SANTITÀ, QUELLA VIOLENZA NON È CIECA. HA UN NOME, CI VEDE BENISSIMO, E MIRA LONTANO…

 

Marco Tosatti

Ho letto oggi il tweet dell’account twitter di Papa Francesco sui fatti di questi giorni. Eccolo: “Prego per tutte le vittime degli attentati di questi giorni. La violenza cieca del terrorismo non trovi più spazio nel mondo”.

Ieri avevo letto alcune frasi pronunciate dal segretario generale della Cei, mons. Galantino, in un trasmissione televisiva, e rilanciate dal SIR, l’agenzia di stampa dei vescovi. “Le contrapposizioni non portano da nessuna parte e fanno soltanto vittime. Questo è vero anche nelle nostre famiglie”, ha detto il prelato. Mi è sembrato un po’ enigmatico. A chi si contrapponevano quei poveretti falciati sulle Ramblas? Ha continuato così, cito il SIR:

Alla domanda su un uso della religione come “strumento di attacco culturale”, il presule ha risposto: “Quando non ce la faccio ad avere ragioni per dire all’altro che deve andare via, allora capita di ammantare tutto di religione e di ideologia. Questa è una strumentalizzazione della religione, perché la religione di per sé non permette di prendere a pedate l’altro”.

Ora qui mi permetto di dissentire, e con motivo. C’è una religione che nei suoi testi sacri, il Corano e gli Hadith, cioè i detti e i fatti di Maometto, in ben 123 (centoventi tre punti) incita esattamente a questo. (Controllate qui, se non mi credete). E anche qui.

Chi ha studiato, e letto testi e storia, e ha una certa esperienza di mondo, anche musulmano, sa benissimo, e ne è felice, del fatto che esistono sicuramente musulmani moderati. Ma si rende anche conto che a causa della sua struttura, e dell’intoccabilità che circonda il Corano, non contestualizzabile né storicizzabile, pena l’accusa mortale di blasfemia, chi ammazza gridando Allahu Akbar ha basi scritturali per farlo, che nessuna fatwa può cancellare.

Difficilmente può apparire (anche vista la storia del suo fondatore, e gli hadith, gesti e parole fondanti al pari del Corano) una religione di pace; o principalmente di pace. Come dicevamo prima, centoventi tre, (123) versi del Corano sono relativi a combattere e uccidere per la causa di Allah. Con obiettivo atei, miscredenti, associatori e, last but not least, chi scegli un’altra religione.

E questo la rende una religione sicuramente diversa dalle altre: dal buddismo e dal cristianesimo sicuramente, anche se in entrambe le manifetsazioni di violenza ci sono sempre state. Ma il Vangelo, testo fondante del cristianesimo, ci mostra Gesù che rifiuta di essere difeso a mano armata da Pietro, nel momento dell’arresto, prologo alla morte. Poi, che i cristiani come chiunque altro ne abbiano fatte di cotte e di crude, è un altro discorso; ma non si può dire che seguissero l’esempio e le parole del fondatore.

Quini è evidente che l’islam ha un problema, e grosso, nel suo rapporto con la violenza. Ci voleva il coraggio e la lucidità intellettuale di Benedetto XVI, per porre il problema sul tappeto. Non si può chiedere ai suoi epigoni altrettanto coraggio e dirittura intellettuale. Ma le fiabe no, per favore. E, Santità, questa violenza non è cieca per niente. Ha un nome, è islamica. Ci vede benissimo, e mira lontano. I ciechi siamo noi…



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IL PATRIARCA SIRO YOUNAN: I LEADER OCCIDENTALI CI HANNO TRADITO, SOTTOMESSI AL POLITICALLY CORRECT.

Marco Tosatti

L’occidente non solo non ha fatto abbastanza per proteggere i cristiani in Medio Oriente, ma li ha traditi. Questo ha detto il Patriarca Siro cattolici Ignace Joseph Younan III in un’intervista al Southern Cross, giornale della diocesi di San Diego, California.

“Posso dirvi che non solo siamo stati abbandonati dai Paesi occidentali, ma anche che siamo stati traditi”. Le minoranze cristiane in Siria e in Iraq sono “formate da gente pacifica, che ha lavorato onestamente per il benessere dei loro Paesi”. Ma dal momento che questi cristiani non sono ricchi di petrolio, e non costituiscono una minaccia terroristica per l’Occidente, sono stati ignorati e “abbandonati al loro destino”.

Younan ha definito “una menzogna” la pretesa, fatta dai governi occidentali e dai media mainstream che esista una “fazione moderata” fra le forze anti-governo. In Iraq continua il caos, ha detto, dopo l’invasione voluta dagli Usa nel 2003 e più di 140mila cristiani, un trzo dei quali sono cattolici siri, hanno lasciato il Paese. “Una reale tragedia” che mette a rischio l’esistenza della comunità cristiana della regione. “Noi cristiani in Medio Oriente siamo le comunità indigene dei nostri Paesi”, nella regione dove il cristianesimo è nato. “Siamo stati lì per millenni e siamo sempre stati perseguitati. E ora è in gioco la nostra sopravvivenza stessa”.

