DUBIA. A.L. I CARDINALI. UNA LETTERA SENZA RISPOSTA, UN’UDIENZA MAI CONCESSA. IL SILENZIO DEL PAPA. PAURA DI UN CONFRONTO?

Marco Tosatti

La Nuova Bussola Quotidiana, il New Catholic Register e Settimo Cielo pubblicano oggi una lettera scritta il 25 aprile scorso dai quattro cardinali che hanno presentato i “Dubia” sull’Amoris Laetitia.

I cardinali Brandmūller, Burke, Caffarra, e Meisner nella lettera chiedevano un’udienza al Pontefice, per avere un chiarimento sui Dubia, e per esporre la situazione di confusione e smarrimento creatasi nella Chiesa a causa di interpretazioni opposte del documento emesso nell’aprile del 2016.

Nel settembre scorso i cardinali presentarono alla Congregazione per la Dottrina della Fede i “Dubia”, seguendo un metodo classico usato dai vescovi quando desideravano chiarimenti su un punto controverso.

Non c’è mai stata una risposta.

Ecco il testo della lettera:

Beatissimo Padre,

è con una certa trepidazione che mi rivolgo alla Santità Vostra, durante questi giorni del tempo pasquale. Lo faccio a nome degli Em.mi Cardinali: Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Joachim Meisner, e mio personale.

Desideriamo innanzi tutto rinnovare la nostra assoluta dedizione ed il nostro amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosciamo il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù: il “dolce Cristo in terra”, come amava dire S. Caterina da Siena. Non ci appartiene minimamente la posizione di chi considera vacante la Sede di Pietro, né di chi vuole attribuire anche ad altri l’indivisibile responsabilità del “munus” petrino. Siamo mossi solamente dalla coscienza della responsabilità grave proveniente dal “munus” cardinalizio: essere consiglieri del Successore di Pietro nel suo sovrano ministero. E del Sacramento dell’Episcopato, che “ci ha posti come vescovi a pascere la Chiesa, che Egli si è acquistata col suo sangue” (At 20, 28).

Il 19 settembre 2016 abbiamo consegnato alla Santità Vostra e alla Congregazione della Dottrina della Fede cinque “dubia”, chiedendoLe di dirimere incertezze e fare chiarezza su alcuni punti dell’Esortazione Apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia”.

Non avendo ricevuto alcuna risposta da Vostra Santità, siamo giunti alla decisione di chiederLe, rispettosamente ed umilmente, Udienza, assieme se così piacerà alla Santità Vostra. Alleghiamo, come è prassi, un Foglio di Udienza in cui esponiamo i due punti sui quali desideriamo intrattenerci con Lei.

Beatissimo Padre,

è trascorso ormai un anno dalla pubblicazione di “Amoris Laetitia”. In questo periodo sono state pubblicamente date interpretazioni di alcuni passi obiettivamente ambigui dell’Esortazione post-sinodale, non divergenti dal, ma contrarie al permanente Magistero della Chiesa. Nonostante che il Prefetto della Dottrina della Fede abbia più volte dichiarato che la dottrina della Chiesa non è cambiata, sono apparse numerose dichiarazioni di singoli Vescovi, di Cardinali, e perfino di Conferenze Episcopali, che approvano ciò che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato. Non solo l’accesso alla Santa Eucarestia di coloro che oggettivamente e pubblicamente vivono in una situazione di peccato grave, ed intendono rimanervi, ma anche una concezione della coscienza morale contraria alla Tradizione della Chiesa. E così sta accadendo – oh quanto è doloroso constatarlo! – che ciò che è peccato in Polonia è bene in Germania, ciò che è proibito nell’Arcidiocesi di Filadelfia è lecito a Malta. E così via. Viene alla mente l’amara constatazione di B. Pascal: “Giustizia al di qua dei Pirenei, ingiustizia al di là; giustizia sulla riva sinistra del fiume, ingiustizia sulla riva destra”.

Numerosi laici competenti, profondamente amanti della Chiesa e solidamente leali verso la Sede Apostolica, si sono rivolti ai loro Pastori e alla Santità Vostra, per essere confermati nella Santa Dottrina riguardante i tre sacramenti del Matrimonio, della Confessione e dell’Eucarestia. E proprio in questi giorni, a Roma, sei laici provenienti da ogni Continente hanno proposto un Seminario di studio assai frequentato, dal significativo titolo: “Fare chiarezza”.

Di fronte a questa grave situazione, nella quale molte comunità cristiane si stanno dividendo, sentiamo il peso della nostra responsabilità, e la nostra coscienza ci spinge a chiedere umilmente e rispettosamente Udienza.

Voglia la Santità Vostra ricordarsi di noi nelle Sue preghiere, come noi La assicuriamo che faremo nelle nostre. E chiediamo il dono della Sua Benedizione Apostolica.

Carlo card. Caffarra

Roma, 25 aprile 2017

Festa di San Marco Evangelista

*

FOGLIO D’UDIENZA

Richiesta di chiarificazione dei cinque punti indicati dai “dubia”; ragioni di tale richiesta.

Situazione di confusione e smarrimento, soprattutto nei pastori d’anime, “in primis” i parroci.

Si presume che la richiesta d’udienza sia giunta al Pontefice nei giorni immediatamente successivi. E l’udienza non c’è stata, ed evidentemente non c’è stato, fra il papa e i cardinali, nessun contatto di altro tipo. Per questo motivo hanno deciso di rendere pubblica la richiesta di udienza; per evitare che i problemi sottolineati nei Dubia e nella lettera si cronicizzino, portando a letture talmente divergenti da svuotare alcuni sacramenti del senso che hanno sempre avuto nella Chiesa cattolica.

Che cosa accadrà adesso è molto difficile da prevedere.

Alcune considerazioni balzano agli occhi.

Il silenzio del Pontefice è inspiegabile.

La situazione paradossale esposta nella lettera è innegabile.

In Germania è corretto fare quello che in Polonia è peccato mortale, e questo vale per molti altri luoghi e diocesi del mondo.

Non voler vedere che un problema esiste, anche solo di logica, è inspiegabile; se non nell’ottica di una confusione voluta.

E’ possibile che l’udienza sia stata rifiutata perché si temeva che fosse il primo passo di una “correzione formale” di errore? Possibile. Ma chiudere le porte e celarsi dietro muri non risolve il problema.

Non rispondere è realmente abdicare a una responsabilità; non solo verso i cardinali, ma verso la Chiesa e il popolo di Dio.

 


 

Questo articolo è disponibile in spagnolo su questo sito: Como Vara de Almendro


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IL PAPA, L’IPOCRISIA, IL SÌ SÌ NO NO, AMORIS LAETITIA, I DUBIA, E IL SINODO DEI VESCOVI A FINALE PRECOTTO.

