LA CONFERENZA POLACCA CONFERMA IL DIVIETO PER I DIVORZIATI-RISPOSATI. SENZA CHIAREZZA A.L. È UNA FERITA NELLA CHIESA.

Marco Tosatti

Nei giorni scorsi la Conferenza Episcopale polacca, riunita a Zakopane, sui monti Tatra, ha deciso unanimemente che in base all’Amoris Laetitia i divorziati risposati che non vivono come fratello e sorella non possono ricevere l’eucarestia. Qui trovate i dettagli della decisione, sulla Nuova Bussola Quotidiana.

Con questa decisione, la prima di questo genere da parte di una conferenza episcopale, si ufficializza uno stato di crisi nella Chiesa cattolica che solo una parola chiara da chi è deputato istituzionalmente a darla – il Pontefice – può risolvere.

Ha probabilmente ragione papa Bergoglio nella sua tesi che il tempo è superiore allo spazzio, e che i processi avviati hanno ragione delle situazioni statiche. Ma purtroppo questo è vero per tutti i processi; e nel caso in questione noi abbiamo una divisione che il tempo accentua, invece di saldare.

In precedenza abbiamo avuto alcuni gruppi di vescovi – come quelli del Kazakhstan, o dell’Alberta e dei Territori del Nord Ovest che hanno deciso, in base all’Amoris Laetitia, che l’eucarestia non può essere data a chi vive con un coniuge more uxorio mentre il primo matrimonio è valido, e il primo coniuge è in vita. E abbiamo avuto numerosi vescovi che hanno deciso di muoversi in quel senso nella propria diocesi.

Ma quella della Conferenza Episcopale polacca è una decisione importante. Perché si tratta di una Chiesa ancora viva e fiorente, a differenza di altre dell’Europa Occidentale (vedi Belgio e Germania) che appaiono ben intrise dei germi che hanno portato le Chiese riformate dei loro Paesi alla semi-scomparsa. E cioè il desiderio di rincorrere i fedeli con una campagna di saldi basati sullo spirito della cultura prevalente. Perché è la Chiesa da cui è uscito l’ultimo papa santo della storia, che ha forgiato – insieme con Benedetto XVI – gli strumenti di fede e culturali necessari per affrontare la tempesta travolgente della secolarizzazione.

E’ difficile non vedere a questo punto, a oltre un anno dall’uscita dell’esortazione apostolica, che Amoris Laetitia costituisce una ferita aperta nel corpo della Chiesa. E non solo a livello di cardinali, vescovi, teologi, studiosi; ma di semplici fedeli. Per chi, come la persona che scrive, ha un contatto continuo sui social con persone di tutte le estrazioni e cammini di vita, questo è un dato evidente.

Così come sono un dato evidente le opposte interpretazioni da parte dei responsabili di diocesi. La punta di un iceberg, quelli che parlano (soprattutto contro, per timore di possibili e ahimè probabili ritorsioni, in questo regno) ma segnale di un disagio silenzioso molto più ampio. Qualche tempo fa LifeSiteNews ha pubblicato una lista dei pro e contro, che adesso è certamente molto più lunga. Ma che da sola parla, e chiede: chiarezza.

La chiede al Pontefice, come l’hanno chiesta i cardinali dei Dubia. E’ ideologia non voler vedere che c’è un problema, e un problema grave; non è ideologia porre delle questioni a chi ha la responsabilità di rispondere. Se non lo si vuole fare pubblicamente, lo si può fare in privato. E se i dubbiosi saranno convinti dalla spiegazione di Pietro, non esiteranno certo a dirlo pubblicamente, essi stessi. Ma dopo la presa di posizione di un’intera conferenza episcopale,  e di quelle dimensioni e importanza, non si può far finta di niente.



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A.L. UN VESCOVO USA: IL VANGELO DI IERI SPIEGA PERCHÉ LA CHIESA HA SEMPRE NEGATO LA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI.

Marco Tosatti

L’Amoris Laetitia, in assenza di una risposta chiarificatrice del Pontefice Regnante ai Dubia espressi dai cardinali, continua a generare interpretazioni e problemi. Qualche giorno fa abbiamo visto quello che diceva un vescovo austriaco, stampando la lettera di un suo amico, un sacerdote tedesco in missione in America Latina. Oggi vediamo che in contesto del tutto diverso il vescovo di Bismarck, negli Stati Uniti, David Kagan pensa a quello che molti hanno forse pensato ieri, quando è stato letto il Vangelo del giorno. E’ Gesù che parla. “Fu pure detto: ‘Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio’. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio”.

Imbarazzante, mi sembra. Perché è così esplicito e definitivo, ed è Gesù che parla, non uno degli scribi o dei farisei. E infatti il vescovo Kagan, su Twitter, posta: “Leggete il Vangelo di oggi. Non c’è da sorprendersi che la Chiesa abbia sempre insegnato che i divorziati e risposati non possono ricevere la Santa Comunione. Sesto comandamento”.

Sempre il vescovo Kagan, il 9 febbraio, postava su Twitter: “Su che cosa è basato quello che è l’insegnamento definitivo sul matrimonio della Chiesa? Leggete la prima lettura di oggi dalla Genesi. Quella è la verità, nessun’altra”.

La lettura era la seguente: “Il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta». Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna”.

Personalmente, credo che il problema esista, bello grande, e che non sia un problema ideologico o di gente che non vuole bene a questo Pontefice. Magari persone che per buona parte della loro vita si sono date da fare per difendere Chiesa e papi contro venti e maree. Il fedele comune, sentendo queste parole delle letture, trova difficile fare due più due eguale a cinque. Anche se magari a qualcuno, se è gesuita, o teologo, riesce. Ma noi siamo povera gente.



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PROTESTANTI, AMORIS LAETITIA: MÜLLER A TUTTO CAMPO SU IL TIMONE. “LA VERITÀ NON SI NEGOZIA”.

 

Marco Tosatti

Ne “Il Timone” di febbraio il cardinale Gerhard Ludwig Műller, prefetto della Congregazione per la Fede, risponde alle domande in materia dottrinale e pastorale da Riccardo Cascioli e Lorenzo Bertocchi. Un’intervista molto chiara, che sembra sgombrare il campo da ogni possibile equivoco sulle sue posizioni in materia. Sono dichiarazioni di grande interesse e importanza, nel momento in cui la confusione in ambito cattolico sul tema del matrimonio e dell’eucarestia ai divorziati risposati persiste, anche in assenza di una risposta da parte del Pontefice ai “Dubia” espressi da quattro cardinali, e condivisi in forma più o meno esplicita da molti altri cattolici, dai porporati ai semplici fedeli.

