FINE VITA E DAT: LA VOCE CHIARA DEL VESCOVO DI TRIESTE. TROPPI CATTOLICI HANNO TACIUTO. “I PONTI NON FONDATI SULLA VERITÀ NON REGGONO”.

Marco Tosatti

È consolante in certi momenti, in certe situazioni, sentire una voce forte e chiara, che non ha paura di dire la verità. A fronte del silenzio imbarazzato, che ben potrebbe essere accusato di complicità, dei balbettamenti, delle prese di posizione fatte perché ci si aspetta che si prenda posizione, e niente di più; quando un vescovo descrive con impietosa lucidità la realtà morale del Paese, beh fa piacere. Ci riferiamo al comunicato che ha reso pubblico l’arcivescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, che rilanciamo qui sotto.

Approvata la legge che apre all’eutanasia

Dichiarazione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi

 

Giovedì scorso14 dicembre il Parlamento italiano ha approvato la legge cosiddetta sulle DAT che apre all’eutanasia, persino in forme più accentuate che in altri Paesi. Durante la fase della discussione in Parlamento e nel Paese anche io, come vescovo e come presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân, ero intervenuto, insieme ad altri, come per esempio il Centro Studi Rosario Livatino, per mettere in evidenza la gravità del contenuto di questo testo di legge. Purtroppo ha prevalso un’ideologia libertaria e, in definitiva, nichilista, espressa in coscienza da tanti parlamentari. Così l’Italia va incontro ad un futuro buio fondato su una libertà estenuata e priva di speranza. Questa legge si aggiunge ad altre approvate in questa triste legislatura che hanno allontanato la nostra legislazione sulla vita e sulla famiglia dalla norma oggettiva della legge morale naturale che è inscritta nei nostri cuori, ma che spesso i piccoli o grandi interessi di parte e le deformazioni dell’intelligenza nascondono agli uomini. Coloro che con grande impegno stanno smantellando per via legislativa i principi della legge morale naturale, che per il credente è il linguaggio del Creatore, non sono però in grado di dirci con cosa intendano sostituirne gli effetti di coesione sociale in vista di fini comuni. La libertà intesa come autodeterminazione, che questa legge afferma ed assolutizza, non è in grado di tenere insieme niente e nessuno, nemmeno l’individuo con se stesso.

Preoccupa molto che in questa legislatura leggi così negative siano state approvate in un contesto di notevole indifferenza. Esprimo il mio compiacimento e sostegno per tutti coloro che si sono mobilitati, con la parola, gli scritti ed anche con le manifestazioni esterne, per condurre questa lotta per il bene dell’uomo. Devo però anche constatare che molti altri avrebbero dovuto e potuto farlo. Questa mia osservazione vale anche per il mondo cattolico. Ampie sue componenti si sono sottratte all’impegno a difesa di valori così fondamentali per la dignità della persona, timorose, forse, di creare in questo modo muri piuttosto che ponti. Ma i ponti non fondati sulla verità non reggono.

In momenti come questo può prevalere un sentimento di scoraggiamento. E’ comprensibile. Tutto si paga in questa vita e le pessime leggi approvate produrranno sofferenza e ingiustizia sulla carne delle persone. Si ha l’impressione di doversi ormai impegnare per ricostruire dalle basi un alfabeto che è stato disarticolato. Nel contempo, occorre anche ricordare che la storia rimane sempre aperta a nuovi percorsi e soluzioni e che nella storia ci si offrono sempre nuove possibilità di recupero e di riscatto. Recupero e riscatto che non ripagheranno, umanamente parlando, le ingiustizie provocate e subite, ma che permetteranno di non consentirne di nuove. Non dimentichiamo che c’è la storia, ma anche il Signore della storia. In Lui confidiamo per essere pronti alle nuove occasioni che Egli ci metterà davanti.

+ Giampaolo Crepaldi



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DUE BATTAGLIE DI CITIZENGO. DISNEY-GAY, GIÙ LE MANI DAI BAMBINI. RENZI, DITE NO ALL’EUTANASIA MASCHERATA.

Marco Tosatti

Oggi ci occupiamo di due battaglie, una più importante dell’altra, di quella organizzazione meritoria che si chiama Citizengo, e che per questo è – ovviamente – la bestia nera di tutta la banda mondialista, sorosiana e via global-sinistrando.