Il Pontefice due giorni fa a Santa Marta ha trattato il tema dell’ipocrisia. Radio Vaticana ha riportato tutte le sue parole, di cui offriamo qui alcuni stralci. Sappiamo quanto l’ipocrisia possa essere un difetto degli ambienti ecclesiastici, di coloro che “parlano, giudicano”, ma pensano un’altra cosa. Questa è l’ipocrisia. “E l’ipocrisia non è il linguaggio di Gesù. L’ipocrisia non è il linguaggio dei cristiani. Un cristiano non può essere ipocrita e un ipocrita non è cristiano. Questo è così chiaro. Questo è l’aggettivo che Gesù usa di più con questa gente: ipocrita. Vediamo come procedono questi. L’ipocrita sempre è un adulatore o in tono maggiore o in tono minore ma è un adulatore”….Un altro aspetto sottolineato è quello dell’inganno: “Il linguaggio dell’ipocrisia è il linguaggio dell’inganno, è lo stesso linguaggio del serpente a Eva, è lo stesso”. Comincia con l’adulazione per poi distruggere le persone, persino “strappa la personalità e l’anima di una persona. Uccide le comunità”. “Quando ci sono ipocriti in una comunità – ha ammonito – c’è un pericolo grande lì, c’è un pericolo molto brutto”. Il Signore Gesù ci ha detto: “’ia il vostro parlare: sì, sì, no, no. Il superfluo procede dal maligno’”.

“Quanto male fa alla Chiesa l’ipocrisia”, ha detto con amarezza il Pontefice. E ha messo in guardia da “quei cristiani che cadono in questo atteggiamento peccaminoso che uccide”. Ha concluso con una preghiera: “Chiediamo al Signore che ci custodisca per non cadere in questo vizio dell’ipocrisia, del truccarci l’atteggiamento ma con cattive intenzioni. Che il Signore ci dia questa grazia: ‘Signore, che io mai sia ipocrita, che sappia dire la verità e se non posso dirla, stare zitto, ma mai, mai, un’ipocrisia’”.

Leggendo queste parole mi sono tornate alla mente alcune cose scritte in occasione del duplice Sinodo sulla Famiglia, che ha partorito Amoris Laetitia, e i “Dubia”, a cui era richiesta una risposta semplice, Sì o No (vedi sopra…) che non è mai arrivata e forse non arriverà mai.

Comincio dall’episodio più recente. Su San Pietro e Dintorni il 9 maggio del 2016 riportavo una notizia – dichiarazione mai smentita dall’interessato. Scrivevo:

“In una recente conferenza, di cui potete leggere qui il resoconto su Zonalocale, l’arcivescovo di Vasto, mons. Bruno Forte ha rivelato un retroscena dei suoi rapporti con papa Francesco, in relazione al Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Il Papa gli avrebbe confidato: “Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati e risposati, questi non sai che casino che ci combinano. Allora non ne parliamo in modo diretto, fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io”.  

Mons. Forte è stato Segretario speciale del Sinodo dei Vescovi, autore della discussa “Relazione intermedia” sconfessata dal Presidente dell’Assemblea, il card. Ërdo, e sostanzialmente non accolta dai gruppi di lavoro del Sinodo.  

E mons. Forte ha commentato: “Tipico di un gesuita”. Aggiungendo che l’esortazione apostolica “non rappresenta una nuova dottrina, ma l’applicazione misericordiosa di quella di sempre”.  

Se l’aneddoto raccontato da mons. Forte è vero, e non c’è motivo di dubitarne, si capisce meglio il grado di confusione e di ambiguità, oltre che di diversità di interpretazioni, suscitato dall’esortazione apostolica. Cioè una voluta mancanza di chiarezza che riporta alla mente le polemiche e le accuse laiciste che da secoli hanno per bersaglio la Compagnia di Gesù. Frutto di una strategia impostata sin da prima che i lavori del Sinodo del 2014 avessero inizio.  

A margine, e a illustrare la complessità, per chiamarla almeno così, di una situazione di Chiesa, riportiamo quello che diceva il responsabile della comunità lefebvriana, mons. Bernard Fellay il 1° maggio: “…chiediamo al Buon Dio di capire un po’ meglio questo mistero, di capire che malgrado tutte le miserie umane, malgrado che ci sia persino un papa che ci fa ora dei discorsi inverosimili sulla morale, che ci sta dicendo che il peccato è lo stato di grazia – è inverosimile, inaudito quello che si può ascoltare oggi! -; ebbene, malgrado ciò, questo papa può ancora compiere atti che santificano, che salvano…può fare del bene e ne fa ancora”.  

 Se anche loro, sempre così certi sicuri, avvertono perplessità, che dire dei poveri cristiani delle parrocchie?”.

Il secondo riferimento è più lontano. Risale addirittura al settembre 2014, cioè a PRIMA che il primo dei due Sinodi sulla Famiglia cominciasse. Parlavo della vexata quaestio dell’eucarestia ai divorziati risposati, e scrivevo:

“Ma tant’è! Il cardinale Kasper, che già vent’anni fa aveva una sua idea in proposito, non accettata in quei due regni, ha visto con l’avvento di Bergoglio l’opportunità di riproporla. A dispetto del fatto che da Manila a Berlino, da New York all’Africa la grande maggioranza dei suoi colleghi abbiano, ancora una volta, riaffermato la Dottrina della Chiesa, basata, ahimè, sulle parole di Gesù; uno dei pochi casi in cui l’enunciazione appare netta, chiara, definitiva, e neanche messa in dubbio dai tagliuzzatori professionisti di pericopi…  
 Insomma, le cose per Kasper & C. non hanno l’aria di mettersi molto bene. Ma forse c’è un modo, per aiutarlo. E per cercare di impedire che le voci fastidiose lo siano troppo rumorose. 

Il primo punto consiste nel chiedere che gli interventi scritti siano consegnati con largo anticipo. Il che è stato fatto. Entro l’8 settembre chi voleva intervenire al Sinodo dove far pervenire il suo temino.  

Secondo: leggere attentamente tutti gli interventi, e nel caso che alcuni di essi fossero particolarmente pepati, dare la parola a un oratore che prima dell’intervento spinoso, cercasse già di rispondere, in tutto o in parte, ai problemi sollevati dall’intervento stesso. 

Terzo: se qualche intervento appare proprio problematico, dire che purtroppo non c’è il tempo necessario per dare la parola a tutti, ma comunque il testo è stato acquisito, e resta agli atti e di sicuro se ne terrà conto nell’elaborazione finale.  

E in effetti non tanto il Sinodo, sarà importante, ma la sintesi che n verrà preparata, e che porterà la firma del Papa come “Esortazione post-sinodale”. E’ molto probabile che non sarà un testo chiaro e definitivo, ma basato su un’interpretazione “fluttuante”. In modo che ciascuno leggendolo, possa tirarselo dalla parte che più gli fa comodo.  

Umile osservazione di un povero cronista: ma se uno ha un piano così elaborato e astuto, perché parlarne di fronte a perfetti estranei durante una cena sontuosa?”  

Il prelato che faceva tutte queste interessanti rivelazioni, che la storia ha poi dimostrato fondate, era uno dei responsabili, forse il principale, del Sinodo, e lavorava in sintonia con il Pontefice. Leggendo le parole del Pontefice sull’ipocrisia mi sono tornati alla mente questi episodi, e la situazione di sofferente ambiguità in cui vive la Chiesa per la mancanza di una risposta chiara –Sì sì, No, no – da parte di chi la dovrebbe dare.



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RATZINGER A FUMONE. BURKE A CAMPO DE’ FIORI. A QUALCUNO STANNO SALTANDO I NERVI.