Le dichiarazioni del titolare del più importante dicastero vaticano toccano in particolare due ambiti oggi soggetti a un aspro confronto interno: i rapporti con i protestanti e la dottrina cattolica sul matrimonio. “Senza dottrina non c’è Chiesa”, si apre il “lancio” de “Il Timone; e all’interno le sei pagine dell’intervista sono introdotte da un titolo che appare eloquente: “La verità non si negozia”.

Sui rapporti con i protestanti: “La riforma protestante non deve essere semplicemente intesa come una riforma da alcuni abusi morali, ma bisogna riconoscere che andava a incidere sul nucleo del concetto cattolico di Rivelazione”. Allora “si può sempre riformare la vita morale, le nostre istituzioni, università, le strutture pastorali, è necessario anche sbarazzarsi di una certa ‘mondanizzazione’ della Chiesa: tutto questo possiamo accettarlo dalle istanze della riforma protestante, ma dobbiamo dire che per noi ci sono errori dogmatici fra i riformatori che mai possiamo accettare”. Perciò “per cercare l’unità non possiamo accettare di ‘regalare’ due o tre sacramenti, o accettare che il Papa sia una specie di presidente delle diverse confessioni cristiane’”.

Sull’esortazione post-sinodale ‘Amoris laetitia’: “Noi siamo chiamati ad aiutare le persone, a poco a poco, per raggiungere la pienezza del loro rapporto con Dio, ma non possiamo fare sconti”. Ancora: “Non mi piace, non è corretto che tanti vescovi stiano interpretando Amoris laetitia secondo il loro proprio modo di intendere l’insegnamento del Papa. Questo non va nella linea della dottrina cattolica”.

Dogma e sviluppo: “Ciò che è definito dogmaticamente non può essere smentito in alcun modo: se la Chiesa ha detto che ci sono sette sacramenti, nessuno, nemmeno un concilio potrebbe ridurre o modificare il significato di questi sacramenti. Chi vuole unirsi alla Chiesa cattolica deve accettare i sette sacramenti come mezzi di salvezza”.

Infine: “La Chiesa ha chiaramente espresso il riconoscimento del matrimonio come una unione indissolubile tra un uomo e una donna (…) In questo le parole di Gesù sono molto chiare e la loro interpretazione non è un’interpretazione accademica, ma è Parola di Dio. Nessuno può cambiarla. (…) La Chiesa non accetta di secolarizzare il matrimonio. Il compito di sacerdoti e vescovi non è quello di creare confusione, ma quello di fare chiarezza”.

Ricordiamo che “Il Timone” è venduto solo in abbonamento (inoltre si può trovare in numerose parrocchie italiane, elenco completo sul sito www.iltimone.org ). Per informazioni contattare abbonamenti@iltimone.org o il numero telefonico 02/69015059 . Da questo numero “Il Timone” si può sfogliare online, a pagamento, su www.iltimone.org il giorno stesso dell’uscita della rivista cartacea.



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AMORIS LAETITIA FA IL PRIMO “MARTIRE”. È UN SACERDOTE COLOMBIANO. NEGA L’EUCARESTIA PER I DIVORZIATI RISPOSATI.

Marco Tosatti

E’ purtroppo confermata una notizia che quando l’ho letta parecchie ore fa mi è sembrata irreale. Un sacerdote colombiano è stato sospeso a divinis da suo vescovo per aver espresso le sue critiche e il suo disaccordo con l’esortazione apostolica Amoris Laetitia, nella parte che si riferisce all’eucarestia per i divorziati risposati. La notizia è stata data da Adelante La Fè, che ha postato anche una testimonianza audio, in spagnolo del sacerdote.

Luis Alberto Uribe Medina, così si chiama il sacerdote, della diocesi di Pereira, è stato convocato dal suo vescovo, Rigoberto Corredor. Uribe Medina, secondo quanto afferma un comunicato della diocesi, ha “espresso pubblicamente e privatamente il suo rifiuto del magistero dottrinale e pastorale del Santo Padre Francesco, soprattutto per quanto riguarda il matrimonio e l’eucarestia”. E’ inutile spiegare che si tratta delle famose noticine del documento che contraddicono il magistero precedente; quello della Chiesa fino al 2016, ciò che hanno insegnato San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, oltre al Catechismo della Chiesa cattolica, che si presume sia ancora valido.

Il comunicato della diocesi afferma che a causa della sua posizione il sacerdote “si è separato pubblicamente dalla comunione con il Papa e con la Chiesa”. Di conseguenza in base al Codice di Diritto Canonico, come eretico e scismatico e apostata è colpito dalla scomunica Latae Sententiae, e rimosso dalla sua posizione ecclesiastica.

Secondo Adelante la Fè, che ha consultato diverse “fonti affidabili”, la colpa di Uribe Medina riguarda il rifiuto di applicare le nuove norme di accesso all’eucarestia per i divorziati risposati il cui primo matrimonio sia ancora valido

Voci analoghe – sanzioni canoniche per i sacerdoti che non volevano applicare le norme permissive dell’Amoris Laetitia – erano corse anche dopo il comunicato in cui i due vescovi di Malta, Scicluna e Grech, avevano emanato norme interpretative che in pratica attribuiscono ai singoli fedeli il potere di decidere o meno se accostarsi all’eucarestia, indipendentemente dalla loro situazione matrimoniale. Sui social era corsa la notizia secondo cui il vescovo di Gozo, Mario Grech, avrebbe minacciato la sospensione a divinis per i sacerdoti refrattari.

Il vescovo ha negato la notizia. Un comunicato sulla pagina Facebook della diocesi afferma che “Ciò che è dichiarato da alcune fonti dei media in riferimento al vescovo Mario Grech, e in particolare che ‘minaccia che i preti saranno sospesi a divinis se rifiutano la Comunione ai divorziati risposati è assolutamente falso”.

E questa è certamente una buona notizia. Ma che non migliora se non di poco la situazione generale. Una situazione di pressioni, minacce, intimidazioni, e – se è vero quello che ha affermato un giornalista informato con Edward Pentin – il cui input potrebbe provenire dalla cerchia stessa del Pontefice, che in oltre trentacinque anni di esperienza professionale in questo campo non ho mai sperimentato. Vediamo sacerdoti e religiosi che ne fanno e ne dicono di tutti i colori, e continuano senza che nessuno si sogni di disturbare la loro libertà di opinione e di espressione. Una reazione di questo genere, oltre a rivelare di quale materia reale sia la misericordia di cui tanto si parla, è probabilmente anche un segno di nervosismo. Mentre non si placa la rispettosa, e perseverante, richiesta di chiarimenti al Pontefice espressa dai “Dubia”, e da molte altre voci, il timore che perplessità e resistenze dilaghino spinge a reagire con la rigidità tanto deprecata da successore di Pietro. Brutti tempi, per la Chiesa.



