LA FAKENEWS DEL PAPA E LA LEGGE SUL FINE VITA. IL CASO BRANDI IN PARLAMENTO. LA VITTORIA DEL BUS DELLA LIBERTÀ.

Marco Tosatti

Questa mattina devo esprimere tutta la mia solidarietà ai colleghi vaticanisti. Capisco la loro sofferenza. Come ben scrive Giovanni Tridente, “Oggi è il trionfo del titolismo”. Parliamo ovviamente della notizia del messaggio del Pontefice in tema di accanimento terapeutica ed eutanasia. E della cosiddetta “apertura” del Pontefice alla legge sul fine vita. Va da sé che nel messaggio, preparato, come è ben probabile, con l’ausilio della Pontificia Accademia per la Vita, come quasi sempre accade in queste occasioni, di legge non si parla. E il “no” all’accanimento terapeutico, non è esattamente una notizia fresca: risale al 1958, proclamato da quel sinistrorso radicaleggiante di papa Pacelli, e ribadito, senza soluzione di continuità da quei bombaroli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Quindi capisco molto bene la sofferenza dei colleghi, e i contorcimenti di alcuni di essi, certamente più consci di me di questo fatto, simpaticamente violentati dalle autorità del loro giornale con titoli enfatici sulla legge, che in realtà poco corrispondono agli articoli. Che tipo di Fakenews è questa? Perché se non è una fakenews al 100 per 100, almeno al 75 per cento lo è. Poi, come vedrete se avete la pazienza di leggerlo (lo pubblico in integrale in fondo) il messaggio insieme a molte cose buone contiene anche delle ambiguità, che peraltro, e chiedo scusa se sospetto ingiustamente, penserei di attribuire alla consulenza della Pontificia Accademia per la Vita, il cui presidente, come ricorderete, parlava positivamente dello spirito di Marco Pannella   . E senza voler entrare nel tema vi raccomando la lettura di questo articolo della Nuova Bussola Quotidiana, scritto da un esperto. (  ) . Ma ormai ci siamo rassegnati: l’ambiguità è un tratto caratteristico di questo regno, e riflette evidentemente delle caratteristiche personali ben radicate.

Come abbiamo detto, trovate in calce l’intervento integrale del Papa.

il caso del camion vela di caffarra in parlamento

E sempre in tema di vita e valori, e di persone che per essi si battono, senza ambiguità, registriamo con piacere una notizia, che riportiamo:

“LA LIBERTA’ DI MANIFESTAZIONE DEL PENSIERO IN ITALIA. LA VICENDA SULLA CENSURA AL CAMION VELA IN RICORDO DI CAFFARRA E L’INTERROGATORIO DI TONI BRANDI FINISCONO IN PARLAMENTO

ROMA – 16 novembre 2017

Per aver voluto tributare omaggio in modo lecito, legittimo e legale alla memoria del Cardinal Caffarra, insieme a Giovanni Paolo II ideatore e fondatore della Pontificia Accademia della Vita, l’associazione ProVita Onlus ha subito un’ingerenza ingiustificata della Polizia di Stato: la “vela” è stata fermata per due ore e il presidente, Toni Brandi, è stato interrogato per 45 minuti al Commissariato. (di Borgo, n.d.r.)

Questa grave limitazione alla libertà di manifestazione del pensiero dovrà essere giustificata dal Ministro Minniti ai Parlamentari Centinaio, Fedriga, Meloni, Malan, Pagano e Roccella, i quali hanno presentato interrogazioni scritte in proposito, delle quali si può leggere cliccando su questo link.

Della vicenda ci eravamo occupati QUI.

IL BUS DELLA LIBERTà HA VINTO IL PROCESSO. LA BATTAGLIA PER IL CONSENSO INFORMATO AL MIUR

E allo stesso tempo, e sempre in tema di difesa di esseri umani, e di valori, parliamo della vittoria ottenuta da Generazione Famiglia contro l’assurda decisione dello IAP d proibire il messaggio anti-gender del Bus della Libertà. Ecco il comunicato:

Cari amici,

una bellissima notizia…

VITTORIA!

abbiamo vinto il ricorso contro l’ingiunzione dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP), che ci ordinava di interrompere la campagna di affissioni iniziata a Roma a fine settembre in occasione del tour del Bus della Libertà.

