiuscola. Poi prosegue spiegando che ‘la religione cattolico-cristiana distingue ovviamente fra bene e male, ma non affronta l’origine del male: è Dio stesso ad averlo creato nel momento in cui riconosceva alle sue creature umane il diritto al libero arbitrio?’. Perbacco ! Ma le lezioni di dottrina di Papa Bergoglio a Scalfari a che son servite?

E arriviamo alla terza affermazione. Scalfari rileva che Papa Francesco (in modo – dice -più rivoluzionario di Giovanni XXIII e Paolo VI) ha abolito i luoghi dove dopo la morte le anime dovranno andare: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Scrive il grande convertito: ‘Papa Francesco, lo ripeto, ha abolito i luoghi di eterna residenza nell’Aldilà delle anime. La tesi da lui sostenuta ‘è che le anime dominate dal male e non pentite cessino di esistere, mentre quelle che si sono riscattate dal male saranno assunte nella beatitudine contemplando Dio’. E qui conclude che:   ‘il Giudizio universale, che è nella tradizione della Chiesa, diventa privo di senso’ . E’ certo che la conclusione di Scalfari non è semplicemente che noi c……i andiamo al nostro Paradiso (se ci crediamo) mentre gli illuminati finiscono e basta, perché l’inferno, quale punizione eterna, non c`è proprio. No; di fatto spiega e implica che non c’è il peccato originale, non c’è Incarnazione, Resurrezione, e non c’è Redenzione. Insomma siamo di fronte a un’operazione colossale: si sta riscrivendo il ‘vangelo secondo Scalfari’ che fa parlare il Papa (senza registratore, però. Vedi padre Sosa, SJ). Conclusione, leggendo la prima volta questo pezzo sottotitolato: ‘Così la Chiesa di Francesco progetta un nuovo umanesimo’, mi son chiesto con quanta forza e determinazione arriverà ora la smentita da parte del portavoce sala stampa vaticana. Perché se stavolta non arriva, i quattro cardinali hanno sbagliato a formulare i DUBIA, dovevano formulare invece un forte NUNC SCITOTE (certezze). Poi rileggendo mi son anche chiesto se non sarà mica questa la dottrina con cui si pensa di convertire, dialogando?   Curioso questo modello di evangelizzazione, in cui si dà   ragione a chi ha torto e torto a chi ha ragione. Non capisco più nulla, Tosatti. Help!”.

Mia postilla. È tratta da un testo che appare un po’ obsoleto, il Catechismo della Chiesa Cattolica.

1034 Gesù parla ripetutamente della « geenna », del « fuoco inestinguibile », 629 che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo. 630 Gesù annunzia con parole severe: « Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno […] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente » (Mt 13,41-42), ed egli pronunzierà la condanna: « Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno! » (Mt 25,41).

È vero, non c’erano registratori neanche allora – come nei colloqui Scalfari Papa- ma se permettete preferisco credere a Gesù che ai suoi succedanei. Mi ricordo il grido di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi: “Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!”. E nel Giudizio Dio che cosa dirà? “Tranquilli, abbiamo scherzato?”. Mi parrebbe strano…



OFF TOPIC SU FATIMA E IL 13 OTTOBRE.

Si è già parlato dell’iniziativa dell’AIASM (Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani) per venerdì 13 ottobre, giorno in cui si ricordano i cento anni dall’ultima apparizione della Madonna a Fatima.

Questo è il link per chi è interessato.

Qui pubblichiamo il volantino di un’altra iniziativa:



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