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TRE VESCOVI, APPELLO IN SETTE LINGUE A PREGARE: IL PAPA NON PERMETTA L’EUCARESTIA AI DIVORZIATI RISPOSATI.

Marco Tosatti

Un appello a tutti i cattolici. Preghino affinché papa Francesco confermi la prassi immutabile della Chiesa riguardo alla verità dell’indissolubilità del matrimonio e revochi in modo inequivoco gli orientamenti pastorali già introdotti in alcune chiese particolari – ultima quella di Malta – che permettono a persone che vivono un secondo matrimonio, mentre il primo è ancora valido per la Chiesa, di ricevere l’eucarestia.

L’appello è stato firmato da tre vescovi: : Tomash Peta, Arcivescovo Metropolita dell’arcidiocesi di Maria Santissima in Astana, Jan Pawel Lenga, Arcivescovo-Vescovo emerito di Karaganda e Athanasius Schneider, Vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Maria Santissima in Astana (nella foto). E’ stato pubblicato e diffuso in sette lingue: francese, inglese, italiano, polacco, portoghese, spagnolo e tedesco.

“Visto un tale pericolo reale e l’ampia diffusione all’interno della vita della Chiesa della piaga del divorzio, che è implicitamente legittimato dalle menzionate norme ed orientamenti applicativi dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia; visto che le suddette norme ed orientamenti in alcune chiese particolari sono divenuti nel nostro mondo globalizzato di dominio pubblico; vista inoltre l’inefficacia di numerose suppliche fatte a Papa Francesco da parte sia dei fedeli che dei Pastori della Chiesa, siamo costretti a fare questo urgente appello alla preghiera. Come successori degli Apostoli ci spinge l’obbligo di alzare la voce quando sono in pericolo le cose più sacre della Chiesa e la salvezza eterna delle anime”.

I tre vescovi affermano di compiere questo gesto “Nella consapevolezza che se non lo facessimo, compiremmo un atto di omissione….In spirito di fede e con affetto filiale e devoto eleviamo la nostra preghiera per Papa Francesco: “Oremus pro Pontifice nostro Francisco: Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum eius. Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam Meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam.

Come mezzo concreto raccomandiamo di pregare ogni giorno questa antica preghiera della Chiesa o una parte del santo rosario con l’intenzione che Papa Francesco revochi in modo inequivoco quelli orientamenti pastorali che permettono ai cosiddetti divorziati “risposati” di ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, senza che essi compiano l’obbligo di vivere in continenza”.

La situazione di confusione oggettiva, e di problematicità, creata dall’ambiguità dell’Amoris Laetitia non accenna a placarsi, smentendo probabilmente i calcoli di chi pensava che un mutamento così radicale nella prassi della Chiesa potesse essere assorbito senza contraccolpi.

I tre vescovi motivano il loro appello con una lunga riflessione, che pubblichiamo perché ci sembra che renda chiaro il pensiero di quanti vedono nelle interpretazioni aperturiste dell’Amoris Laetitia una seria minaccia.

Appello alla preghiera:

perché Papa Francesco confermi la prassi immutabile della Chiesa

riguardo alla verità dell’indissolubilità del matrimonio

Dopo la pubblicazione dell’Esortazione Apostolica Amoris laetitia in alcune chiese particolari sono state pubblicate norme applicative e interpretazioni, secondo le quali i divorziati che hanno contratto un matrimonio civilmente con un nuovo partner, nonostante il vincolo sacramentale che continua a legarli ai loro legittimi coniugi, possono essere ammessi ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia senza adempiere il dovere Divinamente stabilito di interrompere la violazione del loro vincolo matrimoniale sacramentale.

La convivenza more uxorio con una persona che non è il legittimo coniuge, rappresenta allo stesso tempo un’offesa all’Alleanza della salvezza, di cui il Matrimonio sacramentale è segno (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2384), e un’offesa al carattere nuziale del mistero eucaristico stesso. Papa Benedetto XVI ha rilevato una tale correlazione: “L’Eucaristia corrobora in modo inesauribile l’unità e l’amore indissolubili di ogni Matrimonio cristiano. In esso, in forza del sacramento, il vincolo coniugale è intrinsecamente connesso all’unità eucaristica tra Cristo sposo e la Chiesa sposa (cfr. Ef 5,31-32)” (Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, 27).

Pastori della Chiesa che tollerano o persino autorizzano – sia pure in casi singoli o eccezionali – i divorziati cosiddetti “risposati” a ricevere il sacramento dell’Eucaristia, senza che essi abbiano la “veste nuziale”, prescritta da Dio stesso nella Sacra Scrittura (cfr. Mt 22, 11 e 1 Cor 11, 28-29) in vista di una degna partecipazione alla cena nuziale eucaristica, collaborano in tal modo ad una continua offesa al vincolo del sacramento del matrimonio, al vincolo nuziale tra Cristo e la Chiesa e al vincolo nuziale tra Cristo e l’anima che riceve il Suo Corpo eucaristico.

Diverse chiese particolari hanno emanato o raccomandato orientamenti pastorali con tale o simile formulazione: “Se la scelta di vivere in continenza è difficile da praticare per la stabilità della coppia, non si esclude la possibilità di accedere alla Penitenza e all’Eucarestia. Ciò significa una qualche apertura, come nel caso in cui vi è la certezza morale che il primo matrimonio era nullo, ma non ci sono le prove per dimostrarlo in sede giudiziaria. Non può essere altri che il confessore, ad un certo punto, nella sua coscienza, dopo tanta riflessione e preghiera, a doversi assumere la responsabilità davanti a Dio e al penitente e a chiedere che l’accesso ai sacramenti avvenga in maniera riservata”.

I menzionati orientamenti pastorali contraddicono l’universale tradizione della Chiesa cattolica, la quale per mezzo dell’ininterrotto ministero Petrino dei Sommi Pontefici è stata sempre custodita fedelmente e senza ombra di dubbio o di ambiguità sia nella dottrina sia nella prassi per ciò che riguarda la verità dell’indissolubilità del matrimonio.

Le summenzionate norme ed orientamenti pastorali contraddicono inoltre nella prassi le seguenti verità e dottrine che la Chiesa cattolica ha insegnato ininterrottamente ed in modo sicuro.