Il patriarca ha lamentato che i leader europei si siano sottomessi a quello che chiama “l’assecondamento” e “all’uso del linguaggio politically correct” quando si parla di Medio Oriente. “Posso dirvi che non solo siamo stati abbandonati dal Paesi occidentali, ma che addirittura siamo stati traditi”, ha ripetuto.



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PIANA DEGLI ALBANESI. FEDELI IN SOFFERENZA CHIEDONO AIUTO AL PAPA. UNA LETTERA APERTA SU STILUM CURIAE.

Marco Tosatti

Una parte significativa dei fedeli di rito greco della Sicilia è in sofferenza. Tanto in sofferenza da scrivere una lettera aperta al Pontefice; queste persone hanno scelto Stilum Curiae per renderla pubblica, nella speranza che il Pontefice li aiuti a trovare una soluzione. La pubblichiamo subito, e la facciamo seguire da qualche elemento di spiegazione.

Beatissimo Padre, dopo un biennio di continui ricorsi presso la Congregazione delle Chiese Orientali e dopo l’umiliazione del silenzio di essa, e dopo aver interpellato altri dicasteri della Santa Sede, senza avere mai ricevuto alcuna risposta, ricorriamo a Vostra Santità quale ultima istanza e quale Vescovo di Roma, che presiede nella carità a tutte le Chiese.

Noi crediamo che la Chiesa Orientale in Piana degli Albanesi alla luce della Orientalium Ecclesiarum del Vaticano II, del magistero ordinario dei Sommi Pontefici ( Beato Paolo VI, San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI) meriti RISPETTO e sia trattata quale membro vitale dell’Una Santa Cattolica ed Apostolica Chiesa.

La testimonianza di fedeltà lunga ben cinque secoli nata dal martirio in terra d’Albania è un segno dell’amore all’unità della Chiesa nella sua diversità. L’odierno Eparca, da Vostra Santità scelto, rappresenta una ferita ecclesiologica ed ecumenica.

Vostra Santità giustamente abbraccia e ricerca l’unità con i patriarchi ortodossi; il nostro Eparca purtroppo dà segni di disprezzare, ed umilia in Vostro Nome ,la Tradizione della Chiesa Orientale.

La cattolicità quindi, è messa in pericolo dai cattolici stessi. Un ritorno alla prassi orientale ortodossa, Santità, ci sembra essere l’unico mezzo per avere il giusto rispetto ed il diritto all’esistenza.

È per questo, santità, perché non vediamo nessun’altra soluzione, dopo due anni in cui abbiamo cercato con tutti i mezzi un dialogo che ci è stato negato, che chiediamo un Vostro intervento. Ci affidiamo a Voi, Santità, sicuri che saprete trovare la forma e il modo per ottenere che la nostra comunità possa tornare a un modus vivendi compatibile con la Tradizione orientale, che si è perpetuata fino ad oggi, e che purtroppo le azioni del vescovo Gallaro, coscienti ed incoscienti, stanno mettendo in pericolo gravissimo.

Santità, ci aiuti a restare cattolici!

I fedeli italo albanesi di Piana degli Albanesi, Palazzo Adriano, Mezzojuso, Contessa Entellina, eredi di padre Giorgio Guzzetta, i fedeli della concattedrale della Martorana di Palermo.

 

Per dare un punto di riferimento a persone che vivono sparse in un’area territoriale frammentata, è stato creato un gruppo-presidio culturale-religioso su Facebook,  

un “Presidio” per la difesa delle tradizioni culturali e religiose degli Albanesi di Sicilia, gli arbëreshë. La loro storia comincia nel XV secolo, dopo le imprese di Giorgio Castriota, Scanderbeg, quando gli ottomani invadono il loro Paese. Intere comunità cristiane lo abbandonano e si trasferiscono in Calabria e in Sicilia.

Da allora e fino ad oggi la chiesa albanese in comunione con Roma celebra in rito bizantino, e la lingua liturgica è il greco. Ci sono due Eparchie; una a Lungro, in Calabria, e l’altra in Sicilia con centro a Piana degli Albanesi. Due anni fa, dopo vari anni di difficoltà, venne nominato un nuovo vescovo: Giorgio Gallaro, nato in Sicilia, ma emigrato negli Stati Uniti, dove è diventato sacerdote. Di rito latino, poi melchita. E infine viene mandato dagli Stati Uniti in una realtà che per lui è completamente nuova. E qui nascono le prime perplessità. “Non era mai capitato né nella storia della diocesi, né in quella di Lungro, che ci fosse un vescovo non appartenente all’etnia albanese”, ci dicono. “Di solito il vescovo deve essere albanofono, e di rito bizantino. Perché viene nominato vescovo americano, che dal rito latino passa al rito melchita, a quello ruteno e infine si converte al rito bizantino?”. È certamente qualche cosa a cui dovrebbe rispondere la Congregazione per le Chiese orientali, che è diretta, nei suoi tre massimi esponenti, dal cardinale argentino Sandri, da un gesuita e da un domenicano.