La prima battaglia potrebbe intitolarsi: giù le mani dai bambini. E come scrive Caroline Craddock, una delle responsabili di Citizengo, “Continua la discesa della Disney nell’indecenza”. Infatti il colosso americano ha messo in circolo su Dsney Channel, di recente, due storie “anti-famiglia” che hanno provocato reazioni choccate in tutto il globo. Andi Mack, uno degli show televisivi della Disney, ha messo in programma la prima storyline gay su Disney Channell. In un recente episodio un personaggio, che ha 13 anni, “scopre” di essere gay, e fa coming out con i suoi amici. Che lo accettano, confermano le sue attrazioni omosessuali e lo applaudono perché esprime “il suo vero essere”.

Di conseguenza il Kenya ha cancellato dalle sue trasmissioni Andi Mack. Ezekial Mutua, il capo esecutivo del Comitato di classificazione dei film del Kenya, ha dichiarato d opporsi “a ogni tentativo di introdurre una programmazione gay”.

Un altro show sul canale Dsney XD ha presentato sia un bacio omosessuale che una principessa maschio. Il Christian Post ha raccontato che un episodio di Star contro le Forze del Male “ha presentato il personaggio Marco Diaz mascherato da una principessa chiamata Turdina, in quello che i siti LGBT friendly hanno definito una coraggiosa dichiarazione”. Precedentemente nell’anno lo stesso show “ha presentato una scena con coppie dello stesso sesso che si baciavano”.

Secondo Citizengo temi di questo genere non sono appropriati a un pubblico giovane senza controllo. “Queste conversazioni dovrebbero avvenire quando i genitori pensano che sia appropriato farle, e in armonia con i valori delle famiglie”.

Citizengo propone di firmare qui per dire alla Disney di smetterla. Con una lettera indirizzata direttamente alla Disney.

La seconda battaglia è qualche cosa che ci riguarda tutti, ed è la legge sulle cosiddette DAT. Citizengo ritiene che il disegno di legge sul cosiddetto “testamento biologico” sia in realtà il primo passo della legalizzazione dell’Eutanasia in Italia.

“Significa che entro breve il sistema sanitario italiano spingerà malati e anziani a ‘scegliere’ di essere lasciati morire o addirittura di essere soppressi per non dover “pesare” sui conti economici dello Stato. Il disegno di legge obbliga i medici e il personale sanitario a rispettare qualsiasi ordine, comprese le richieste di chiaro stampo suicidario come quelle per la sospensione dell’idratazione e della respirazione assistita. In altre parole, i medici saranno costretti a lasciar morire di sete e per soffocamento pazienti che potrebbero ancora essere assistiti senza alcun accanimento terapeutico”.

Citizengo propone di firmare una petizione “per chiedere al Segretario del Pd Matteo Renzi, il principale sponsor di questa legge, (ma non doveva lasciare la politica un anno fa? N.D.R.) di non commettere un errore politico e culturale che sarebbe fatale per migliaia di malati e anziani”.

Citizengo ricorda che “Il Segretario del Partito Democratico, infatti, ha imposto come priorità assoluta per la fine ormai imminente di questa legislatura l’approvazione immediata del cosiddetto “testamento biologico”. Grazie all’appoggio del Movimento 5 Stelle, la legge rischia seriamente di essere approvata. Su questo argomento, giornali e televisioni ci stanno raccontando una marea di falsità”.

È chiaro che la questione non è affatto così semplice come la stanno raccontando. In realtà, “sotto”, c’è ben altro…

“In poche parole: il testamento biologico obbliga i medici ad assecondare richieste potenzialmente suicidarie, rilasciate da persone anche quando erano in perfetto stato di salute. Infatti, la legge considera come “terapie” anche l’assistenza nell’idratazione e nella respirazione, quando il paziente non è autosufficiente. Acqua e aria sono… medicine…? Sospendere questi sostegni vitali di base (che non sono terapie) significa far morire di sete e per soffocamento il malato”.

Sì alla libertà di scelta, no all’eutanasia.

 



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OLANDA. DATI CHOC IN TEMA DI EUTANASIA. CONSIGLIO DI LETTURA AI PARLAMENTARI “CATTOLICI” IN TEMA DI DAT.