L’osservanza dei Dieci Comandamenti di Dio, ed in particolare del Sesto Comandamento, obbligano ogni persona umana senza eccezione sempre e in qualsiasi situazione. In questa materia non si possono ammettere casi o situazioni eccezionali né parlare di un “ideale più pieno”. San Tommaso d’Aquino dice: “I precetti del decalogo racchiudono l’intenzione stessa del legislatore, cioè di Dio. Quindi i precetti del decalogo non ammettono alcuna dispensa” (Summa theol., 1-2, q. 100, a. 8c).

  • Le esigenze morali e pratiche, derivanti dall’osservanza dei Dieci Comandamenti di Dio e in particolare dell’indissolubilità del matrimonio, non sono semplici norme o leggi positive della Chiesa, ma l’espressione della santa volontà di Dio. Conseguentemente non si può parlare a questo proposito del primato della persona sulla norma o sulla legge, ma si deve invece parlare del primato della volontà di Dio sulla volontà della persona umana peccatrice affinché questa sia salvata, compiendo con l’aiuto della grazia la volontà di Dio.
  • Credere nell’indissolubilità del matrimonio e contraddirla con i propri atti, considerandosi addirittura allo stesso tempo esente dal peccato grave e tranquillizzando la propria coscienza con la sola fede nella misericordia Divina, rappresenta un auto-inganno, contro il quale ammoniva già Tertulliano, un testimone della fede e della prassi della Chiesa dei primi secoli: “Alcuni dicono che per Dio è sufficiente che si accetti la Sua volontà col cuore e coll’anima, anche se i fatti non siano corrispondenti: così pensano, di peccare, potendo mantenere per altro integro il principio di fede e di timor di Dio: ciò è perfettamente lo stesso che se uno pretendesse di mantenere un principio di castità, violando e corrompendo la santità e l’integrità del vincolo matrimoniale” (Tertulliano, De paenitentia 5, 10).
  • L’osservanza dei Comandamenti di Dio, ed in particolare dell’indissolubilità del matrimonio, non può essere presentata come un ideale più pieno da raggiungere secondo il criterio del bene possibile o fattibile. Si tratta qui invece di un obbligo da Dio stesso inequivocabilmente comandato, la cui inosservanza comporta secondo la Sua parola la condanna eterna. Dire ai fedeli il contrario significherebbe ingannarli e spingerli a disobbedire alla volontà di Dio, mettendo in tale modo in pericolo la loro salvezza eterna.
  • Ad ogni uomo Dio dà l’aiuto per osservare i Suoi Comandamenti, qualora egli Lo chieda rettamente, come la Chiesa lo ha infallibilmente insegnato: “Dio non comanda ciò che è impossibile, ma nel comandare ti esorta a fare quello che puoi, e a chiedere ciò che non puoi, e ti aiuta perché tu possa” (Concilio di Trento, sess. 6, cap. 11) e “Se qualcuno dice che anche per l’uomo giustificato e costituito in grazia i comandamenti di Dio sono impossibili da osservare: sia anatema” (Concilio di Trento, sess. 6, can. 18). Seguendo questa dottrina infallibile san Giovanni Paolo II insegnava: “L’osservanza della legge di Dio, in determinate situazioni, può essere difficile, difficilissima: non è mai, però, impossibile. È questo un insegnamento costante della tradizione della Chiesa” (Enciclica Veritatis splendor, 102) e “Tutti i coniugi, secondo il disegno divino, sono chiamati alla santità nel matrimonio e questa alta vocazione si realizza in quanto la persona umana è in grado di rispondere al comando divino con animo sereno, confidando nella grazia divina e nella propria volontà” (Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 34).
  • L’atto sessuale al di fuori di un valido matrimonio, ed in particolare l’adulterio, è oggettivamente sempre un peccato grave; nessuna circostanza e nessun fine possono renderlo ammissibile e gradito agli occhi di Dio. San Tommaso d’Aquino afferma che il Sesto Comandamento è obbligante anche nel caso che con un atto d’adulterio si potesse salvare un paese dalla tirannia (De Malo, q. 15, a. 1, ad 5). San Giovanni Paolo II insegnava questa verità perenne della Chiesa: “I precetti morali negativi, cioè quelli che proibiscono alcuni atti o comportamenti concreti come intrinsecamente cattivi, non ammettono alcuna legittima eccezione; essi non lasciano alcuno spazio moralmente accettabile per la «creatività» di una qualche determinazione contraria. Una volta riconosciuta in concreto la specie morale di un’azione proibita da una regola universale, il solo atto moralmente buono è quello di obbedire alla legge morale e di astenersi dall’azione che essa proibisce” (Enciclica Veritatis splendor, 67).
  • Un’unione adultera di divorziati civilmente “risposati”, “consolidata” come si dice nel tempo e caratterizzata da una cosiddetta “provata fedeltà” nel peccato di adulterio, non può cambiare la qualità morale del loro atto di violazione del vincolo sacramentale matrimoniale, cioè del loro adulterio, il quale rimane sempre un atto intrinsecamente cattivo. Una persona che ha la vera fede e il timore filiale di Dio non può mai avere “comprensione” verso questi atti intrinsecamente cattivi, quali sono gli atti sessuali al di fuori di un matrimonio valido, poiché questi atti offendono Dio.
  • L’ammissione dei divorziati “risposati” alla Santa Comunione costituisce nella prassi una dispensa implicita dall’osservanza del Sesto Comandamento. Nessuna autorità ecclesiastica ha il potere di concedere una tale dispensa implicita nemmeno in un unico caso o in una situazione eccezionale e complessa o allo scopo di raggiungere un fine buono (come ad esempio l’educazione della prole comune nata in un’unione adultera), invocando per la concessione di una tale dispensa il principio della misericordia, della “via caritatis”, della cura materna della Chiesa, affermando in questo caso di non voler porre tante condizioni alla misericordia. San Tommaso d’Aquino diceva: “Per nessuna utilità qualcuno dovrebbe commettere adulterio (pro nulla enim utilitate debet aliquis adulterium committere)” (De Malo, q. 15, a. 1, ad 5).
  • Una normativa che permette la violazione del Sesto Comandamento di Dio e del vincolo matrimoniale sacramentale anche solo in un unico caso o in casi eccezionali, presumibilmente al fine di evitare un cambiamento generale della normativa canonica, comporta sempre, nonostante tutto, una contraddizione con la verità e la volontà di Dio. Di conseguenza è psicologicamente fuorviante e teologicamente erroneo parlare in questo caso di una normativa restrittiva o di un male minore in contrasto con una normativa di carattere generale.
  • Essendo il matrimonio valido dei battezzati un sacramento della Chiesa e, per sua natura, una realtà di carattere pubblico, un giudizio soggettivo della coscienza sulla invalidità del proprio matrimonio che contrasti con la sentenza definitiva del tribunale ecclesiastico, non può comportare conseguenze per la disciplina sacramentale, poiché essa ha sempre un carattere pubblico.
  • La Chiesa, ed in concreto il ministro del sacramento della penitenza, non ha la facoltà di giudicare sullo stato della coscienza del fedele o sulla rettitudine dell’intenzione della coscienza, poiché “ecclesia de occultis non iudicat” (Concilio di Trento, sess. 24, cap. 1). Il ministro del sacramento della Penitenza non è conseguentemente il vicario o il rappresentante dello Spirito Santo che può entrare con la Sua luce nelle pieghe delle coscienze, giacché Dio ha riservato a sé solo l’accesso alla coscienza: “sacrarium in quo homo solus est cum Deo” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 16). Il confessore non può arrogarsi la responsabilità davanti a Dio e al penitente di dispensarlo implicitamente dall’osservanza del Sesto Comandamento e dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale per mezzo dell’ammissione alla Santa Comunione. La Chiesa non ha la facoltà di far derivare conseguenze riguardanti la disciplina sacramentale in foro esterno, a partire e sulla base di una presunta convinzione, in coscienza, della invalidità del proprio matrimonio nel foro interno.
  • Una prassi che permette alle persone civilmente divorziate, cosiddette “risposate”, di ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, nonostante la loro intenzione di continuare a violare in futuro il Sesto Comandamento e il loro vincolo matrimoniale sacramentale, sarebbe contraria alla verità Divina ed estranea al perenne senso della Chiesa cattolica e alla provata consuetudine ricevuta, fedelmente custodita dai tempi degli Apostoli e ultimamente confermata in modo sicuro da san Giovanni Paolo II (cfr. Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 84) e da Papa Benedetto XVI (cfr. Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, 29).
  • La prassi menzionata sarebbe per ogni uomo ragionevole una rottura evidente con la prassi apostolica e perenne della Chiesa e non ne rappresenterebbe uno sviluppo nella continuità. Contro una tale evidenza non c’è argomento valido: contra factum non valet argumentum. Una tale prassi pastorale sarebbe una contro-testimonianza dell’indissolubilità del matrimonio e una sorta di collaborazione da parte della Chiesa nella diffusione di quella “piaga del divorzio”, di cui ha parlato il Concilio Vaticano II (cf. Gaudium et spes, 47).
  • La Chiesa insegna per mezzo di quello che fa, e deve fare quello che insegna. Sull’azione pastorale riguardo alle persone che vivono in unioni irregolari san Giovanni Paolo II diceva: “L’azione pastorale tenderà a far comprendere la necessità della coerenza tra la scelta di vita e la fede che si professa, e cercherà di far quanto è possibile per indurre tali persone a regolare la propria situazione alla luce dei principi cristiani. Pur trattandole con grande carità, e interessandole alla vita delle rispettive comunità, i pastori della Chiesa non potranno purtroppo ammetterle ai sacramenti” (Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 82).
  • Un autentico accompagnamento delle persone che si trovano in uno stato oggettivo di peccato grave e un corrispondente cammino di discernimento pastorale non possono fare a meno di annunciare con carità a tali persone tutta la verità della volontà di Dio, perché esse si pentano con tutto il cuore dell’atto peccaminoso di convivere more uxorio con una persona che non è il proprio legittimo coniuge. Allo stesso tempo, un autentico accompagnamento e discernimento pastorale deve incoraggiare queste persone affinché, con l’aiuto della grazia di Dio, cessino di commettere tali atti in futuro. Gli Apostoli e tutta la Chiesa, durante duemila anni, hanno sempre annunciato agli uomini tutta la verità di Dio in ciò che riguarda il Sesto Comandamento e l’indissolubilità del matrimonio, seguendo l’ammonizione di san Paolo Apostolo: “Non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio”(At 20, 27).
  • La prassi pastorale della Chiesa concernente il matrimonio e il sacramento dell’Eucaristia ha tale importanza e tali conseguenze decisive per la fede e per la vita dei fedeli, che la Chiesa, per restare fedele alla Parola rivelata di Dio, deve evitare in questa materia ogni ombra di dubbio e confusione. San Giovanni Paolo II ha formulato questa perenne verità della Chiesa: “Intendo inculcare in tutti il vivo senso di responsabilità, che deve guidarci nel trattare le cose sacre, le quali non sono di nostra proprietà, come i sacramenti, o hanno diritto a non essere lasciate nell’incertezza e nella confusione, come le coscienze. Cose sacre – ripeto – sono le une e le altre – i sacramenti e le coscienze -, ed esigono da parte nostra di essere servite nella verità. Questa è la ragione della legge della Chiesa” (Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, 33).  

