IL PADRONE DEL MONDO. PROFETICO: MA BENSON NON AVEVA PREVISTO UN’IPOTESI CHE È QUI, PROPRIO ORA.

Marco Tosatti

Cari stilumcuriali, ho passato questi pochi giorni di riposo lontano dal computer e in compagnia di un libro che non avevo ancora letto, e che certamente molti di voi già conoscono, “Il padrone del mondo” di Robert Hugh Benson. Un’opera che secondo alcuni è servita – anche – di ispirazione a George Orwell per “1984”. Chi non lo avesse ancora letto, accolga il mio umile consiglio e lo legga. È stato scritto nel 1907, ed è un romanzo “distopico”, cioè che descrive una società immaginaria dai contorni opposti a quelli dell’utopia: cioè brutti.

L’ha scritto un sacerdote anglicano, figlio dell’arcivescovo di Westminster, e successivamente entrato nella Chiesa cattolica.

Era il 1907, e dunque Robert Hugh non aveva fatto in tempo a vedere (morirà nel 1914) la più spaventosa (fino ad allora) carneficina organizzata mai accaduta sulla faccia della terra, la Rivoluzione di Ottobre, il comunismo, il nazismo e la soffice dittatura del politically correct che ha preso silenziosamente il posto, o si è affiancata dolcemente a quegli abomini. Ma come vedrete, o avete già visto, l’ha profetizzata, fino alle case per l’eutanasia. Eppure Benson viveva nel cuore dell’Inghilterra vittoriana, e scriveva in un momento storico in cui il positivismo, la scienza e i progressi tecnici (che usa abilmente nel libro, sia in maniera positiva che negativa, distruzione aerea compresa…) sembravano garantire all’umanità grazie anche alla perdita di terreno delle “superstizioni” (leggi religioni) un futuro radioso e finalmente libero da ceppi secolari. Tutti elementi che rendono ancora più interessante la sua acuta visione profetica.

Leggendolo, per quello che riguarda la persecuzione della Chiesa, se decide di restare fedele a quanto insegnato e trasmesso, il che per il momento non sempre sembra sia il caso, anzi, mi è venuta in mente una frase del cardinale statunitense Francis George: “Mi aspetto di morire nel mio letto, il mio successore morirà in prigione a il suo successore morirà da martire nella pubblica piazza. Il suo successore raccoglierà i frammenti di una società distrutta e lentamente aiuterà a ricostruire la civiltà, come la Chiesa ha fatto così spesso nella storia umana”.

Sia George che soprattutto Benson, persone di fede integerrima, calcolavano la possibilità dell’apostasia per convenienza o per paura; ma non quella dell’apostasia interna, dell’astuzia dei chierici che affermano: non cambia nulla, e spargono semi di confusione. E soprattutto non tenevano in conto la possibilità di una Chiesa che invece di combattere a viso aperto lo Spirito del Mondo vi si assoggettasse. Barattando il martirio con gli applausi e gli elogi…

 

TROVATE SU COMO VARA DE ALMENDRO LA TRADUZIONE IN SPAGNOLO E UN COMMENTO DI MONTSE SANMARTÌ.



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BUX: CRISI, DIVISIONI, APOSTASIA. É NECESSARIA UNA PROFESSIONE DI FEDE DEL PAPA. COME PAOLO VI.

Marco Tosatti

Il National Catholic Register pubblica un’interessante intervista di Eward Pentin a don Nicola Bux, un noto teologo italiano, scrittore (l’ultima sua opera è “Con i sacramenti non si scherza”) docente di teologia e consultore alla Congregazione per le cause dei Santi e per la Dottrina della Fede.

In essa si afferma che per risolvere la crisi in corso nella Chiesa relativa all’insegnamento e all’autorità del papa, il modo migliore sarebbe una dichiarazione di fede del Pontefice per correggere le sue parole e gesti “ambigui ed erronei” che sono stati interpretati in maniera non cattolica. Secondo Bux la Chiesa è “in una piena crisi di fede”, e le tempeste che la attraversano sono causate dall’apostasia, “l’abbandono della fede cattolica”.

Solo pochi giorni orsono è stata resa pubblica la lettera in cui il cardinale Caffarra, a nome anche di altri tre porporati, chiedeva (il 25 aprile) udienza al Pontefice per parlare dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia e delle sue interpretazioni opposte. La lettera non ha mai ricevuto risposta. Mons. Bux commenta che “Per molti cattolici è incredibile che il Papa chieda ai vescovi di dialogare con chi la pensa in maniera differente (per esempio i cristiani non cattolici) ma non voglia lui per primo affrontare i cardinali che sono i suoi consiglieri principali”. “Se il Papa non difende la dottrina non può imporre la disciplina”.

Traduciamo qui un brano molto pregnante dell’intervista.