Marco Tosatti

Ogni cinque anni l’Olanda conduce uno studio sulla morte nel Paese, e per verificare se la legge sull’eutanasia crea problemi. Il rapporto del 2015 è impressionante. E credo che dovrebbe essere esaminato attentamente dai politici – in particolare i soi-disant cattolici – che si stanno occupando della legge sulle disposizioni anticipate (DAT). Forse non farebbero male a leggerlo anche i vescovi, e gli organi di informazione cattolica finanziati dalla Conferenza Episcopale. Se l’Olanda, che probabilmente è un Paese più serio e strutturato della nostra povera Italia, accadono queste cose, Dio solo sa verso quale precipizio scivoleremmo noi con questo giocattolo di vita-morte fra le mani. Tanto per capirci: vi ricordate le assicurazioni di Alfano e compagnia cantante cattolica sui paletti per le unioni civili, le adozioni, il riconoscimento dei bambini comprati praticamente su Amazon? Ecco…

Potete leggere l’articolo in inglese a questo link.

Ma ecco i dati. Nel 2015 ci sono state in Olanda 7254 morti assistite (6672 eutanasie, 150 suicidi assistiti, e 431 fine vita senza richiesta. La ricerca non specifica i dettagli relativi a questi 431 casi. Ma secondo Alex Shadenberg, un attivista olandese che si batte contro l’estensione dell’eutanasia, si tratta di “un chiaro abuso della legge sull’eutanasia”. In ottobre scorso il governo ha annunciato l’intenzione di estendere l’eutanasia a persone non in fase terminale, o malate, ma che dichiaravano di aver vissuto “una vita completa”. Nel 2017 un Comitato Regionale decise che l’eutanasia forzata su una donna afflitta da demenza, sedata e con i familiari che la tenevano per ricevere l’iniezione letale non aveva seguito le regole, ma che “era stata fatta in buona fede”.

Da notare che un gruppo di medici olandesi si oppone all’eutanasia per demenza, e che l’Associazione medica Olandese si oppone all’idea di permettere l’eutanasia per “una vita completamente vissuta”.

Secondo Alex Schadenberg invece i dati provano che “dopo la legalizzazione, l’eutanasia segreta continua a essere praticata, che le regole, come l’obbligo di denunciare tutte le morti assistite saranno ignorate e l’eutanasia continuerà a crescere e estendersi a un numero sempre maggiore di situazioni. Un piano inclinato scivoloso esiste e l’esperienza olandese lo prova”.

PRO VITA: LA LEGGE SULLE DAT APRE LA STRADA A UN ERRORE IRREVERSIBILE. LA TESTIMONIANZA DI KRISTINA HODGETTS.

Marco Tosatti

Pro Vita ha organizzato una conferenza stampa nella Sala della Stampa Estera a Roma per offrire una serie di elementi di riflessione e discussione sulla legge che vorrebbe regolare il cosiddetto “fine vita”, che molti in realtà considerano una legge sull’eutanasia appena mascherata.

Nel corso dell’evento è stata presentata la testimonianza di Kristina Hodgetts, una canadese, infermiera, che nelle sue parole dava l’eutanasia “in buona fede” finché, non si è trovata “dall’altra parte del letto”. Anche se già prima, guardando passare madri e figlie davanti a sé aveva già capito che “togliere la vita è una cosa sbagliata”.

“Ecco il rischio di ripetere, con la legge sul Testamento Biologico, l’errore anche in Italia, trasformando la morte in routine amministrativa – afferma Pro Vita -. Per troncare una vita basta una frase: Morfina 2mg, sospendere cibo e acqua”.

La parabola di Kristina Hodgetts è semplice: prima infermiera nell’esercito canadese, poi capo infermiera in un dipartimento d’emergenza. Infine, Direttrice degli infermieri in una casa di cura.

È qui che il suo lavoro cambia. “Dal dare tutto per salvare i pazienti e ogni singola vita, si passò all’accelerare i processi di morte, nel modo più efficace, nel modo più sicuro”.

Un salto fatto “in buona fede” e “per ridurre il dolore”. Ma, progressivamente e surrettiziamente, il dare la morte divenne una routine. Divenne abbruttente come solo l’indifferenza può essere. “I pazienti non erano più persone; parlavamo davanti a loro come se non esistessero, i paramedici controllavano le direttive anticipate prima di rianimare o no il paziente, per proteggersi dalle potenziali responsabilità. Era diventata normale amministrazione. Avevamo perso il vero senso del nostro lavoro”.

