GENOVA CONSACRATA ALLA MADONNA. E INOLTRE: L’ABATE FARIA CONTRO LA SCIATTERIA MUSICALE DIFFUSA IN CHIESA.

Marco Tosatti

Oggi l’Abate Faria si toglie un sassolino dalla scarpa in tema di musica nelle chiese. Racconta un episodio, che però – ahimè – è indicativo di una tendenza che purtroppo ormai è super diffusa. Un esempio eccelso del ridicolo e della sciatteria della Chiesa che cerca di “aggiornarsi”, verso il basso. Ma apriamo però il blog di oggi con una notizia seria, che ci ha fatto molto piacere (Genova è la città d nascita di chi scrive. Che è questa, ed è collegata alla fotografia del blog odierno: il 16 ottobre 2017, il Cardinale Angelo Bagnasco ha consacrato la diocesi di Genova a Maria Santissima, indicando anche nella Santa Messa e nel Rosario quotidiani le armi contro il Maligno e contro il secolarismo che porta a vivere senza Dio o come se Dio non esistesse. Inutile ricordare che si è celebrato in questi giorni il centenario dell’ultima apparizione a Fatima.

Ma ecco a voi l’Abate Faria:

Me ne camminavo solo soletto per Roma quando da una piazza ascoltavo venire incitazioni di tono sudamericano amplificate da un altoparlante. Poi canti, invocazioni, preghiere. I canti erano la solita roba pop con parole vagamente religiose. Mi aspettavo di trovare qualche nuovo movimento cattolico, ma in realtà erano pentecostali sudamericani che promuovevano le proprie chiese.

Interessante il fatto che mi possa esser venuto il sospetto fossero cattolici. Certo in ambito profano si può capire che si usino linguaggi musicali più popolari, pur se si dovrebbe stare attenti a non scadere nel ridicolo. Eppure, quello che è preoccupante, è che questa profanizzazione del sacro è oramai ben dentro le nostre parrocchie, dove ragazzotti di buona volontà (ma cattiva preparazione liturgica) ci ammorbano con i rimasugli rivoluzionari del postconcilio o con le cantilene melense nate all’ombra delle cupole romane e delle conferenze episcopali. La liturgia è a un livello così basso…ma in Vaticano si ritiene utile prendersela con la “rigidità” di quelli legati alla forma straordinaria. C’è sicuramente questo elemento in alcuni settori di questo mondo. Io mi rallegrerei che c’è ancora qualcuno che rimane “rigido” dopo decenni di sdilinquimenti pseudo musicali, che sarebbero molto più adeguati ad un corso propedeutico per eunuchi (ma non per il regno dei cieli) che alla grandezza e alla santità della liturgia cattolica.

Abate Faria



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CEI, ASSEMBLEA, NUOVA PRESIDENZA. PERCHÈ MONS. GALANTINO PREFERIREBBE MONS. MARIO MEINI.

Marco Tosatti 

Porque esta vez no se trata de cambiar a un presidente… recitava una canzone della mia lontana gioventù che Luis Badilla, grande architetto del sito paravaticano di diffusione di notizie ad usum delphini “Il Sismografo” conosce bene. Parliamo della Presidenza della Cei, e dell’Assemblea che si apre oggi.

Il Presidente uscente, Angelo Bagnasco, non riproporrà la sua candidatura (potrebbe farlo in via eccezionale, avendo già svolto due mandati). I vescovi saranno chiamati a votare una terna di candidati, fra cui il Pontefice regnante sceglierà.

Il presidente, per Statuto, deve essere un vescovo diocesano ordinario, cioè avere la responsabilità di una diocesi. E questo esclude immediatamente l’attuale segretario della Cei, Nunzio Galantino, che avrebbe, qualche tempo fa declinato l’offerta di una importante diocesi meridionale. Certo, questo gli avrebbe permesso di correre per la posta più ambita, e il suo nome era corso con frequenza. Ma lo esponeva anche al rischio di non ricevere abbastanza voti da entrare nella terna; a quanto sembra anche nel suo campo politico i pareri su di lui sono variegati. Se avesse corso per la presidenza, e si fosse trovato fuori della terna, non gli sarebbe rimasto altro che la sua diocesi. Niente più Avvenire, televisione cattolica, contatti politici, scelta dei nuovi vescovi. Troppo rischioso.

