AMORIS LAETITIA. IL MANTRA DEI “DUE TERZI” NON REGGE. E NON DISSIPA LA CONFUSIONE. ANCHE PERCHÈ LA STORIA È DIVERSA…

Marco Tosatti

Dopo Pell, Cordes e diversi vescovi – molti quelli che senza fare dichiarazioni alla stampa indicano nella propria diocesi di seguire quello che afferma il catechismo della Chiesa – anche il cardinale Renato Raffaele Martino prende posizione sulla comunione ai divorziati risposati, l’Amoris Laetita e i “Dubia” avanzati da quattro cardinali al Papa e alla Congregazione della Fede. Lo fa con un’intervista a La Fede Quotidiana, di cui riportiamo qui alcune frasi:

Dubia del quattro cardinali, che cosa ne pensa?

“Che non ci vedo nulla di male. E’ lecito in tema di dottrina rivolgere al Papa un parere ed è anche giusto rispondere”.

Comunione ai divorziati risposati civilmente si può dare?

”No, la dottrina non è cambiata e non cambia. Il matrimonio sacramento è indissolubile. Certamente quel caso per caso di cui parla Amoris Laetitia può prestarsi ad interpretazioni dubbiose, anche se comprendo l’ ottica pastorale seguita”.


Ma in questi giorni da più parti – a cominciare dal Decano della Rota, mons. Pio Vito Pinto, si cerca di sostenere che in realtà l’esortazione Apostolica “Amoris Laetitia” è il frutto di due Sinodi, e che c’è stata un’approvazione di due terzi ai lavori e alle decisioni del Sinodo.

E di conseguenza non ci dovrebbero essere dubbi o perplessità; e se anche qualcuno li presenta, si sbaglia, va contro i vescovi, la Chiesa e lo Spirito santo, è un dissenziente e così via.

Tutto questo fa parte della campagna per screditare quelli che hanno chiesto chiarimenti al Pontefice; non solo i quattro famosi cardinali (e quelli che hanno espresso, in pubblico o in privato simili posizioni); ma anche i firmatari di appelli, documenti e “Suppliche” filiali perché vedevano in alcune interpretazioni dell’Amoris Laetitia la violazione di un diretto comando evangelico, espresso da Gesù in persona. E cioè: chi vive un rapporto coniugale sneza che il primo sia stato dichiarato nullo commette adulterio. E di conseguenza, per la Chiesa, non può ricevere l’Eucarestia.

Abbiamo parlato nel recente passato di un impasse del Papa. Se risponde direttamente, con un “Sì” o con un “No” ai Dubia o sconfessa la dottrina della Chiesa o sconfessa l’Amoris Laetitia, nelle sue noticine.

Già, perché di noticine si tratta. E queste non le ha mai votate nessuno. Abbiamo chiesto a diverse persone che hanno partecipato al Sinodo, e nessuna di esse ricorda che ci sia mai stato un voto sul testo che apre la possibilità di ricevere la comunione per chi vive un secondo legame, mentre il primo è ancora valido:

[336] Nemmeno per quanto riguarda la disciplina sacramentale, dal momento che il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave. Qui si applica quanto ho affermato in un altro documento: cfr Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 44.47: AAS 105 (2013), 1038-1040.

[351] In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (ibid., 47: 1039).

Non solo. Nel primo Sinodo – quello del 2014 – la bozza di Relazione finale conteneva due paragrafi – il 52 e il 53 – in cui parlando del problema, si affermava che alcuni Padri sinodali pensavano che in certi casi si potesse dare la comunione ai divorziati risposati. Né l’uno né l’altro paragrafo ricevettero i due terzi di voti necessari per essere inseriti nella Relazione Finale. Quindi avrebbero dovuto essere esclusi. Un segnale chiaro. Ma il Pontefice con un atto di imperio ha deciso che fossero inseriti nella Relazione, per poter arrivare al Sinodo del 2015.

Dove la questione della comunione ai divorziati risposati è trattata soprattutto nei paragrafi 84, 85 e 86. Questa sì approvata con i due terzi necessari.

Ma in nessuno dei tre paragrafi, dove è ricordata la Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II, si ipotizza che le persone che vivono una seconda unione possano ricevere l’eucarestia.

In conclusione: ci sembra che fare appello alla maggioranza di due terzi su questo punto, viste le forzature commesse nel primo Sinodo, e nella stesura dell’Amoris Laetitia rispetto alla volontà espressa dai Padri Sinodali non sia difendibile. Così come suonano vuote, e un po’ pretestuose le accuse di “dissenso” che non tengono conto della realtà di una Chiesa in cui l’ambiguità di un documento permette ai vescovi – a pochi chilometri di distanza – di scegliere strade diametralmente opposte. Senza che Pietro risponda.



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FIRMI UN APPELLO AL PAPA? GUAI A TE. DISSENSO E PERSECUZIONE NELL’ANNO DELLA MISERICORDIA

Marco Tosatti

 

Qualche tempo fa un gruppo di 45 personalità cattoliche mondiali – teologi, studiosi, filosofi e pastori – aveva consegnato un documento al cardinale Angelo Sodano, e ai 218 cardinali e patriarchi, con forti critiche ad alcuni punti dell’esortazione post sinodale Amoris Laetitia sulla famiglia. I firmatari riscontravano nel documento “una serie di affermazioni che possono essere comprese in senso contrario alla fede e alla morale cattoliche”; e suggerivano ai cardinali che nelle loro veste di consiglieri e collaboratori del Papa, gli suggerissero di respingere “gli errori elencati nel documento, in maniera definitiva e finale e di affermare con autorità che Amoris Laetitia non esige che alcuna di esse sia creduta o considerata come possibilmente vera”.

L’elenco dei firmatari doveva restare segreto; era una lettera privata, non un manifesto aperto. L’elenco invece è stato pubblicato.

E adesso verso i firmatari – o almeno verso una parte di essi – è scattata la punizione. Così denuncia Lifesitenews. Il portavoce del gruppo, Joseph Shaw, ha confermato che uno dei firmatari, una personalità nota internazionalmente, ha perso il suo posto come direttore degli affari accademici in un’università pontificia. Un secondo è stato minacciato dal suo vescovo: il suo anno sabbatico sarebbe stato cancellato. Fortunatamente per lui ha trovato un altro vescovo che gli ha permesso di iniziare il processo di incardinazione nella sua diocesi.

 

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A un terzo è stato proibito di parlare pubblicamente sull’Amoris Laetitia. A un quarto è stato chiesto di ritirare la sua firma, e un cardinale in persona si è adoperato a fare pressione su un quinto firmatario affinché si dissociasse dall’iniziativa. Molto probabilmente ci sono altri ancora che patiscono le conseguenze del loro gesto, e di cui non si ha notizia.

Joseph Shaw ha così commentato: “E’ angosciante sentire che persone, in particolare sacerdoti, soffrono perché hanno firmato una lettera. Era, dopo tutto, una lettera privata a prelati che esprimeva, senza rancore o accuse, una richiesta di chiarificazione su questioni e difficoltà teologiche oggettive su cui è riconosciuto il diritto a un ampio spettro di opinioni. E’ particolarmente deludente vedere cattolici in posizione di autorità che si considerano fautori del Santo Padre non semplicemente ignorare i suoi ripetuti appelli alla parresia – discussione sincera e senza paura – ma cercare attivamente di sopprimerla”.



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