Marco Tosatti

La lettura di tre notizie apparse ieri mi fa pensare che a qualcuno stiano saltando i nervi. E che stiamo entrando in una pericolosa fase di involuzione del genere: chi non è d’accordo col capo via la testa. Una degenerazione populista inedita nella vita della Chiesa moderna. Spero sinceramente di sbagliarmi; non è un modo di dire. Lo spero davvero. Però ci sono segnali tutt’altro che tranquillizzanti.

Il nodo, mi sembra di capire, ancora una volta consiste nella risposta non data – a un anno di distanza – dalle cinque domande rivolte al Pontefice da quattro cardinali su dei punti controversi della sua esortazione apostolica Amoris Laetitia. Domande rivolte in spirito di obbedienza, seguendo una procedura classica nella Chiesa, e cioè chiedendo al Pontefice a alla Congregazione per la Dottrina della Fede di dare un chiarimento. Due mesi dopo che le domande erano state rivolte, quando i cardinali hanno saputo che il Pontefice non aveva intenzione di rispondere hanno reso pubbliche le questioni. Che riguardano tutti, e che in buona sostanza si possono ridurre a una: è lecito, in peccato mortale e senza cambiare il proprio comportamento, fare la comunione?

Perché il Papa non voglia rispondere non lo sappiamo. Ci sembra di ricordare che un gesuita a lui vicino abbia detto che la ragione stava nel fatto che le domande erano ideologiche. Scusateci, ma suona un po’ debole. Compito dell’autorità è chiarire il proprio pensiero: e così facendo rende evidente se una questione è inutile o centrata. Nella Chiesa, in particolare, un’autorità che non risponde, compie il suo dovere?

Invece di una risposta si sono scatenati attacchi a non finire contro i quattro cardinali, e contro chiunque condividesse le loro perplessità. Non vogliamo credere, come ci è stato riferito, che il Pontefice abbia incoraggiato o dato il via libera ai suoi fedeli in questo senso. Ma non c’è dubbio che l’unico dei quattro che ancora ricoprisse una carica – Raymond Leo Burke, Patrono dell’Ordine di Malta – sia entrato e sia ancora nel campo di tiro. Per quanto riguarda Malta, potete leggere qui, una ricostruzione. E forse è proprio la parresia di Burke che ha dato fastidio.

E veniamo così al primo dei tre episodi di ieri: lo sconcertante attacco personale del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, un comportamento senza precedenti. Maradiaga nel libro intervista scritto insieme al confratello salesiano Antonio Carriero intitolato “Solo il Vangelo è rivoluzionario”, scrive di Burke nella prefazione, in relazione ai Dubia: “Quel cardinale che sostiene questo è un uomo deluso, in quanto voleva il potere e lo ha perso. Credeva di essere la massima autorità degli Stati Uniti”. E aggiunge: “Lui non è il magistero: il Santo Padre è il magistero, ed è lui che insegna a tutta la Chiesa. L’altro dice solo il suo pensiero, non merita ulteriori commenti. Sono le parole di un povero uomo”. Il punto è proprio questo: si chiede un chiarimento sul Magistero, che non viene dato. Ma per Maradiaga, grande sponsor del Pontefice, questo è un dettaglio insignificante. Che se la prende anche con una non meglio precisata “destra cattolica”, che vorrebbe “il potere e non la verità. Se dicono di trovare qualche eresia, tra virgolette, nelle parole di Francesco, si sbagliano di grosso, perché essi pensano soltanto come uomini e non come il Signore vuole”.

Colpisce la virulenza delle parole. Ma il dialogo e la misericordia, dove sono andati a finire?

Veniamo al secondo episodio, anch’esso significativo. Ne è protagonista un certo Andrea Grillo, laico, docente di teologia a Sant’Anselmo. Grillo sarebbe – secondo quanto ci viene detto – nella commissione, mai annunciata ufficialmente, e ufficialmente ignota al Prefetto del Culto Divino (cioè all’autorità che di questo dovrebbe occuparsi) per studiare se e come creare una messa a cui possano partecipare cattolici e protestanti insieme. Problemino non da poco, visto che il significato dell’eucaristia è totalmente diverso.

Il Prefetto del Culto è il cardinale africano Robert Sarah, nominato dal Pontefice, nel momento in cui doveva per ragioni di riforme varie spostarlo da dove era, cioè Cor Unum. Nella postfazione a un suo libro di prossima uscita, Benedetto XVI ha detto che con Sarah la liturgia è in buone mani. Non ci sembra un’affermazione scandalosa, se non per chi odia Sarah.

Questo Andrea Grillo, che non abbiamo l’onere di conoscere personalmente, si è scatenato. “Bisogna considerare bene la singolarità della situazione. Un papa rinuncia all’esercizio del proprio ministero petrino. Si apre la procedura di successione e viene eletto il successore. Normalmente ciò accade “mortis causa”. Quando la ragione non è la morte del predecessore, ma la “dimissione”, questo fatto apre per la istituzione un delicato caso di possibile conflitto di autorità. Che dovrebbe essere superato dalla “consegna del silenzio” del predecessore. Il quale, nella prefazione con cui esalta le doti del Prefetto Sarah, cita un testo di Ignazio di Antiochia che dice: “E’ meglio rimanere in silenzio…”. Se non solo parla, ma addirittura esalta un Prefetto che ha creato continui imbarazzi alla Chiesa e al suo successore, si apre un conflitto pericoloso, che richiederebbe comportamenti più prudenti e parole più responsabili. Si dovranno prevedere, in futuro, norme che regolamentino in modo più netto e sicuro la “morte istituzionale” del predecessore e la piena autorità del successore, in caso di dimissioni”.

Oltre ad altre cose sgradevoli e poco rispettose, Grillo ha anche detto: “Non può esserci coabitazione. Questo è ora del tutto evidente. Come è evidente che la veste bianca e la loquacità, oltre alla residenza, debbono essere dettagliatamente normate. Il Vescovo emerito deve allontanarsi dal Vaticano e tacere per sempre. Solo a queste condizioni è possibile configurare una reale “successione”…Le intenzioni di discrezione e di umiltà sono palesemente violate, in modo quasi scandaloso. E trovo veramente sconcertante che il Vescovo emerito di Roma lodi Francesco per una nomina che sa bene di aver contribuito pesantemente a determinare. Questo mi sembra il dato più grave, un segno di clericalismo e direi anche di una certa ipocrisia”.

La soluzione che possiamo suggerire è quella di Fumone, il castello in Ciociaria dove Celestino da Morrone finì i suoi giorni. Conosciamo bene almeno uno dei proprietari, se si vuole possiamo agire da mediatori. Scherzi a parte, di scandaloso c’è questo clima facinoroso mostrato dai fautori del nuovo corso. Una quantità di livore tale di cui forse qualcuno a Santa Marta dovrebbe preoccuparsi.

E infine veniamo al terzo episodio. Le parole del Pontefice a Santa Marta. Si parlava del problema dei pagani che vogliono diventare cristiani, e delle discussioni sul questo problema fra apostoli. Il Pontefice descrive così la situazione: “Il gruppo degli apostoli che vogliono discutere il problema e gli altri che vanno e creano problemi, dividono, dividono la Chiesa, dicono che quello che predicano gli apostoli non è quello che Gesù ha detto, che non è la verità”.

