DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, LA CINA LA REALIZZA. PAROLA DI SORONDO. BRANDI: E I LAOGAI? E IL TIBET? È LA REAL POLITIK VATICANA?

Marco Tosatti

“In questo momento, quelli che realizzano meglio la dottrina sociale della Chiesa sono i cinesi”.

Qualche mese fa ha visitato la Cina, Marcelo Sánchez Sorondo, l’argentino Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, consigliere del Pontefice. “Ne è tornato a Roma entusiasta”, scrive nella sua intervista Andrés Beltramo Álvarez, che abbiamo trovato solo in spagnolo. 

Ne riportiamo qualche frase, rimandando i lettori al testo integrale.

“I cinesi cercano il bene comune, subordinano le cose al bene generale. Me lo ha assicurato Stefano Zamagni, un economista tradizionale”.

“Ho incontrato una Cina straordinaria: quello che la gente non sa è che il principio centrale cinese è lavoro, lavoro, lavoro. Non c’è altro al fondo, è come diceva San Paolo: chi non lavora non manga. Non ci sono villas miserias, non c’è droga, i giovani non hanno droga. C’è una coscienza nazionale positiva, vogliono dimostrare che hanno cambiato, ormai accettano la proprietà privata”.

Pechino, secondo il Cancelliere, ha numerosi punti di coincidenza con la Santa Sede, fra cui “la difesa della dignità della persona” e segue più di altri l’enciclica Laudato Sì, e in campo ecologico sta assumendo una leadership morale che altri hanno lasciato”.

Abbiamo chiesto a Toni Brandi, Presidente della Laogai Research Foundation, un’organizzazione impegnata nella difesa dei diritti umani e religiosi in Cina, un commento all”intervista.

<Monsignor Marcelo Sánchez Sorondo  della Accademia Ponteficia delle Scienzae ha dichiarato all’intervista con Andrés Beltramo che “In questo momento, i cinesi sono quelli che realizzano meglio la dottrina sociale della Chiesa”.

Le sofferenze che hanno affrontato per Cristo migliaia di Vescovi e prelati, le chiese e le case distrutte, le persecuzioni e le sparizioni nei famigerati campi laogai o il fato di eroici prelati come Giovanni Gao Kexian della diocesi di Yantai, Giovanni Han Dingxiang, della diocesi di Yongnian, imprigionato per vent’anni, poi rilasciato ma di nuovo fatto sparire nel 2006, Giovanni Yang Shudao della diocesi di Fuzhou, morto dopo aver passato ventisei anni in prigione, gli ultimi vescovi di Shanghai, il gesuita Giuseppe Fan Zhingliang e altri come si collocano?

E non dimentichiamo il genocidio culturale e le persecuzioni in Tibet, fra il popolo degli Uighuri e le centinaia di campi di concentramento, i laogai dove sono costretti al lavoro forzato milioni di uomini, donne e bambini fino a 16 ore al giorno a vantaggio economico del regime comunista cinese e di molte multinazionali che investono in Cina.

Tutti questi crimini continuano imperterriti. Tutto ciò è normale e permesso per il signor Sorondo?

Tutto ciò non rappresenta un problema e può continuare? Questa è la nuova real politik del signor Sorondo e degli attuali uomini di chiesa?>.


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FATIMA, IL SEGRETO NON SVELATO E IL FUTURO DELLA CHIESA

SANTI INDEMONIATI: CASI STRAORDINARI DI POSSESSIONE

PADRE PIO CONTRO SATANA. LA BATTAGLIA FINALE

IL COMUNE DI ROMA CENSURA GIOVANNI PAOLO II. IL PRESIDENTE DI PROVITA: ROMA COME MOSCA ANNI ’70.

Marco Tosatti

Che l’amministrazione capitolina faccia acqua da tutte le parti – e in particolare quello dei servizi: mezzi pubblici, rifiuti, viabilità, decoro urbano – non è ormai un mistero per nessuno, tanto da spingere la creatività dei romani a invocare la “Santa Madonna della Molletta”, come si vede dal manifesto qui sotto.

Ma che oltre a queste evidenti incapacità l’amministrazione Cinque Stelle eserciti la censura preventiva sulle opinioni forse potevamo non aspettarcelo. O perlomeno, potevano pensarlo quanti si illudessero che il Movimento Cinque Stelle non fosse allenato con il pensiero dominante, quello legato ai grandi poteri mondialisti e globalità che determinano le linee dell’informazione.