Il primo dubbio emerge con una donna, fragile e vecchia. Avviene il ricovero, la perdita di coscienza, la ricetta del medico “morfina; sospendere cibo e acqua” e le frasi delle colleghe: “speriamo muoia prima di svegliarsi di nuovo”. Non era crudeltà. “Eravamo tutti convinti che fosse la cosa migliore”. Solo che la signora non vuole morire. Succhiava acqua dalla spugna appoggiata alle labbra. Quella donna impiegò nove giorni a trapassare, a morire di sete e fame. A Kristina rimasero impresse le parole di una giovane collega del turno di notte: “Che cosa stiamo facendo?”.

Poi ricapitò: ancora una volta una donna anziana, questa volta per un piccolo ictus. Una figlia disperata, un figlio, unico fiduciario, che avalla la fine. La figlia rimase al fianco della madre finché i polmoni non “affogarono” nella morfina.

È qui che Kristina si ribella. Qui cominciano a salire dalle profondità le parole trattenute per troppo tempo: “Non è giusto togliere la vita a un essere umano. Non è giusto decidere quando deve morire. Ci sono altri modi di affrontare il dolore che non siano sopprimere e togliersi il pensiero”.

Ma per Kristina non era ancora il momento di pronunciarle a voce alta. Sebbene iniziò a contrastare la nonchalance con al quale vedeva le persone “accompagnate” a morire, un’altra prova l’attendeva: “Ritrovarsi dall’altra parte del letto, in coma”. Non fosse stato per il marito “mi avrebbero uccisa”. Solo dopo il risveglio, è iniziata per lei una nuova vita: una missione di racconto nella Coalizione per la prevenzione dell’Eutanasia (di cui oggi è vice presidente). Raggiunge, nonostante la paresi parziale, chiunque voglia ascoltarla e racconta la sua storia e, soprattutto, la sua paura che succeda anche in altri Paesi quello che ha visto accadere in Canada.

Anche alla luce di queste testimonianze, afferma Toni Brandi, presidente di Pro Vita “È necessario fare chiarezza sul tema. Il DDL sulle DAT è sbagliato perché presuppone erroneamente che persone possano prevedere le future reazioni”. “Negli ultimi tempi, con l’approdo al Senato del testo di legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento, si sta facendo molta confusione su questo tema nel dibattito pubblico. Per questo motivo, abbiamo ritenuto opportuno organizzare un appuntamento per fare più chiarezza e portare la testimonianza di Kristina Hodgetts per riflettere su ciò che potrebbe accadere anche in Italia con il diffondersi di una vera e propria cultura della morte”.

Brandi ha sottolineato perché il DDL sulle DAT sia sbagliato nel suo presupposto fondamentale: “Il paradosso di questa legge si palesa di fronte a un concetto tanto semplice, quanto chiaro e insindacabile: nessuno ha la sfera di cristallo per sapere in anticipo come reagirebbe di fronte a una malattia grave o a una disabilità. Molto spesso, quando ci si trova in queste situazioni estreme, le prospettive cambiano e si manifesta un forte, naturale desiderio di vivere. Di fronte a queste considerazioni, come si può pensare di affidare a un pezzo di carta il proprio futuro anche a lungo termine?”.

“Firmando le DAT – ha concluso Brandi – si rischia di commettere un errore irreversibile, scontandone le conseguenze soltanto nel momento in cui sarà impossibile fare un passo indietro”.



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PROVITA MANIFESTA AL PANTHEON CONTRO LE DAT. NO ALLA MORTE PER DISIDRATAZIONE. LA TESTIMONIANZA DI UNA SOPRAVVISSUTA.

Marco Tosatti

Oggi prestiamo lo spazio di questo blog a Provita Onlus, impegnata nella battaglia contro l’applicazione della disidratazione e del blocco della nutrizione per le persone in stato di prevista disabilità permanente.

Particolarmente interessante questo video, e la testimonianza allegata.