Nonostante le ripetute dichiarazioni sull’immutabilità della dottrina della Chiesa riguardo al divorzio, numerose chiese particolari ormai lo accettano tramite la prassi sacramentale, e tale fenomeno sta crescendo. Solo la voce del Supremo Pastore della Chiesa può definitivamente impedire che in futuro la situazione della Chiesa dei nostri giorni possa essere caratterizzata dalla seguente espressione: “Tutto il mondo gemette e si accorse con stupore di aver accettato il divorzio nella prassi” (ingemuit totus orbis, et divortium in praxi se accepisse miratus est), rievocando un analogo detto con quale san Girolamo aveva caratterizzato la crisi ariana.

Visto un tale pericolo reale e l’ampia diffusione all’interno della vita della Chiesa della piaga del divorzio, che è implicitamente legittimato dalle menzionate norme ed orientamenti applicativi dell’Esortazione Apostolica Amoris laetitia; visto che le suddette norme ed orientamenti in alcune chiese particolari sono divenuti nel nostro mondo globalizzato di dominio pubblico; vista inoltre l’inefficacia di numerose suppliche fatte a Papa Francesco da parte sia dei fedeli che dei Pastori della Chiesa, siamo costretti a fare questo urgente appello alla preghiera. Come successori degli Apostoli ci spinge l’obbligo di alzare la voce quando sono in pericolo le cose più sacre della Chiesa e la salvezza eterna delle anime.

Le seguenti parole con le quali san Giovanni Paolo II ha descritto le critiche ingiuste contro la fedeltà del Magistero della Chiesa, siano per tutti i Pastori della Chiesa, in questi tempi difficili, una luce e una spinta ad una azione sempre più unita: “Non di rado, infatti, il Magistero della Chiesa viene rimproverato di essere ormai superato e chiuso alle istanze dello spirito dei tempi moderni; di svolgere un’azione nociva per l’umanità, anzi per la Chiesa stessa. Mantenendosi ostinatamente sulle proprie posizioni – si dice -, la Chiesa finirà per perdere in popolarità e i credenti si allontaneranno sempre più da essa” (Lettera alle famiglie, Gratissimam sane, 12).