A quanto pare il vescovo, che inizialmente aveva destato qualche speranza di riuscire a ricomporre una situazione spesso conflittuale nel clero, non è riuscito a conquistare il cuore di una buona parte dei fedeli. La questione della liturgia, e della lingua creano disagio e scontento: “Ma è normale che il vescovo di Piana degli Albanesi non conosca il greco? È la nostra lingua liturgica. Come fa a celebrare? In italiano.” ci dicono e un altro aggiunge: “Poi c’è anche una parte in arbëreshë, anche questo viene ignorato”. Non solo. Le donne della comunità, quando ha preso possesso della diocesi, si sono messe al lavoro per adattare al suo fisico gli abiti liturgici preziosi del primo vescovo di Piana. “Per noi hanno un significato sia dal punto di vista culturale, che storico; è un lavoro che proviene dalle suore, che hanno fatto un lavoro bellissimo, con ricami d’oro. È una tradizione; c’è un’importanza liturgica. Non li ha mai messi. Si veste all’americana in un modo che fa rabbrividire”. Anche alcune scelte e spostamenti di parroci, molto amati dai fedeli, hanno causato altro scontento e frizioni. Così come il rifiuto del vescovo di accogliere una delegazione di fedeli, o la decisione di accorciare alcune liturgie che gli sembravano troppo lunghe. O il trasferimento in zone decentrate di alcuni sacerdoti che, come ci dicono, “hanno il carisma della voce”: importante per la liturgia, che ha molte parti cantate e salmodiate.

E poi ci sono stati episodi di frizione e protesta che hanno esasperato una situazione che dall’attesa iniziale è passata verso il disagio aperto e la contestazione. Una manifestazione di protesta di centinaia di persone davanti all’episcopio non ha smosso la situazione, così come non sono servite a nulla le lettere scritte da tutti i paesi dell’eparchia a Roma e in Vaticano scritte – in maniera spontanea, non concordata, ci dicono, e firmate – per chiedere un intervento che riporti l’armonia in questa comunità così particolare, e, stranamente, ancora così religiosa. Ci sono vocazioni locali, e per cinque paesi i sacerdoti sono una trentina (c’è anche clero uxorato).

“Abbiamo fatto una grossa manifestazione, molto civile, tranquilla, davanti alla Curia, chiedendo di venirci incontro, di ricevere una delegazione per parlare con lui; è andato a Palermo”. Egualmente, i fedeli della chiesa Martorana di Palermo non avevano accettato il trasferimento del loro parroco, che amavano: “Questi fedeli volevano incontrarsi con lui, e temporeggiava. Tutte donne davanti all’episcopio chiedevano ci apra! Ha chiamato i carabinieri”.

Insomma, ai fedeli disillusi non è rimasta che la strada di un appello al Pontefice, nella speranza che non resti inascoltato.



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MIGRANTI, IL PAPA, IL CARDINALE. L’ABATE FARIA NE DICE QUATTRO ALLA CHIESA. “L’ITALIA È UN PAESE IN GINOCCHIO”.

Marco Tosatti

“Serve un impegno sempre più generoso nel favorire la cultura dell’accoglienza e della solidarietà, promuovendo così la pace e la fraternità tra i popoli”. Così papa Francesco, due giorni fa, in un messaggio indirizzato ai partecipanti all’incontro internazionale “Mediterraneo: un porto di fraternità”, promosso dalla diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, con il sostegno di numerose istituzioni e realtà associative. Un evento al quale hanno preso parte 250 giovani di 31 Paesi. Nel messaggio inviato al vescovo locale, Vito Angiuli, il Papa incoraggia la comunità cristiana e i giovani dei Paesi mediterranei, “come pure tutte le persone di buona volontà, a considerare la presenza di tanti fratelli e sorelle migranti un’opportunità di crescita umana, di incontro e di dialogo, come anche un’occasione per annunciare e testimoniare il Vangelo della carità”.

Dopo lo spunto di legalità e di saggezza versato dal cardinale Bassetti nel mare di retorica migrantista sparsa a piene mani e piedi da molti prelati, è la prima volta che il Pontefice ossessionato dalle migrazioni si esprime sul tema.

Sarà una coincdenza o forse no ci è arrivato proprio quel giorno uno sfogo dell’Abate Faria. Eccolo.