Però anche la scelta di restare a fare il Grande Burattinaio presenta dei rischi. Si parla di possibili presidenti. Uno è Gualtiero Bassetti, vescovo di Perugia, ex vice presidente per il Centro Italia. Il Pontefice lo stima, l’ha fatto cardinale, gli ha affidato le meditazioni della Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo del 2016. Ma Bassetti ha già compiuto 75 anni, è in “prorogatio” – annunciata ufficialmente, però, e questo potrebbe essere un segnale – e finirebbe a 80 anno compiuti la sua presidenza.

Ci sono altri due nomi in posizione eccellente. Il primo è quello di Franco Giulio Brambilla, ordinario a Novara, teologo ed ex ausilare di Tettamanzi a Milano, un dei vescovi più progressisti del Paese. E poi c’è Mario Meini, vescovo di Fiesole, e vicepresidente Cei per l’Italia centrale. E’ un uomo mite, che non ama la prima fila, ed è il candidato di mons. Galantino, che lo vede come la persona ideale per quel ruolo. Con Meini presidente, il potere reale – è l’ipotesi – resterebbe saldamente nelle mani dell’attuale segretario generale. Poco cambierebbe rispetto ad ora. Business as usual.

Il che difficilmente accadrebbe invece se Franco Giulio Brambilla risultasse il candidato prescelto nella terna e dal Pontefice. Mons. Brambilla è un uomo deciso e volitivo. La sua elezione porterebbe a equilibri ben diversi a circonvallazione Aurelia.

L’altro candidato eccellente è l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori. E’ una figura storica di riferimento nell’episcopato italiano.

E il Pontefice che cosa vuole? Qualche tempo, quando qualcuno ha toccato con lui questo tema, mi dicono abbia risposto di volere che il nuovo presidente fosse “avanzato, avanzato, avanzato”. Traducendo: progressista. Non un uomo santo; un uomo avanzato.



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UN “NO” CATTOLICO AL REFERENDUM. ANCHE CONTRO LA TENTAZIONE DI UN NEO-COLLATERALISMO CLERICALE.

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Marco Tosatti

E’ un “NO” motivato contro la riforma della Costituzione promossa dal governo quello che il Comitato per il Family Day e il Movimento Cristiano Lavoratori hanno illustrato oggi pomeriggio, sabato 12 novembre, di fronte a centinaia di delegati delle due realtà giunti da tutta Italia. Il meeting ha avuto luogo presso il

Le due realtà del laicato cattolico guidate da Massimo Gandolfini (Family day) e Carlo Costalli rispondevano all’all’appello del presidente della Cei cardinale Angelo Bagnasco ad informarsi con grande cura per avere chiari tutti gli elementi di giudizio. Le famiglie e i lavoratori hanno detto ‘No’ alla rottamazione della sussidiarietà, dei corpi intermedi e della partecipazione del popolo alle decisioni.

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“Siamo ben coscienti che la riforma Renzi-Boschi è propedeutica alla definitiva destrutturazione della nostra società, proprio dalla destabilizzazione dei suoi due cardini principali: la famiglia e il lavoro”, ha spiegato Costalli ricordando tutte le azioni dall’attuale esecutivo contro la famiglia e contro il lavoro, a partire dal Jobs Act , giudicato fallimentare, e dall’istituzione dei voucher che hanno reso ancora più liquida ogni forma di attività lavorativa.

“Il tasso di decisionismo che si vuole introdurre – prosegue Costalli – è strumentale ad introdurre un processo di liquefazione della società italiana, anche grazie allo svuotamento della democrazia ottenuto tramite una Senato composto da nominati”.

Massimo Gandolfini ha ribadito che con un parlamento mono-camerale controllato esclusivamente dal Pd, grazie all’Italicum, Renzi avrà campo libero per portare a termine la trasformazione del tessuto sociale italiano. “Le unioni civili – ha detto Gandolfini – sono solo il capo fila di una politica tesa all’approvazione delle adozioni per tutti; del suicidio assistito; dell’estensione della procreazione artificiale a coppie gay e single; delle leggi liberticide sulla trans-fobia e omo-fobia; della depenalizzazione dell’utero in affitto; del divorzio express e della legalizzazione di tutte le droghe”.

Obiettivo comune del Family Day e del Movimento cristiano lavoratori, che lanciano un appello inclusivo a tutte le realtà impegnate nel sociale, è riportare al centro dell’azione politica i diritti della famiglia e dei lavoratori a partire dalla difesa della Costituzione italiana. Il laicato cattolico si candida pertanto ad essere protagonista del nuovo sentimento di partecipazione popolare, per riportare le leve decisionali democratiche nelle mani delle famiglie e dei lavoratori.