Oggi, martedì 14 marzo l’Associazione ProVita Onlus ha organizzato una manifestazione simbolica di protesta di fronte al Pantheon a Roma, contro il testo sulle “Disposizioni anticipate di trattamento” (DAT) in discussione alla Camera. Gli attivisti di ProVita, travestiti da medici e da pazienti, hanno messo simbolicamente in scena le conseguenze negative della proposta di legge, soprattutto l’obbligo per il medico di sospendere idratazione e nutrizione – facendo morire quindi il paziente di fame e di sete – qualora tale richiesta si trovasse nelle DAT.

La disidratazione induce una grave sofferenza con dolori fisici determinati dalle mucose che dopo alcuni giorni letteralmente si “spaccano”. “Un paziente in coma, stato vegetativo o di coscienza minima, che avesse chiesto con le DAT la sospensione dell’idratazione, quasi sicuramente cambierebbe le disposizioni anticipate e richiederebbe l’acqua per bere. Ma non potrà più comunicare di aver cambiato idea, di non voler morire. Si priva il paziente della libertà di vivere”, ha dichiarato Toni Brandi, presidente di ProVita.

Nessuno sa in anticipo come reagirebbe di fronte ad una grave malattia. Moltissime persone cambiano completamente prospettiva quando arriva una grave disabilità, o persino un coma o uno stato vegetativo, nei quali quasi sempre si manifesta un forte desiderio di vivere.

Sara Virgilio, presente con ProVita e uscita da un coma dopo un terribile incidente ha dichiarato:

“Per quanto riguarda la mia esperienza di coma … percepivo tutto ciò che mi accadeva intorno, sentivo anche quello che i medici dicevano … l’unico problema era che non potevo comunicarlo. E il mio timore era che avrebbero potuto staccarmi le macchine, perché io ero alimentata meccanicamente, avevo il sondino naso-gastrico, ed ero idratata. Ma per me, la mia condizione non era un problema; l’unico problema era riuscire a dire agli altri: non ammazzatemi perché io sono viva”.

Un’altra delle tante testimonianze che non appaiono sui grandi media è quella del milanese Max Tresoldi. Max è stato per dieci anni in stato vegetativo. Egli aveva espresso precedentemente la volontà di non voler vivere se si fosse trovato in uno stato di grave menomazione psicofisica. Tuttavia quando si ritrova realmente in quella situazione, la prospettiva cambia radicalmente. Max, immobile in ospedale, incapace di parlare, sentiva gli altri parlare della sua morte ma senza poter intervenire, senza poter avvisare di voler vivere. È stata la madre a strapparlo alla inevitabile decisione dei medici e a farlo invece curare ed assistere per ben dieci anni di stato vegetativo. Oggi Max dice di essere sempre stato felice di vivere e ritiene assurda la sua precedente dichiarazione di voler morire (DAT).

I medici devono curare tenendo in considerazione le volontà del paziente, ma non divenire meri esecutori, vincolati dalle disposizioni anticipate altrui. I medici non possono procurare la morte né con atti né con omissioni, e devono salvaguardare la libertà di vivere.

Perciò una petizione promossa da ProVita contro le DAT ha raccolto quasi 70 mila adesioni in quattro settimane: deve essere respinta la proposta sulle DAT che introduce la figura del medico senza coscienza, tenuto a far morire per disidratazione, con terribili sofferenze, un paziente che si sia privato, tempo prima e senza una conoscenza concreta della malattia, della libertà di vivere.



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DAT: TESTIMONIANZE CONTRO. PRO VITA DICE NO ALLA MORTE PER FAME E PER SETE. UN APPELLO E UNA PETIZIONE.

Marco Tosatti

A breve il Parlamento incomincerà la discussione sulle DAT (Dichiarazioni anticipate di trattamento) cioè quei documenti che riguardano nunc pro tunc, che cosa fare di se stessi se si dovesse cadere in uno stato vegetativo prolungato, un coma, una malattia gravissima. Per dare la voce ai testimoni di chi quelle situazioni le ha vissute, in prima persona, ieri, giovedì 16 febbraio, Pro Vita ONLUS ha organizzato una conferenza stampa sulle DAT.

(“Dichiarazioni anticipate di trattamento”), in vista dell’imminente discussione del ddl in Aula, in cui hanno preso la parola chi ha vissuto quelle situazioni (lo stato vegetativo, il coma, la malattia grave) che sono spesso invocate nel dibattito sull’eutanasia e sulle DAT.