Le recenti “frenate” delle gerarchie del Vaticano mi costringono a dover tornare su un tema che già affrontai in precedenza. Pur nell’ossequio dovuto ai miei superiori, mi rendo conto che alcuni di essi (non pochi, purtroppo) vivono come in una bolla al di fuori della realtà, una bolla che si nutre di parole talismano, come direbbe Plinio Correa de Oliveira, parole come “solidarietà, accoglienza, misericordia”, parole con un profondo significato cristiano quando esse sono ancorate tomisticamente alla realtà. Ma quando vengono brandite senza aggancio alla stessa, divengono pericolose.

Ci sono dei fatti. L’Italia è un paese in ginocchio da molti punti di vista, politico, economico, sociale. Non può sostenere il peso di grandi ondate migratorie pena il collasso. Gli stranieri che vengono e vivono onestamente siano sempre i benvenuti.

Ma non c’è posto per tutti.

Purtroppo il fenomeno di acquiescenza delle gerarchie vaticane si riversa profondamente nel vivere civile anche di coloro che – mal gliene incolga – non professano più la fede cattolica (e sono sempre di più…). Si deve accogliere chi vuol essere accolto, chi si vuole integrare, chi rispetta usi e leggi del paese che lo accoglie. Chi pensa che vivere di accattonaggio come scelta di vita e non come immediata necessità, sia compatibile con la nostra società, deve essere disilluso e eventualmente allontanato. Queste persone sono quelle che a volte rincorrono e assalgono turisti o gente del posto per rubare i portafogli. Tutti sanno da dove proviene il problema. Nulla si fa per risolverlo, spesso spaventati dalle parole “solidarietà, accoglienza, misericordia” usate malamente, senza nessun aggancio alla realtà e contro ogni possibile insegnamento della morale e dell’etica cattolica.

Abate Faria

Adesso aspettiamo i fulmini canonici sul povero abate…

QUI TROVATE IN SPAGNOLO UN COMMENTO DI MONTSE SANMARTI SU COMO VARA DE ALMENDRO.



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LETTERA A UNA RAGAZZA IN TURCHIA. TRE STORIE DI DONNE DAL GENOCIDIO DEGLI ARMENI. ANTONIA ARSLAN.

Marco Tosatti

Abbiamo letto “Lettera a una ragazza in Turchia”, di Antonia Arslan, e ve lo consigliamo caldamente. È un libro piccolo: 141 pagine, dense di una scrittura sapiente e che sa toccare molte corde diverse. Sono tre storie di armeni di quella che adesso è la Turchia, e che allora era una parte dell’impero ottomano. E Antonia si rivolge a un’immaginaria ragazza di oggi: “Tu ci sei nata e ci stai adesso, in quel magnifico Paese dove i miei antenati per millenni hanno vissuto, combattuto, creato regni e chiese di cristallo, discordie fratricide, insanabili. Da dove noi siamo stati cacciati per sempre”.

Per chi, e forse ce ne sono ancora, sa poco o nulla del Genocidio armeno, il Metz Yeghèrn, il Grande male, il primo genocidio del secolo dei genocidi, questo libro può essere un primo contatto con quell’orrore, il cui know how è stato poi usato dai nazisti nella Shoah.

Non è solo Storia, è Cronaca: “Quello che tu puoi vedere…è un Paese vuoto, dove sta da cent’anni una gente recente che ha sostituito gli antichi abitanti, e non vuole sapere nulla di quel passato, né di quei sofferenti fantasmi”.

Nel 1915 il governo turco dell’epoca lanciava il piano di sterminio della minoranza armena, la più grande comunità cristiana a oriente di Venezia. Gli storici valutano fra il milione e il milione e mezzo gli armeni, uomini, donne e bambini, massacrati in tutti i modi in cui l’ingegno umano può diabolicamente esercitarsi. “È possibile, mia cara, è perfino probabile, che tu sia non solo turca, che il sogno che vi viene inculcato fin dal giardino d’infanzia di una purezza di sangue che vi rende eredi diretti dei conquistatori venuti dalle steppe sia un vano artificio retorico. Molto vi siete mescolati col sangue dei conquistati. Il numero delle bambine giovani donne armene che vennero rapite e inserite in famiglie turche, togliendo loro nome, identità, religione, alfabeto e scrittura, costumi e contatti con altri sopravvissuti è rimasto ignoto per più di ottant’anni”. Ora stanno uscendo, piano piano, le storie e le persone, e i nipoti rivendicano un’identità cancellata nel sangue, e negata, in maniera attiva dal governo di Ankara; negata come l’esistenza stessa del genocidio, “dalla ferrea cupola ufficiale della menzogna di Stato”.

Il libro accenna al futuro, e dice: “I superstiti di un tempo avevano più speranza: l’orrore indicibile c’era stato, ma era dietro di loro, nel passato, non da qualche parte in un futuro possibile”. Come invece accade a noi “pervasi da oscure premonizioni, anche se con mille esorcismi tentiamo di ignorarle, di sistemarle in angoli bui e chiusi della nostra testa”.