Alla fine si raggiunge una concordia, e i pagani possono entrare senza circoncisione fisica. Il Pontefice afferma che “è un dovere della Chiesa chiarire la dottrina” (ahi! Ahi! E i Dubia? N.D.R) affinché “si capisca bene quello che Gesù ha detto nei Vangeli, qual è lo Spirito dei Vangeli”:

“Ma sempre c’è stata quella gente che senza alcun incarico va a turbare la comunità cristiana con discorsi che sconvolgono le anime: ‘Eh, no. Questo che ha detto quello è eretico, quello non si può dire, quello no, la dottrina della Chiesa è questa…’. E sono fanatici di cose che non sono chiare, come questi fanatici che andavano lì seminando zizzania per dividere la comunità cristiana. E questo è il problema: quando la dottrina della Chiesa, quella che viene dal Vangelo, quella che ispira lo Spirito Santo – perché Gesù ha detto: ‘Lui ci insegnerà e vi farà ricordare quello che io ho insegnato’ -, quella dottrina diventa ideologia. E questo è il grande sbaglio di questa gente”.

Giochino: in quale dei due gruppi citati dal Pontefice collochereste Maradiaga e Grillo? E se i fanatici speculano sulle cose non chiare, perché non chiarire, quando se ne è richiesti, e si tagliano in radice le ambiguità?



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THE POLITICAL POPE. UN LIBRO NEGLI USA ANALIZZA CRITICAMENTE IL PONTIFICATO DI BERGOGLIO.

Marco Tosatti

Ci sembra interessante rilanciare qualche brano dell’intervista che Maike Hickson, di OnePeterFive, ha fatto a George Neumayr, autore del libro “The Political Pope”, e il cui sottotitolo è: “Come papa Francesco sta deliziando la Sinistra liberal e abbandonando i Conservatori”. Il libro di Neumayr, che è uscito il 2 maggio scorso negli Stati Uniti, è un’analisi critica dei primi quattro anni del regno di papa Bergoglio. Non sappiamo se e quando uscirà in Italia; ma certamente è un contributo al dialogo sulla situazione della Chiesa far sentire una voce come quella di Neumayr.

Vi riportiamo qualche frase della lunga intervista, consigliando chi vuole di leggere l’originale in inglese. Fra l’altro, sul sito di OnePeterFive Neumayr ha dato l’autorizzazione a rendere pubblico il primo capitolo della sua opera.

“Dal primo momento in cui l’ho visto, ho saputo che saebbe stato una palla da demolizione modernista, e mi ha colpito dall’inizio come il tipico ‘gesuita progressista’…Ho capito che sarebbe stato un pontificato storicamente angosciante…mentre si sviluppava, è diventato sempre più chiaro che qualcuno doveva fare la cronaca di questo pontificato caotico”.

Neumayr ha studiato presso un’università dei gesuiti. “Il programma di Francesco era così ovviamente impostato per promuovere il liberalismo politico e al tempo stesso minimizzare la dottrina; quella era la formula del cattolicesimo vuoto e di moda che ho visto in vetrina all’Università dei Gesuiti di San Francisco”.

Neumayr ha letto tutti i libri biografici esistenti su Jorge Bergoglio, ha parlato con preti, ha parlato con gesuiti, con attivisti cattolici, specialisti di diritto canonico e professori cattolici. La maggior parte di essi preferiva parlare sotto anonimato. Ha trattato del Bergoglio prima e dopo l’elezione al Soglio di Pietro. La conclusione?

“La conclusione innegabile è che la Chiesa cattolica sta soffrendo sotto un cattivo papa, e che i cardinali devono affrontare questa crisi”.

Secondo Neumayr, il Pontefice “è il prodotto di un sinistrismo politico e di un modernismo teologico. La sua mente è stata formata da tutte le eresie post-illuministe e dalle ideologie da Marx a Freud a darwin. E’ la realizzazione della visione del card. Martini di una Chiesa modernista che si adatta alle eresie dell’Illuminismo. Su quasi tutti i fronti Francesco è un seguace della scuola modernista.”. Questo, dice Neumayr, si può vedere dall’interpetazione di certi passaggi del Vangelo, “Come quano descrive il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci come una metafora e non come un miracolo”.

“Questo pontificato è un esmpio flagrante di clericalismo fuori controllo. Papa Francesco usa il pulpito del papato non per presentare gli insegnamenti della Chiesa, ma, piuttosto, per promuovere la sua agenda politica personale”.

“Molte delle sue dichiarazioni non sono in linea con gli insegnamenti della Chiesa, come documento nel libro”.

Neumayr cita fra i maître a penser del Pontefice Esther Ballestrino de Careaga, una fervente comunista. E Paulo Freire, autore del libro “Pedagogia degli oppressi”; e ha riabilitato, afferma Neumayr i teologi della Liberazione.

“Rende omaggio al relativismo morale e al socialismo, che sono al centro della sinistra globale. Non è un caso che le sue frasi simbolo siano ‘Chi sono io per giudicare’, e ‘ineguaglianza è alla radice di ogni male ’”. E’ un cocco della sinistra globale perché promuove molti dei temi della loro agenda come l’attivismo per il climate change, i confini aperti e l’abolizione dell’ergastolo”.

“Il Papa asseconda il volontarismo inerente ai liberal che prende la forma sia del relativismo morale che la forma di un socialismo del mostrarsi virtuosi…in altre parole, i liberals amano apparire buoni senza esserlo. E un pontificato che unisce liberalismo politico e relativismo dottrinale e morale va d’accordo con la loro politica di auto indulgenza. Amano anche un tocco di spiritualismo non minaccioso nella loro politica, che un dilettante gesuita dall’America Latina fornisce”.

Su “Amoris Laetitia” Neumayr è molto critico. “E’ uno dei documenti più scandalosi nella storia della Chiesa. Papa Francesco da un’ovvia strizzatina d’occhio e un cenno del capo agli adulteri nella nota 329 del documento. Nel mio libro parlo dell’ambiguità intenzionale di quel documento…tipico di un gesuita”.

Neumayr è critico per la debole risposta da parte dei prelati. E afferma che ci vorrebbe un’iniziativa: “La mia posizione è che i cardinali dovrebbero confrontare direttamente il Papa su questo tema e rendergli chiaro che la posizione eterodossa a cui aderisce è assolutamente inaccettabile. E poi, se manca di rispondere ai dubia, devono muoversi per una correzione formale”.

Neumayr è nato nel 1972. Dice di sé di essere di quella generazione di cattolici che hanno “chiesto del pane e ricevuto delle pietre”. Spera che il suo libro “possa contribuire a un ritorno all’ortodossia e alla santità nella Chiesa, e penso che sia il dovere dei giornalisti di dire la verità senza paura o favoristismi”.



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DOMANI A ROMA LAICI DI TUTTO IL MONDO DISCUTONO SULL’AMORIS LAETITIA. SOTTO LO SGUARDO DEL VATICANO E DEL PAPA.

Marco Tosatti

Domani, a Roma, all’Hotel Columbus, dalle 10 di mattina fino al tardo pomeriggio un gruppo di laici cattolici, provenienti da diverse parti del mondo, esporranno le loro ragioni di perplessità e disagio nei confronti della confusione creata da interpretazioni opposte dell’esortazione apostolica “Amoris Laetitia”. Starà poi a chi di dovere – a chi ha cioè il compito istituzionale di creare unità e non provocare divisioni nel gregge che gli è stato affidato – decidere cosa fare.