La presa di posizione di due realtà profondamente calate nel sociale ha anche un effetto di deterrenza verso la tentazione di un nuovo collateralismo clericale verso il governo e il potere politico che si è manifestato in maniera evidente durante il dibattito per la legge sulle unioni civili.

 

PAPA: PURGA SENZA PRECEDENTI AL CULTO DIVINO. UN SILURO PER IL CARD. SARAH. E PER ALTRI…

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Marco Tosatti

Una vera e propria purga, alla Congregazione del Culto Divino, e un siluro al Prefetto della Congregazione, il cardinale Robert Sarah (nella foto). Che oltre a essere critico, come molti cardinali africani, delle interpretazioni liberal dell’Amoris Laetitia in tema di eucarestia a divorziati risposati, qualche mese fa si è anche permesso di suggerire che la messa sia rivolta a Oriente: “E’ molto importante che torniamo, appena possibile a un orientamento comune, di preti e fedeli rivolti insieme nella stessa direzione, a oriente, o almeno verso l’abside, verso il Signore che viene”. E ha aggiunto: “Vi chiedo di applicare questa pratica ovunque sia possibile” aveva detto, come potete leggere QUI.

Ora, questo tema – messa rivolta al popolo o a Dio – è un tema esplosivo dai tempi del post Concilio. Legato alle battaglie liturgiche che come le faide di una volta non finiscono mai. E passano di padre in figlio (ecclesiastico, si fa per dire). A partire dall’arcivescovo Annibale Bugnini, autore della riforma della messa, troppo spinta secondo il suo committente, Paolo VI, che lo mandò come nunzio in Iran, certo non come promozione.

Papa Benedetto, molto sensibile alla liturgia, e a come si prega, ha corretto quella che sembrava essere una tendenza dominante “politically correct” ridando dignità a forme di celebrazione della messa che hanno nutrito la fede e la pietà dei cristiani per diverse centinaia di anni.

Subito dopo le sue dichiarazioni, il card. Sarah era stato corretto dall’arcivescovo Vincent Nichols, delfino e protetto del card. Murphy O’Connor, uno dei consiglieri discreti del governo ombra del Pontefice. Nichols scrisse ai preti intimando di celebrare verso il popolo.

Non era chiaro se il Pontefice, come dichiarava il card. Sarah, avesse dato la sua approvazione all’invito a celebrare ad orientem; oppure no. Un altro dei tanti momenti di ambiguità di questo governo. Ma la purga decisa ieri lascia pochi dubbi.

In pratica, sono stati cancellati tutti i membri esistenti della Congregazione per il Culto divino, cioè i partecipanti all’assemblea dell’ente, e sostituiti con altri. Scompaiono George Pell e Malcom Ranjith, Angelo Bagnasco e Marc Ouellet (Prefetto dei vescovi), oltre all’arcivescovo di Milano Angelo Scola e al card. Raymond Leo Burke, già prefetto della Segnatura Apostolica, una delle prime vittime decapitate senza motivo apparente dal nuovo Pontefice poco dopo l’elezione.

Fra i nuovi scelti ci sono il segretario di Stato, Parolin, il Prefetto della Congregazione del Clero, card. Stella, che non pochi in Vaticano considerano come la vera eminenza grigia dietro il Pontefice, e il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, che è stato immortalato mentre partecipa a una danza per la “Pacha Mama”, a San Marco Sierras, in Argentina.

E poi ci sono nomine che hanno il chiaro sapore di una revanche nei confronti di Benedetto XVI. C’è l’arcivescovo di Wellington, Dew, che si è fatto notare al Sinodo sulla famiglia per al sua richiesta di modificare la posizione della Chiesa che definisce gli atti omosessuali come “intrinsecamente disordinati”. Ma soprattutto c’è l’arcivescovo Piero Marini, braccio destro di Annibale Bugnini, che era stato sostituito da mons. Guido Marini come capo dell’Ufficio Cerimonie di papa Ratzinger. E inoltre: l’arcivescovo Domenico Sorrentino, per due anni Segretario della Congregazione per il Culto Divino. All’epoca si parlò della sua rimozione e della sua nomina ad Assisi per contrasti con le visione liturgica di Benedetto XVI.

Con questa purga straordinaria (una rimozione e sostituzione di questa portata sono un’eccezione assoluta nella prassi del governo romano) il cardinale Sarah sembra molto solo, e non appaiono voci che possano essere liturgicamente discordanti rispetto al politically correct liturgico dominante. Dopo aver riso dei liturgisti con il primate Welby,  il Pontefice ha deciso di farne piangere qualcuno.



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