Tenendo conto che l’ammissione dei divorziati cosiddetti “risposati” ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, senza che sia loro richiesto il compimento dell’obbligo di vivere in continenza, costituisce un pericolo per la fede e per la salvezza delle anime e un’offesa alla santa volontà di Dio; tenendo inoltre conto che tale pratica pastorale non può essere mai l’espressione della misericordia, della “via caritatis” o del senso materno della Chiesa verso le anime peccatrici, facciamo con profonda sollecitudine pastorale questo urgente appello alla preghiera perché Papa Francesco revochi in modo inequivoco i citati orientamenti pastorali già introdotti in alcune chiese particolari. Un tale atto del Capo visibile della Chiesa conforterebbe i Pastori e i fedeli secondo il mandato che Cristo, il Supremo Pastore delle anime, ha dato all’apostolo Pietro e, tramite lui, a tutti suoi successori: “Conferma i tuoi fratelli!” (Lc 22, 32).

Le seguenti parole di un santo Papa e di santa Caterina da Siena, dottore della Chiesa, siano per tutti nella Chiesa dei nostri giorni luce e conforto:

“L’errore cui non si resiste, viene approvato. La verità che non viene difesa, viene oppressa” (Papa san Felice III, + 492). “Santo Padre, Dio vi ha eletto per colonna della Chiesa, acciocché siate strumento per estirpare l’eresia, confondere le bugie, esaltare la Verità, dissolvere le tenebre e manifestare la luce” (Santa Caterina da Siena, + 1380).

Quando Papa Onorio I (625 – 638) adottò una posizione ambigua di fronte alla diffusione della nuova eresia del monotelismo, San Sofronio, Patriarca di Gerusalemme, inviò un vescovo della Palestina a Roma dicendo queste parole: „Va alla Sede Apostolica, dove sono le fondamenta della santa dottrina, e non cessare di pregare finché la Sede Apostolica non condanni la nuova eresia “. La condanna è stata poi attuata nel 649 ad opera del santo papa e martire Martino I.

Formuliamo questo appello alla preghiera nella consapevolezza che se non lo facessimo, compiremmo un atto di omissione. È Cristo, Verità e Pastore Supremo, che ci giudicherà quando apparirà. A Lui chiediamo con umiltà e fiducia di remunerare tutti i pastori e tutte le pecore con la corona immarcescibile della gloria (cfr. 1 Pt. 5, 4).

In spirito di fede e con affetto filiale e devoto eleviamo la nostra preghiera per Papa Francesco: “Oremus pro Pontifice nostro Francisco: Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum eius. Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam Meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam”.

Come mezzo concreto raccomandiamo di pregare ogni giorno questa antica preghiera della Chiesa o una parte del santo rosario con l’intenzione che Papa Francesco revochi in modo inequivoco quelli orientamenti pastorali che permettono ai cosiddetti divorziati “risposati” di ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, senza che essi compiano l’obbligo di vivere in continenza.

18 gennaio 2017, antica festa della Cattedra di san Pietro a Roma

+ Tomash Peta, Arcivescovo Metropolita dell’arcidiocesi di Maria Santissima in Astana

+ Jan Pawel Lenga, Arcivescovo-Vescovo emerito di Karaganda

+ Athanasius Schneider, Vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Maria Santissima in Astana



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Se invece volete aiutare sacerdoti “scomodi” in difficoltà, qui trovate il sito della Società di San Martino di Tours e di San Pio di Pietrelcina.

IL CARD. CORDES DIFENDE I CARDINALI DEI “DUBIA”. “TRATTATI CON PROTESTE SPROPORZIONATE”. E DICE: LA DOTTRINA PRECEDENTE È VALIDA.

Marco Tosatti

Il cardinale tedesco Paul Josef Cordes, già presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, ha preso posizione in difesa dei quattro cardinali che hanno sottoposto i loro “Dubia” al papa e al prefetto della fede in relazione all’esortazione apostolica Amoris Laetitia.

Come è noto, il problema riguarda l’ammissione dei divorziati risposati civilmente, il cui primo matrimonio non sia stato definito nullo, all’eucarestia.

Dice il card. Cordes, in un’intervista a Kath.de (traduzione nostra):

“E adesso si sarebbe trovata una soluzione magistrale ! La concessione compare in una nota a piè di pagina dell’esortazione post-conciliare “amoris laetitia” coll’argomento che, sotto certe condizioni, la ricezione del sacramento possa essere utile per una crescita nella fede e nell’amore presso “quei Cristiani”. La base teologica di un tale argomento non è per nulla cogente. Il suo carattere vincolante (una nota a piè di pagina) non ha certo il rango di un dogma”.

Continua poi il porporato: “Con un tono pratico (matter of fact) quattro cardinali hanno richiesto che siano chiariti i dubbi sul testo. Sono stati trattati con proteste sproporzionate. Non posso capacitarmi di una tale indignazione e ho persino dubbi che gli indignados siano mossi dalla ricerca della verità”.

E ha concluso: “ È chiaramente una tragedia il fatto che a fare le spese della richiesta di chiarimenti e dell’indignazione pubblica che hanno suscitato siano una volte di più le questioni relative all’esito del sacramento del matrimonio. La posizione del prefetto per la congregazione della fede, il card tedesco Müller, è ineccepibile: il testo non dia luogo all’interpretazione che le dichiarazioni precedenti della dottrina e dei Papi sono invalide”.

E’ una presa di posizione che dopo quella del card. Pell e dopo le istruzioni contrastanti date da vescovi di diverse parti del mondo in materia rendono una parola chiarificatrice del Pontefice necessaria.

Per una visione del problema, cliccare QUI e QUI.

E anche QUI 



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AMORIS LAETITIA, DUBIA, ERRORI. S’I FOSSE PAPA…ANDREI A TROVARE BENEDETTO XVI, IL “NONNO”.

Marco Tosatti

“S’i fosse papa, allor serei giocondo,

ché tutti cristiani imbrigarei”,

cioè metterei nei guai, scriveva quel bello spirito di Cecco Angiolieri. Ma certamente il povero Francesco non aveva intenzione di mettere nei guai nessun cristiano; però, ahimè, con la sua esortazione apostolica Amoris Laetitia qualche problema l’ha creato, altroché.

Ci riferiamo a qualche cosa che la maggior parte di chi ci legge conosce bene e meglio di noi. Cioè al nodo dei divorziati risposati, senza che il primo matrimonio sia stato riconosciuto nullo dalla Chiesa. Possono avere l’eucarestia? Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno detto di no. Francesco in una noticina dell’esortazione apostolica ha fatto capire che in certi casi, sì.