Piacerebbe molto ai tifosi e ai palafrenieri della squadra attualmente al potere nei Sacri Palazzi che dal Convegno – che si intitola “A un anno dall’Amoris Laetitia. Fare Chiarezza” partissero anatemi, ultimatum, imposizioni e date cogenti. Per buttarle, come si dice a Roma, in caciara, e dimostrare che è un raduno di gente ostile al Papa. Resteranno delusi, molto probabilmente; e comunque, anche se così fosse, resterebbe neanche sfiorato il problema centrale: e cioè che il disagio che si avverte, la confusione e la scarsa chiarezza che si percepisce restano, e non basta qualche “balconazo” o qualche bagno di folla plaudente a dissiparlo.

Qui sotto pubblichiamo il comunicato diffuso ieri sera dagli organizzatori. Ma ci sembra opportuno riportare subito quello che ha detto Riccardo Cascioli, direttore de “Il Timone” e de “La Nuova Bussola Quotidiana”, motore dell’appuntamento.

“Ci si aspetta che le ragioni di chi nella Chiesa nutre perplessità ed è preso da disorientamento per certi modi in cui è stata presentata e applicata l’Amoris Laetitia vengano prese seriamente in considerazione innanzitutto dai vertici vaticani. Ciò implica ovviamente che il Papa risponda ai dubia espressigli da alcuni cardinali, i quattro firmatari della lettera oltre a diversi altri”. Cascioli si attende poi che “cessi nella Chiesa la caccia alle streghe, l’intimidazione continua condita di beffarda irrisione, la criminalizzazione di chi – indicato come ‘nemico del Papa’ – osa esprimere perplessità sull’uno o l’altro aspetto della vita ecclesiale”.

Ecco il comunicato.

CONVEGNO DEL 22 APRILE 2017 “FARE CHIAREZZA” SULL’AMORIS LAETITIA/ COMUNICATO NUMERO 4

C’è chi si augura un flop di presenze per poi irridere – conformemente alla propria visione misericordiosa del dibattito ecclesiale – gli organizzatori. C’è chi auspica addirittura una vera e propria dichiarazione di guerra contro papa Francesco, così da chiudere ogni spazio al dissenso interno alla Chiesa, dunque stroncandolo. C’era chi sperava che nessuno, al di fuori dei promotori, parlasse del Convegno, così che il tutto per l’opinione pubblica neanche esistesse.

Auguri, auspici, speranze che sembrano oggettivamente destinate a restare tali. Le presenze si prevede non mancheranno; le dichiarazioni di guerra non ci saranno; il silenzio-stampa sul Convegno è già stato ampiamente ‘infranto’ da media autorevoli, tanto che perfino alcuni siti turiferari tra i più sbracati sono stati costretti in qualche modo a dare la notizia, magari obtorto turibulo.

Nell’ultimo comunicato abbiamo citato ad esempio l’articolo di Philip Willan sul ‘Times’ del 17 aprile (rilanciato e ampliato con la stessa firma su ‘Italian Insider’ del giorno seguente). In questa occasione ci sembra utile citare un paio di considerazioni espresse il 19 aprile da Marco Politi nel suo blog de ‘Il Fatto quotidiano’. Sotto il titolo “Papa Francesco, gli oppositori continuano la guerra sotterranea. Ma Bergoglio rimane impassibile”, Politi esprime le sue riflessioni su quella che ritiene una guerra senza quartiere e senza compromessi in corso nella Chiesa. Riflessioni legittime, su cui è altrettanto legittimo dissentire. Sviluppando il suo ragionamento, il collaudato vaticanista fa poi onestamente una considerazione – a proposito della possibilità della comunione ai divorziati risposati – su cui si può anche essere d’accordo: “Non c’è dubbio che tra la posizione di Giovanni Paolo II, totalmente intransigente su questo punto, e l’atteggiamento pastorale di Francesco la differenza sia netta”.

A poche ore dall’appuntamento romano di sabato 22 presso l’Hotel Columbus (10.00-12.00 e 14.00-16.30), in cui laici di tutto il mondo porteranno la loro testimonianza a proposito dell’esortazione post-sinodale ‘Amoris laetitia’, Riccardo Cascioli (direttore dei due media cattolici promotori, ‘La Nuova Bussola Quotidiana’ e ‘Il Timone’) palesa le proprie aspettative: “Ci si aspetta che le ragioni di chi nella Chiesa nutre perplessità ed è preso da disorientamento per certi modi in cui è stata presentata e applicata l’Amoris laetitia vengano prese seriamente in considerazione innanzitutto dai vertici vaticani. Ciò implica ovviamente che il Papa risponda ai dubia espressigli da alcuni cardinali, i quattro firmatari della lettera oltre a diversi altri”. Cascioli si attende poi che “cessi nella Chiesa la caccia alle streghe, l’intimidazione continua condita di beffarda irrisione, la criminalizzazione di chi – indicato come ‘nemico del Papa’ – osa esprimere perplessità sull’uno o l’altro aspetto della vita ecclesiale”.

Ricordiamo che del Convegno “Fare chiarezza” sull’Amoris laetitia saranno protagonisti laici provenienti da Paesi diversi: Anna M. Silvas dall’Australia, Claudio Pierantoni dal Cile, Jűrgen Liminski dalla Germania (tutti e 3 tra le 10.00 e le 12.00), Douglas Farrow dal Canada, Jean-Paul Messina dal Camerun, Thibaud Collin dalla Francia (dalle 14.00 alle 16.30).

La cartella-stampa a disposizione dei media conterrà le biografie dei relatori, alcuni articoli sul tema dell’ ‘Amoris laetitia’ apparsi nei media organizzatori, il testo dei dubia inviati da alcuni cardinali a papa Francesco e poi pubblicizzati dopo quasi due mesi, in mancanza di una risposta.

Chi fosse interessato al testo delle relazioni può farne richiesta entro venerdì 21 sera a Giuseppe Rusconi: giusepperusconi1@gmail.com / 392 11 73 677 (il testo sarà inviato sabato mattina presto).

L’ingresso è libero, senza prenotazione. Le relazioni saranno in francese (3), in inglese (2), in italiano (1). E’ prevista la traduzione simultanea.

Per altre informazioni e richieste di interviste rivolgersi per favore a Giuseppe Rusconi: giusepperusconi1@gmail.com, cellulare 392 / 11 73 677.



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LA CONFUSIONE DI AMORIS LAETITIA. UN CONVEGNO A ROMA SOLO PER LAICI. CHIEDERE CHE PIETRO DIA CHIAREZZA. CHIARAMENTE.

Marco Tosatti

E’ difficile negare che l’Amoris Laetitia, con le sue omissioni (di parti importanti del Magistero precedente), le sue noticine e le sue ambiguità abbia creato una confusione senza precedenti nel mondo cattolico. Solo qualche giorno fa sulla Nuova Bussola Quotidiana abbiamo dato conto della violenza verbale senza precedenti con cui uno dei maggiori consiglieri del Pontefice ha attaccato che rispettosamente ha chiesto chiarezza, e come il disagio si stia estendendo, invece di placarsi.

La cosa forse più interessante è che non si tratta solo di una cosa da preti, questa discussione, come forse qualcuno vorrebbe far credere. Ne siamo testimoni di persona, interagendo sui social; e vediamo come i laici, anche laici normali, siano profondamente coinvolti.