Questo ci suscita due sentimenti sicuri.

Primo: una grande soddisfazione. Tener duro, perseverare, crederci, sacrificarsi per arrendersi agli esiti “fatali”… rende e ripaga.

Secondo: un’immensa gratitudine. Nei confronti di chi? Vostri! Oltre a tutti voi che ci seguite e sostenete sempre in mille modi con grande entusiasmo, molti di voi hanno risposto anche all’appello che avevamo fatto per aiutarci a pagare le spese legali per affrontare questo caso.

Grazie a tutti!

L’udienza davanti al Giurì dello IAP si è svolta venerdì scorso, a Milano. In quella sede, il Comitato di Controllo dell’Istituto ha confermato tutte le “accuse”.

In primis, il fatto che il messaggio: “Basta violenza di genere: i bambini sono maschi, le bambine sono femmine” fosse nel complesso ingannevole e soprattutto discriminatorio.

Abbiamo passato le settimane scorse a smontare questi rilievi, con una profonda ricerca anche nella giurisprudenza passata dello IAP, ma anche citando i casi concreti di abusi verificatisi nelle scuole a causa dell’Ideologia Gender.

La nostra linea difensiva è stata questa: il messaggio non esprime in alcun modo un giudizio sulla condizione personale di chi non si riconoscesse nel proprio sesso biologico. Non è mai stato, non è e non sarà mai nostro scopo occuparci in alcun modo di questo.

Il nostro messaggio denuncia casi concreti di violenta costrizione ai danni di bambini e bambine affinché adottino comportamenti e attitudini naturalmente propri del sesso opposto. Costringere i bambini a fare le femmine e le bambine a fare i maschi.

Questo è assolutamente inaccettabile, e abbiamo fatto di tutto per restare liberi di poterlo denunciare.

È stata una linea vincente, e siamo rimasti liberi. Tutti noi!

E ora, torniamo a concentrarci sugli obiettivi della nostra associazione. Prima di tutto: entrare a far parte del Forum Nazionale delle Associazioni di Genitori nelle Scuole (FONAGS) accreditato presso il Ministero dell’Istruzione. Siamo nella fase conclusiva della domanda di accesso.

Una volta nel FONAGS, migliaia di genitori avranno dentro il Ministero dell’Istruzione una rappresentanza nuova capace di fare qualcosa che spesso serve ma che non sempre altre realtà hanno avuto coraggio di fare: sbattere i pugni.

A proposito: è urgente firmare e diffondere questa petizione per chiedere al Ministro Fedeli di inserire nella riforma in corso del Patto Educativo di Corresponsabilità anche il Consenso Informato Preventivo da richiedere ai genitori prima di inserire qualsiasi attività sulla sessualità e sull’affettività in orario scolastico.

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

AI PARTECIPANTI AL MEETING REGIONALE EUROPEO

DELLA “WORLD MEDICAL ASSOCIATION”

SULLE QUESTIONI DEL “FINE-VITA”

[Vaticano, Aula Vecchia del Sinodo, 16-17 novembre 2017]

Al Venerato Fratello

Mons. Vincenzo Paglia

Presidente della Pontificia Accademia per la Vita

Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita.

Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.

Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.

È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.

Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.

Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.

Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.

In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete.

Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione.

Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.

Dal Vaticano, 7 novembre 2017

Francesco



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LA POLIZIA INTERROGA TONI BRANDI PER IL CAMION-VELA IN RICORDO DI S. WOJTYLA E CAFFARRA. DOPO IL BLOCCO DI DUE ORE IERI A SAN PIETRO

Marco Tosatti

Dopo lo straordinario blocco di due ore del camion-vela da parte delle Forze dell’Ordine nei pressi di San Pietro, un camion recante scritte eversive attribuibili a un santo polacco e con l’effigie di un chierico – dicono anche cardinale – di origine emiliana, oggi uno dei responsabili di questo gesto vulnerante la pubblica sicurezza è stato sentito dalla Polizia di Stato.