Il libro si compone di tre storie, di donne (e di uomini) armeni, travolte nel gorgo del genocidio. Una di esse, Heranush, riuscirà a salvarsi, ad arrivare in America, a creare una famiglia, e a diventare una grande imprenditrice. Nel calvario dall’Anatolia verso l’oceano c’è una tappa a Parigi, un giorno solo. Le altre profughe del gruppo la convincono ad andare a vedere la torre Eiffel. Heranush ha tredici anni, è una bimba affamata, con pochi soldi in tasca, che le devono bastare per chissà quanto. Entrano in un grande magazzino. “E lì la bimba affamata che è in lei si innamora di un cappellino, che diventa per lei ‘Il Cappello’ e rappresenta, più che la realizzazione di un sogno, la felicità di poterselo comprare”. In realtà non potrebbe, Heranush, comprarselo: ma racconta, molti anni dopo: “Io sono una povera rifugiata che ha conosciuto ben pochi giorni della sua vita senza fame o paura, ma possiedo un cappello di Parigi, e lo amerò per sempre”. Il Cappello giunse in America, con Heranush. Ma il resto della storia lo trovate nel libro. Di Heranush e del suo cappellino ci siamo innamorati.



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MIGRANTI, LE RESPONSABILITÀ DELLA CHIESA E DEI VESCOVI. LA LETTERA DI UN COMMENTATORE DI STILUM CURIAE.

Marco Tosatti

Ieri, a commento della lettera di Pezzo Grosso in tema di migranti e responsabilità, scrivevo:  “Il cardinale Bassetti ha parlato, giustamente, di etica della responsabilità. Vogliamo chiederci quante vite – di quelle perite in mare – si sarebbero salvate, se invece di incoraggiare con gesti e parole lo sbarco indiscriminato il nostro governo – e i vescovi, e il Primate d’Italia, che è il Papa – avessero detto parole di legalità e di saggezza, tese a una politica simile a quella che tutti gli altri Paesi del mondo praticano, dalla Spagna all’Australia? C’è una responsabilità in tutto questo, o le cosiddette buone intenzioni (irrorate di soldi) bastano a placare le coscienze? Io, se fossi uno dei predicatori del migrantismo selvaggio, un piccolo tarlo roditore di dubbio me lo sentirei, in coscienza. Forse anche una talpa. O almeno un criceto…”.

Mi ero chiesto se forse non fossi stato troppo duro. Oggi però ho visto che anche l’ex presidente della Camera (e ci tocca rimpiangerlo!) Luciano Violante afferma che la sinistra “ha perso il contatto col popolo” e ha “confuso il politicamente corretto con il politicamente praticabile, la politica con l’estetica” quando si è parlato di questo problema; e ho letto il commento a Stilum Curiae di ieri, che vi riporto integralmente:

“Bassetti afferma:

‘Sapete – dice ad Avvenire il cardinale – che non c’è una donna fra i migranti accolti qui che non sia stata violentata? E sapete che tutti vengono continuamente minacciati di essere affogati se non cedono ai ricatti di vere e proprie mafie che gestiscono i traffici dei migranti?’.

Quindi adesso la CEI scopre che il traffico di esseri umani che finora ha protetto (La campagna di Galantino “Liberi di partire e liberi di restare”) e promosso comporta dei costi umani pazzeschi? Papa Francesco che tutti i giorni ideologicamente promuove le migrazioni di massa, anche contro il parere dei vescovi dei paesi da cui provengono gli emigrati? Le migliaia di emigrati che sono morti in mare solo quest’anno nel tentativo di raggiungere l’Italia, chi è che ha alimentato questa corsa disperata?

I principali responsabili di questo caos sono il papa e i suoi proconsoli come Galantino. Bassetti ha solo fiutato l’aria e si sta rendendo conto che i laici si stanno stancando delle insulsagggini ideologiche del Vaticano e dei vescovi. Insulsaggini fatte sulla pelle degli altri, africani e italiani.

Questo papato è un disastro: papa Francesco non è nemmeno consapevole dei danni che sta facendo. E’ troppo pieno di sé ( la Santa Sede ha autorizzato la stampa di magliette con Bergoglio Superpope per finanziare l’obolo di San Pietro), il ministero di Pietro è diventato una pagliacciata, ma una pagliacciata tragica. Le vacuità ideologiche di questo vecchio gesuita privo di cultura e gonfio di arrogante ideologia stanno presentando il conto, ma il loro autore non ammetterà mai la propria responsabilità”.