E di questo fatto – che la confusione, e il suo possibile rimedio – interessi tutti, ne è segnale importante in Convegno che si svolgerà a Roma sabato prossimo, all’Hotel Columbus, promosso da “La Nuova Bussola Quotidiana” e da “Il Timone”. Un convegno nato affinché sia fatta chiarezza sull’ interpretazione dell’esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco Amoris Laetitia.

Naturalmente chi vorrebbe prima ancora dell’apertura dare un’interpretazione malevola è già al lavoro. Il “Times” di lunedì 17 aprile, titola “Hardline Catholic rebels challenge Pope’s marital reform” (Ribelli cattolici integralisti sfidano la riforma matrimoniale del Papa). Si capisce il tentativo di rendere appetibile a un pubblico distratto e certamente non particolarmente esperto questioni difficili, ma un titolo del genere è un semplice tradimento della realtà. Come scrive Giuseppe Rusconi su “Rosso Porpora” “a tale proposito è giusto e necessario ribadire che non si tratterà di un atto di ammutinamento pubblico contro il Pontefice né gli verrà posto un ultimatum, tantomeno il Convegno sarà la prima tappa di un cammino scismatico”.

Nelle intenzioni degli organizzatori e dei relatori l’appuntamento presso l’Hotel Columbus in via della Conciliazione sarà in primo luogo un momento pubblico di riflessione da parte di laici di tutto il mondo su passi ritenuti ambigui contenuti soprattutto nel capitolo VIII dell’Amoris laetitia, un documento del Magistero che ha dato origine a interpretazioni molto divergenti in seno al mondo cattolico, tali – come abbiamo visto – da creare grande confusione in chi vuol rimanere fedele alla dottrina sociale della Chiesa in materia di matrimonio e non solo.

Non è una querelle fra ecclesiastici; e infatti al Convegno la parola sarà data solo ai laici, così che l’opinione pubblica possa constatare come le perplessità sull’Amoris laetitia e dintorni non vengano solo dai “quattro gatti di cardinali in pensione” (che non sono solo quattro, anzi…) ma di una fetta consistente del mondo cattolico non clericale.

A questo LINK troverete il programma del Convegno.

E sempre Rosso Porpora oggi offre la riflessione laica del filosofo Marcello Pera, di ascendenze laicissime, già presidente del Senato italiano tra il 2001 e il 2006, protagonista di un rapporto di amicizia intellettuale con Joseph Ratzinger, in particolare sulla questione delle radici cristiane europee.

Il 4 aprile, in occasione della presentazione presso la Lateranense – Pontificio Istituto Giovanni Paolo II – di un Vademecum sull’Amoris laetitia (autori Kampowski, Granados, Perez-Soba), Pera ha rilevato che tale vademecum “nasce da una preoccupazione evidente, quella che l’innovazione in corso non diventi una frattura, una crisi del cristianesimo; è una preoccupazione che percepisco non solo nel testo dei tre autori, ma anche in tanti altri interventi in materia”, Il timore è insomma che si prospetti “una forma di assorbimento, poi di resa a una cultura secolare diffusa”. Secondo Pera in papa Bergoglio “certo c’è una forte innovazione rispetto ai due predecessori. E’ in corso un processo che è qualcosa di più di un aggiornamento del linguaggio e si prospetta in realtà come un cambio della dottrina”. Tale sensazione si fonda anche su “tanti interventi estemporanei, apparentemente extra-cathedram, di Francesco”: in ogni caso essi sono interessanti, poiché “sono spia di un pensiero ambiguo”. Che si fonda su “due nozioni-chiave, tramite le quali papa Francesco sta radicalmente innovando il cattolicesimo”: riguardano l’applicazione delle norme morali assolute e la pratica del discernimento.

In sintesi: “Discernere non può voler dire sospendere il giudizio. Il ‘Chi sono io per giudicare?’ potrebbe invece indurre a pensare che il giudizio possa essere sospeso”, ma il giudicare “non può diventare arbitrio soggettivo”. Ovvero: “Discernere non dovrebbe poter significare che si deve giudicare caso per caso, poiché così agendo si perderebbe l’assolutezza della norma e si negherebbe il comandamento di Dio”. Marcello Pera è preoccupato quando sente che “la misericordia viene prima del giudizio”. E “vede una pressione enorme del laicismo sulla Chiesa cattolica, al cui interno si avvertono peraltro scricchiolii notevoli derivati dal volersi conciliare con la marea laicista montante”. Un grave errore, poiché “di punti di riferimento morali e spirituali abbiamo tutti bisogno. La loro perdita sarebbe un danno enorme non solo per il cristianesimo e per l’Europa, ma per la civiltà intera”.



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BURKE: SPERO ANCORA CHE IL PAPA RISPONDA AI DUBIA. LA CONFUSIONE È DANNOSA PER LA CHIESA. INSISTEREMO.

 

Marco Tosatti

La sera del 24 marzo il cardinale Raymond Burke parlava nella parrocchia di Saint Raymond di Peñafort a Springfield, Virginia, e ha risposto ad alcune domande relative ai “Dubia” presentati da quattro cardinali, e alla possibile correzione formale che un’eventuale mancanza di risposte da parte del Pontefice potrebbe rendere necessaria.

Il parroco di Saint Raymond, padre John De Celles, ha posto alcune domande al cardinale. Ecco qualche brano de colloquio.

De Celles. – Ci sono molte voci che circolano intorno ai Dubia…Lei sa se ci sarà una risposta ai Dubia da parte del Santo Padre o della Congregazione per la Dottrina della Fede?

Burke: “Sinceramente spero che ci sarà perché queste sono questioni fondamentali che sono onestamente sollevate dal testo dell’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia. E fino a quando non ci sarà una risposta a queste questioni continuerà a diffondersi una una confusione molto dannosa nella Chiesa, e una delle questioni fondamentali riguarda la verità secondo cui ci sono cose che sono sempre e dovunque sbagliate – quelli che chiamiamo atti intrinsecamente malvagi – e così noi cardinali continueremo a insistere per udire una risposta a queste domande sincere”.

Il cardinale Burke ha negato l’idea che i Dubia siano irrispettosi o arroganti, ricordando che si tratta del sistema tradizionale di cercare un chiarimento da parte del Papa sull’insegnamento costante della Chiesa. Ha poi spiegato perché i Dubia siano stati resi pubblici, dopo aver saputo dalla Congregazione per la Dottrina della Fede che non ci sarebbe stata una risposta.

“Abbiamo giudicato necessario renderli pubblici perché così tanti fedeli ci avvicinavano, ponendo queste domande, e dicendo, che cosa c’è di male, abbiamo queste domande, e sembra che nessuno dei cardinali che hanno la grande responsabilità di assistere il Santo Padre si ponga queste domande, e allora le abbiamo rese pubbliche, e anche questo è stato fatto con grande rispetto”.

De Celles: – Se non c’è risposta, quale sarà la risposta di voi quattro cardinali?

Burke: “Allora dovremo semplicemente correggere la situazione, di nuovo in maniera rispettosa, cioè semplicemente questo, dedurre la risposta alle domande dall’insegnamento costante della Chiesa e renderlo noto per il bene delle anime”.