Il colloquio presso il commissariato Borgo a Piazza Cavour, condotto in maniera educata e cordiale, è durato circa 45 minuti. Erano presenti il dirigente e altri quattro, cinque poliziotti. Inizialmente a Toni Brandi è stato chiesto se aveva l’autorizzazione per il Camion Vela. Ha subito chiamato il responsabile dell’azienda che ha organizzato il Camion Vela, con cui gli agenti hanno parlato e che ha concordato di inviare la copia dell’autorizzazione alla Polizia.

Successivamente, si sono concentrati sulle motivazioni: chi ha organizzato la cosa? Ma chi c’è dietro l’iniziativa!? Perché è stata fatta? Sono al corrente le autorità Vaticane? Brandi ha risposto informando sulle associazioni organizzatrici, dicendo che dietro vi sono solo le organizzazioni Vita è, Pro Vita e Fede e Cultura, che le autorità Vaticane non credo siano state informate ma non vedevo perché avrebbero dovuto essere informate. “Mi hanno chiesto se ho contatti con autorità vaticane e ho confermato che conosco mons. Paglia e i Cardinali Antonelli e Ruini. Poi ho ricordato ai presenti che Giovanni Paolo II ha fondato la Pontificia Accademia per la Vita che ha affidato alla magistrale presidenza di S.E. il cardinal Caffarra e perciò poiché noi crediamo alla difesa della Vita abbiamo voluto abbinare queste due grandi personalità e ricordare l’anniversario della morte del Cardinal Caffarra”.

Ma era una campagna di sensibilizzazione? Una protesta? O solo una commemorazione? Brandi ha ripetuto che non si trattava di una protesta ma di una commemorazione di un grande cardinale morto due mesi fa; quindi si voleva ricordare ai romani queste due grandi personalità, il cardinale e San Giovanni Paolo II. Insistevano su quale fosse il vero scopo. Brandi ha dovuto ripetere almeno due volte quanto sopra.

Ma il Cardinale era di Bologna! Si ma Roma è la sede della Cristianità! Ha risposto l’interrogato. Sì, ha chiesto ancora il dirigente: ma ora la Chiesa non parla tanto di Vita….Ho risposto che se non ora, la Chiesa si è sempre espressa numerose volte in difesa della Vita in passato.

“Poi ha fatto varie domande su me, cosa faccio, che lavoro faccio, ha preso copia di tutti i miei documenti cechi e anche presa una mia carta da visita di lavoro a Praga. Tutti i miei contatti ecc,… Alla fine il dirigente ‘sembrava’ soddisfatto delle nostre motivazioni”. Anche se poi il dirigente mi ha avvertito che poiché crede che le foto andranno sul nostro sito, sarà necessario di fare attenzione alle didascalie e a cosa scriveremo.

Abbiamo parlato con Toni Brandi. Ieri ha subito un grave lutto in famiglia, e ci siamo scusati di disturbarlo in un momento come questo. Ha insistito sul fatto che i funzionari sono stati molto gentili, e che la sua impressione (e anche la nostra) è che siano stati costretti a fare questo lavoro. C’è venuta in mente una poesia del Giusti, Sant’Ambrogio, quella che comincia: “Vostra eccellenza che mi sta in cagnesco per quei pochi scherzucci di dozzina”…

A Roma, in Italia, nel 2017! Ma a chi può dar fastidio un manifesto su San Giovanni Paolo II e un cardinale? Ma scherziamo? Ma in che Paese da burletta viviamo?


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MORTE DI CAFFARRA, DEFENESTRAZIONE DI SEIFERT. DUE AMICI DI “PEZZO GROSSO” – UN EBREO E UN MASSONE – COMMENTANO.