“Il punto è: quale idea ha il papa del ministero Petrino, così come è descritto in Lumen Gentium 18 e codificato dalla legge canonica? Di fronte alla confusione e all’apostasia, il Papa dovrebbe fare una distinzione – come Benedetto XVI fece – fra ciò che pensa e dice come studioso privato e quello che deve dire come Papa della Chiesa cattolica. Per essere chiari: il Papa può esprimere le sue idee come uno studioso privato su argomenti di discussione che non sono definiti dalla Chiesa, ma non può fare affermazioni eretiche, nemmeno privatamente. Altrimenti ciò sarebbe egualmente eretico:

Credo che il papa sappia che ogni credente – chi conosce le regole della fede o il dogma, che fornisce a ciascuno il criterio per sapere quella che è la fede della Chiesa, quello che ciascuno deve credere e ciò che ciascuno deve ascoltare – può vedere se sta parlando e agendo in un modo cattolico, o è andato contro il sensus fidei della Chiesa. Anche un solo credente può chiedergliene conto. Così chiunque pensi che presentare dubbi (Dubia) al papa non sia un segno di obbedienza, non ha capito, 50 anni dopo il Vaticano II, la relazione fra il papa e l’intera Chiesa. Obbedienza al Papa dipende solamente dal fatto che lui è legato dalla dottrina cattolica, alla fee che deve continuamente professare davanti alla Chiesa.

Siamo in una piena crisi di fede! Quindi, per fermare le divisioni in corso, il Papa, come Paolo VI nel 1967, di fronte a teorie erronne che circolavano poco dopo la conclusione del Concilio, dovrebbe fare una dichiarazione o professione di fede, affermando ciò che è cattolico e correggere quelle parole e quei gesti ambigui ed erronei – i suoi e quelli dei vescovi – che sono interpretati in maniera non cattolica.

Altrimenti sarebbe grottesco che mentre si cerca l’unità con i cristiani non cattolici e persino intese con i non cristiani, l’apostasia e la divisione siano alimentate all’interno della Chiesa cattolica. “Per molti cattolici è incredibile che il Papa chieda ai vescovi di dialogare con chi la pensa in maniera differente (per esempio i cristiani non cattolici) ma non voglia lui per primo affrontare i cardinali che sono i suoi consiglieri principali. Se il Papa non difende la dottrina non può imporre la disciplina. Come disse Giovanni Paolo II, anche il Papa ha sempre bisogno di conversione, per essere in gradi di rafforzare i suoi fratelli, secondo le parole di Cristo: ‘Et tu autem conversus, confirma fratres tuos’”.

Potete leggere l’intervista in inglese QUI.

 



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FATIMA, APOSTASIA NELLA CHIESA, TERZO SEGRETO. UN LIBRO, UN TESTO (PRESUNTO) DI SUOR LUCIA.

Marco Tosatti

Oggi in Spagna esce un libro che probabilmente farà molto rumore. È di José María Zavala, giornalista e scrittore molto noto. È un libro profondamente spirituale – l’autore è un figlio a distanza di padre Pio, che cerca di far conoscere in ogni angolo del suo Paese. È un libro che chiama alla conversione, vera, profonda, in un mondo che ogni giorno di più sembra volersi allontanare da Dio.

In questa ottica bisogna considerare anche l’intervista postuma con don Gabriele Amorth in cui si parla fra l’altro di Padre Pio e della sua conoscenza del Terzo Segreto di Fatima; e soprattutto il documento che farà sì che di questo libro si parli molto

E cioè 24 righe manoscritte, redatte in portoghese, che potrebbero essere la parte “non rivelata” del Terzo Segreto di Fatima.

Scrivo di questo aspetto su La Nuova Bussola Quotidiana in maniera più dettagliata. Ma vorrei ricordare come su questo punto sia aperta da decenni una discussione che sembra sopirsi per qualche tempo, e poi riprende fiamma e vigore. Certamente il documento offerto dal libro di José María Zavala apre una vasta gamma di questioni e interrogativi; e interpella certamente il Vaticano, oltre che le autorità religiose che hanno gestito la religiosa di Coimbra e la sua vita piena di mistero.

Due considerazioni. Dopo l’uscita dell’articolo su La Nuova Bussola Quotidiana, una cara amica d’oltreoceano mi ha inviato un link molto interessante, per dirmi che il testo di cui parla il bel libro di José Maria Zavala aveva visto già la luce su un sito, Tradition in Action. Il sito lo presentava lasciando aperte tutte le possibilità (come è doveroso fare, mancando l’originale e la chiarezza sulle fonti), e ne pubblicava anche una versione più grande che potesse essere usata per un’indagine di tipo scientifico legale. Che è proprio quello che è stato fatto da José Maria Zavala con l’intervento di Begona Slocker de Arce, l’esperta di grafologia il cui esame è riportato nel libro.

Non c’è dubbio che se il documento dovesse rivelarsi autentico, sarebbe impressionante il riferimento a Giovanni Paolo II, di cui nel 1944 non ci si poteva certo immaginare l’esistenza. E non possiamo notare nel testo una certa mancanza di “confini” fra quelle che sono le parole di Suor Lucia, e quelle della Madonna. Il che darebbe ragione in un certo senso a quanto ci disse molti anni fa il cardinale Dziwisz, allora segretario personale di papa Wojtyla. E cioè che non sempre era chiaro quando parlasse la Madonna, e quando Lucia.

Ma veramente è difficile non concordare con quanto diceva, in una conversazione privata, Benedetto XVI alcuni mesi fa: Fatima non è finita…


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