Da qui si è aperta una situazione di estrema confusione. Alcuni vescovi e conferenze episcopali hanno detto chiaramente che dal momento che l’Amoris Laetitia conferma la dottrina sul matrimonio, non si serviranno della noticina. Altri hanno annunciato che la useranno. Per cui a seconda della diocesi troverai risposte diverse. Il che, bisogna ammetterlo, non è il massimo, in nessuna organizzazione, figuriamoci nella Chiesa che il Credo definisce una santa cattolica e apostolica. E su questo tema specifico, potremmo aggiungere, leopardata.

Quindi suppliche filiali, e petizioni, e documenti, e lettere aperte, e i famosi “Dubia”, e la richiesta di condannare gli otto errori causati dai cosiddetti abusi del documento.

Un bel pasticcio. E di non facile soluzione. Giornalisti notoriamente bene informati (Edward Pentin, per esempio) dicono che il Pontefice non la prende bene. In effetti negli ultimi discorsi si trovano spesso critiche, anche generiche, verso i preti “rigidi”; che è una parola-codice per identificare chi solleva perplessità sulla comunione a chi, secondo la Chiesa, è in una situazione irregolare, permanente. C’è addirittura chi interpreta come una critica a qualcuno dei principali Dubbiosi l’aneddoto raccontato venerdì scorso: “E ‘con la rigidità’ c’è pure ‘la mondanità’. Così ‘un sacerdote mondano, rigido, è uno insoddisfatto perché ha preso la strada sbagliata’. Proprio ‘a proposito di rigidità e mondanità’, Francesco ha voluto far riferimento a un episodio, ‘successo tempo fa: è venuto da me un anziano monsignore della curia, che lavora, un uomo normale, un uomo buono, innamorato di Gesù, e mi ha raccontato che era andato all’Euroclero a comprarsi un paio di camicie e ha visto davanti allo specchio un ragazzo — lui pensa non avesse più di venticinque anni, o prete giovane o che stava per diventare prete — davanti allo specchio, con un mantello, grande, largo, col velluto, la catena d’argento, e si guardava. E poi ha preso il ‘saturno’, l’ha messo e si guardava: un rigido mondano”.

Ma forse non serve arrabbiarsi, dare di rigido, irridere chi ama certi accessori magari un po’ sontuosi, legati al ruolo. E forse non serve neanche pensare che chi non è d’accordo o è arretrato o non capisce o ha secondi fini. Fra i critici ci sono cervelli di prima qualità e sono in troppi a trovare in buona fede che Amoris Laetitia è un documento ambiguo per contentarsi di dire: sono contro il Papa.

Sarò sciocco, ma mi è venuta in mente una cosa. In realtà me l’ha suggerita una frase detta proprio dal Pontefice: “Ringrazio specialmente per la presenza del Papa Emerito Benedetto XVI; ho detto tante volte che mi piaceva tanto che lui abitasse in Vaticano, perché era come avere il nonno saggio in casa”.

Forse, come accade nelle famiglie quando c’è un problema, non sarebbe male parlarne con il Nonno. Forse sarebbe utile andare a chiacchierare con Benedetto XVI. Forse ne potrebbe scaturire una soluzione che riconcili le lacerazioni.

E non c’è bisogno che nessuno lo sappia.

Si fossi papa…e mi trovassi in queste acque, forse farei così.



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AMORIS CONFUSIO. DUE GRANDI STUDIOSI LAICI CHIEDONO AL PAPA DI RINNEGARE OTTO ERRORI.

Marco Tosatti

Dopo i cinque “Dubia”, adesso arrivano gli otto “Errori” . Altri due illustri studiosi cattolici hanno chiesto al Pontefice di esprimersi, e bloccare quello che definiscono un “abuso” dell’Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica emanata dopo i due Sinodi sulla famiglia. E’ un’ulteriore presa di posizione di personalità di riguardo del mondo cattolico, dopo la Supplica Filiale, la lettera di decine di teologi, sacerdoti e vescovi, la richiesta di chiarire i “Dubia” avanzata dai quattro cardinali e la recente lettera di venti esponenti cattolici.

E’ evidente, con buona pace dei superzelanti chiusi a riccio intorno al Pontefice, che il problema dell’Amoris Laetitia non è liquidabile con qualche definizione di rigidità, o di conservatorismo farisaico; ma è una questione che lacera coscienza e logica di molti fedeli cattolici senza etichette particolari.

In una lettera indirizzata al Pontefice e “a tutti i vescovi in comunione con lui, e al resto dei fedeli cristiani”, John Finnis e Germain Grisez (nella foto) lamentano che la cattiva interpretazione popolare di Amoris Laetitia è usata “per appoggiare errori contro la fede cattolica”.

Così chiedono al Pontefice di ripudiare questi errori, e chiedono a “tuti i vescovi di unirsi a questa richiesta e di emanare le loro proprie condanne di queste posizioni erronee che identifichiamo”.

La lettera è stata pubblicata dal sito “First Things”.

Ecco la lista degli otto errori:

  • Che i preti possano assolvere dal peccato anche quando non c’è intenzione di correggersi
  • Che le persone possano essere troppo deboli per obbedire ai comandi di Dio
  • Che non c’è una legge morale a cui non possano esserci eccezioni
  • Che le leggi morali sono ideali, e non è realistico attendersi che vengano adempiute
  • Che in alcune circostanze è meglio violare una legge morale
  • Che l’attività sessuale è sbagliata solo se uno è sfruttato o ferito
  • Che un matrimonio valido può essere sciolto
  • Che non ci sia nessuno condannato all’Inferno

Finnis è un professore emerito di filosofia a Oxford. Grisez un teologo morale che ha insegnato per molti anni a St. Mary. Entrambi sono fra i più stimati pensatori cattolici.

SPADARO, CYBERTEOLOGIA, 4CARDINALI E QUEL MALEDETTO TWEET…

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Marco Tosatti

Vedo che padre Antonio Spadaro, SJ, Direttore di Civiltà Cattolica, mi onora di un paio di paragrafi della sua attenzione in un lungo articolo su Cyber Teologia, in maniera anche a-simpatica, con un uso di termini poco elogiativi (“collettore”, “copia” ecc. ecc.). Ma di questa parte, diciamo così, personale, parleremo dopo. O, meglio ancora, non ne parleremo affatto. Veniamo al punto che ha provocato la reazione.