Marco Tosatti

Pezzo Grosso mi ha scritto brevemente. Nella sua lettera fa riferimento al caso del prof. Josef Seifert. Ne ho scritto più estesamente su La Nuova Bussola Quotidiana; qui ricordo solo che Josef Seifert è un grande accademico austriaco, che l’arcivescovo di Granada, Spagna, sospese dall’insegnamento in seminario dopo che Seifert pubblicò nel 2016 una lettera-studio in cui esprimeva molte preoccupazioni ed obiezioni ad Amoris Laetitia. L’arcivescovo di Granada, Javier Martínez Fernández,  il 31 agosto scorso  ha deciso, in maniera molto improvvisa, di obbligare il prof. Seifert a ritirarsi dall’Accademia Internazionale di Filosofia di Granada. Una risposta diretta a una seconda lettera di perplessità e dubbi su Amoris Laetitia. Il presule afferma che i saggi di Seifert confondono i fedeli e annuncia pubblicamente di aver adottato per la sua diocesi le direttrici pastorali dei vescovi della regione di Buenos Aires, Argentina.

Ma ecco che cosa ci scrive Pezzo Grosso:

“ Caro Tosatti,  sono ancora scosso  per la perdita che l’intero mondo cattolico ha avuto  con la morte del Card.Caffarra, per cui  oggi sarò brevissimo, preferendo dedicare tempo a pregare per il bene della Chiesa.  Vorrei solo fare un commento riferito al licenziamento del prof. Josef Seifert  da parte dell’Arcivescovo di Granada Martinez Fernandez , avendo Seifert  scritto un articolo  di considerazioni critiche su Amoris Laetitia. Bene, ieri, commemorando con amici, anche non cattolici,  l’amato Caffarra , ben due di essi  (un imprenditore ebreo  francese ed un intellettuale massone, sedicente ‘cristiano’ non praticante) mi hanno illuminato con la seguente riflessione : ‘Ma questo comportamento di rigida intransigenza, punitivo ed intimidatorio di Papa Francesco, fatto attuare da suoi  “dipendenti “, non renderà mai credibili le sue dichiarazioni di apertura, di pluralismo, di ecumenismo. Non ci crederà più nessuno, anzi dopo la non risposta ai Dubia e la estromissione di Seifert, siamo convinti  che non ci creda già  più gran parte del mondo  che conta… pensiamo proprio che  questo suo atteggiamento provocherà qualcosa di  inatteso …”.   Senza nessun commento.

Pezzo Grosso”.

E neanche chi scrive commenta. I fatti parlano da soli, e, come si dice a Roma, le chiacchiere stanno a zero.


L’articolo è stato tradotto in spagnolo e lo trovate su COMO VARA DE ALMENDRO


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PINTO, I QUATTRO CARDINALI DEI DUBIA E LO SBERRETTAMENTO. UNA CORREZIONE. MA FORSE RAFFORZA, PIÙ CHE CORREGGERE. CHE NE DITE?

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Marco Tosatti

Il Decano della Rota, mons. Pio Vito Pinto, corregge quello che è stato pubblicato qualche giorno fa da Religion Confidencial, e di cui abbiamo dato conto; e cioè la dichiarazione, che ha fatto molto scalpore, sulla possibilità che il Pontefice potesse togliere la berretta ai quattro cardinali autori dei “Dubia” sull’Amoris Laetitia.

Religion confidencial lo ha annunciato con un comunicato: “Religion Confidencial pubblicò martedì una notizia che metteva in bocca a mons. Pio Vito Pinto, decano della Rota Romana, l’affermazione che i quattro cardinali che hanno scritto al Papa ‘potrebbero perdere il cardinalato’. La frase, presa da un’intervista realizzata da RC in cui mons. Vito rispondeva in italiano, non è corretta. Rivista la registrazione, si è comprovato che quello che afferma è che papa Francesco non è un papa di altri tempi, in cui si presero questi tipi di mezzi, e che non avrebbe ritirato loro la dignità cardinalizia. La notizia è stata corretta, però pubblichiamo questa rettifica nel caso che non fosse sufficiente”.