C’è da chiedersi però perché la Chiesa a livello centrale, e italiano, non ha dato ascolto ai ripetuti commenti negativi dei vescovi dei Paesi africani, e dei responsabili di governo di quegli stessi Paesi che ci avvertivano che era la feccia, che cercava di raggiungere l’Europa. La sinodalità e il decentramento tanto sbandierati in questo caso non servono? Ed era, ed è così difficile vedere la rete di interessi, da quelli criminali a quelli geopolitici, a quelli semplicemente economici o ambigui di chi gestisce da lontano questa drammatica storia, approfittando delle debolezze politiche e culturali di questo Paese devastato nei cervelli e nel buon senso, prima che in ogni altra cosa? La Chiesa, a livello centrale, messa sull’avviso dai vescovi locali, dovrebbe essere in grado di vedere chi e cosa c’è dietro la messinscena dell’ “uomo a mare”. Dovrebbe. E mettere in guardia, grazie a quella che era la sua saggezza e prudenza secolari. A meno che…

Trovale l’articolo in tedesco qui: http://beiboot-petri.blogspot.it/?m=1



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PEZZO GROSSO SPARA ALTO: CHIEDE A BASSETTI, DOPO IL DISCERNIMENTO SUI MIGRANTI, LA TESTA DI GALANTINO…

Marco Tosatti

Pensavamo che Pezzo Grosso fosse in vacanza, godendosi un riposo meditato. Invece – nel week end di Ferragosto! – ci è arrivata una mail. Motivata, come vedrete, dalle parole di maggior saggezza che siamo riusciti ad ascoltare da un responsabile episcopale o della Cei negli ultimi mesi in tema di clandestini o migranti, come preferite chiamarli, e del traffico di esseri umani verso le nostre coste, fonte di benefici economici per quelli che sappiamo; e da cui il mondo ecclesiale non sembra escluso, anzi…Ma ecco la lettera. E poi ci riserviamo un post scriptum con la punta avvelenata…

Pezzo Grosso scrive a Tosatti, chiedendo di pubblicare una lettera aperta a Bassetti  :

“Quindi  mons. Bassetti legge Pezzo Grosso su Stilum Curiae e condivide le sue  analisi e i  suoi suggerimenti. Bene, bravo mons. Bassetti. Ma non basta. Affinché il Suo intervento sui migranti non appaia un gioco delle parti tra Lei e il suo segretario Galantino, deve fare di più. Deve farlo altrimenti in tutti noi albergherà il sospetto, che già si è insinuato, che per fare tutti contenti si continui a utilizzare la strategia del “NI NI, SO SO”, anziché quella  del”  Si Si, No No “ auspicato dal Fondatore del cristianesimo. La strategia del “Ni Ni, So So” sembra esser invece stata adottata in questo pontificato in ogni occasione. I messaggi contraddittori  vanno di moda in questo pontificato, ma anche le correzioni  confondenti. Ciò avviene sia a livello di governo della chiesa universale, dove Parolin corregge  Bergoglio, sia a quello della Cei, dove Bassetti corregge Galantino. Ma il Segretario di Stato  non può “licenziare” il Papa, mentre  il Presidente della Cei può (deve) licenziare il suo Segretario. Altrimenti caro mons. Bassetti, anche lei darà l’impressione di voler  contentare tutti, deludendo invece tutti. Non ci si deve  limitare a dichiarazioni contraddittorie ed opposte perché sembrino “pluraliste”, quando invece sono solo  contraddittorie su cosa è bene e cosa è male, giusto o sbagliato. Se lei vuole fare il bene dei migranti, della popolazione residente più  povera e vulnerabile, della Chiesa stessa, lei ora deve rimuovere Galantino, lo deve licenziare. Con effetti che lei stesso stenterà a credere: la crescita del prestigio della Cei e la conseguente crescita dell’8 per mille, da destinare naturalmente a opere di evangelizzazione, non sociali”.

 Il cardinale Bassetti ha parlato, giustamente, di etica della responsabilità. Vogliamo chiederci quante vite – di quelle perite in mare – si sarebbero salvate, se invece di incoraggiare con gesti e parole lo sbarco indiscriminato il nostro governo – e i vescovi, e il Primate d’Italia, che è il Papa – avessero detto parole di legalità e di saggezza, tese a una politica simile a quella che tutti gli altri Paesi del mondo praticano, dalla Spagna all’Australia? C’è una responsabilità in tutto questo, o le cosiddette buone intenzioni (irrorate di soldi) bastano a placare le coscienze? Io, se fossi uno dei predicatori del migrantismo selvaggio, un piccolo tarlo roditore di dubbio me lo sentirei, in coscienza. Forse anche una talpa. O almeno un criceto…



QUI TROVATE L’ARTICOLO IN SPAGNOLO CON UN COMMENTO DI MONTSE SANMARTÌ


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DISORIENTAMENTO PASTORALE. UN LIBRO DI DANILO QUINTO SULLA CHIESA E I TEMPI CHE VIVIAMO. DA LEGGERE.