Il cardinale americano non ha dato nessuna indicazione sui tempi di questa eventuale correzione dell’esortazione post-sinodale. E soprattutto ha parlato di correzione in generale, e non di una correzione rivolta direttamente al Pontefice. Amoris Laetitia sta per compiere il suo primo anno di vita, è stata pubblicata nell’aprile del 2016. E ancora adesso da diverse zone del pianeta si hanno dichiarazioni di vescovi e conferenze episcopali che si muovono su linee contrastanti nell’applicazione del documento, alimentando uno stato oggettivo di confusione.

Chi volesse vedere il video può trovarlo a questi link

LINK1 

LINK2 



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AMORIS LAETITIA. FATE VOBIS ERA UN BUON VESCOVO, SI DICEVA. MA NON SI PARLAVA DI PAPI…

Marco Tosatti

“Fate vobis era un buon vescovo” mi dicevano i miei vecchi. Intendendo dire: che ciascuno faccia come gli pare. Mi è tornata in mente questa frase d’altri tempi leggendo diverse notizie di questi giorni legate all’Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica pubblicata dopo i Sinodi sulla Famiglia, che ha suscitato interpretazioni diverse e contrastanti, da cui sono nati i “Dubia” dei quattro cardinali primi firmatari, a cui se ne sono aggiunti in forme e contesti diversi molti altri. “Dubia” inviati al Papa, come è giusto; a cui però non ha risposto, e ormai sono passati sei mesi.

E le notizie di cui si legge anche in questi giorni fanno riflettere che non sarebbe male che trovasse qualche minuto – non ce ne vogliono molti – per rispondere con un “sì” o con un “no”, facendo uscire dalle ambasce tanti cattolici, e dall’ambiguità delle interpretazioni multicolori quella che dovrebbe essere una linea di condotta unica per la Chiesa, dall’Alaska alle Fiji.

“Né lassismo, né rigorismo”, è la linea indicata dal Papa nell’Esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, dice in un’intervista al SIR mons. Pio Vito Pinto, il Decano della Rota. Che è un bello slogan, ma in pratica non aiuta molto. Anzi, neanche un po’. Anche se mons. Pinto, quello che aveva accennato e poi corretto alla possibilità di sberrettamento dei quattro cardinali da parte del Papa, cerca di appoggiarsi sull’aperturista cardinale di Vienna: “Come ha detto il cardinale Schönborn durante il nostro corso, tutti gli “ismi” sono sbagliati, specialmente in un campo delicato come quello delle situazioni di difficoltà delle famiglie. Per questo bisogna uscire dal piano delle idee astratte e incarnarsi nella tessuto concreto della comunità: a differenza di uno specialista – come un membro dei tribunali, o di un docente di diritto canonico – il parroco è in grado di individuare gli “ismi” che potranno impedire lo sviluppo, o hanno creato il fallimento, nella coppia singola che ha di fronte, e la prova essenziale è nei fatti”

Poi c’è la Radio vaticana, che proprio ieri ricorda che “La Conferenza episcopale di Malta ha elaborato le linee-guida per l’applicazione del capitolo ottavo dell’Esortazione apostolica “Amoris Laetitia” siglata da Papa Francesco nel 2016. Intitolato “Accompagnare, discernere e integrare la fragilità”, il capitolo è dedicato alle coppie che vivono situazioni irregolari, con “un invito – sottolineano i vescovi maltesi – alla misericordia ed al discernimento pastorale, alla luce delle varie realtà sociali” attuali. In particolare, mons. Charles Scicluna e mons. Mario Grech spiegano che le linee-guida, destinate ai sacerdoti, avranno lo scopo di ‘accompagnare’ le coppie in difficoltà verso una maggiore “consapevolezza della loro situazione, alla luce degli insegnamenti di Gesù”. ‘È un messaggio rilevante – scrivono i presuli – per le coppie e le famiglie che si trovano in situazioni complesse, soprattutto quelle separate, divorziate o in nuova unione’. Sono persone che ‘non hanno perso la speranza in Gesù, sottolinea la Chiesa di Malta. Alcune di esse desiderano ardentemente vivere in armonia con Dio e con la Chiesa e ci interpellano per sapere cosa fare per ricevere i Sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia’. Di qui, l’invito di mons. Scicluna e mons. Grech affinché tali coppie chiedano l’aiuto di un assistente spirituale, che le accompagni in questo loro percorso: ‘Abbiamo il dovere – si legge nel documento – di esercitare l’arte dell’accompagnamento’ e di diventare una fonte di fiducia, speranza e inclusione per coloro che chiedono di vedere Gesù, in particolare per quelle persone che sono più vulnerabili”, “in uno spirito di autentica carità’”.

E’ un discorso più sfumato, rispetto al testo originario, di qualche settimana fa, in cui alla fine si affidava alla coscienza dei singoli interessati l’opzione finale: eucarestia sì, eucarestia no.

E poi c’è la notizia che l’arcivescovo di Ottawa, Terrence Prendergast, ha deciso di sostenere il documento emesso nel settembre 2016 dai vescovi dell’Alberta, in Canada, in cui si definiva “erroneo” per i cattolici divorziati e risposati ricevere l’eucarestia. Prendergast lo ha descritto come “una guida su come accompagnare le famiglie con compassione e attenzione pur mantenendo l’insegnamento immodificabile della Chiesa sul sacramento del matrimonio e l’eucarestia”. Le linee guida, emanate per l’Alberta e i territori del Nord Ovest, ricordano che “può accadere che attraverso i media, gli amici, la famiglia, le coppie siano portate a credere che c’è stato un cambiamento nella pratica della Chiesa, così che ora sia possibile per persone divorziate e risposate civilmente ricevere la Comunione, semplicemente se hanno una conversazione con un prete. Questa opinione è erronea”. I vescovi devono accompagnare quelle coppie “in un cammino di guarigione e riconciliazione”, e a consultare un tribunale matrimoniale. E se non possono o vogliono separarsi dovranno vivere in castità come fratello e sorella.

Cattolici sono a Malta, cattolici a Ottawa, cattolici a Vienna e cattolici nell’Alberta e nei territori del Nord Ovest. Come si fa a non vedere che una risposta chiara, valida per tutti, è necessaria e urgente? Sarebbe un gesto di grande, reale, misericordia. “Fate vobis era un buon vescovo”. Ma non si parla di papi…



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MÜLLER TERMINA IL SUO MANDATO A LUGLIO. SARÀ CONFERMATO? FORSE PER IL PONTEFICE SAREBBE MEGLIO.

Marco Tosatti

Il Prefetto della Congregazione della Fede, il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller, è intervenuto in maniera chiara nei giorni scorsi sulla confusione creata dalle diverse interpretazioni dell’Amoris Laetitia. Nella sua intervista, riportata da La Nuova Bussola Quotidiana afferma che la dottrina cattolica è valida per tutta la Chiesa, e non ci possono essere interpretazioni diverse a seconda delle conferenze episcopali. Malta, la Germania e l’Argentina, a cui il Papa ha inviato una lettera di approvazione. Il cardinale non lo dice, ma chi vuole può capire, che forse il responsabile dell’unità e della fede, che non è lui, Müller, ma il Pontefice potrebbe e dovrebbe impedire che situazioni del genere si creino, e forse chiarire, rispondendo, per esempio, ai Dubia.

L’intervista di Müller al Rheinische Post fa seguito a quella del 1 febbraio su Il Timone . Il cardinale ha appena terminato la stesura di un’opera imponente – tremila pagine – sul papato, che verrà pubblicata anche in Italia, e in cui tratterà da un punto di vista storico e dogmatico del ruolo di Pietro.