La nuova versione recita: “Che Chiesa difendono questi cardinali? Il Papa è fedele alla dottrina di Cristo. Quello che hanno fatto è uno scandalo molto grave”. Ha aggiunto che, a dispetto di ciò, papa Francesco non è un papa del passato che potrebbe toglier loro la berretta cardinalizia, come ha fatto Pio XI con il famoso teologo gesuita Louis Billot. “Francesco non lo farà”, ha precisato.

Nella versione precedente, la sua dichiarazione suonava così: “Quale Chiesa difendono questi cardinali – si è chiesto Pinto? – Il Papa è fedele alla dottrina di Cristo. Quello che hanno fatto è uno scandalo molto grave che potrebbe addirittura portare il Santo Padre a ritirar loro il cappello cardinalizio come già è accaduto in qualche altro momento della Chiesa. Il che non vuol dire che il Papa tolga loro la posizione di cardinale, ma potrebbe farlo”.

Questi i dati del problema. Così, a occhio, ci sembra che la precisazione, certamente importante, non tolga molto al senso generale. Il monsignore, a fronte dell’atto di pubblicare la lettera – rimasta senza risposta, dopo due mesi – ha ribadito le accuse di scandalo nei confronti dei quattro cardinali. Un fatto di tale gravità, nelle sue parole, da far ipotizzare, anche se rivolta al passato, una reazione clamorosa da parte del Pontefice. Che non sia un papa del passato, che non lo faccia, va, se interpretiamo bene la mens del prelato, a suo merito; ma i quattro potrebbero anche meritarsela, la degradazione…Anche perché l’esempio scelto non risale mica al Medioevo: Pio XI è storia recente, se non attuale.


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UN VESCOVO IN AMERICA: DIVORZIATI-RISPOSATI, PER L’EUCARESTIA DECIDETE VOI. LA BATTAGLIA SULL’AMORIS LAETITIA NON SI PLACA.

 

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Marco Tosatti

Bergoglio come Mao Tse Dong? “Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”.

E in effetti la confusione sotto il cielo cattolico, a Roma e altrove, e le divisioni prodotte e gestite dal vertice della Chiesa, quello che dovrebbe garantire l’unità e confermare la fede stanno esplodendo a macchia d’olio.

Quella che è stata fatta passare per una norma pastorale, accennata in una nota a piè di pagina, si sta rivelando per quello che è in realtà: un esplosivo strumento di confusione e incertezza.

Parliamo ovviamente dell’Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica seguita ai Sinodi sulla Famiglia e della comunione ai divorziati risposati. Dall’America giunge la notizia che il vescovo Robert McElroy di San Diego, California, ha chiesto ai suoi preti di incoraggiare i cattolici divorziati e risposati a considerare se “Dio li sta chiamando a tornare all’eucarestia”. Seguendo gli esiti di un sinodo diocesano tenuto a ottobre, il presule ha istruito i sacerdoti a pubblicare sui bollettini parrocchiali un invito ai cattolici che si trovano in posizione di doppie nozze a “utilizzare il foro interno della coscienza”, per decidere se accostarsi o meno all’eucarestia, dopo essersi consultati con un sacerdote. Ma il Sinodo diocesano diceva: “E’ importante sottolineare che il ruolo del prete è di accompagnamento, teso a informare la coscienza di chi discerne sui principi della fede cattolica. Il prete non deve prendere decisioni al posto del fedele”. Cioè, in ultima analisi la decisione sta all’interessato.

Però dalla Germania si leva la voce di un professore di teologia dell’Università di Freiburg, Hans Hoping, che sulla Frankfurter Algemeine si chiede: “I divorziati risposati possono trovarsi sposati in due matrimoni validi allo stesso tempo? Il testo dell’Amoris Laetitia lascia aperta la risposta a questa domanda cruciale che ha provocato esso stesso”. E dal momento che l’Amoris Laetitia non ha posto in dubbio la questione dell’indissolubilità del matrimonio, “si deve chiarire come il matrimonio dei divorziati risposati si pone in relazione con essa”. L’esortazione apostolica considera “una relazione sessuale al di fuori di un matrimonio esistente non più essere in tutti i casi illecita”. Hoping conclude che siamo di fronte a un abbandono “del punto cruciale posto dall’insegnamento di Giovanni Paolo II sul matrimonio e la famiglia, dove con San Tommaso si tenne saldo a una tradizione magisteriale decisiva”.