 

Marco Tosatti

Oggi voglio parlare di un libro duro e difficile, come lo è stata, e lo è, la vita di chi l’ha scritto, Danilo Quinto. Una vita nel Partito Radicale, e poi una conversione profonda. Che lo porterà a scrivere la sua prima opera, “DA SERVO DI PANNELLA A FIGLIO LIBERO DI DIO – Dalla più formidabile macchina mangiasoldi della partitocrazia italiana per arrivare a Cristo”, con la prefazione di Mons. Luigi Negri, allora vescovo di Ferrara (Edizioni Fede & Cultura).

Il libro di oggi invece è “Disorientamento pastorale. La fallacia umanistica al posto della verità rivelata?”, con un’introduzione teologica di mons. Antonio Livi, per i tipi della Casa editrice Leonardo da Vinci.

Un’introduzione che molto opportunamente si intitola: che cosa succede con papa Francesco? Perché la libertà di linguaggio del Pontefice, e la sua disinvoltura nel trattare i problemi alla presenza di giornalisti ed estranei fanno sì che molti discorsi e molte iniziative di papa Francesco siano “visti dall’opinione pubblica come una radicale riforma, se non proprio una rivoluzione, della Chiesa cattolica, con l’apparente rifiuto del magistero precedente al Vaticano II, l’adozione sistematica del linguaggio proprio del progressismo teologico e la definitiva rinuncia all’annuncio del Vangelo in termini dogmatici”.

Sappiamo che non tutto ciò che viene detto dal pontefice ha un significato autentico di “magistero”; “ma le parole di papa Bergoglio sono interpretate dai media di ispirazione anticattolica (cioè da quasi tutti i media purtroppo) come espressione di riformulare in modo radicale la dottrina cristiana”.

Da qui lo sconcerto e il disorientamento, sempre più palpabili, fra i “fedeli della strada”; di qui il libro di Danilo Quinto, un libro estremamente documentato e ricco di citazioni e riferimenti. Non solo ai pronunciamenti più o meno estemporanei e sorprendenti del Pontefice regnante, ma anche, come contrappunto, a ciò che scrivevano e pensavano sugli stessi argomenti studiosi, pontefici precedenti, dottori della Chiesa e santi.

È, a mio personale giudizio, un libro prezioso e deprimente. Deprimente perché la quotidianità cancella molta memoria, e ci impedisce di ricordare, uno dopo l’altro, i motivi di perplessità o di sincero scandalo occasionati da parole di un Pontefice di cui forse la prudenza e il giudizio ponderato non sono le virtù più evidenti. “In piena coscienza – scrive Danilo Quinto – mi sento di affermare che ogni giorno – anche quello dell’omelia quotidiana è un fatto sorprendente – il papa usa un linguaggio che si presta all’ambiguità e genera confusione rispetto ai dogmi della Chiesa cattolica”.

La lista è lunga. Episodi, prese di posizione, elogi (quello a Emma Bonino, che Danilo Quinto conosce benissimo, avendo lavorato con lei per anni e anni è esemplare nella sua – chiamiamola così, ingenuità), letture problematiche del Vangelo; tanto lunga che sarebbe troppo cercare di completarla. Ma credo che sia un libro, quello di Danilo Quinto, che valga la pena di leggere, anche perdonando certi toni che provengono ex abundantia cordis. L’autore ha pagato un prezzo alto, può permetterseli.

 

QUI, SU COMO VARA DE ALMENDRO TROVATE L’ARTICOLO IN SPAGNOLO.



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BURKE: ATTENTI A NON CADERE NELL’IDOLATRIA DEL PAPATO. NON OGNI PAROLA DEL PAPA È MAGISTERO…

Marco Tosatti

Il cardinale Raymond Leo Burke, Patrono del Sovrano militare ordine di Malta, sta tenendo una serie di conferenze negli Stati Uniti. Il 22 luglio parlava al “Forum della Chiesa che insegna”. In quell’occasione ha notato che trattare ogni parola pronunciata dal Pontefice come se fosse insegnamento ufficiale della Chiesa sarebbe “cadere in un’idolatria del papato”.

I cattolici devono cercare di restare fedeli a Cristo e alla Chiesa che ha fondato e imparare a discernere fra “le parole dell’uomo che è papa e le parole del papa come vicario di Cristo in terra”.

“Papa Francesco ha scelto di parlare spesso nel suo primo corpo, il corpo dell’uomo che è papa. In effetti persino in documenti che in passato rappresentavano un insegnamento più solenne, dichiara chiaramente che non sta offrendo un insegnamento magisteriale ma il suo proprio pensiero”.

Ma, ha aggiunto il cardinale. “Quello che sono abituati a un modo diverso di parlare papale vogliono rendere ogni sua dichiarazione in qualche modo parte del Magistero. Agire così è contrario alla ragione e a ciò che la Chiesa ha sempre compreso”.

“È semplicemente sbagliato e dannoso per la Chiesa ricevere ogni dichiarazione del Santo Padre come un’espressione di insegnamento papale o di Magistero”.