Il 2 luglio prossimo, inoltre, giungerà a compimento il suo quinquennio come Prefetto della Congregazione della Fede. Come è ovvio sono in molti a chiedersi se vista la sua “giovane” età (è del 1947, compirà settanta anni a dicembre) il Pontefice lo confermerà, o se coglierà l’occasione per cercare di liberarsi di lui, sostituendolo con qualche teologo più accomodante.

Non è una domanda dalla risposta facile. Il Pontefice non ha mai nascosto la sua ostilità a questo studioso così preparato e capace. La Congregazione per la Dottrina della Fede è stata ignorata – e lo è ancora – in non pochi snodi importanti del regno; le sue osservazioni, puntuali, sui vari documenti emersi dalla cerchia pontificia sono state tranquillamente disattese; è in carenza di personale, alcuni suoi elementi migliori sono stati o stanno per essere licenziati senza ragione apparente, se non per indebolire la struttura e il Prefetto. Che ha vissuto con sofferenza la fedeltà alla figura e al ruolo del Papa.

Inoltre si sa fin dai tempi di Buenos Aires che l’allora arcivescovo e ora Pontefice non ha fra le sue numerose qualità quella della non vendicatività; non è certo Benedetto XVI, che prolungò nell’incarico il suo avversario di sempre, Walter Kasper. Insomma, la tentazione di far cadere anche questa testa deve essere forte.

Però, io forse mi azzarderei a scommettere – non grandi cifre, però – sulla conferma, o per lo meno su una permanenza donec aliter provideatur. Un uomo leale come Müller, finché è Prefetto, ha mani e bocca legate. Nel momento in cui invece fosse libero, magari anche in una situazione di oggettivo disagio (dove si manda un ex Prefetto della Fede?) potrebbe predicare, fare conferenze, scrivere, essere intervistato. E con quale autorità e franchezza! Proprio in un momento in cui già L’Amoris Laetitia crea crisi profonde, e altre novità occhieggiano all’orizzonte. Il Pontefice dice di sé che è ingenuo ma anche un poco furbo. Se a un ragionamento del genere è giunto chi vi scrive, figuriamoci se non l’ha fatto lui, chissà quanto tempo prima! Sarà interessante vedere se prevarrà l’istinto umorale o la ragione.



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I TEDESCHI AMMETTONO: AMORIS LAETITIA HA PROVOCATO UNO SCISMA DI FATTO. IL PAPA DEVE CHIARIRE.

Marco Tosatti

Non modera i termini Guido Horst, commentatore del giornale cattolico tedesco Tagespost in un breve articolo sullo stato della Chiesa dopo l’Amoris Laetitia. “Uno scisma di fatto”, così scrive. Un termine che se non sbagliamo è già stato usato nel recente passato dal vescovo ausiliare di Astana, Athanasius Schneider.

E’ indicativo di una divisione che si allarga ogni giorno, invece di comporsi, il fatto che nello stesso tempo il quotidiano gestito dalla Segreteria della Conferenza Episcopale Italia, Avvenire, dedichi invece un articolo a dire che in realtà tutto va bene, e si chiede “Chissà che cosa servirà ancora per porre fine a un dibattito che a sempre più fedeli appare pretestuoso?”.

Ma leggiamo che cosa dice Horst, nel suo articolo che si intitola proprio così: “Uno scisma di fatto”. Lo potete leggere nell’originale QUI, e QUI la traduzione in inglese di OnePeterFive. Horst legge le dichiarazioni rilasciate dal cardinale Müeller come una conferma che “Non ci sarà nessuna risposta da parte di Francesco alle domande , e in particolare ai dubbi del quattro cardinali”.

Ma la risposta è già venuta da Malta, aggiunge Horst. Quando i due vescovi dell’isola “Istruisce i pastori del suo piccolo Stato insulare che ogni divorziato risposato può decidere da solo con Dio se ricevere la Comunione , quello significa chiaramente che ogni Chiesa locale può fare come vuole. Il solco si approfondisce. Firenze contro Roma, la Polonia contro l’Argentina, Malta contro Milano. Questo è ciò che si chiama uno scisma di fatto”.

Aggiungiamo qui una breve nota: speriamo che non sia vero quanto riportato sul vescovo di Gozo, Mario Grech, di sospendere a divinis i preti che non concedano la comunione ai divorziati risposati. Anche se nel clima che vive la Chiesa di oggi può apparire una minaccia plausibile, con tanti saluti alla libertà di coscienza.

Il problema, afferma Horst, è il Papa muto. “Il Papa è silenzioso riguardo alla lettera dei cardinali e così si rifiuta indirettamente di fare una dichiarazione chiara su come i paragrafi controversi (in realtà si tratta di noticine, N.D.R.) dell’Amoris Laetita devono essere letti alla luce delle dichiarazioni dei papi precedenti”. E del Catechismo della Chiesa cattolica, aggiungiamo. Così “Roma non è più un’autorità che da’ chiarezza, ma un’osservatrice tranquilla che osserva silenziosamente come e in quanto tempo l’unità dell’assistenza pastorale della Chiesa va a pezzi”. E i preti, i singoli preti, su cui si scaricano in ultima analisi tutte le pressioni del caso “Vengono lasciati soli”.

Parole dure, in particolare perché vengono da qualcuno che non può certo essere classificato fra gli avversari o i critici del regno attuale. Come è certamente a favore del Papa il commento di Björn Odendahl sul sito dei vescovi tedeschi, Katholisch.de, in cui lamenta, da progressista, il mutismo del Pontefice: “Sotto un aspetto, scrive, i conservatori hanno ragione: le parole del Papa non sono abbastanza chiare. Dovrebbe alzare la voce e mettere presto fine a questi avvenimenti che danneggiano la Chiesa”.

Secondo noi è improbabile che lo faccia, permettendo che la Chiesa subisca una divisione, su un tema centrale come l’eucarestia e le parole di Gesù sul matrimonio, probabilmente inedita in tempi moderni.

Crediamo che non lo farà perché ci sembra illuminante quello che ha detto l’arcivescovo Bruno Forte nell’aprile del 2016. Durante il Sinodo il Papa gli avrebbe confidato: “Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati e risposati, questi non sai che casino che ci combinano. Allora non ne parliamo in modo diretto, fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io”. Mons. Forte è stato Segretario speciale del Sinodo dei Vescovi, autore della discussa “Relazione intermedia” sconfessata dal Presidente dell’Assemblea, il card. Ërdo, e sostanzialmente non accolta dai gruppi di lavoro del Sinodo. E mons. Forte ha commentato: “Tipico di un gesuita”. Aggiungendo che l’esortazione apostolica “non rappresenta una nuova dottrina, ma l’applicazione misericordiosa di quella di sempre”. Se l’aneddoto raccontato da mons. Forte è vero, e non c’è motivo di dubitarne, si capisce meglio il grado di confusione e di ambiguità, oltre che di diversità di interpretazioni, suscitato dall’esortazione apostolica. Cioè una voluta mancanza di chiarezza che riporta alla mente le polemiche e le accuse laiciste che da secoli hanno per bersaglio la Compagnia di Gesù. Frutto di una strategia impostata sin da prima che i lavori del Sinodo del 2014 avessero inizio.



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