Insomma, c’è da chiedersi se tutto sia così chiaro, nell’Amoris Laetitia, come vorrebbero i volenterosi flabelliferi del Pontefice. E a rigore di logica, non cristiana e cattolica, ma semplicemente di logica, umilmente, sembra proprio di no. Già lo diceva Dante, nel Canto XXVII dell’Inferno,

“ch’assolver non si può chi non si pente,

né pentere e volere insieme puossi

per la contradizion che nol consente”.

 

Oh me dolente! come mi riscossi

quando mi prese dicendomi: “Forse

tu non pensavi ch’io löico fossi!”.

Non sembra peregrina, dunque, alla luce dei fatti, che stanno accadendo ovunque nel mondo cattolico, con vescovi che forniscono interpretazioni radicalmente opposte, la richiesta di chiarimento dei cardinali, con i loro Dubia, ben condivisi da molti. E infatti sul portale della Chiesa tedesca Katholisch.de Kilian Martin afferma con decisione che “I cardinali che chiedono al Papa chiarezza non sono eretici, bensì adempiono il loro dovere episcopale. Joachim Meisner, Walter Brandmüller, Raymond Burke e Carlo Caffarra, perciò, con la loro lettera hanno adempiuto al compito loro affidato: consigliare e sostenere il Papa nel cuore dei problemi e nel retto governo della Chiesa. Ora, in una consultazione che sia di buona qualità, vanno ascoltate anche le interrogazioni a riguardo delle decisioni gravi.

Invece un vescovo della Grecia erroneamente rimprovera i Cardinali di diffondere l’eresia. Che Frangkiskos Papamanolis si trovi in errore, lo dimostra la definizione del concetto: Eretico è chi mette in dubbio o addirittura rifiuta una verità di fede definita. Nessuno dei quattro Cardinali si è macchiato di questo reato, perché anzi essi entrano in campo proprio per favorire una maggiore chiarezza circa le Verità della Chiesa.

Gli autori della lettera non sono affatto dissidenti che indossano la Porpora, ma uomini di chiesa che, in modo aperto, si prendono cura della disciplina della Chiesa… Perciò, la lettera dei Cardinali non è eresia, ma valido contributo a un dibattito esistenziale della Chiesa.

E anche il cardinale George Pell, da Londra, richiesto se fosse d’accordo con le domande poste dai cardinali, ha risposto: “Come si può non essere d’accordo con una domanda?”, aggiungendo che le domande erano “significative”. Ha raccomandato la lettura di “due grandi encicliche” di San Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor e Evangelium Vitae, e ha aggiunto che molti fedeli cattolici sono stati spaventati dagli sviluppi recenti nella Chiesa. Un risultato, ha concluso, della confusione diffusa sull’autorità della legge morale.

Ed è difficile non concordare con questa constatazione.



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IL PAPA POTREBBE TOGLIERE IL CAPPELLO AI CARDINALI DEI “DUBIA”. LA MINACCIA ADOMBRATA DAL DECANO DELLA ROTA, PINTO.

pinto

Marco Tosatti

Mons. Pio Vito Pinto, Decano della Rota Romana, cioè l’ente che decide in ultima analisi nel campo delle nullità matrimoniali, ha avanzato l’ipotesi che il Pontefice regnante potrebbe anche privare della porpora i quattro cardinali che seguendo una prassi consolidata nella Chiesa hanno chiesto alla Congregazione della Fede, e di conseguenza al Papa, di chiarire cinque “Dubia” relativi alla Amoris Laetitia.

Pinto, noto per il suo zelo super erogatorio nei confronti del Pontefice, parlava in una conferenza all’Università Ecclesiastica di San Damaso a Madrid. Pinto sosteneva in buona sostanza che chiunque dentro la Chiesa avanzino dei dubbi sull’Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica sulla famiglia resa nota tempo fa mettono in dubbio “due Sinodi dei vescovi sul matrimonio e la famiglia! Non un Sinodo ma due! Uno ordinario e uno straordinario. Non si può dubitare dell’azione dello Spirito Santo!”.