Registriamo la denuncia di ProVita Onlus, che si esprime oggi con questo comunicato:

“Dopo l’inquietante interrogatorio da parte della polizia, subìto da Toni Brandi, presidente di ProVita Onlus, il Comune di Roma non cessa di stupire per la sua volontà di censura…Abbiamo presentato tre diversi tipi di manifesti da affiggere per le vie di Roma al Comune, come da regolare procedura e ricevendo conferma di ricevimento: Il primo per commemorare il Cardinale Caffarra e Giovanni Paolo II, poi il secondo contro l’aborto e l’ultimo manifesto per la difesa della salute delle donne, rispettivamente con ricevute di protocollo dal Comune il 31.10, il 1.11 e il 28.11.

E’ semplicemente allucinante che il Comune sembri rifiutarsi a procedere e persino a darci una risposta formale con le motivazioni del diniego e questo più di 40 giorni dalla prima richiesta”, afferma il presidente di ProVita Onlus, Toni Brandi che conclude: “Sembra di stare non a Roma, ma nella Mosca degli anni ’70. Non abbiamo mai avuto problemi a pubblicare manifesti. Ora invece, l’amministrazione sembra tollerare solo messaggi ‘graditi’ e utilizza la polizia per sondare le ‘motivazioni’ di coloro che non si allineano al pensiero unico. Non avevamo mai visto nulla di simile prima dell’amministrazione Raggi”.

Ecco due dei sovversivi manifesti di fronte a cui il Comune di Roma traccheggia:



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BESTIARIO BIS. ROMA INVASA DA MANIFESTI PIRATA SULL’ABORTO: “UN BAMBINO UCCISO OGNI CINQUE MINUTI”. SCONOSCIUTI GLI AUTORI.

                                 
Marco Tosatti

Avevamo appena dato alle stampe – si fa per dire – il Bestiario di questa settimana quando uscendo per compiere gli usuali doveri del sabato la nostra attenzione è stata attirata da numerosi manifesti, dal contenuto forte: vi si vede un feto e uno strumento di solito usato per compiere gli aborti, smembrando il corpo. La scritta: “Un bambino ucciso ogni cinque minuti. Dal 1978 più di sei milioni uccisi dall’aborto. Ricordiamo anche questi morti”. Un messaggio chiaro e duro, nel momento in cui il mondo della politica si accorge che la denatalità in Italia è un problema drammatico.

Sono manifesti “pirata”: nel senso che non si sa chi li abbia fatti stampare, e chi li abbia materialmente incollati sui muri e sugli spazi appositi del comune. La cosa singolare è che questa protesta contro l’aborto legale è apparsa mentre ProVitaOnlus era in attesa da parte del Comune di Roma dell’autorizzazione ad affiggere dei propri manifesti, sempre contro l’aborto ma diversi da quelli che sono apparsi, come ci ha detto il Presidente di ProVita, Toni Brandi. Provita Onlus ha emesso un comunicato, che vi riportiamo.

“Un bambino ucciso ogni 5 minuti. Dal 1978 più di 6 milioni uccisi dall’aborto. Ricordiamo anche questi morti”. In mezzo, l’immagine di un bambino nel grembo materno minacciato da un terribile strumento, solitamente utilizzato per smembrare il feto.

Questo il contenuto di migliaia di manifesti apparsi a Roma in questi giorni. “Il messaggio è sicuramente forte ma rappresenta la pura verità”, commenta Toni Brandi, Presidente di ProVita Onlus: “Incoraggiamo gli autori dei manifesti a proseguire nella buona battaglia. Sicuramente approviamo questa iniziativa volta a sensibilizzare l’opinione pubblica su quello che realmente è l’aborto volontario: l’uccisione massiva di bambini innocenti nel grembo materno, con orribili strumenti di morte”.

 

“Abbiamo saputo di questi manifesti”, continua Brandi, “proprio mentre aspettavamo che il Comune di Roma affiggesse manifesti nostri, sempre sulla tematica dell’aborto: tuttavia il Comune, dopo la nostra richiesta del 30 ottobre, fa finta di nulla e non sembra disposto ad esporli. Siamo forse di fronte all’ennesima violazione della libertà di espressione? L’ufficio affissioni del Comune si permette di sindacare il contenuto di manifesti ‘non graditi’? Vista l’inerzia e il ritardo, è lecito pensarlo.”