 

L’evento è stato molto seguito, vista la portata del provvedimento che si vuole introdurre. Il presidente di Pro Vita, Toni Brandi, ha condotto e moderato la conferenza. Brandi si è detto “disgustato” dal fatto che nel ddl sulle DAT si preveda la possibilità di disporre la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione, vincolando il medico – in quest’ipotesi – a uccidere per omissione. Cioè facendo morire il paziente di fame e di sete. In seguito ha preso parola il deputato Eugenia Roccella, la quale ha ricordato lo stato delle discussioni alla Camera sul ddl sulle DAT denunciando il fatto che si vuole evitare il dibattito, saltando l’esame degli emendamenti e per mezzo di sessioni notturne.

Sylvie Menard, ricercatrice oncologica ed ex allieva del prof. Veronesi, era favorevole all’eutanasia e aveva persino redatto un testamento biologico. Ma quando ha scoperto di avere un cancro inguaribile al midollo osseo, la sua prospettiva sulla vita e la morte è mutata radicalmente: ha volut, e vuole, vivere la sua vita fino in fondo. E’ diventata una ferma oppositrice dell’eutanasia e del testamento biologico: nessuno può sapere come si reagirà non di fronte a un’ipotesi, ma alla realtà della malattia.

Roberto Panella, anche lui entrato in coma dopo un incidente, ha raccontato la sua lotta per la sopravvivenza e ribadito la dignità di ogni vita, anche quella che si trova in coma. La madre ha rivelato alcuni episodi spiacevoli riferiti al personale medico, che discutevano se lasciare morire Roberto in sua presenza. Ma Roberto recuperava progressivamente la coscienza: non dobbiamo sottovalutare la capacità di comprensione di chi apparentemente è “totalmente incosciente”.

Pietro Crisafulli, fratello di Salvatore Crisafulli, la cui vita e il cui risveglio dallo stato vegetativo sono raccontati anche in un film, ha testimoniato di come abbia compreso l’assurdità dell’eutanasia proprio aiutando suo fratello: nonostante le gravissime condizioni psicofisiche, la sua vita era assolutamente “degna”. Nessuno è meno degno per le condizioni di disabilità.

In seguito, Sara Virgilio ha raccontato la sua storia: dopo un terribile incidente causato da un pirata della strada, lo stato di coma si è sommato a molte altre problematiche fisiche. Questo stato ha indotto i medici ha ritenere che al 99,9% Sara non ce l’avrebbe fatta, oppure, anche se fosse uscita dal coma, non ci sarebbero state possibilità di recuperare una vita “normale”. Molte persone, davanti ad una prospettiva del genere, disporrebbero nelle proprie “DAT” di essere lasciati morire per disidratazione. Eppure la speranza dovrebbe essere sempre l’ultima a morire: Sara non solo è uscita dal coma, ma è riuscita a realizzarsi pienamente nella vita, sia nella sua carriera universitaria che professionale.

Infine è stato illustrato il caso, drammatico, di Max Tresoldi. Sua madre ha raccontato di come, dopo un gravissimo incidente, Max sia entrato in coma e poi in stato vegetativo. I genitori di Max l’hanno circondato di cure e hanno sempre cercato di comunicare con lui, anche se molti medici e infermieri continuavano a ripetere che “era inutile”. Max però si è risvegliato dallo stato vegetativo dopo dieci anni, e gradualmente ha cominciato a comunicare con piccoli gesti. Il padre ha letto una lettera in cui, prima dell’incidente, Max aveva dichiarato di non voler vivere nell’ipotesi che si fosse trovato in uno stato di grave compromissione psicofisica: ma da quando a Max è toccato vivere effettivamente questa esperienza, ha dimostrato sempre una forte voglia di vivere e una grande felicità.

Secondo gli organizzatori della comferenza stampa, queste testimonianze smentiscono i presupposti che stanno alla base delle DAT e dell’eutanasia (anche omissiva): che ci siano vite “indegne di essere vissute”; che uno possa da “sano”, sapere in anticipo il suo atteggiamento di fronte ad una grave malattia; che in coma e nello stato vegetativo “non ci sia niente da fare” e che il paziente sia come un “corpo morto”.

ProVita ONLUS ha lanciato un appello contro le DAT e l’eutanasia tramite la petizione presente a questo Collegamento.

 



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