Burke ha definito “assurdo” per chiunque pensare che papa Francesco come Vicario di Cristo sulla terra possa ufficialmente “insegnare qualche cosa che non è in accordo con quello che i suoi predecessori, per esempio San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno insegnato solennemente”.

Il porporato ha aggiunto che fare una distinzione fra “le parole dell’uomo che è papa e le parole del Papa come Vicario di Cristo” è cruciale per mostrare “il massimo rispetto” per l’Ufficio Petrino. “Senza la distinzione, perderemmo facilmente rispetto per il papa o saremmo portati a pensare che, se non siamo d’accordo con le opinioni personali dell’uomo che è papa, allora dobbiamo spezzare la comunione con la Chiesa”. Ogni dichiarazione del Papa deve essere capita “nel contesto dell’insegnamento costante e nella pratica della Chiesa, per evitare che confusione e divisione sull’insegnamento e la pratica della Chiesa entrino nel suo corpo per grande danno alle anime e a grande danno all’evangelizzazione del mondo”.

Poco più di un anno fa il porporato, che ha chiesto al Pontefice insieme ad altri cardinali un incontro per chiarire dubbi nati da Amoris Laetitia senza ricevere risposta, aveva espresso perplessità sul fatto che l’esortazione apostolica fosse un atto di magistero.

I cattolici poi devono stare attenti a non farsi ingannare da insegnamenti falsi: “I fedeli non sono liberi di seguire opinioni teologiche che contraddicono la dottrina contenuta nelle Sacre Scritture e nella sacra Tradizione, e confermata dal magistero ordinario, anche se queste opinioni stanno trovando un ampio ascolto nella Chiesa e non sono corrette dai Pastori, come i pastori sarebbero obbligati a fare”.

ECCO LA TRADUZIONE IN SPAGNOLO DI COMO VARA DE ALMENDRO

 



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IL PADRONE DEL MONDO. PROFETICO: MA BENSON NON AVEVA PREVISTO UN’IPOTESI CHE È QUI, PROPRIO ORA.

Marco Tosatti

Cari stilumcuriali, ho passato questi pochi giorni di riposo lontano dal computer e in compagnia di un libro che non avevo ancora letto, e che certamente molti di voi già conoscono, “Il padrone del mondo” di Robert Hugh Benson. Un’opera che secondo alcuni è servita – anche – di ispirazione a George Orwell per “1984”. Chi non lo avesse ancora letto, accolga il mio umile consiglio e lo legga. È stato scritto nel 1907, ed è un romanzo “distopico”, cioè che descrive una società immaginaria dai contorni opposti a quelli dell’utopia: cioè brutti.

L’ha scritto un sacerdote anglicano, figlio dell’arcivescovo di Westminster, e successivamente entrato nella Chiesa cattolica.

Era il 1907, e dunque Robert Hugh non aveva fatto in tempo a vedere (morirà nel 1914) la più spaventosa (fino ad allora) carneficina organizzata mai accaduta sulla faccia della terra, la Rivoluzione di Ottobre, il comunismo, il nazismo e la soffice dittatura del politically correct che ha preso silenziosamente il posto, o si è affiancata dolcemente a quegli abomini. Ma come vedrete, o avete già visto, l’ha profetizzata, fino alle case per l’eutanasia. Eppure Benson viveva nel cuore dell’Inghilterra vittoriana, e scriveva in un momento storico in cui il positivismo, la scienza e i progressi tecnici (che usa abilmente nel libro, sia in maniera positiva che negativa, distruzione aerea compresa…) sembravano garantire all’umanità grazie anche alla perdita di terreno delle “superstizioni” (leggi religioni) un futuro radioso e finalmente libero da ceppi secolari. Tutti elementi che rendono ancora più interessante la sua acuta visione profetica.

Leggendolo, per quello che riguarda la persecuzione della Chiesa, se decide di restare fedele a quanto insegnato e trasmesso, il che per il momento non sempre sembra sia il caso, anzi, mi è venuta in mente una frase del cardinale statunitense Francis George: “Mi aspetto di morire nel mio letto, il mio successore morirà in prigione a il suo successore morirà da martire nella pubblica piazza. Il suo successore raccoglierà i frammenti di una società distrutta e lentamente aiuterà a ricostruire la civiltà, come la Chiesa ha fatto così spesso nella storia umana”.

Sia George che soprattutto Benson, persone di fede integerrima, calcolavano la possibilità dell’apostasia per convenienza o per paura; ma non quella dell’apostasia interna, dell’astuzia dei chierici che affermano: non cambia nulla, e spargono semi di confusione. E soprattutto non tenevano in conto la possibilità di una Chiesa che invece di combattere a viso aperto lo Spirito del Mondo vi si assoggettasse. Barattando il martirio con gli applausi e gli elogi…

 

TROVATE SU COMO VARA DE ALMENDRO LA TRADUZIONE IN SPAGNOLO E UN COMMENTO DI MONTSE SANMARTÌ.



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