Di recente ProVita ha dato avvio ad una grande campagna in difesa dei bambini nel grembo materno, contro l’aborto volontario. In occasione della notizia dei manifesti di Roma, rilancia la petizione pubblicata sul suo sito “Perché le donne siano davvero informate sull’aborto”: purtroppo pochissime donne conoscono i danni che l’aborto può causare alla loro salute fisica e psicologica e nessuno le informa nemmeno prima di sottoporsi alle procedure abortive.

“Crediamo che informare le donne sulla vera natura e sulle vere conseguenze dell’aborto volontario non solo faccia onore alla verità, ma contribuisca a salvare vite: sia quelle dei bambini che quelle delle donne coinvolte”, conclude Toni Brandi”.

La petizione “Perché le donne siano davvero informate sull’aborto” si può leggere e firmare a questo link.



 

 

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LA FAKENEWS DEL PAPA E LA LEGGE SUL FINE VITA. IL CASO BRANDI IN PARLAMENTO. LA VITTORIA DEL BUS DELLA LIBERTÀ.

Marco Tosatti

Questa mattina devo esprimere tutta la mia solidarietà ai colleghi vaticanisti. Capisco la loro sofferenza. Come ben scrive Giovanni Tridente, “Oggi è il trionfo del titolismo”. Parliamo ovviamente della notizia del messaggio del Pontefice in tema di accanimento terapeutica ed eutanasia. E della cosiddetta “apertura” del Pontefice alla legge sul fine vita. Va da sé che nel messaggio, preparato, come è ben probabile, con l’ausilio della Pontificia Accademia per la Vita, come quasi sempre accade in queste occasioni, di legge non si parla. E il “no” all’accanimento terapeutico, non è esattamente una notizia fresca: risale al 1958, proclamato da quel sinistrorso radicaleggiante di papa Pacelli, e ribadito, senza soluzione di continuità da quei bombaroli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Quindi capisco molto bene la sofferenza dei colleghi, e i contorcimenti di alcuni di essi, certamente più consci di me di questo fatto, simpaticamente violentati dalle autorità del loro giornale con titoli enfatici sulla legge, che in realtà poco corrispondono agli articoli. Che tipo di Fakenews è questa? Perché se non è una fakenews al 100 per 100, almeno al 75 per cento lo è. Poi, come vedrete se avete la pazienza di leggerlo (lo pubblico in integrale in fondo) il messaggio insieme a molte cose buone contiene anche delle ambiguità, che peraltro, e chiedo scusa se sospetto ingiustamente, penserei di attribuire alla consulenza della Pontificia Accademia per la Vita, il cui presidente, come ricorderete, parlava positivamente dello spirito di Marco Pannella   . E senza voler entrare nel tema vi raccomando la lettura di questo articolo della Nuova Bussola Quotidiana, scritto da un esperto. (  ) . Ma ormai ci siamo rassegnati: l’ambiguità è un tratto caratteristico di questo regno, e riflette evidentemente delle caratteristiche personali ben radicate.

Come abbiamo detto, trovate in calce l’intervento integrale del Papa.

il caso del camion vela di caffarra in parlamento

E sempre in tema di vita e valori, e di persone che per essi si battono, senza ambiguità, registriamo con piacere una notizia, che riportiamo:

“LA LIBERTA’ DI MANIFESTAZIONE DEL PENSIERO IN ITALIA. LA VICENDA SULLA CENSURA AL CAMION VELA IN RICORDO DI CAFFARRA E L’INTERROGATORIO DI TONI BRANDI FINISCONO IN PARLAMENTO

ROMA – 16 novembre 2017

Per aver voluto tributare omaggio in modo lecito, legittimo e legale alla memoria del Cardinal Caffarra, insieme a Giovanni Paolo II ideatore e fondatore della Pontificia Accademia della Vita, l’associazione ProVita Onlus ha subito un’ingerenza ingiustificata della Polizia di Stato: la “vela” è stata fermata per due ore e il presidente, Toni Brandi, è stato interrogato per 45 minuti al Commissariato. (di Borgo, n.d.r.)