Qualche giorno fa davo conto di un articolo di un sito americano sull’attività di padre Spadaro su Twitter. Avevo visto già, nei giorni precedenti, che c’erano delle scaramucce collegate al Signore degli Anelli. E non mi erano sembrate molto interessanti, e infatti non ne avevo scritto. Nell’articolo che avevo scritto ne accennavo, senza entrare nel merito Ricordavo che “Il direttore di Civiltà Cattolica sembra avere, nota l’articolista, un comportamento conflittuale sulla giustezza o meno della sua azione social. In uno degli screenshot i cardinali sembravano essere paragonati (nelle parole di Gandalf) a“witless worms”, vermi senza cervello, privi di spirito, stupidi. E per chiudere davo la parola all’interessato: “A questa interpretazione Spadaro ha reagito, il 24 novembre, così: ‘Ora qualcuno si è inventato che io abbia dato una certa definizione a 1 cardinal dubbioso. Potrei di grazia sapere dove e quando? Smentisco’. A un certo punto ha cancellato; poi l’ha ripubblicato, con un commento in cui si concludeva: “Cose pazze, e ermeneutica wired”; che si può tradurre agitata, con i nervi tesi.”

Non mi sembra di aver pronunciato un’accusa.

Quello che mi sembrava divertente, invece, perché senza tema di smentita era una “prima volta” storica, era un altro fatto. E cioè che il Direttore di Civiltà Cattolica avesse scritto, su un account protetto, Habla Francisco, non direttamente riconducibile a lui, un tweet in cui si prendevano in giro quattro cardinali. Il testo era: “I quattro cardinali…sembra il titolo di una banda rock and roll degli anni ’60 che cantavano trite canzoni…”.

Dopo averlo scritto e twittato da Habla Francisco, l’ha ritwittato dal suo sito; salvo poi cancellarlo un po’ di tempo dopo.

Questo era il titolo e il contenuto principale del mio articolo.

Spadaro mi ha chiesto qualche giorno, rettifiche e scuse. Riferendosi alla questione dei vermi e delle lingue; ma come avete potuto leggere, non l’avevo accusato di questo, anzi citando le sue dichiarazioni, e chiudendo il caso con quelle, facevo capire che mi sembrava un elemento trascurabile.  E così gli ho risposto. E infatti non me ne ero occupato prima, quando la questione era solo quella delle citazioni del Signore degli Anelli. Le usuali scarmucce su Twitter. I troll veri, e purtroppo ne ho esperienza, sono ben altra cosa.

Il doppio account, la presa in giro e il retweet cancellato invece erano, come si dice, una notizia.

Nell’articolo di Cyber Teologia Spadaro scrive:

“CAPITOLO QUATTRO — Qualcuno nota che io ho re-twittato il tweet di un account @hablafrancisco che desta curiosità. Il tweet diceva che l’espressione “4 Cardinali” suona come il titolo di una banda di rock & roll degli anni ’60. Parte la curiosità per questa cosa e qualcuno tenta di violare l’account. L’account era semplicemente uno dei miei 3, anche se sottoutilizzato e lasciato parcheggiare. Parte nuovamente la macchina del fango per dire che sotto c’ero io che volevo mimetizzarmi sotto un account fasullo e anonimo. Da qui parte un’altra macchina del fango e altri simpatici epiteti esornativi. E si ripete la stessa tattica passo dopo passo. Si genera un’altra storia: quella dell’account fasullo e anonimo. Mentre era semplicemente il… mio!

Se avessi voluto davvero “nascondermi” non l’avrei re-twittato. Ovvio. E poi “nascondermi” per cosa? Quella citata era una battuta di una mia amica americana: non capisco bene la mancanza di rispetto. Commentava non l’agire dei cardinali ma l’espressione “4 Cardinali” così come veniva riportata da tanti blogs come una specie di tic. Certo se paragonata all’offesa al Santo Padre del primo tweet (e di tanti altri del sottobosco antipapale) può essere considerata una battuta simpatica (e tale era, voleva essere…)”.

Si potrebbero fare tante osservazioni, ma per non stufare i pazienti mi limito a notare due cose. Primo: nel suo articolo Spadaro non cita integralmente il tweet. Parla di 4 cardinali, ma non del fatto che suonano “trite canzoni”. Già il fatto di non riportare per intero la frase incriminata è strano, per non usare altri termini, non vi pare? In particolare se si vuole rispondere a una polemica. Ed è questa frase, mi sembra, che faccia tutta la differenza. O no? Scrive Spadaro: “Commentava non l’agire dei cardinali…”. Cantare “trite canzoni” non è un agire?

Secondo: è la battuta di “un’amica”. Ma l’ha scritta Spadaro, su un account ufficialmente non suo. Possiamo pensare che in questo modo, ritwittandolo dopo, volesse dire: “ma vedete un po’ che cosa scrivono su Twitter”, senza prendersene la responsabilità? (Retweet not endorsement…)Se gli sembrava divertente, non sarebbe stato più diretto, meno tortuoso scrivere sul suo account: “Un’amica scherzando mi ha detto…”?

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In una lunga intervista amichevole a “Crux”, la prima mossa di Spadaro per uscire da quella che a me sembra una posizione imbarazzante, visto il suo ruolo, sia ufficiale come Direttore di Civiltà Cattolica sia non ufficiale come consigliere del Pontefice, parlava del collega Arroyo: “La cosa divertente è che quando ho mandato quel tweet, Raymond Arroyo di EWTN ha twittato la foto di un cardinale (Timothy Dolan di New York) che ballava il can-can con le gambe in aria insieme alle Rocktetes. Il suo tweet è stato applaudito dai miei detrattori, e da ciò deduco che questo attacco contro di me è organizzato e deliberato”. Peccato però che Raymond Arroyo abbia messo in linea quella foto tre giorni dopo il tweet : “I quattro cardinali…sembra il titolo di una banda rock and roll degli anni ’60 che cantavano trite canzoni…”.

 

(The funny thing was that when I sent that tweet, Raymond Arroyo of EWTN tweeted the photo of a cardinal [Timothy Dolan of New York] dancing the can-can with his legs in the air along with the Rockettes. His tweet was cheered by my detractors, from which I deduce that this attack on me is organized and deliberate).

Ecco tutto. Posso formulare un’ipotesi? E ciascuno poi decida se è plausibile o meno. Spadaro, da un account che prima è protetto, e ora è aperto, twitta un messaggio spiritoso e irridente verso i quattro cardinali. Lo ritwitta dal suo account ufficiale. (Ma perché tutto ‘sto lavoro?). Si accorge di aver compiuto, se non altro, un’imprudenza. Quando il problema acquista volume, minimizza il punto centrale del problema, e alza il livello di tutta la discussione spostando la polemica sul Papa, l’Amoris Laetitia, attacchi subiti per amore del Papa, un vero martirio digitale, e così via, per rendere trascurabile e far dimenticare quel maledetto Tweet…


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