Pinto, come riporta Religión Confidencial, si riferiva soprattutto ma non solo ai cardinali Walter Brandmüller, Raymond Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, che di fronte alle evidenti ambiguità del testo dell’esortazione, e alla confusione di grande ampiezza che ne è seguita, hanno chiesto a settembre al Pontefice di chiarire alcuni punti su divorziati e risposati ed eucarestia. Non ricevendo alcuna risposta, e, aggiungiamo noi, probabilmente informati del fatto che non sarebbe venuta nessuna risposta, due mesi più tardi hanno reso pubblica la loro lettera, i cosiddetti “Dubia”.

“Quale Chiesa difendono questi cardinali – si è chiesto Pinto? – Il Papa è fedele alla dottrina di Cristo. Quello che hanno fatto è uno scandalo molto grave che potrebbe addirittura portare il Santo Padre a ritirar loro il cappello cardinalizio come già è accaduto in qualche altro momento della Chiesa. Il che non vuol dire che il Papa tolga loro la posizione di cardinale, ma potrebbe farlo”.

A una domanda relativa a chi sostiene che la Chiesa cattolica stia abbracciando la Riforma protestante, il Decano della Rota ha spiegato che “Lutero ha distrutto la fede cattolica degli apostoli. La Chiesa cattolica crede che nell’eucarestia sia presente Gesù Cristo, e il protestantesimo non cede nella presenza reale di Cristo nella Comunione. Questa è la grande differenza”.

VESCOVO TEDESCO SUL GENDER: “LA CHIESA CAPISCA CHE C’È PIÙ DI UOMO E DONNA”.

Marco Tosatti

 

Come faremmo senza i vescovi tedeschi? Solo qualche giorno fa ci occupavamo della recente traduzione tedesca della Bibbia, e della Madonna. Oggi invece abbiamo visto, grazie a Maike Hickson e a onepeterfive, che un altro vescovo, l’ausiliare di Essen, Ludger Schepers, ha lanciato l’idea, forse non del tutto conforme a ciò che pensano la Chiesa, e il papa, che “esiste più che un uomo e una donna”. La tesi è stata avanzata a Stoccarda, durante una conferenza, secondo quanto riporta katholisch.de. La conferenza, svoltasi il 5-6 ottobre, era intitolata: “Il Gender è un’ideologia?”, e fra i relatori era presente il dott. Stephan Goertz, fiero sostenitore delle unioni omosessuali.

Schepers parlava di “Problema Gender: e ora? Prospettive di Chiesa per il futuro”. Nel suo discorso ha rivelato che all’interno della Conferenza episcopale tedesca c’è un conflitto profondo rispetto alla brochure sul Gender pubblicata da una commissione vescovile, che a molti è parso troppo filo-gender. Schepers, che è un membro della commissione che ha redatto il testo, ha ammesso che “C’è stato uno scontro duro”. Molti vescovi hanno affermato “che la brochure non rappresenta le opinioni dei vescovi tedeschi”.

Secondo Schepers nel dibattito sul Gender c’è troppa paura, “e la paura è sempre una cattiva consigliera” (Il che è opinabile, N.D.R.). E ha chiesto che “La Chiesa capisca che c’è più di un uomo e di una donna”.

piu-di-uomo-e-donna

 

E’ certamente una dichiarazione singolare, venendo da un vescovo cattolico, nel momento in cui il Papa ha parlato in maniera chiara e severa contro l’ideologia del Gender, in due diverse occasioni, nel viaggio in Georgia. Per non parlare delle prese di posizione esplicite di personalità di Chiesa quali il Prefetto della Fede, Müller, e il card. Carlo Caffarra. Ma d’altronde sul sito della Conferenza episcopale tedesca appaiono idee quali il cardinalato alle donne, l’istituzione dell’omosessualità come diritto umano, la necessità di donne diacono e di preti sposati.

 



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