Questa grave limitazione alla libertà di manifestazione del pensiero dovrà essere giustificata dal Ministro Minniti ai Parlamentari Centinaio, Fedriga, Meloni, Malan, Pagano e Roccella, i quali hanno presentato interrogazioni scritte in proposito, delle quali si può leggere cliccando su questo link.

Della vicenda ci eravamo occupati QUI.

IL BUS DELLA LIBERTà HA VINTO IL PROCESSO. LA BATTAGLIA PER IL CONSENSO INFORMATO AL MIUR

E allo stesso tempo, e sempre in tema di difesa di esseri umani, e di valori, parliamo della vittoria ottenuta da Generazione Famiglia contro l’assurda decisione dello IAP d proibire il messaggio anti-gender del Bus della Libertà. Ecco il comunicato:

Cari amici,

una bellissima notizia…

VITTORIA!

abbiamo vinto il ricorso contro l’ingiunzione dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP), che ci ordinava di interrompere la campagna di affissioni iniziata a Roma a fine settembre in occasione del tour del Bus della Libertà.

Questo ci suscita due sentimenti sicuri.

Primo: una grande soddisfazione. Tener duro, perseverare, crederci, sacrificarsi per arrendersi agli esiti “fatali”… rende e ripaga.

Secondo: un’immensa gratitudine. Nei confronti di chi? Vostri! Oltre a tutti voi che ci seguite e sostenete sempre in mille modi con grande entusiasmo, molti di voi hanno risposto anche all’appello che avevamo fatto per aiutarci a pagare le spese legali per affrontare questo caso.

Grazie a tutti!

L’udienza davanti al Giurì dello IAP si è svolta venerdì scorso, a Milano. In quella sede, il Comitato di Controllo dell’Istituto ha confermato tutte le “accuse”.

In primis, il fatto che il messaggio: “Basta violenza di genere: i bambini sono maschi, le bambine sono femmine” fosse nel complesso ingannevole e soprattutto discriminatorio.

Abbiamo passato le settimane scorse a smontare questi rilievi, con una profonda ricerca anche nella giurisprudenza passata dello IAP, ma anche citando i casi concreti di abusi verificatisi nelle scuole a causa dell’Ideologia Gender.

La nostra linea difensiva è stata questa: il messaggio non esprime in alcun modo un giudizio sulla condizione personale di chi non si riconoscesse nel proprio sesso biologico. Non è mai stato, non è e non sarà mai nostro scopo occuparci in alcun modo di questo.

Il nostro messaggio denuncia casi concreti di violenta costrizione ai danni di bambini e bambine affinché adottino comportamenti e attitudini naturalmente propri del sesso opposto. Costringere i bambini a fare le femmine e le bambine a fare i maschi.

Questo è assolutamente inaccettabile, e abbiamo fatto di tutto per restare liberi di poterlo denunciare.

È stata una linea vincente, e siamo rimasti liberi. Tutti noi!

E ora, torniamo a concentrarci sugli obiettivi della nostra associazione. Prima di tutto: entrare a far parte del Forum Nazionale delle Associazioni di Genitori nelle Scuole (FONAGS) accreditato presso il Ministero dell’Istruzione. Siamo nella fase conclusiva della domanda di accesso.

Una volta nel FONAGS, migliaia di genitori avranno dentro il Ministero dell’Istruzione una rappresentanza nuova capace di fare qualcosa che spesso serve ma che non sempre altre realtà hanno avuto coraggio di fare: sbattere i pugni.

A proposito: è urgente firmare e diffondere questa petizione per chiedere al Ministro Fedeli di inserire nella riforma in corso del Patto Educativo di Corresponsabilità anche il Consenso Informato Preventivo da richiedere ai genitori prima di inserire qualsiasi attività sulla sessualità e sull’affettività in orario scolastico.

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

AI PARTECIPANTI AL MEETING REGIONALE EUROPEO

DELLA “WORLD MEDICAL ASSOCIATION”

SULLE QUESTIONI DEL “FINE-VITA”

[Vaticano, Aula Vecchia del Sinodo, 16-17 novembre 2017]

Al Venerato Fratello

Mons. Vincenzo Paglia

Presidente della Pontificia Accademia per la Vita

Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita.

Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.

Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.

È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.

Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.

Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.

Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.

In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete.

Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione.

Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.

Dal Vaticano, 7 novembre 2017

Francesco



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LA POLIZIA INTERROGA TONI BRANDI PER IL CAMION-VELA IN RICORDO DI S. WOJTYLA E CAFFARRA. DOPO IL BLOCCO DI DUE ORE IERI A SAN PIETRO

Marco Tosatti

Dopo lo straordinario blocco di due ore del camion-vela da parte delle Forze dell’Ordine nei pressi di San Pietro, un camion recante scritte eversive attribuibili a un santo polacco e con l’effigie di un chierico – dicono anche cardinale – di origine emiliana, oggi uno dei responsabili di questo gesto vulnerante la pubblica sicurezza è stato sentito dalla Polizia di Stato.

Il colloquio presso il commissariato Borgo a Piazza Cavour, condotto in maniera educata e cordiale, è durato circa 45 minuti. Erano presenti il dirigente e altri quattro, cinque poliziotti. Inizialmente a Toni Brandi è stato chiesto se aveva l’autorizzazione per il Camion Vela. Ha subito chiamato il responsabile dell’azienda che ha organizzato il Camion Vela, con cui gli agenti hanno parlato e che ha concordato di inviare la copia dell’autorizzazione alla Polizia.

Successivamente, si sono concentrati sulle motivazioni: chi ha organizzato la cosa? Ma chi c’è dietro l’iniziativa!? Perché è stata fatta? Sono al corrente le autorità Vaticane? Brandi ha risposto informando sulle associazioni organizzatrici, dicendo che dietro vi sono solo le organizzazioni Vita è, Pro Vita e Fede e Cultura, che le autorità Vaticane non credo siano state informate ma non vedevo perché avrebbero dovuto essere informate. “Mi hanno chiesto se ho contatti con autorità vaticane e ho confermato che conosco mons. Paglia e i Cardinali Antonelli e Ruini. Poi ho ricordato ai presenti che Giovanni Paolo II ha fondato la Pontificia Accademia per la Vita che ha affidato alla magistrale presidenza di S.E. il cardinal Caffarra e perciò poiché noi crediamo alla difesa della Vita abbiamo voluto abbinare queste due grandi personalità e ricordare l’anniversario della morte del Cardinal Caffarra”.

Ma era una campagna di sensibilizzazione? Una protesta? O solo una commemorazione? Brandi ha ripetuto che non si trattava di una protesta ma di una commemorazione di un grande cardinale morto due mesi fa; quindi si voleva ricordare ai romani queste due grandi personalità, il cardinale e San Giovanni Paolo II. Insistevano su quale fosse il vero scopo. Brandi ha dovuto ripetere almeno due volte quanto sopra.

Ma il Cardinale era di Bologna! Si ma Roma è la sede della Cristianità! Ha risposto l’interrogato. Sì, ha chiesto ancora il dirigente: ma ora la Chiesa non parla tanto di Vita….Ho risposto che se non ora, la Chiesa si è sempre espressa numerose volte in difesa della Vita in passato.

“Poi ha fatto varie domande su me, cosa faccio, che lavoro faccio, ha preso copia di tutti i miei documenti cechi e anche presa una mia carta da visita di lavoro a Praga. Tutti i miei contatti ecc,… Alla fine il dirigente ‘sembrava’ soddisfatto delle nostre motivazioni”. Anche se poi il dirigente mi ha avvertito che poiché crede che le foto andranno sul nostro sito, sarà necessario di fare attenzione alle didascalie e a cosa scriveremo.

Abbiamo parlato con Toni Brandi. Ieri ha subito un grave lutto in famiglia, e ci siamo scusati di disturbarlo in un momento come questo. Ha insistito sul fatto che i funzionari sono stati molto gentili, e che la sua impressione (e anche la nostra) è che siano stati costretti a fare questo lavoro. C’è venuta in mente una poesia del Giusti, Sant’Ambrogio, quella che comincia: “Vostra eccellenza che mi sta in cagnesco per quei pochi scherzucci di dozzina”…

A Roma, in Italia, nel 2017! Ma a chi può dar fastidio un manifesto su San Giovanni Paolo II e un cardinale? Ma scherziamo? Ma in che Paese da burletta viviamo?


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PRO VITA: LA LEGGE SULLE DAT APRE LA STRADA A UN ERRORE IRREVERSIBILE. LA TESTIMONIANZA DI KRISTINA HODGETTS.

Marco Tosatti

Pro Vita ha organizzato una conferenza stampa nella Sala della Stampa Estera a Roma per offrire una serie di elementi di riflessione e discussione sulla legge che vorrebbe regolare il cosiddetto “fine vita”, che molti in realtà considerano una legge sull’eutanasia appena mascherata.

Nel corso dell’evento è stata presentata la testimonianza di Kristina Hodgetts, una canadese, infermiera, che nelle sue parole dava l’eutanasia “in buona fede” finché, non si è trovata “dall’altra parte del letto”. Anche se già prima, guardando passare madri e figlie davanti a sé aveva già capito che “togliere la vita è una cosa sbagliata”.

“Ecco il rischio di ripetere, con la legge sul Testamento Biologico, l’errore anche in Italia, trasformando la morte in routine amministrativa – afferma Pro Vita -. Per troncare una vita basta una frase: Morfina 2mg, sospendere cibo e acqua”.

La parabola di Kristina Hodgetts è semplice: prima infermiera nell’esercito canadese, poi capo infermiera in un dipartimento d’emergenza. Infine, Direttrice degli infermieri in una casa di cura.

È qui che il suo lavoro cambia. “Dal dare tutto per salvare i pazienti e ogni singola vita, si passò all’accelerare i processi di morte, nel modo più efficace, nel modo più sicuro”.

Un salto fatto “in buona fede” e “per ridurre il dolore”. Ma, progressivamente e surrettiziamente, il dare la morte divenne una routine. Divenne abbruttente come solo l’indifferenza può essere. “I pazienti non erano più persone; parlavamo davanti a loro come se non esistessero, i paramedici controllavano le direttive anticipate prima di rianimare o no il paziente, per proteggersi dalle potenziali responsabilità. Era diventata normale amministrazione. Avevamo perso il vero senso del nostro lavoro”.

Il primo dubbio emerge con una donna, fragile e vecchia. Avviene il ricovero, la perdita di coscienza, la ricetta del medico “morfina; sospendere cibo e acqua” e le frasi delle colleghe: “speriamo muoia prima di svegliarsi di nuovo”. Non era crudeltà. “Eravamo tutti convinti che fosse la cosa migliore”. Solo che la signora non vuole morire. Succhiava acqua dalla spugna appoggiata alle labbra. Quella donna impiegò nove giorni a trapassare, a morire di sete e fame. A Kristina rimasero impresse le parole di una giovane collega del turno di notte: “Che cosa stiamo facendo?”.

Poi ricapitò: ancora una volta una donna anziana, questa volta per un piccolo ictus. Una figlia disperata, un figlio, unico fiduciario, che avalla la fine. La figlia rimase al fianco della madre finché i polmoni non “affogarono” nella morfina.

È qui che Kristina si ribella. Qui cominciano a salire dalle profondità le parole trattenute per troppo tempo: “Non è giusto togliere la vita a un essere umano. Non è giusto decidere quando deve morire. Ci sono altri modi di affrontare il dolore che non siano sopprimere e togliersi il pensiero”.

Ma per Kristina non era ancora il momento di pronunciarle a voce alta. Sebbene iniziò a contrastare la nonchalance con al quale vedeva le persone “accompagnate” a morire, un’altra prova l’attendeva: “Ritrovarsi dall’altra parte del letto, in coma”. Non fosse stato per il marito “mi avrebbero uccisa”. Solo dopo il risveglio, è iniziata per lei una nuova vita: una missione di racconto nella Coalizione per la prevenzione dell’Eutanasia (di cui oggi è vice presidente). Raggiunge, nonostante la paresi parziale, chiunque voglia ascoltarla e racconta la sua storia e, soprattutto, la sua paura che succeda anche in altri Paesi quello che ha visto accadere in Canada.

Anche alla luce di queste testimonianze, afferma Toni Brandi, presidente di Pro Vita “È necessario fare chiarezza sul tema. Il DDL sulle DAT è sbagliato perché presuppone erroneamente che persone possano prevedere le future reazioni”. “Negli ultimi tempi, con l’approdo al Senato del testo di legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento, si sta facendo molta confusione su questo tema nel dibattito pubblico. Per questo motivo, abbiamo ritenuto opportuno organizzare un appuntamento per fare più chiarezza e portare la testimonianza di Kristina Hodgetts per riflettere su ciò che potrebbe accadere anche in Italia con il diffondersi di una vera e propria cultura della morte”.

Brandi ha sottolineato perché il DDL sulle DAT sia sbagliato nel suo presupposto fondamentale: “Il paradosso di questa legge si palesa di fronte a un concetto tanto semplice, quanto chiaro e insindacabile: nessuno ha la sfera di cristallo per sapere in anticipo come reagirebbe di fronte a una malattia grave o a una disabilità. Molto spesso, quando ci si trova in queste situazioni estreme, le prospettive cambiano e si manifesta un forte, naturale desiderio di vivere. Di fronte a queste considerazioni, come si può pensare di affidare a un pezzo di carta il proprio futuro anche a lungo termine?”.

“Firmando le DAT – ha concluso Brandi – si rischia di commettere un errore irreversibile, scontandone le conseguenze soltanto nel momento in cui sarà impossibile fare un passo indietro”.



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UTERO IN AFFITTO. E’ CRIMINE IN ITALIA, MA SE PARLI CONTRO SCATTA LA CENSURA LGBT. LA DENUNCIA DI PRO VITA

provita

Marco Tosatti

In Italia l’utero in affitto – condannato anche a livello europeo – è un reato; ma se ti batti apertamente contro questa pratica e fai proiettare uno spot di denuncia vieni censurato. E questa la vicenda incredibile denunciata oggi al Senato, dove si è svolta una conferenza stampa organizzata da ProVita onlus e dal senatore Lucio Malan, per dare un segnale concreto di azione contro l’utero in affitto.

La denuncia della censura è venuta dal senatore Giovanardi, che dopo aver illustrato i “sette miserabili imbrogli del Governo italiano” perpetrati in occasione dell’approvazione della legge Cirinnà, ha parlato di “un vero e proprio scandalo”: a seguito delle proteste di un’associazione LGBT è stato censurato dall’UCI Cinema lo spot di ProVita contro l’utero in affitto, che doveva essere trasmesso tra le pubblicità prima dei film. “In tutta Europa e in tutto il mondo si leva la condanna dell’ignominia dell’utero in affitto solo a parole”. Nei fatti la cosa è ipocritamente non solo tollerata, ma promossa.

Per l’Associazione ProVita onlus, il presidente, Toni Brandi, ha rilevato che “il tentativo di creare un fronte trasversale contro la barbara pratica dell’utero in affitto è fallito. Solo i Senatori dell’opposizione si sono rivelati concretamente disposti a agire per salvaguardare i diritti fondamentali delle donne e dei bambini”. Del resto – prosegue Brandi – anche al Consiglio Provinciale di Trento  ha bocciato una proposta di risoluzione contro l’utero in affitto presentata dai Consiglieri Borga e Civettini perché parlava del diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà».

La senatrice Rizzotti si è detta “disgustata dal fatto che un suo collega festeggi la nascita della seconda figlia [acquistata in California, come il primo, attraverso la pratica dell’utero in affitto, n.d.r.] con tracotanza e arroganza“, considerando che un  Senatore della Repubblica forse non dovrebbe dare l’esempio di come si viola la legge penale italiana.

Il senatore Malan ha illustrato due azioni concrete intraprese dall’Opposizione. Innanzi tutto un’interrogazione al Ministro della Giustizia, relativa alla presenza in Italia di un’agenzia per vendere gameti e bambini in palese violazione della legge 40/2004. In secondo luogo un disegno di legge, che verrà presto presentato, che specifica in modo chiaro ed inequivocabile il divieto di adozione da parte di coppie omosessuali (anche nella forma della stepchild adoption), il divieto di iscrizione all’anagrafe di “genitori” dello stesso sesso, l’estensione delle pene già previste dal codice penale per la tratta, la riduzione in schiavitù, lo sfruttamento sessuale di donne e bambini a chi pratica promuove o favorisce l’utero in affitto e il commercio dei gameti, nonché la perseguibilità di chi abbia compiuto tali fatti all’estero, ma poi venga a risiedere in Italia.



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